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	<title>Abruzzesi nel mondo Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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	<title>Abruzzesi nel mondo Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>L’EMIGRAZIONE ITALIANA IN AUSTRALIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Palmerini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jan 2025 07:56:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzesi nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Australia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="1200" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri.jpeg 1600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Il-sindaco-Biondi-con-i-Consoli-generali-dItalia-a-Sydney-e-Melbourne-Gianluca-Rubagotti-e-Chiara-Mauri-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Annotazioni e spigolature sulla recente visita del sindaco dell’Aquila alle nostre comunità   I primi italiani arrivarono in Australia nella metà dell’Ottocento. Ne dà puntuale riferimento il Dizionario Enciclopedico delle&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Annotazioni e spigolature sulla recente visita del sindaco dell’Aquila alle nostre comunità</em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>I primi italiani arrivarono in <strong>Australia </strong>nella metà dell’Ottocento. Ne dà puntuale riferimento il <em>Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo</em> (SER-Fondazione Migrantes, 2014), un’opera “monumentale” ideata e diretta da Tiziana Grassi, realizzata con il contributo di 168 autori, tra i quali anche chi scrive. Si trattò soprattutto di missionari, politici in esilio, musicisti, artisti e liberi professionisti partiti dall’Italia centro-settentrionale ai quali, ben presto, si unirono altri italiani economicamente benestanti e portati all’imprenditoria. Bisogna poi aggiungere che la corsa all’oro del <strong>Victoria</strong>, iniziata nel 1850, e l’opportunità di coltivare le terre vergini del <strong>New South Wales</strong> e del <strong>Queensland</strong>, avevano attirato migliaia di italiani, data la ristrettezza di manodopera disponibile in quel nuovo e sterminato Paese, il sesto più esteso del mondo con i suoi 7.703.429 km<sup>2</sup> di superficie.</p>
<p>Il primo Censimento in Australia risale al 1881 e registrò 521 italiani nel <strong>New South Wales</strong>, 947 nello Stato di <strong>Victoria</strong>, 250 nel <strong>Queensland</strong> e 10 nel <strong>Western Australia</strong>. Nel 1891 giunsero dall’Italia oltre 300 contadini, primo contingente d’una immigrazione pianificata nell’attuazione del programma nazionale australiano della “White Australia”. Questi contadini andarono in Queensland a sostituire i lavoranti di colore nella coltivazione della canna da zucchero. L’emigrazione italiana in Australia aumentò drasticamente a seguito delle restrizioni imposte dalle autorità americane all’immigrazione negli <strong>Stati Uniti</strong>. Il Censimento del 1921 registrò la presenza in Australia di 8.135 italiani. Dal 1922 al 1925 ve ne arrivarono altri 15 mila. Dopo la Seconda Guerra mondiale fu avviato in Australia il progetto <em>“Populate or Perish”</em>, teso ad incrementare la popolazione a fini strategici, economici e militari. Fu questo il periodo del massimo arrivo di italiani, una sorta di emigrazione di massa che portò all’aumento &#8211; nell’arco di due decenni (anni ’50 e ’60) &#8211; del numero degli italiani di 10 volte rispetto al periodo anteguerra. Dal 1947 al 1976 emigrarono in Australia ben 360.000 italiani, provenienti in gran parte da <strong>Veneto</strong>, <strong>Friuli Venezia Giulia</strong>, <strong>Calabria</strong>, <strong>Abruzzo</strong> e <strong>Campania</strong>. I dati censuari del 1971 indicarono 289 mila presenze italiane, che nel 1991 scesero a 254 mila.</p>
<p>Nei primi tempi dell’arrivo nel grande Paese oceanico, i nostri emigrati, in gran parte privi di specifiche professionalità e della conoscenza della lingua, poterono svolgere solo lavori manuali non qualificati nel campo dell’industria pesante, delle costruzioni, dell’agricoltura. Si contano situazioni di difficoltà, nel primo periodo, che portarono anche ad accese proteste specie in congiunture di crisi economica. Nel luglio del 1961 scoppiarono di nuovo disordini che coinvolsero italiani e altri migranti da altri paesi europei, tanto che il Governo italiano, allora presieduto da <strong>Amintore Fanfani</strong>, rifiutò di rinnovare l’accordo di migrazione con l’<strong>Australia</strong> finché gli emigranti italiani non fossero stati trattati alla pari di quelli britannici. Le autorità italiane chiedevano per gli emigrati assistenze di vario genere, benefici di insediamento e garanzie di lavoro. Le autorità australiane alla fine accolsero alcune delle richieste e l’intesa fu sottoscritta dai due governi. All’inizio pochi erano i servizi in risposta alle esigenze italiane nella società australiana, ma un ruolo rilevante nel migliorare la situazione lo ebbe la stampa in lingua italiana – <em>Il Globo</em> a Melbourne e <em>La Fiamma</em> a Sydney – non solo nell’informazione, quanto nel sostenere le richieste della comunità italiana che favorirono la nascita di club sociali e una serie di strutture di servizio.</p>
<p>In ogni modo, gli italiani erano comunque visti come la soluzione ottimale al problema della drammatica mancanza di manodopera. E come sempre hanno dimostrato nelle situazioni più dure e difficili, essi furono capaci di brillare presto e facilmente per impegno, resistenza, diligenza e curiosità nell’apprendere. Le istituzioni pubbliche senza fatica ammettevano che non era facile reggere il paragone con gli italiani, per qualità e laboriosità, sicuramente non da parte degli anglo-australiani, noti per alcune loro caratteristiche: il muoversi lentamente, il non preoccuparsi di alcunché, la mancanza di emulazione, il bere di tutto e in abbondanza specie nel giorno di paga, costringendo molte mogli ad attenderli al cancello della fabbrica per assicurare che la busta paga fosse messa in salvo per la famiglia.</p>
<div id="attachment_98701" style="width: 458px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-98701" class="wp-image-98701" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown-300x171.jpg" alt="" width="448" height="255" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown-300x171.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown-1024x584.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown-768x438.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown-1170x663.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown-585x334.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/7-Melbourne-downtown.jpg 1217w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /><p id="caption-attachment-98701" class="wp-caption-text">Melbourne</p></div>
<div id="attachment_98702" style="width: 457px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-98702" class="wp-image-98702" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-300x153.jpg" alt="" width="447" height="228" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-300x153.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-1024x523.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-768x392.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-1536x784.jpg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-2048x1045.jpg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-1920x980.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-1170x597.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Hobart-Tasmania-585x299.jpg 585w" sizes="(max-width: 447px) 100vw, 447px" /><p id="caption-attachment-98702" class="wp-caption-text">Hobart (Tasmania)</p></div>
<p>La maggior parte degli italiani in <strong>Australia</strong> ha origini meridionali ed è insediata nelle città degli Stati più industrializzati. E questo perché la massiccia emigrazione del secondo dopoguerra si indirizzò soprattutto verso il settore industriale, nelle costruzioni e successivamente nel terziario, nei servizi e nel commercio, ma anche in agricoltura. Pur fortemente presenti nelle vaste aree urbane &#8211; <strong>Sydney</strong>, <strong>Melbourne</strong>, <strong>Adelaide</strong>, <strong>Perth</strong>, <strong>Brisbane</strong>, <strong>Canberra</strong> – la comunità italiana si è diffusa anche nell’<em>hinterland</em> delle metropoli e in <strong>Tasmania</strong>, specie nell’area di <strong>Hobart</strong>.</p>
<p>Attualmente la comunità d’origine italiana si stima di poco superiore a 900mila persone e in Australia è ormai radicata e diffusa una cultura italo-australiana che ha fortemente inciso anche su elementi culturali del Paese. L’impatto dell’emigrazione italiana è stato assai significativo, fornendo talento e creatività, capacità d’iniziativa e competenze che hanno aiutato l’Australia a diventare l’economia moderna che oggi è.</p>
<p>Le generazioni degli italiani successive a quella immigrata nel secondo dopoguerra hanno conquistato nella società australiana ruoli di primaria rilevanza nell’imprenditoria, nell’economia, nella ricerca e nelle università, nelle arti e nei servizi, come nella vita istituzionale e politica, con ruoli spesso di grande prestigio. La storia dell’emigrazione italiana nel grande Paese oceanico può certamente considerarsi come un successo e la comunità italiana può essere davvero orgogliosa dei risultati che le generazioni successive alla prima emigrazione hanno saputo conquistarsi in termini di stima e rispetto, fino all’onore di vedere il figlio di un emigrato pugliese,<strong> Anthony Norman Albanese</strong>, diventare Primo Ministro del Governo australiano.</p>
<p>Ora un breve focus sull’emigrazione abruzzese. Studi della Fondazione Migrantes, sull’emigrazione rapportata per regioni italiane, documentano che nel periodo 1876-2005 le prime tre regioni con il maggior numero di espatri sul totale sono il <strong>Veneto</strong> (3.212.919), la <strong>Campania</strong> (2.902.427), la <strong>Sicilia</strong> (2.883.552). L’<strong>Abruzzo</strong> è al settimo posto, con 1.254.223 espatri. Dunque un altro Abruzzo è fuori dai confini della regione e dell’Italia. E quest’altro Abruzzo è uno straordinario patrimonio di uomini e donne che rendono onore all’Italia e alla terra natale dove affondano le loro radici, dove s’ispirano le loro emozioni, dove traggono l’eredità culturale, dove ripongono l’amore per secolari tradizioni e le nostre ricchezze artistiche e ambientali. Di questo retaggio hanno una sana fierezza, un orgoglio denso di antichi valori, specchio della millenaria civiltà delle genti d’Abruzzo. Della loro terra, dei borghi e delle città che la costellano, dello straordinario scrigno di meraviglie d’arte e architetture, della cangiante armonia che dalle alte vette del Gran Sasso, del Sirente e della Maiella, scende alle rigogliose colline fino allo splendore del mare, i nostri abruzzesi nel mondo sono profondamente innamorati. E la straordinaria bellezza del nostro Abruzzo la raccontano in tutta la sua suggestione laddove loro vivono.</p>
<p>Dopo la grande emigrazione a cavallo tra ‘800 e prima metà del ‘900, che aveva visto l’emigrazione abruzzese dirigersi principalmente in Argentina, Brasile, Stati Uniti, nel secondo dopoguerra i flussi migratori dall’<strong>Abruzzo</strong> prediligono <strong>Argentina</strong>, <strong>Stati Uniti</strong>, <strong>Canada</strong>, <strong>Venezuela</strong>, <strong>Australia</strong> e l’<strong>Europa</strong> (Svizzera, Francia, Belgio, Germania e Regno Unito). Se in genere sono state dure le condizioni degli emigrati italiani per affrancarsi dai problemi patiti dalla prima generazione migratoria, per gli Abruzzesi lo sono state ancor di più. Riscattando le condizioni di povertà dignitosa che furono alla base della loro emigrazione in ogni continente, lasciando i borghi delle nostre montagne grame o i paesi delle pianure ancora soggiogate dal latifondo, gli Abruzzesi hanno contribuito, specie nell’ultima metà del secolo scorso, alla crescita dei Paesi d’accoglienza, conquistando stima e considerazione con il generoso esempio di vita che hanno saputo dare. Chi ha la pazienza e l’umiltà di raccogliere le storie vissute dei nostri emigrati se ne renderà conto. Ne avvertirà il senso e l’anima stessa di quest’altro Abruzzo, illuminato di sapienza, di talento e di valori.</p>
<p><strong>***</strong></p>
<p>È ciò che certamente ha riscontrato il sindaco dell’Aquila, <strong>Pierluigi Biondi</strong>, insieme alla delegazione della Municipalità e</p>
<div id="attachment_98703" style="width: 677px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-98703" class=" wp-image-98703" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-300x191.jpeg" alt="" width="667" height="425" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-300x191.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-1024x652.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-768x489.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-1536x978.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-1920x1223.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-1170x745.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo-585x372.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Melbourne-la-delegazione-aquilana-presso-la-redazione-del-quotidiano-Il-Globo.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /><p id="caption-attachment-98703" class="wp-caption-text">Melbourne, la delegazione aquilana presso la redazione de Il Globo</p></div>
<p>della Fondazione Carispaq, recatesi in <strong>Australia </strong>per ringraziare la generosità della comunità italiana, abruzzese in particolare, e il Governo australiano per la donazione fatta a <strong>L’Aquila</strong> nel 2009 all’indomani del sisma, allo scopo di soccorrere le popolazioni duramente colpite dal terremoto e comunque per dare un segno concreto per la rinascita della città Capoluogo. Non è intenzione di chi scrive entrare nella disputa sui costi della missione, accesa dall’opposizione in Consiglio comunale. Da conoscitore attento del mondo dell’emigrazione &#8211; e dei limiti di adeguatezza e di sottovalutazione riguardo al valore delle nostre comunità all’estero, che spesso le istituzioni rivelano -, trovo giusto e doveroso che la <strong>Municipalità</strong> abbia fatto questo gesto di attenzione e di gratitudine nei confronti di chi ha espresso vicinanza e solidarietà verso la città colpita dal terremoto.</p>
<p>Altro discorso è se le attese di quelle comunità sulla destinazione della loro generosità abbia trovato tempestiva concretizzazione, posto che l’appello lanciato nel 2009 dal Comitato per la raccolta degli aiuti di solidarietà alle popolazioni terremotate, come ha recentemente ricordato in un editoriale <strong>Franco Baldi</strong> direttore del settimanale australiano ALLORA, erano da destinare alle persone, per le esigenze più impellenti di assistenza. Cosa che non è stato, per il fatto che a tale assistenza ben rispondevano le azioni poste in essere dalla <strong>Protezione Civile</strong> e dalla efficiente rete del <strong>Volontariato</strong>. Cosicché si scelse l’opzione della realizzazione di un’opera pubblica utile e significativa per la comunità aquilana, passata per ritardi e cambiamento di programma dalla prima ipotesi di realizzazione di un <strong>Teatro a Piazza d’Armi</strong> alla scelta di un anno fa di utilizzare 2,9 milioni di euro della donazione per restaurare la <strong>Torre civica di Palazzo Margherita</strong>, come proposto dalla <strong>Fondazione Carispaq</strong> alla Municipalità d’intesa con il <strong>Comitato degli Italiani d’Australia</strong> promotore nel 2009 della raccolta fondi insieme all’<strong>Italian Media Corporation</strong>.</p>
<p>Se per un verso giusto è esprimere gratitudine per la loro generosità, altrettanto giusta sarebbe la gratitudine per la pazienza che le nostre comunità in <strong>Australia</strong> hanno mostrato rispetto alla lentezza della risposta. Anche a chi scrive è capitato di ricevere riserve per i lamentati ritardi da alcuni esponenti di quelle comunità. Avvertivo il disagio di chi le comprendeva, ma non aveva alcuna diretta possibilità di mutare il corso delle cose. Immagino che negli incontri avuti il sindaco <strong>Biondi </strong>abbia avuto questa sensibilità e questa accortezza, insieme alla premura di annunciare l’imminente definizione del progetto per il consolidamento e restauro della <strong>Torre civica</strong>, resto del duecentesco Palazzo del Capitano. Un’opzione che, grazie all’iniziativa congiunta <strong>Fondazione Carispaq-Comune dell’Aquila</strong>, almeno ha posto fine ad una sequela di ritardi seguiti alla progettazione del Teatro a Piazza d’Armi, all’eseguito appalto, al contenzioso con la ditta aggiudicataria dei lavori, fino alla tardiva revoca dell’affidamento dei lavori.</p>
<p>In ogni modo preme sottolineare come la missione della Municipalità in <strong>Australia</strong> abbia avuto un suo valore, anche morale, verso chi ci è stato vicino dopo la tragedia del 2009. E se ora la <strong>Municipalità</strong> saprà essere attenta e solerte nella realizzazione del restauro della <strong>Torre civica</strong>, si potrà dare una risposta concreta e finalmente una destinazione dignitosa alla donazione ricevuta dall’<strong>Australia</strong>, recuperando un bene architettonico di grande valore storico, fortemente legato alla memoria collettiva degli Aquilani per via della Cappella blindata dov’era conservata &#8211; e dove tornerà ad essere custodita &#8211; la <strong>Bolla</strong> <em>“Inter Sanctorum Solemnia”</em> del 29 settembre 1294, con la quale <strong>Celestino V</strong> istituì la <strong>Perdonanza</strong>. Cosicché il restauro di quel bene prezioso per gli Aquilani recherà per sempre memoria della generosità degli <strong>Italiani d’Australia</strong>.</p>
<p>Altro elemento significativo della missione è certamente l’aver permesso alla delegazione aquilana di conoscere <em>de visu</em> le comunità abruzzesi di <strong>Melbourne</strong> e <strong>Hobart</strong>, come pure gli esponenti più rappresentativi delle comunità di <strong>Sydney, Adelaide, Canberra, Perth e Brisbane</strong>. Per di più la città di <strong>Hobart</strong>, gemellata con <strong>L’Aquila</strong>, meritava un’attenzione</p>
<p>particolare e una visita del sindaco dell’Aquila, dopo quella che il sindaco <strong>Antonio Centi</strong> le fece nell’ottobre 1997 andando a sottoscrivere l’atto di gemellaggio. Un’amicizia solida, quella con <strong>Hobart</strong>, che più volte gli amministratori della città capitale della Tasmania hanno confermato visitando più volte la nostra Città. Lo meritava poi l’Associazione Abruzzese di Hobart e il suo attuale presidente <strong>Tony De Cesare</strong>, come pure i suoi predecessori <strong>Angela D’Ettorre</strong> e il compianto <strong>Nicola Ranalli</strong>.</p>
<div id="attachment_98705" style="width: 658px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-98705" class=" wp-image-98705" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-300x175.jpeg" alt="" width="648" height="378" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-300x175.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-1024x596.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-768x447.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-1536x894.jpeg 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-2048x1193.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-1920x1118.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-1170x681.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/01/Lincontro-tra-la-delegazione-aquilana-e-il-sindaco-di-Hobart-Anna-Reynolds-585x341.jpeg 585w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /><p id="caption-attachment-98705" class="wp-caption-text">L&#8217;incontro tra la delegazione aquilana e il sindaco di Hobart, Anna Reynolds</p></div>
<p>Utile, la visita, anche per constatare la qualità e l’operatività delle associazioni abruzzesi a <strong>Melbourne</strong>, e delle loro efficienti strutture comunitarie – Casa d’Abruzzo Club, Maiella Club, Abruzzo Club –, guidate da presidenti di grande prestigio, come <strong>Fernando Cardinale</strong>, <strong>Mario Centofanti</strong> e <strong>Franco Di Iorio</strong>. Le loro attività sociali e culturali conservano il valore delle radici e sono un cespite prezioso sul quale <strong>L’Aquila</strong> e l’<strong>Abruzzo</strong> possono contare per positive collaborazioni, non solo riguardo al turismo di ritorno. Nelle principali città d’Australia altri dirigenti delle comunità abruzzesi rendono onore alla loro terra d’origine e vanno menzionati per la loro opera e il loro valore, quali il presidente dell’associazione abruzzese di Adelaide, <strong>Carmine Di Sante</strong>, il presidente dell’associazione di Sydney, <strong>Antonio Santomingo</strong>, la presidente dell’associazione Vasto Club di Perth, <strong>Angela D’Alonzo</strong>, il presidente dell’associazione abruzzese di Brisbane, <strong>Emilio La Monaca</strong>, il presidente dell’associazione abruzzese di Canberra, <strong>Giovanni Di Zillo</strong>, la presidente dell’associazione abruzzese in Western Australia, <strong>Palmina Silvestri</strong>, il presidente dell’associazione abruzzesi del New South Wales di Sydney, <strong>Luigi Bucciarelli</strong>, il presidente del Circolo Culturale “F.P. Michetti”, <strong>Guido Mascitti</strong>, infine il presidente della Federazione delle Associazioni Abruzzesi d’Australia, <strong>Joe Delle Donne</strong>, anche membro del CRAM e per molti anni sindaco di <strong>Canning</strong>, città dell’area metropolitana di Perth. Come infine non ricordare figure meritorie per l’associazionismo abruzzese, come <strong>Giuseppe Falasca</strong>, <strong>Simone Di Francesco</strong> e i compianti <strong>Remo Guardiani </strong>e<strong> Alberto Di Lallo</strong>.</p>
<p>Per concludere, la missione in <strong>Australia</strong> ha avuto un suo merito significativo, anche per aver rinsaldato i legami con i presidenti dei <strong>Comites d’Australia</strong>, rappresentativi delle comunità italiane nel grande Paese oceanico, ben coordinati da <strong>Ubaldo Aglianò</strong>, presidente del Comites di Victoria e Tasmania. Averli informati e ringraziati, presenti i <strong>Consoli Generali d’Italia</strong> a Melbourne e Sydney, ha dato ancor più il crisma dell’ufficialità alla missione aquilana. Osservo solo – se è consentito ad un modesto amministratore comunale di lungo corso – che per la missione in <strong>Australia</strong>, come per ogni altra missione che riguardi visite all’estero, c’è l’esigenza da un lato di cogliere per intero le opportunità che l’iniziativa può rendere, con obiettivi ben chiari nel programma della visita – come immagino sia stato nelle preoccupazioni del <strong>sindaco Biondi</strong> –, dall’altro di mettere in campo tutte le sinergie possibili per raggiungere il massimo risultato.</p>
<p>Ora, se la missione è stata anche occasione per richiamare il prossimo anno 2026 che vedrà <strong>L’Aquila Capitale italiana della Cultura</strong>, a mio sommesso parere, ben sarebbe stato opportuno che la <strong>Municipalità</strong> avesse proposto alle più importanti <strong>Istituzioni culturali aquilane</strong> di partecipare, a loro spese e ciascuna con un esponente rappresentativo, alla missione in Australia. Si sarebbe così potuta offrire la diretta testimonianza della qualità di quanto la Città va progettando per il 2026, per esprimere al meglio la sua caratura culturale e l’eccellenza della proposta per innovazione e creatività, al miglior livello della tradizione culturale aquilana. A tal riguardo sarà bene, in eventuali prossime occasioni di vetrina all’estero, utilizzare ogni collaborazione utile, al fine d’esternare compiutamente la ricchezza delle espressioni culturali della Città. L’Aquila, la sua Municipalità, deve guardare con sempre più attenzione all’altra Italia e all’altro Abruzzo. Realtà che possono aprire orizzonti inusitati di nuove prospettive e opportunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Photocover: Il sindaco Biondi con i Consoli generali d&#8217;Italia a Sydney e Melbourne Gianluca Rubagotti e Chiara Mauri</p>
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		<title>Emigrazione italiana cenni storici: gli Abruzzesi nel mondo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/11/06/emigrazione-italiana-cenni-storici-gli-abruzzesi-nel-mondo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=emigrazione-italiana-cenni-storici-gli-abruzzesi-nel-mondo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Palmerini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2023 18:45:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzesi nel mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Emigrazione italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="526" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/92FE8DEA-28E6-4D19-958F-E42F16285D31.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/92FE8DEA-28E6-4D19-958F-E42F16285D31.png 526w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/11/92FE8DEA-28E6-4D19-958F-E42F16285D31-300x217.png 300w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" /></p>
<p>L&#8217;intervento di Goffredo Palmerini- giornalista e scrittore, ambasciatore degli Abruzzesi nel mondo- alla Assemblea CRAM-Regione Abruzzo, Convegno “Gli Italiani nel Mondo e il fenomeno migratorio abruzzese. Tra opportunità e difficoltà”.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;intervento di Goffredo Palmerini- giornalista e scrittore, ambasciatore degli Abruzzesi nel mondo- alla Assemblea CRAM-Regione Abruzzo, Convegno “Gli Italiani nel Mondo e il fenomeno migratorio abruzzese. Tra opportunità e difficoltà”. L’Aquila, 3 novembre 2023, Palazzo dell’Emiciclo</em></p>
<div class="mh-meta entry-meta">
<p>Assemblea CRAM – L’Aquila, 3 novembre 2023</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per entrare nel contesto d’un fenomeno di così grande portata nazionale, qual è l’emigrazione, occorre rifarsi mentalmente alle sue radici ed al suo corso, almeno quanto basta per dare la misura di come sia cambiata nel tempo. Ma sarà difficile comprenderlo nella sua complessità se non si risale, sia pure per brevi cenni, all’inizio dell’emigrazione di massa. Torniamo, pertanto, solo per un momento ai tempi in cui esplose l’emigrazione come fenomeno diffuso nel nostro Paese, tra il disorientamento e l’incomprensione generale. A quegli anni tra il 1880 e l’inizio del nuovo secolo quando non si riuscì a dar vita ad un solo provvedimento per la disciplina del diritto d’emigrare che valesse, nel contempo, anche per una definita forma di protezione umana e civile. L’intervento pubblico fu incerto, norme ed applicazioni servirono solo a rendere più confuso l’andamento d’un fenomeno che andava affrontato con propensioni a coglierne l’essenza sociale.</p>
<p>Ma così non fu. E l’esercito di braccia che partì dall’Italia verso ogni continente si trovò a dover affrontare inimmaginabili e drammatiche vicende umane, a lottare ogni giorno contro sospetti e pregiudizi, a doversi confrontare in competizioni durissime con sistemi sociali sconosciuti e condizioni di lavoro altrettanto precarie. Dunque davvero illuminante ed efficace, più d’ogni altra analisi sociologica, è stata la narrazione dell’emigrazione italiana, con tutti i suoi dolori materiali e morali, attraverso alcuni libri che hanno avuto ampia diffusione – per tutti cito il best-seller di <strong>Gian Antonio Stella</strong> “<em>L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi</em>” e più recentemente <strong>Enrico Deaglio</strong>con <em>“Storia vera e terribile tra Sicilia e America”</em> o <em>“Quando partivamo noi. Storie e immagini dell’emigrazione italiana”</em>, di <strong>Bruno Maida</strong> –. Finestre che hanno consegnato all’opinione pubblica molta luce sul fenomeno migratorio italiano, oggi portata più a celebrare le grandi conquiste civili, economiche e sociali della nostra emigrazione, meno a riflettere a costo di quali sacrifici questo sia accaduto.</p>
<p>In effetti, oggi, del fenomeno migratorio italiano – una delle più grandi diaspore dell’umanità che in poco più di un secolo ha visto emigrare circa 29 milioni di italiani – si tende a richiamare le rilevanti affermazioni in ogni ruolo nelle società dei Paesi d’emigrazione, dove le nostre comunità hanno fortemente contribuito alla crescita ed allo sviluppo. Hanno così conquistato sul campo, in condizioni talvolta di forte competizione, con la laboriosità, l’ingegno e l’intraprendenza creativa, ragguardevoli risultati, tanto da guadagnarsi rispetto e stima con esemplari testimonianze di vita. Hanno persino reso un ulteriore grande servizio all’Italia, più importante dall’averle consentito di crescere e progredire anche con le loro rimesse, nell’aver dimostrato direttamente in ogni angolo del mondo quali siano le qualità e le doti della gente italiana, specie in Paesi dove la considerazione verso l’Italia talvolta è misurata più sui nostri difetti in Patria che non sulle nostre virtù.</p>
<p>Non è un mistero che in Patria, per l’appunto, le nostre abitudini risentano talvolta di antichi vizi, e si stenta ancora ad affermare uno Stato con autentiche pari opportunità per tutti, nei diritti ma anche nei doveri, dove leggi e regole dell’organizzazione sociale presiedano rigorosamente al comportamento individuale nella pratica di ogni giorno, ma anche nella coscienza civile diffusa di tutti i cittadini. Quando questo non avviene, e talvolta i cattivi esempi vengono proprio dalla classe dirigente, di noi all’estero invale un concetto non proprio gradevole e con severità siamo giudicati un’Italietta, piuttosto che il grande Paese che meriteremmo di essere se ci emendassimo da certi comportamenti non proprio commendevoli. Questo non accade per i nostri connazionali all’estero, perché dell’Italia offrono, con il loro comportamento e le testimonianze di vita, un’immagine seria ed affidabile, confermandosi essere i migliori ambasciatori del nostro Paese nel mondo.</p>
<p>E tuttavia, in Italia, nella mentalità di larga parte del Paese e della sua classe dirigente, continuano a persistere stereotipi e paternalismi verso i connazionali all’estero, che segnano un deficit di conoscenza del fenomeno migratorio italiano, così limitando le opportunità di valorizzarlo come risorsa d’inestimabile qualità su cui investire. Per chi abbia un minimo d’interesse vero, e d’umiltà, l’avvicinarsi alle nostre comunità all’estero permette di scoprire un patrimonio inimmaginabile di risorse umane, professionali ed imprenditoriali, di valori civili impersonati ed incardinati nelle società dei Paesi d’emigrazione che porta loro una messe di riconoscimenti, guadagnati sul campo in decenni d’impegno competitivo, talvolta contro supponenze e pregiudizi. Oggi gli italiani all’estero sono considerati per il loro valore umano, sociale, creativo ed intellettuale. Hanno raggiunto risultati importanti in ogni campo: nel lavoro, nelle imprese e nei ruoli di responsabilità che espletano nei Paesi in cui vivono. Le generazioni successive alla prima emigrazione, oggi, esprimono una schiera di personalità emergenti in ogni settore della vita sociale e civile, dall’imprenditoria alle professioni, dall’economia alle università, dalla ricerca alla politica.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-61914" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/11/Cram-1--727x1024.jpg" sizes="(max-width: 727px) 100vw, 727px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/11/Cram-1--727x1024.jpg 727w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/11/Cram-1--213x300.jpg 213w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/11/Cram-1--768x1082.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/11/Cram-1-.jpg 1080w" alt="" width="727" height="1024" data-id="61914" /></figure>
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<p><strong>Ma torniamo al tema</strong>. Quando nel secondo dopoguerra si riaprì l’emigrazione e si ripresentarono problemi e difficoltà analoghi a quelli riscontrati a fine Ottocento, ancora una volta si commise l’errore di considerare l’emigrazione di massa come strumento per alleviare la disoccupazione e non si pensò che occorreva togliere subito all’agricoltura l’ancestrale carattere di occupazione non sufficientemente remunerata ed oppressa da intollerabili gravami; che occorreva non disperdere l’artigianato, che occorreva superare le barriere che avevano privato tante popolazioni, e per lungo tempo, della cultura e della formazione professionale. Insomma, si ricadde negli stessi errori, quando di quel salasso di forze non si riusciva a tenere conto, neanche dal punto di vista statistico, mentre era lo specchio della persistenza degli squilibri economici d’uno Stato ancora territorialmente incompiuto, specie nel Meridione. Tutto veniva rimesso all’iniziativa privata, nella speranza che fosse in grado di approntare nuove opportunità di lavoro.</p>
<p>Dunque è evidente che fosse naturale, in presenza d’una sordità sociale così palese, la fuga muta ed ostinata di chi non aveva neanche l’essenziale per la sopravvivenza. Non è il caso d’indagare se ci fosse o meno una coraggiosa spinta imprenditoriale in quegli italiani che dovevano tra difficoltà oggettive costruire uno Stato nuovo ed unitario non solo a parole, ma appare chiara l’insufficiente presa di coscienza dell’emigrazione come problema nazionale, come questione sociale ormai inquietante, come protesta silenziosa e sprezzante. Tutt’al più poteva apparire come fenomeno di disturbo in una fase di assestamento ancora incerta ed immatura. E così l’emigrazione nacque con quel suo carattere, durato più d’un secolo, di spinta incontrollata ed incontrollabile, per mancanza d’un adeguato piano governativo sia di sostegno ai partenti, sia per il riassorbimento delle forze emigrate, nel contesto d’una politica economica programmata che almeno governasse l’emigrazione aiutandola nella fase dell’espatrio come in quella del rientro, con una serie di servizi, tutele e infrastrutture. Questo perché l’uscita dal Paese non fosse un atto d’arrischiata avventura ed il ritorno una faticosa reintegrazione.</p>
<p>La spinta ad emigrare ebbe persino i suoi banditori, come gli agenti delle linee di navigazione ed i rappresentanti degli interessi d’oltreoceano che nei più sperduti paesi d’Italia portavano la suggestione d’una fortuna a portata di mano. Dopo un secolo, di fortuna non si parlava più e la ripresa dell’emigrazione, dal 1946, fu collegata a rapporti di lavoro soprattutto con le industrie estrattive. Tutt’al più si sperava in contratti vantaggiosi, specie per i lavoratori delle miniere rispetto agli scarni trattamenti salariali che allora si fruivano in Italia: A quali costi ce l’avrebbe rivelato nel 1956 la tragedia di Marcinelle. E tuttavia resta nitida la cifra dell’emigrante italiano, a volte un pioniere, un avventuroso ed un campione di coraggio e sobrietà, in altri casi persone che cercavano la sicurezza del pane quotidiano, stabilità del lavoro e qualche forma di protezione sociale. Dall’unità d’Italia ad oggi le migrazioni con l’estero hanno certamente rappresentato un fattore di primaria importanza nell’evoluzione socio-economica del Paese. Solo a partire dagli anni ’70 si è cominciata a delineare un’inversione di tendenza, rivelata prima dall’attenuarsi dei fattori d’espatrio e poi dal passaggio, per i più imprevisto ed inatteso, da paese d’emigrazione a paese d’immigrazione. Ma già nel primo decennio del Duemila, particolarmente dopo la crisi economica mondiale del 2007-2008, in Italia si è ripreso ad emigrare, con uscite che hanno raggiunto talvolta i 150mila esodi in un anno, spesso giovani con formazione universitaria che dentro i confini non hanno trovato opportunità di lavoro. Negli ultimi anni intorno a 130mila sono stati gli esodi.</p>
<p>Tornando al periodo in esame, la fine del secondo conflitto mondiale segna l’avvio d’una ulteriore fase d’intensa emigrazione dall’Italia verso l’estero. L’arretratezza delle strutture di produzione e la continua fuoriuscita di manodopera dal settore agricolo determinano infatti un’ampia disoccupazione, specie nelle regioni meridionali. La promozione dell’emigrazione viene vista come un rimedio agli squilibri interni tra domanda ed offerta di lavoro, tanto che viene pubblicamente proposta con un piano del Governo tendente a favorire gli espatri. Sebbene i fenomeni migratori riguardino anche il nord d’Italia – tanto che le regioni settentrionali tra gli anni ’50 e ’60 vedono aumentare la propria popolazione di diversi milioni di persone provenienti dal meridione – i flussi verso l’estero continuano ad essere la punta più vistosa del fenomeno. I flussi dell’immediato dopoguerra si indirizzano dapprima oltreoceano, in nord e sud America (Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile e Venezuela) come in Australia, poi soprattutto verso i Paesi europei, con picchi di trecentomila espatri l’anno.</p>
<p>Le migrazioni verso l’Europa hanno carattere marcatamente temporaneo, mentre quelle verso altri continenti hanno carattere tendenzialmente stabile. Nella seconda metà degli anni ’60 le destinazioni verso i Paesi europei diventano prevalenti, mentre quelle extracontinentali cominciano a perdere attrattiva già a metà del decennio precedente. Il cambiamento della direzione dei flussi va correlato per un verso alla favorevole congiuntura dell’economia di molti Paesi europei, oltre che alle migliori condizioni sociali e previdenziali offerte anche in ragione di accordi tra Stati dell’appena nata Comunità Europea, come pure dalle più agevoli decisioni di rimpatrio; dall’altro è condizionata dalle sopravvenute difficoltà economiche specie in sud America, ma anche dalle restrizioni introdotte da alcuni Paesi d’oltreoceano. All’inizio prevalgono Francia e Svizzera come mete europee, seguite appena dopo dal Belgio. Qualche anno più tardi è la Germania federale, in piena espansione industriale, ad essere preferita come destinazione.</p>
<p>Nel frattempo, a partire dagli anni ’60, l’Italia conosce il suo “boom economico” e s’avvia a diventare una delle grandi potenze industriali del mondo. I movimenti migratori, già a metà degli anni ’60, cominciano a perdere il carattere di esodo di massa che aveva contraddistinto fino ad allora il fenomeno. Negli anni ’80 la media degli espatri, circa 80.000 unità, vengono pressappoco pareggiati dalla media dei rimpatri, tanto che persino l’Istat nel 1988 interrompe la rilevazione di flussi e l’andamento del fenomeno è rilevabile solamente attraverso le cancellazioni o reiscrizioni sui registri dell’anagrafe dei Comuni. Negli anni ’90 si rileva per la prima volta un bilancio migratorio favorevole ai rientri, mentre si avverte decisamente che l’Italia si sta trasformando in paese d’immigrazione. Anche dai Paesi d’oltreoceano, sebbene in misura molto più contenuta, prevalgono i rimpatri sugli espatri. Il fenomeno mantiene pressappoco lo stesso trend anche nei primi anni Duemila.</p>
<p><strong>Gli italiani residenti all’estero </strong></p>
<p>A partire dall’unificazione del 1861 l’Italia ha conosciuto un espatrio di quasi 29 milioni di persone. Secondo i dati che documenta il Dizionario Enciclopedico Migrazioni Italiane nel Mondo – la prima opera enciclopedica realizzata da 168 autori, tra cui anch’io -, nel periodo 1876-2005 le prime tre regioni con il maggior numero di espatri sul totale sono il <strong>Veneto</strong> (3.212.919), la <strong>Campania </strong>(2.902.427), la <strong>Sicilia</strong> (2.883.552). L’<strong>Abruzzo</strong> è al settimo posto con 1.254.223 espatri. Secondo il penultimo <strong>Rapporto Italiani nel Mondo</strong> (2021) della Fondazione Migrantes, sono <strong>5.652.080</strong> gli italiani che hanno conservato la cittadinanza e sono iscritti all’<strong>AIRE</strong>, l’anagrafe dei residenti all’estero. Sono il 10,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia nell’ultimo anno ha perso quasi 384 mila residenti sul suo territorio (dato ISTAT), ne ha guadagnati 166 mila all’estero (dato AIRE). La <strong>Sicilia</strong>, con oltre 798 mila iscrizioni, è la regione con la comunità più numerosa di residenti all’estero. La seguono, a distanza, la <strong>Lombardia</strong> (oltre 561 mila), la <strong>Campania</strong> (quasi 531 mila), il <strong>Lazio</strong> (quasi 489 mila), il <strong>Venet</strong>o (oltre 479 mila) e la <strong>Calabria</strong> (oltre 430 mila). Sono tre le grandi comunità di cittadini italiani iscritti all’AIRE: nell’ordine, <strong>Argentina</strong> (884.187, il 15,6% del totale), <strong>Germania</strong> (801.082, 14,2%) <strong>Svizzera</strong> (639.508, 11,3%). Seguono, a distanza, le comunità residenti in <strong>Brasile</strong> (poco più di 500 mila, 8,9%), <strong>Francia </strong>(circa 444 mila, 7,9%), <strong>Regno Unito</strong> (oltre 412 mila, 7,3%) e <strong>Stati Uniti</strong> (quasi 290 mila, 5,1%).</p>
<p>Le statistiche ufficiali dei residenti all’estero si riferiscono tuttavia solo alle cifre degli iscritti all’AIRE, per i vari Paesi, essendo rilevabili di anno in anno, come si diceva, dalle iscrizioni anagrafiche dei Comuni. Ben altra però è la popolazione oriunda dei discendenti delle varie generazioni dell’emigrazione italiana che, pur non conservando o non avendo per una serie di ragioni riacquistato la cittadinanza, è italiana per diritto di sangue e delle proprie origini conserva cultura, valori e tradizioni. In termini assoluti <strong>Brasile</strong>, <strong>Argentina</strong> e <strong>Stati Uniti</strong> sono nell’ordine i Paesi che hanno la maggior presenza d’italiani. Quei <strong>29 milioni</strong> di italiani espatriati, con le generazioni successive – siamo alla quarta o alla quinta – hanno prodotto discendenze di padre o di madre, cosicché gli oriundi italiani nel mondo sono diventati <strong>80 milioni</strong>, secondo le più attendibili stime. Abbiamo dunque nel mondo un’altra Italia, ben più grande di quella dentro i confini. Persone fortemente legate alle proprie radici, che amano l’Italia e la chiamano “Patria”, che la amano per la bellezza, per la sua cultura, per le sue tradizioni, per l’immenso patrimonio d’arte. Con quest’altra Italia di 80 milioni di connazionali noi italiani dentro i confini abbiamo un dovere importante, anche morale, verso di loro: di conoscerli meglio, di conoscere le loro storie, inoltre di riconoscerli in tutto il loro valore.</p>
<p>Mettere insieme 140 milioni di italiani che hanno le stesse radici culturali (60 dentro i confini, 80 all’estero – e secondo <strong>Piero Bassetti</strong> ci sarebbero da considerare, in aggiunta, anche altri 110 milioni di “italici”) è una sfida che l’Italia deve finalmente affrontare. Come pure politiche di promozione della lingua e della cultura italiana all’estero, cosa che l’Italia fa poco destinando risorse insufficienti a questo scopo. Ciò nonostante l’italiano è oggi la quarta lingua più studiata al mondo. Chi studia la lingua italiana, pur non essendo italiano, lo fa perché ama l’Italia, ama la cultura italiana, ama il gusto italiano, ama lo stile italiano, ama il modo di vivere degli italiani. L’attenzione verso la nostra cultura è straordinaria. Noi stessi italiani non abbiamo talvolta consapevolezza dell’enorme patrimonio intellettuale, culturale e artistico della nostra Italia, quasi due terzi di quello mondiale. Ci sfugge la dimensione di cosa siamo e cosa rappresentiamo per il mondo intero, in termini di patrimonio artistico e culturale.</p>
<p>Consideriamo ora, più nel dettaglio, le rotte migratorie che furono seguite nella prima emigrazione (1861-1940), e soprattutto dopo il 1945 con la seconda emigrazione. Come accennavo prima, le rotte della prima grande emigrazione si diressero verso gli <strong>Stati Uniti</strong> e i paesi del Sud America, anzitutto <strong>Brasile</strong> e <strong>Argentina</strong>, ma anche <strong>Uruguay</strong> e Cile. Nel secondo dopoguerra, oltre alle appena citate prelazioni verso le Americhe, si aggiunsero destinazioni come il <strong>Canada </strong>e il <strong>Venezuela</strong>, ma anche la nuova rotta dell’<strong>Australia</strong>. C’è poi l’emigrazione massiva nella vecchia Europa, a cominciare dalla <strong>Francia</strong>, alla <strong>Svizzera</strong>, al <strong>Belgio</strong>– soprattutto nelle miniere di carbone grazie al trattato italo/belga -, quindi alla <strong>Germania</strong> in piena ricostruzione e in forte sviluppo industriale.</p>
<p>Ecco alcune cifre sull’emigrazione, solo per dare un’idea senza la pedanteria dei dati statistici che renderebbero pesante questa conversazione. Tuttavia alcuni essenziali numeri sono importanti per capire meglio l’argomento, cioè l’emigrazione italiana nell’arco di circa 150 anni. Si tenga allora conto che l’emigrazione più consistente, in termini assoluti – anche se certe volte questo non appare – è stata quella verso il <strong>Brasile</strong>, paese che ha il maggior numero di oriundi italiani in termini assoluti: circa <strong>25 milioni</strong>.</p>
<p>L’altro Paese con una numerosa comunità italiana è l’<strong>Argentina</strong>. Notevole il numero di argentini con origini italiane. In termini percentuali (non assoluti, che resta il Brasile) l’Argentina è il Paese che ha la più alta percentuale di italiani, circa la metà degli abitanti dell’Argentina, dunque quasi 22 milioni.  C’è una ragione per la scelta dell’Argentina in chi allora partiva con i bastimenti dall’Italia. Tenete conto delle conoscenze e del grado d’istruzione che a fine Ottocento e inizio Novecento aveva la popolazione italiana. Si consideri che chi partiva nella prima emigrazione non aveva formazione scolastica né preparazione professionale, non conosceva la lingua, men che meno rudimenti di conoscenze scientifiche. Erano quasi tutti contadini, e una piccola parte di artigiani. Quindi il miraggio di chi lasciava un Paese dove non aveva proprietà terriera, se non in minima parte, era mezzadro o lavoratore a giornata per proprietari latifondisti, era quello di avere un grande pezzo di terra da coltivare per sé e per i figli numerosi.</p>
<p>Quindi il sogno era quello d’andare in queste nuove terre dell’America latina per avere a disposizione appezzamenti di terreno da poter considerare come proprio, se non addirittura averlo in proprietà. Ci sono state politiche, per esempio in <strong>Brasile</strong>, in base alle quali all’immigrato si dava in proprietà un grande appezzamento di terra in posti sperduti e quasi deserti. Là si costituivano comunità di agricoltori, interi villaggi, proprio grazie ai nostri emigrati. Mi viene in mente il caso di <strong>Pedrinhas Paulista</strong>, in Brasile, dove proprio un gruppo di emigrati abruzzesi costituì, nel secondo dopoguerra, una colonia e una comunità molto coesa. In <strong>Argentina</strong>, particolarmente, qualcosa di simile succedeva nella sterminata estensione della Pampa.</p>
<p>Quelle terre erano importanti per la prima emigrazione italiana, non solo per l’allevamento del bestiame, ma anche per la coltivazione intensiva di cereali e altre colture. Molta parte di italiani partì per l’Argentina negli anni antecedenti la prima guerra mondiale. Le partenze continuarono anche successivamente, nel secondo dopoguerra, ovviamente con obiettivi di occupazione diversa. Perché nel secondo dopoguerra chi partiva aveva già un mestiere, erano artigiani e magari avevano anche un titolo di studio rispetto a quello elementare. Chi oggi visita l’<strong>Argentina</strong>, specie le grandi città – come è capitato a me nei quattro viaggi in quel grande Paese -, proprio perché metà della popolazione ha origini italiane, ha l’impressione di trovarsi in una città europea, certe volte addirittura di stare in una città italiana. Si riconoscono i gusti, il modo di conversare delle persone, il modo di porsi tipico dello stile italiano, del nostro modo di vivere.</p>
<p>Per dare ancora qualche cenno, il terzo Paese per numero di oriundi italiani (emigrati delle varie generazioni) sono gli <strong>Stati Uniti d’America</strong>, con oltre 18 milioni di cittadini di origine italiana. Gli Stati Uniti hanno avuto un atteggiamento molto complicato nei confronti degli italiani. Oggi noi celebriamo la parte bella dell’emigrazione italiana, ma c’è la parte dolorosa che è terribile. Molta parte di questa storia di dolore – fatta di pregiudizi, stigmi, persino disprezzo – riguarda proprio l’atteggiamento degli americani nei confronti degli immigrati italiani della prima ondata migratoria, trattati come una “gente inferiore” – rozza, sporca, incolta, violenta – e con epiteti dispregiativi (<em>dago, guinea, ecc.)</em>. Pensate che dopo l’approvazione della legge voluta dal Presidente Lincoln che abolì la schiavitù, furono emigrati italiani che andarono a sostituire gli schiavi neri che lasciavano le coltivazioni di cotone in <strong>Georgia</strong>, in <strong>Florida</strong>, in <strong>Mississippi</strong>, in <strong>Louisiana</strong> e in altri Stati del sud, talvolta subendo veri e propri linciaggi, come avvenne a <strong>New Orleans</strong> nel 1891 e a <strong>Tellulah</strong> nel 1899.</p>
<p>Andarono, i nostri emigrati, negli Stati del sud, come andarono nelle miniere di carbone del <strong>West Virginia</strong> (Monongah, 1908), della <strong>Pennsylvania</strong>, dell’<strong>Arizona</strong> o in <strong>Colorado</strong>, come soprattutto nelle grandi aree metropolitane e industriali di <strong>New York, Filadelfia, Pittsburgh, Boston</strong>, <strong>Chicago</strong> e <strong>Detroit</strong>. Gli italiani erano visti molto male, con pregiudizio. C’era chi li guardava con sospetto, ma non parlo della parte marcia degli italiani – una estrema minoranza – bande criminali legate alla <em>mafia</em> e alla <em>mano nera</em>. Parlo della stragrande maggioranza degli italiani in America che sudava lacrime e sangue per costruirsi un futuro, subendo talvolta angherie d’ogni sorta, almeno fino a metà Novecento. Basta leggere qualche romanzo dell’epoca, anche di qualche abruzzese – <strong>Pascal D’Angelo</strong> o <strong>Pietro Di Donato</strong>, se non addirittura di un grande della letteratura americana come <strong>John Fante</strong> -, per comprendere chiaramente di quali stigmi gli italiani sono stati vittime.</p>
<p>Si trova anche in queste storie il motivo per il quale molte volte gli italiani hanno americanizzato il proprio nome e cognome, per non farsi riconoscere, per non subire angherie. Per molti decenni hanno evitato di dichiarare le proprie origini, diversamente dall’orgoglio che ora si mostra. Solo dagli anni Trenta del secolo scorso questo orgoglio iniziò pian piano a manifestarsi con le prime parate del <strong>Columbus Day</strong> a New York – un evento fondato nel 1929 da <strong>Generoso Pope</strong> (Generoso Antonio Papa), un magnate italoamericano di origini irpine, poi diventata festività nazionale dell’orgoglio italiano negli States. Lo stigma verso gli italiani è caduto solo nella seconda metà del 900, ma fino ad allora c’era stato questo atteggiamento pesante nei nostri confronti. Solo negli ultimi trent’anni, peraltro, si è potuto accertare quanti oriundi italiani vivono negli Stati Uniti, grazie ad un dato aggiunto nelle schede del censimento generale della popolazione americana, dove si chiedeva l’origine. Caduti i pregiudizi, i nostri connazionali hanno cominciato massivamente a dichiarare le proprie origini. Si è così risaliti ai 18 milioni di oriundi. Ma c’è da ritenere che ci sia persino qualcosa in più di origini italiane.</p>
<p>Nel secondo dopoguerra è cresciuta di molto l’emigrazione verso il <strong>Canada</strong>, un Paese che ha invece accolto gli italiani a braccia aperte e lo ha fatto perché nella Costituzione il multiculturalismo è elevato a valore costituzionale. E’ quindi la Costituzione stessa del Canada ad affermare che le culture, le etnie, le origini diverse della popolazione ascendono a valore costituzionale. C’è stata solo una parentesi brutta riguardo il trattamento degli italiani, come si è detto, durante la seconda guerra mondiale, quando i nostri connazionali di sesso maschile e d’età compatibile con la leva militare furono confinati in campi di concentramento perché ritenuti possibili sodali del regime fascista. Una ferita grave che solo recentemente è stata sanata dall’assunzione di responsabilità storica fatta dal Presidente del Canada, <strong>Justin Trudeau</strong>. Peraltro verso gli italiani c’è stata sempre buona accoglienza. Soprattutto la comunità italiana si è fatta valere ed apprezzare. Oggi in Canada, specie nelle province dell’Ontario e del Quebec, molti sono gli esponenti politici di spicco nelle istituzioni nazionali, Parlamento e Governo, come nelle istituzioni locali e provinciali, a dimostrazione dei ruoli rilevanti che gli italiani si sono conquistati in quel Paese.</p>
<p>C’è infine l’emigrazione del secondo dopoguerra nei Paesi europei. Una presenza forte degli italiani è in <strong>Francia</strong>, in <strong>Germania</strong>, in <strong>Gran Bretagna</strong>, in <strong>Svizzera</strong> e in <strong>Belgio</strong>, in quest’ultimo soprattutto per le miniere. Ricorderete la grande tragedia di <strong>Marcinelle</strong>, dopo la quale cambiò la legislazione sulla sicurezza del lavoro in quel Paese e in quasi tutta Europa. La tragedia colpì soprattutto i nostri emigrati. Nella miniera di <strong>Bois du Cazier</strong> a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, l’8 agosto 1956 morirono <strong>262 minatori</strong> nell’incendio di un pozzo a circa mille metri di profondità. Di 262 vittime <strong>136</strong>erano italiani, e di questi bel 60 erano abruzzesi. Cambiarono, dopo la tragedia, anche i rapporti tra Italia e Belgio, relativamente ad un patto che negoziava braccia contro carbone. Un patto che non aveva stabilito sicurezze nel lavoro, previdenza, diritti dei lavoratori. Tutto però cambiò da quella tragedia.</p>
<p>Qual è oggi la situazione della nostra emigrazione, quali le condizioni delle comunità italiane nel mondo? Oggi gli italiani nei vari Paesi d’emigrazione si sono conquistati stima e prestigio, con ruoli di primaria importanza. Chi era emigrato dall’Italia lasciando luoghi con le più dure difficoltà di vita, proprio tra questi si riconoscono le migliori situazioni di riscatto (ad esempio, le grandi imprese di costruzioni in <strong>Sudafrica</strong>, tante dell’<strong>altipiano delle Rocche</strong>, di Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio, Rovere).Hanno assicurato per sé e la propria famiglia benessere e progresso, ma anche per il proprio Paese e per quello d’accoglienza.</p>
<p>Tutte le volte che all’estero incontro le nostre comunità, la prima parola è di gratitudine neiloro confronti. Le ringrazio a nome personale, le ringrazio a nome della istituzione che di volta in volta ho rappresentato. Ma le ringrazio anche a nome dell’Italia, per via del mio lungo servizio nelle istituzioni. Lo faccio per sopperire anche chi, avendo funzioni di governo (locale, regionale o nazionale) talvolta dimentica d’esprimere gratitudine verso i nostri emigrati, certe volte dimentica perfino d’incontrare le loro associazioni. Bisogna invece essere sempre loro grati per il servizio straordinario che hanno fatto all’Italia. Non solo quello di aiutare l’Italia nella rinascita dopo due guerre mondiali, con le loro rimesse di valuta pregiata. Sappiamo quanto questo ha rappresentato nell’economia italiana per la ricostruzione del Paese dopo la guerra e per avviare il nostro sviluppo economico.</p>
<p>Ma le comunità italiane nel mondo, oltre l’aspetto economico, sono state soprattutto utili – e questo è l’aspetto ancora più rilevante – per aver dato un’immagine dell’Italia di assoluta qualità, per aver dimostrato di quale pasta è fatta la gente italiana. Hanno avuto la schiena diritta, si sono guadagnati la stima e il prestigio, si sono affermati in società fortemente competitive in tutti i campi: nell’economia, nell’imprenditoria, nella ricerca, nella cultura, nelle università, persino nei Parlamenti e nei Governi. Hanno saputo dimostrare di essere gente seria, affidabile, rispettosa della legge, addirittura migliore delle persone native di quei Paesi. Hanno saputo affermarsi in ogni campo e poi hanno saputo mettere quel <em>quid</em> in più che tutti ci riconoscono: la capacità degli italiani di coltivare le relazioni, di avere buoni rapporti sociali, soprattutto di avere quella creatività e quel talento tipico italiano che a tutti fa particolarmente meraviglia.</p>
<p>Questa è l’Italia gloriosa che al di fuori dei confini ha dato dimostrazione della positività della gente italiana. Certe volte ha persino cambiato l’atteggiamento che in molti Paesi si aveva nei confronti dell’Italia. Perché noi qualche difetto pure ce l’abbiamo, come quello di cercare scappatoie alla legge, il poco rispetto per le regole, i bizantinismi della classe politica incomprensibili all’estero, la corruzione nella pubblica amministrazione e così via. Aspetti gravi che dovremmo correggere, ma che all’estero, specie nei Paesi anglosassoni o di tradizione protestante, restano assai censurabili e anziché quel grande Paese che l’Italia è o potrebbe essere, siamo visti ancora con sufficienza.</p>
<p>Abbiamo dunque necessità di migliorare noi stessi anche sullo specchio di quello che hanno fatto i nostri connazionali all’estero. Ma soprattutto abbiamo il dovere morale di conoscere e di far conoscere la storia della nostra emigrazione. Dobbiamo operare perché entri nelle nostre scuole, perché sia studiata dai nostri ragazzi, perché entri nelle università e perché l’Italia dentro i confini conosca bene l’Italia fuori. Quante opportunità potrebbero nascere per il nostro Paese con un rapporto nuovo e maturo tra queste due Italie, dentro e fuori i confini, che si conoscono e riconoscono, sulla comunione della lingua e della cultura, sulla consapevolezza d’essere e di sentirsi un solo grande Paese in cammino, anche con la parte fuori dai confini.</p>
<p>Infine, con la diffusione della lingua e della cultura italiana cammina il Made in Italy, camminano i commerci, cammina tutto. Cammina soprattutto il modo di far conoscere ancor di più l’Italia in tutto il mondo. E ovviamente averne un riverbero importante, per il turismo in particolare, uno dei maggiori cespiti della nostra economia, specie oggi che abbiamo le difficoltà che stiamo vivendo. Quanto sarebbe importante avere un’Italia che contasse 140 milioni d’italiani (60 in Italia, altri 80 all’estero), per sviluppare fortemente il turismo, anche il turismo delle radici, per valorizzare in termini economici ed occupazionali lo straordinario patrimonio d’arte, storia e cultura che l’Italia può vantare, uno straordinario cespite che ammonta a quasi due terzi rispetto a quello dell’intero pianeta.</p>
<p><strong>Gli Abruzzesi nel mondo</strong></p>
<p>Infine, un breve focus sull’emigrazione abruzzese. Secondo il recente Rapporto Italiani nel Mondo ante pandemia (2020), nell’anno di riferimento (1.1.2019) su una popolazione residente di <strong>1.311.580</strong>abitanti, gli abruzzesi iscritti all’AIRE sono 189.720, delle province di Chieti (77.304), L’Aquila (41.457), Teramo (36.331), Pescara (34.628). Nell’ordine questi sono i primi 10 Paesi dove essi vivono: <strong>Argentina, Svizzera, Belgio, Germania, Francia, Venezuela, Canada, Stati Uniti d’America, Australia, Brasile</strong>. Come abbiamo già ampiamente argomentato, questo dato riguarda solo chi è iscritto all’anagrafe dei residenti all’estero, che ha conservato o riacquistato la doppia cittadinanza, con il diritto di voto alle elezioni politiche nazionali e referendum. Sono solo una piccola parte della massa di oriundi abruzzesi nel mondo delle varie generazioni migratorie, stimati affidabilmente in oltre un milione e trecentomila.</p>
<p>Dopo la grande emigrazione a cavallo tra ‘800 e prima metà del ‘900 che aveva visto l’emigrazione abruzzese dirigersi principalmente in <strong>Argentina, Brasile, Stati Uniti</strong>, nel secondo dopoguerra i flussi migratori dall’Abruzzo prediligono <strong>USA, Canada, Venezuela, Australia </strong>e l’Europa (<strong>Germania, Svizzera, Francia, Belgio</strong> e <strong>Regno Unito</strong>). Se in genere sono state dure le condizioni degli emigrati italiani per affrancarsi dai problemi patiti dalla prima generazione migratoria, per gli Abruzzesi lo sono state ancor più. Riscattando le condizioni di povertà dignitosa che furono alla base della loro emigrazione in ogni continente, lasciando i borghi delle nostre montagne grame o i paesi delle pianure ancora soggiogate dal latifondo, gli Abruzzesi hanno contribuito, specie nell’ultimo mezzo secolo, alla crescita dei Paesi d’accoglienza, conquistando stima e considerazione con il generoso esempio di vita che hanno saputo dare. In quelle stesse terre, dal nord al sud America, dall’Africa all’Australia, in ogni paese della vecchia Europa, essi hanno realizzato una fitta rete associativa che se da un lato ha conservato l’identità regionale, dall’altro costituisce un cespite su cui sono edificate le ragioni stesse del riconoscimento da parte di quelle società.</p>
<p>Il mondo associativo abruzzese – quello all’estero, ma anche quello in Italia, fuori regione – è assai vivace nelle iniziative e nelle attività d’ordine sociale, culturale e mutualistico, con lo scopo di custodire e valorizzare la cultura e le tradizioni regionali, come di contribuire allo sviluppo delle attività di promozione condotte dalla Regione Abruzzo all’estero. Attualmente l’associazionismo sta vivendo un momento di transizione importante, tra le generazioni prima e seconda con le generazioni successive, nella ricerca di motivazioni nuove che siano capaci di aggregare i giovani, con interessi ed iniziative diverse da chi finora ha coltivato solo ricordi e tradizioni. Può certamente inorgoglire un dato, osservato incontrando le comunità abruzzesi d’ogni continente.</p>
<p>Contrariamente a quanto lascerebbe supporre l’antico isolamento dell’Abruzzo, la dispersione in piccoli borghi di montagna che certamente non favorivano le relazioni, gli abruzzesi all’estero e le loro associazioni si pongono in condizioni di assoluta preminenza rispetto alle altre associazioni regionali, spesso divenendo punti di riferimento per capacità d’iniziative sociali e culturali e motivo di emulazione. A conferma, e per concludere, voglio citare il caso constatato direttamente nella visita che di qualche settimana fa in Canada, in occasione del <strong>50° anniversario del Centro Abruzzese Canadese di Ottawa</strong>. Tra i vari riconoscimenti del valore e del ruolo svolto dalla comunità abruzzese nella capitale del grande Paese nordamericano, c’è stato quello del <strong>Primo Ministro Justin Trudeau </strong>espresso in un messaggio d’augurio recapitato al Presidente del Centro Abruzzese Canadese Inc. <strong>Nello Scipioni</strong>, davvero un messaggio straordinario ed eccezionale per essere rivolto ad una comunità regionale.</p>
<p><strong><em>Ho il grande piacere di trasmettere i miei più calorosi saluti in occasione del 50° anniversario del Centro Abruzzese Canadese Inc. Nel Paese dove la più grande forza è la diversità, i contributi che la comunità abruzzese ha apportato e continua ad apportare ogni giorno sono tutti assolutamente preziosi. Grazie per l’aiuto a fare del Canada il miglior luogo dove vivere al mondo.</em></strong></p>
<p><strong><em>In un’epoca dove le voci seminano la divisione, organizzazioni come la vostra, che riuniscono le persone e le incoraggiano a celebrare la loro diversità e ad essere orgogliose della loro eredità culturale, sono più importanti che mai. Perché voi aiutate a far tacere quelle voci.</em></strong></p>
<p><strong><em>A tutta la squadra dietro il Centro: grazie per tutto quello che fate. Vi auguro niente di meno che altri 50 anni di continuo successo, crescita e ispirazione.</em></strong></p>
<p><strong><em>Voi avete tutta la mia solidarietà e la mia gratitudine.</em></strong></p>
<p><strong><em>Justin Trudeau</em></strong></p>
<p><em>Primo Ministro del Canada</em></p>
<p>….</p>
<p>Photo cover by Rafael Petrocco: *Goffredo Palmerini giornalista e scrittore &#8211; ambasciatore degli Abruzzesi nel mondo</p>
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		<title>Enzo Iacovozzi insignito dal sindaco di Hildesheim con la più alta onorificenza civica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Palmerini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Feb 2023 06:52:43 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Abruzzesi nel mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="678" height="381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/75AF3EA3-FD68-4D27-B5DD-585585FBA42B.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/75AF3EA3-FD68-4D27-B5DD-585585FBA42B.png 678w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/75AF3EA3-FD68-4D27-B5DD-585585FBA42B-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/75AF3EA3-FD68-4D27-B5DD-585585FBA42B-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p>Abruzzese, emigrato in Germania nel 1965, ha svolto un’opera significativa nelle relazioni italo-tedesche, tesa a costruire ponti tra le due comunità e, tra le due culture. L’AQUILA – Il 16&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Abruzzese, emigrato in Germania nel 1965, ha svolto un’opera significativa nelle relazioni italo-tedesche, tesa a costruire ponti tra le due comunità e, tra le due culture.</em></p>
<p>L’AQUILA – Il 16 febbraio scorso il sindaco di Hildesheim, <strong>Ingo Meyer</strong>, in una cerimonia solenne tenutasi nell’Aula consiliare del Comune, ha conferito ad <strong>Enzo Iacovozzi</strong> la più prestigiosa onorificenza civica, la <strong>Hildesheimer<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-66583" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-173x300.jpeg" alt="" width="173" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-173x300.jpeg 173w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-590x1024.jpeg 590w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-768x1334.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-884x1536.jpeg 884w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-1170x2032.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B-585x1016.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/D79D081D-75D0-43C6-8938-14D02822DA8B.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 173px) 100vw, 173px" /> Kreuzbrakteat d’oro</strong>, che viene assegnata quale riconoscimento degli alti meriti nei servizi resi alla città.</p>
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<figure class="alignright size-medium is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52308" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Moneta-doro-di-Hildesheim-300x150.jpg" sizes="(max-width: 184px) 100vw, 184px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Moneta-doro-di-Hildesheim-300x150.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Moneta-doro-di-Hildesheim.jpg 692w" alt="" width="184" height="92" /></figure>
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<p>La medaglia d’oro riproduce un’antica moneta – il bracteato di Hildesheim, coniato nel periodo compreso tra il 1171 e il 1190 – sulla quale è raffigurata una croce cristiana con iscrizione latina intorno al bordo “<em>Ego sum Hildensemensis</em>”, io sono un cittadino di Hildesheim. Alla cerimonia hanno partecipato il <strong>Console Generale d’Italia</strong> ad Hannover, <strong>David Michelut</strong>, numerosi rappresentanti di associazioni culturali cittadine, collaboratori e amici dell’insignito.</p>
<p><strong>Enzo Iacovozzi</strong> arrivò a <strong>Hildesheim </strong>nel 1965 dall’<strong>Abruzzo</strong>, emigrato in Germania da <strong>Palmoli</strong>, in provincia di Chieti. A causa della prematura scomparsa della madre, insieme ai fratelli, egli fu costretto a raggiungere il padre che lavorava in Germania. Aveva con sé la licenza di avviamento professionale con il quale seguì un programma di formazione lavoro presso l’azienda Dageförde di quella città, poi lavorando in altre aziende progrediva nella qualificazione professionale, mentre continuava a studiare fino al diploma di perito elettrotecnico e formatore di apprendisti. Una condizione che gli permetteva di aprire un negozio-laboratorio di radiotecnica e Tv, come in effetti fece nel 1978 avviando la sua azienda commerciale “Enzo Tv”, tenuta fino al 2001, quando è andato in pensione.  Accanto al lavoro e alla formazione continua, brillantemente portati avanti, poi ancor più dopo la quiescenza, <strong>Iacovozzi </strong>ha sempre condotto un’intensa attività sociale tesa a costruire ponti tra le due comunità, tedesca e italiana, e tra le due culture. E’ così diventato così una figura di spicco a <strong>Hildesheim</strong>, per i suoi meriti sociali, tanto che la città ha voluto riconoscerli tributandogli la più alta onorificenza. Meriti apprezzati anche in Italia dal Presidente della Repubblica, <strong>Sergio Mattarella</strong>, che nel 2017 lo ha nominato Cavaliere, anche in ragione del suo servizio quale corrispondente consolare a beneficio della comunità italiana nella giurisdizione del Consolato di Hannover. <strong>Enzo</strong> ha sempre sentito <strong>Hildesheim</strong> come la sua seconda città, alla quale ha dedicato ogni energia morale, nell’impegno solidaristico e culturale.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52307" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Ingo-Meyer-Enzo-Iacovozzi-David-Michelut-1024x484.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Ingo-Meyer-Enzo-Iacovozzi-David-Michelut-1024x484.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Ingo-Meyer-Enzo-Iacovozzi-David-Michelut-300x142.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Ingo-Meyer-Enzo-Iacovozzi-David-Michelut-768x363.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Ingo-Meyer-Enzo-Iacovozzi-David-Michelut-1536x727.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Ingo-Meyer-Enzo-Iacovozzi-David-Michelut-2048x969.jpg 2048w" alt="" width="1024" height="484" /></figure>
<p>Il sindaco <strong>Ingo Meyer</strong>, aprendo la cerimonia, nel suo intervento ha richiamato nel dettaglio l’opera meritoria di <strong>Enzo Iacovozzi</strong>. Riportate di seguito, tra l’altro, le considerazioni svolte dal sindaco a motivazione del riconoscimento. “<em>Egregio signor Cavaliere Iacovozzi, signor Console Generale David Michelut, accompagnatori del signor Iacovozzi e cari ospiti, vorrei darvi il benvenuto nel Municipio di Hildesheim, dove il signor Iacovozzi va e viene da anni. Con il suo impegno costante e la sua vitalità, non ci si accorge nemmeno che ha ormai 80 anni. Colgo l’occasione per congratularmi personalmente con lui. A Hildesheim una vasta gamma di impegni onorari oggi apprezziamo, il lavoro di una vita dal 1965: apprendista e tirocinante in aziende radiotelevisive, poi maestro in tecnica radiotelevisiva, quindi il lavoro autonomo con la sua azienda in Marienburger Platz fino al 2001. Nel 1978 promotore e cofondatore del giornale di quartiere “Auf der Höhe”, promotore e organizzatore di numerosi mercatini delle pulci, il cui ricavato devolveva per buone cause, ad esempio scuole, asili, ecc., collaboratore nella Missione Cattolica Italiana, la Chiesa per gli italiani in Germania nell’area di Hannover-Hildesheim. Vicepresidente della Società italo-tedesca di Hildesheim, collaboratore della Società Ornitologica nell’organizzazione di viaggi in Italia di esperti e ricercatori del sodalizio, fino ad oggi. Promotore nel 2000 del Gemellaggio con Pavia sotto l’allora sindaco di Hildesheim Kurt Machens, al quale do oggi un caloroso benvenuto, Enzo da allora presidente del gemellaggio Hildesheim-Pavia. E ancora il suo impegno a favore delle vittime del terremoto in Italia – Abruzzo, Umbria, Marche – come della disastrosa ‘alluvione a Pavia. E il suo sostegno all’associazione antimafia LIBERA, e l’organizzazione di eventi di beneficenza, il cui ricavato è stato destinato alle zone colpite da calamità. Da ultimo la campagna di raccolta fondi per il Policlinico San Matteo di Pavia, durante la pandemia da Coronavirus, l’iImpegno da diversi decenni per le buone relazioni con l’Italia e quindi per il bene comune. Inoltre la sua collaborazione con il Consolato Generale d’Italia di Hannover, dal 2013 Corrispondente Consolare della Repubblica Italiana, le molteplice attività di volontariato offrendo aiuto e sostegno agli italiani in Germania; svolgendo questi compiti mettendo da parte interessi privati e personali. Grande il supporto della sua famiglia, grande forza egli trae dal sostegno della moglie Renate, anch’essa più volte attiva in loco. Enzo Iacovozzi sa sempre come motivare le persone, portarle con sé e ispirarle con le sue idee. È e rimane un modello, perché non solo parla, ma fa sempre qualcosa. Il suo talento organizzativo è leggendario. </em>La città di Hildesheim – ha concluso il sindaco <strong>Meyer</strong> – ha quindi un grande debito di gratitudine nei suoi confronti. È quindi un grande onore per me consegnare oggi a <strong>Enzo Iacovozzi</strong> la Medaglia d’oro Kreutzbreaten a nome della Città di Hildesheim.” Ha quindi invitato il Console Generale d’Italia<strong>, David Michelut</strong>, a portare il suo saluto<em>.</em></p>
<p>Non formale l’intervento del <strong>Console Michelut</strong>, il quale, ringraziando il sindaco, ha tra l’altro detto: <em>“Sono molto lieto di essere qui tra voi questa sera. Lo sono per il piacere di essere stato invitato a presenziare a questa importante cerimonia, e lo sono per un nostro concittadino particolarmente conosciuto e apprezzato sia dai suoi concittadini qui a Hildesheim che dalla comunità italiana che vive nella nostra circoscrizione consolare. Enzo Iacovozzi è da decenni attivo nell’associazionismo e nelle attività di carattere sociale, caritativo e culturale, e in particolare nella cura dei rapporti tra Germania e Italia. Ha lavorato a lungo per la Missione Cattolica Italiana di Hannover-Hildesheim e attualmente è membro del direttivo dell’associazione “Brücke der Kulturen” e della Associazione Ornitologica, con cui si reca periodicamente in Italia. Come corrispondente consolare – un ruolo, lo ricordo, onorifico – rappresenta dal 2013 un sostegno importante per il Consolato e per gli italiani di Hildesheim; numerose anche le sue collaborazioni con il Comites, il Comitato degli Italiani all’Estero, che nel 2008 gli ha conferito il premio omonimo. È da molti anni vicepresidente della Deutsch-Italienische Gesellschaft della sua città, guidata attualmente dal Dr. Christian Vogel. Nel 2017 il mio predecessore Flavio Rodilosso lo ha insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Enzo Iacovozzi ha compiuto da pochi giorni ottant’anni, e mi pare che non ci sia regalo di compleanno più bello, per lui, che ricevere questa nuova, importante onorificenza: ilKreuzbrakteaten d’oro per mano del Sindaco dr. Ingo Meyer. Un’onorificenza che suggella un cammino ultradecennale di impegno, di instancabile volontà di dialogare e far dialogare tedeschi e italiani ad ogni livello, dall’alta cultura all’ambito enogastronomico, dai rapporti prettamente istituzionali alle relazioni con ogni singola persona con cui Enzo ha avuto e ha a che fare nei tanti mercatini, mostre, gite, conferenze, concerti, corsi di cucina, degustazioni di vini, feste che ha organizzato o coorganizzato. Faccio ad Enzo i migliori complimenti per questo notevole premio e auguro di cuore a lui e a tutti noi ancora numerosi ed efficaci anni di attività, ad Hildesheim come ad Hannover, a Pavia come nel suo amatissimo Abruzzo. Grazie”.</em></p>
<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52310" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-1024x768.jpg" sizes="(max-width: 398px) 100vw, 398px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-1024x768.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-300x225.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-768x576.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-1536x1152.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-678x509.jpg 678w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-326x245.jpg 326w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1-80x60.jpg 80w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/02/Autorita-e-alcuni-ospiti-dellevento.1.jpg 2048w" alt="" width="398" height="298" /></figure>
<p>Sono seguite diverse testimonianze di congratulazioni verso l’insignito. <strong>Christian</strong> <strong>Vögel</strong>, da oltre 30 anni presidente dell’associazione italo tedesca di Hildesheim, ha sottolineato come <strong>Enzo Iacovozzi</strong> non ha operato da solo, ma ha avuto la capacità di coinvolgere molte persone per realizzare i suoi progetti e le sue iniziative. Grazie ai suoi contatti Enzo non solo ha organizzato eventi conviviali, ma si è speso anche per fornire aiuto nei momenti difficili in soccorso di varie calamità. <strong>Bernd Galland</strong>, presidente dell’associazione ornitologica di Hildesheim, ha messo in risalto la capacità dell’amico Enzo di motivare le persone a continuare i rapporti di amicizia con l’Italia, organizzando viaggi in Abruzzo e in provincia di Pavia: un esempio vivente di “ponte tra le culture”. <strong>Hartmut Häger</strong> lo ha definito un bravissimo organizzatore e un <em>gigolo</em> … perché, come dice Enzo stesso “per fare il commerciante bisogna essere un po’ <em>gigolo!</em> Ha poi raccontato con esempi la capacità di Enzo nel coinvolgere le persone nelle sue diverse iniziative.  Tra le cose più belle insegnate ai suoi collaboratori c’è quella di festeggiare dopo aver lavorato, perché aiuta a stare bene insieme. Grazie all’aiuto della moglie Renate ha organizzato corsi di cucina, incontri gastronomici e degustazioni di prodotti italiani sempre molto apprezzati. <strong>Riccardo Nanini</strong>, vicepresidente della Associazione Culturale Italo tedesca di Hannover, annota un altro insegnamento ricevuto da Enzo, e cioè che alla cultura non appartengono solo le grandi opere di musica classica, di pittura o di letteratura, bensì “tutto quello che le persone riescono a fare, tutto ciò che lega e accomuna le persone è cultura”, compresa la gastronomia. Molto personale la testimonianza di <strong>Mariella Costa</strong>, funzionaria del Consolato italiano ad Hannover, legata da lunga amicizia con <strong>Enzo Iacovozzi</strong>. Lo ha ringraziato per il suo amore per l’Italia e per l’entusiasmo contagioso, congratulandosi con lui per il conferimento di una onorificenza così prestigiosa.</p>
<p>Il <strong>Cav. Iacovozzi</strong>, fortemente emozionato per la serata in suo onore, ha ringraziato commosso il Sindaco e il Console Generale mentre gli consegnavano la <strong>Hildesheimer Kreuzbrakteat d’oro. </strong>Ha poi ringraziato tutte le persone che hanno collaborato con lui consapevole che lui stesso non avrebbe potuto fare tutto senza il supporto dei tanti amici e della sua famiglia. Poi, a degna conclusione dell’evento, ha invitato gli ospiti a festeggiare con lui in un’agape fraterna, durante la quale sono continuate le sottolineature della sia infaticabile opera di organizzatore e promotore culturale. Si ricordano le letture di autori italiani nella libreria Decius, l’organizzazione di concerti e mostre di artisti italiani, l’evento commemorativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia, l’arrivo degli zampognari abruzzesi e il loro memorabile concerto di Natale con musiche pastorali, gli stand con prodotti tipici italiani al Giardino della Maddalena, la Giornata della memoria con l’eccidio nazista del 27 marzo 1945 a Hildesheim di 130 prigionieri italiani adibiti al lavoro coatto, le numerose degustazioni della gastronomia italiana. E tanto altro ancora.</p>
<p>Chi scrive è testimone del talento organizzativo e del travolgente entusiasmo di <strong>Enzo Iacovozzi</strong>. Specie riguardo le missioni della <strong>Società Ornitologica di Hildesheim</strong>, quand’egli viene in Abruzzo a programmare per tempo le campagne scientifiche della Società, visitando in anteprima luoghi, alberghi, i migliori percorsi, i borghi e le città da far visitare, le trattorie tipiche della cucina abruzzese. Agli appassionati visitatori che egli accompagna in Abruzzo non resta che scoprire le sorprese intriganti che Enzo ha meticolosamente preparato. Le altre scoperte le fanno poi loro, gli ornitologi ma anche finissimi botanici, nel trovare nei parchi naturali abruzzesi, la cui estensione tutelata e protetta è pari a un terzo del territorio regionale, rarissime piante altrove scomparse o uccelli mai visti se non in Abruzzo. Anche chi scrive <strong>Enzo</strong> arruola come guida turistica, per far conoscere le meraviglie d’arte e d’architettura della città dell’Aquila, le sue singolarità, la straordinaria storia urbana della città capoluogo d’Abruzzo, sin dalla sua stessa fondazione. Bisogna poi aggiungere che Enzo da molti anni presiede, con notevole impegno e passione, la sezione dell’<strong>Associazione Italo-Tedesca</strong> di Hildesheim, 350 soci nella città, ma 20mila in tutta la Germania. Un sodalizio che promuove la reciproca conoscenza della storia, della lingua e della cultura dei due Paesi. <strong>Enzo</strong> <strong>Iacovozzi</strong> rivela come per i Tedeschi l’associazione diventi straordinaria occasione di conoscenza dell’Italia, dei costumi, delle tradizioni, della cucina, del paesaggio italiano e delle meraviglie d’arte delle nostre città. E dello stile di vita italiano, che tanto ammirano. Sicché egli diventa ogni anno un certosino stratega, ricercando le migliori soluzioni logistiche per i gruppi che accompagna in Abruzzo, da vero anfitrione. Un’attitudine di servizio, la sua, che <strong>Hildesheim</strong>non poteva che premiare.</p>
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<p><strong>Hildesheim</strong> è un’antica città di oltre centomila abitanti, situata nella <strong>Bassa Sassonia</strong> ad una trentina di chilometri da <strong>Hannover</strong>. Era definita la “Norimberga del Nord” per avere uno dei centri storici più suggestivi e meglio conservati della Germania, grazie al patrimonio intatto di circa 1500 case a graticcio, di cui la metà, le più antiche, risalenti ai secoli XVI e XVIII finemente decorate con rilievi policromi che variavano dal gotico al barocco. Era anche considerata la capitale dell’arte romanica del periodo ottoniano. Nel Medioevo la città aveva conosciuto un forte sviluppo artistico ed economico, grazie alla sua posizione privilegiata sulla via dei commerci che congiungeva Bruges a Novgorod. Purtroppo il 22 marzo 1945, un mese prima dalla fine della guerra, <strong>Hildesheim</strong> fu bombardata a tappeto subendo la distruzione pressoché totale del suo prezioso patrimonio architettonico. Ricostruita nel dopoguerra, dalle rovine del suo centro storico poterono tuttavia rinascere l’antica <strong>Cattedrale di Santa Maria Assunta</strong>, sorta prima dell’anno Mille, e la <strong>Chiesa abbaziale di San Michele</strong>, che era stata edificata tra il 1010 e il 1022 con architetture che volgevano già verso il romanico. Ora i due templi sono entrambi dichiarati dall’<strong>Unesco</strong> patrimonio dell’umanità. Ricostruito nelle antiche forme anche il patrimonio architettonico che contorna la Piazza del Mercato, sulla quale affacciano il Municipio del 1268, la Casa dei Templari nel suo stile gotico, la Casa dei Panettieri, la splendida Casa dei Macellai, alta otto piani dove ora è il <strong>Museo civico</strong>, mentre sull’altro lato insistono la Casa dei Tessitori e le Case dei Birrai. Davvero un magnifico contesto urbano che in parte richiama quale magnificenza e bellezza avesse il centro storico di <strong>Hildesheim</strong>prima del terribile bombardamento alleato. In questa città accogliente <strong>Enzo Iacovozzi</strong> ha saputo dare il meglio di sé.</p>
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