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		<title>L’11 settembre infernale e la tempra dei grandi reporter</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 17:32:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1143" height="662" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470.jpeg 1143w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-300x174.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-1024x593.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-768x445.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/IMG_5470-585x339.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1143px) 100vw, 1143px" /></p>
<p>di Mimma Cucinotta e Domenica Puleio Terzani e Fallaci, due giornalisti davanti alla stessa tragedia, espressione di una stagione irripetibile del giornalismo d’inchiesta, oggi così spesso svilito. Il lavoro sul&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/10/l11-settembre-infernale-e-la-tempra-dei-grandi-reporter/">L’11 settembre infernale e la tempra dei grandi reporter</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mimma Cucinotta e Domenica Puleio</strong></p>
<p><em><br />
Terzani e Fallaci, due giornalisti davanti alla stessa tragedia, espressione di una stagione irripetibile del giornalismo d’inchiesta, oggi così spesso svilito. Il lavoro sul campo, le testimonianze, la ricerca e la conoscenza dei luoghi contro la semplificazione della storia. Due giorni prima dell’attacco, l’assassinio del Leone del Panjshir segnava un funesto preludio. Venticinque anni dopo, il nostro ricordo di quel maledetto giorno del 2001 in redazione, si intreccia con le domande di Terzani e con l’eredità di quella stagione&#8230;</em></p>
<p>di <strong><em>Mimma Cucinotta e Domenica Puleio</em></strong></p>
<p>L’<strong>11 settembre 2001</strong> il mondo cambiò volto. Non soltanto per ciò che accadde a <strong>New York, Washington</strong> e nei cieli degli Stati Uniti. Cambiò per la percezione che da quel giorno avremmo avuto della sicurezza, della guerra, del terrorismo, dell’Islam, dell’Occidente e persino della nostra idea di libertà. Fu una frattura nella storia contemporanea. Un prima e un dopo.<br />
Vent’anni dopo, nel <strong>2021</strong>, <strong>l’Afghanistan</strong> tornò nelle immagini del mondo con la fuga degli occidentali e il ritorno dei <strong>talebani</strong> a Kabul. Nel frattempo erano passate guerre, invasioni, attentati, accordi, ritiri militari, promesse di ricostruzione e nuove crisi internazionali.<br />
Oggi, <strong>a venticinque anni </strong>dall’11 settembre, la domanda resta quella che <strong>Tiziano Terzani </strong>pose allora, con  una lucidità  sempre attuale. Quale risposta avrebbe potuto rendere migliore il mondo dopo quella tragedia?<br />
<strong>Quel giorno eravamo in redazione.</strong></p>
<div class="wp-block-image">
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</div>
<p>Era una normale mattinata di lavoro quando, ricevemmo la telefonata concitata di <strong>Carmelo Garofalo, </strong>nostro direttore e fondatore dello storico giornale <strong>L’Eco del Sud – Messina Sera</strong>, sito al tempo sul Viale Principe Umberto 67/D, che sollecitò ad accendere il televisore.<br />
A New York stava accadendo qualcosa di terribile.<br />
Ricordiamo ancora quelle immagini. Fumo, polvere, cenere. Le Torri avvolte da una nube che sembrava irreale. Nella redazione cercavamo di comprendere ciò che stavamo vedendo, mentre le immagini televisive arrivavano senza interruzione e la dimensione della tragedia diventava, minuto dopo minuto, sempre più evidente.<br />
Poi vedemmo l’aereo entrare nella Torre.<br />
Fu uno di quei momenti nei quali il giornalista, insieme al resto del mondo, si trovò ad assistere in diretta a immagini terrificanti che stavano sconvolgendo la storia.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img decoding="async" class="wp-image-59374" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/09/11-settembre-2001.jpg" sizes="(max-width: 439px) 100vw, 439px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/09/11-settembre-2001.jpg 439w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/09/11-settembre-2001-300x206.jpg 300w" alt="" width="439" height="302" /></figure>
</div>
<p>Le <strong>Twin Towers</strong>, fino a quel momento simboli rappresentativi di New York e della potenza economica americana, scomparvero davanti ai nostri occhi.<br />
In quella redazione, come in migliaia di altre nel mondo, cominciammo a lavorare mentre ancora cercavamo di capire. Le informazioni arrivavano frammentarie, le immagini erano drammatiche, le notizie si susseguivano con una rapidità incessante.<br />
Da quel momento, l’11 settembre sarebbe stata una data drammatica della storia contemporanea e, per noi, un ricordo personale, legato a quel terribile pomeriggio in redazione, alla voce del direttore al telefono e alle immagini che nessuno di noi avrebbe più dimenticato.<br />
Il <strong>primo aereo aveva colpito la Torre Nord alle 8.46 del mattino, ora di New York</strong>. Diciassette minuti dopo, alle 9.03, il secondo Boeing entrò nella Torre Sud. Quella seconda esplosione fu vista in diretta da milioni di persone. Il mondo vide la storia accadere in diretta.<br />
Alle 9.37 un terzo aereo colpì il Pentagono. Alle 10.03 il volo United 93 precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri che tentarono di riprendere il controllo dell’aereo.<br />
Le Torri crollarono una dopo l’altra.<br />
Alla fine furono 2.977 le vittime, senza contare i 19 dirottatori.<br />
Quel giorno crollarono le Torri Gemelle e iniziò un’altra storia.<br />
Per comprendere il clima di quelle ore occorre tornare indietro di appena due giorni.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-large is-resized"><img decoding="async" class="wp-image-37273" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-1024x1024.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-1024x1024.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-300x300.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-150x150.jpg 150w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-768x768.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-1536x1536.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Ahmad_Massoud-2048x2048.jpg 2048w" alt="" width="1024" height="1024" /></figure>
</div>
<p>Il 9 settembre 2001 <strong>Ahmad Shah Massoud</strong>, il comandante tagiko conosciuto come il <strong>Leone del Panjshir </strong>e principale avversario dei talebani, fu <strong>assassinato</strong> da due uomini che si presentarono come giornalisti e nascosero l’esplosivo all’interno della loro attrezzatura. L’attentato fu attribuito ad <strong>al-Qaida</strong> e successivamente ricostruito come un’operazione ordinata da Osama bin Laden.<br />
La morte di Massoud, avvenuta appena 48 ore prima dell’attacco agli Stati Uniti, assunse così un significato ancora più inquietante.<br />
<strong>Massoud rappresentava una delle principali forze di opposizione al regime talebano. </strong>Il suo assassinio eliminava una figura fondamentale proprio alla vigilia di quella che sarebbe diventata una nuova fase della storia dell’Afghanistan.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-37274" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Osama_bin_Laden_portrait.jpg" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Osama_bin_Laden_portrait.jpg 400w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/09/Osama_bin_Laden_portrait-248x300.jpg 248w" alt="" width="400" height="484" /></figure>
</div>
<p>Pochi giorni dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avrebbero indicato al-Qaida e <strong>Osama bin Laden</strong> come responsabili degli attentati. Il <strong>7 ottobre</strong> sarebbe iniziata <strong>l’operazione militare americana in Afghanistan.</strong><br />
La guerra al terrorismo era cominciata e, per la piena conoscenza dei retroscena di quel maledetto giorno, ancora oggi, giunti al settembre 2026, avremo da attendere.<br />
Ma accanto alla domanda su chi avesse colpito l’America, ce n’era un’altra, più difficile. Perché era accaduto e quale risposta avrebbe impedito alla violenza di generare altra violenza?<br />
<strong>Fu questa, soprattutto, la domanda di Tiziano Terzani.</strong><br />
Giornalista, scrittore, viaggiatore, inviato in alcuni dei luoghi più tormentati della seconda metà del Novecento, Terzani non osservava l’Oriente da una distanza occidentale. Aveva vissuto in Asia per decenni, aveva conosciuto la Cina, il Vietnam, la Cambogia, l’India, il Giappone, il Pakistan. Aveva visto la guerra non soltanto attraverso le dichiarazioni dei governi, ma attraverso i volti degli uomini che la guerra la subiscono.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6315" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2020/11/ardizzone.png" alt="" width="300" height="211" /></figure>
</div>
<p>Abbiamo conosciuto <strong>Tizian</strong>, come amabilmente lo chiamava il nostro caro Mimì, <strong>Domenico Maria Ardizzone</strong>, caporedattore esteri di Radio RAI, che ce lo presentò negli studi di via del Babuino a Roma. In quell’incontro, ormai tanto lontano, ne cogliemmo una disarmante calma interiore che lo caratterizzava.<br />
Malgrado la distensione diffusa nelle parole e nello sguardo, gli articoli e i libri di Terzani di quell’anno e degli anni successivi al 2001 restituirono un uomo particolarmente inquieto davanti alla reazione dell’Occidente all’attacco terroristico.<br />
L’11 settembre 2001 Tiziano Terzani si trovava a Orsigna, il piccolo borgo dell’Appennino pistoiese dove aveva il suo rifugio. Fu lì, davanti alla televisione, che vide le immagini dei primi due aerei schiantarsi contro le Torri Gemelle.<br />
<strong>Angela Staude</strong>, sua moglie, avrebbe ricordato quella giornata e la profonda reazione di Tiziano. Il <strong>figlio Folco</strong>, scrittore e documentarista, si trovava invece in India. Appena apprese la notizia, si recò in un monastero Bön sull’Himalaya, dove mostrò ai monaci tibetani le immagini dell’attentato che ancora non avevano visto.</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114482" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-giovane-con-la-famiglia-.jpg" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-giovane-con-la-famiglia-.jpg 512w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Tiziano-Terzani-giovane-con-la-famiglia--300x231.jpg 300w" alt="" width="512" height="394" data-id="114482" /><figcaption class="wp-element-caption">Archivio Terzani</figcaption></figure>
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</figure>
<p><strong>Cinque giorni dopo scrisse</strong> per il Corriere della Sera <em><strong>Una buona occasione</strong></em>, il primo grande intervento di Terzani sull’11 settembre.<br />
La sua posizione era già chiara. Davanti a una tragedia immensa, la risposta non si riduceva alla vendetta. Occorreva interrogarsi sulle cause, osservare ciò che accadeva oltre gli attentati terroristici. Significava cercare di capire perché un mondo arrivasse a produrre una simile esplosione di odio.<br />
Ed   emerge  qui ancora una volta, la profondità del giornalismo di Terzani.<br />
<strong>Dopo l’11 settembre partì per il Pakistan e l’Afghanistan</strong>. Entrò dentro la realtà della guerra, osservò i territori devastati, incontrò persone, raccolse testimonianze. Quelle esperienze confluirono nel libro <strong><em>Lettere contro la guerra</em>, </strong>pubblicato da Longanesi nel <strong>2002</strong>.<br />
Il titolo stesso contiene le sue idee.<br />
Terzani non credeva che la violenza potesse essere sconfitta attraverso altra violenza. Riteneva che le bombe potessero colpire un territorio e rovesciare un regime, senza però eliminare le ragioni profonde dell’odio.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114493" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Oriana-Fallaci-Wikipedia-.jpg" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Oriana-Fallaci-Wikipedia-.jpg 311w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Oriana-Fallaci-Wikipedia--222x300.jpg 222w" alt="" width="311" height="420" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto da Wikipedia</em></figcaption></figure>
</div>
<p>A questo punto il confronto con <strong>Oriana Fallaci</strong> è inevitabile.<br />
È superfluo sottolineare che anche Fallaci fu una straordinaria giornalista di guerra. Aveva attraversato conflitti, rivoluzioni, fronti militari e crisi internazionali. Conosceva direttamente la violenza della storia.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-114478" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/La-rabbia-e-lorgoglio-Fallaci.jpg" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/La-rabbia-e-lorgoglio-Fallaci.jpg 200w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/La-rabbia-e-lorgoglio-Fallaci-198x300.jpg 198w" alt="" width="200" height="303" /></figure>
</div>
<p>Dopo l’11 settembre reagì con <strong><em>La rabbia e l’orgoglio</em>,</strong>pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001 e successivamente trasformato in libro.<br />
<strong>Fallaci lesse quell’attacco come una sfida radicale all’Occidente</strong> e alla sua identità culturale. <strong>La sua risposta</strong> fu quella della <strong>denuncia</strong>, della <strong>fermezza</strong>, della <strong>difesa</strong> di una <strong>civiltà</strong> che sentiva <strong>minacciata</strong> dal <strong>fondamentalismo islamico.</strong><br />
<strong>Terzani</strong> <strong>partiva dallo stessa analisi e arrivava a una conclusione profondamente diversa</strong>. Voleva evitare che la risposta dell’Occidente producesse una spirale senza fine.<br />
Fallaci avvertì la necessità di difendere l’Occidente. Terzani contrapponeva la necessità di comprendere interrogando l’Occidente.<br />
Due posizioni lontane ma nette, legate da una medesima esperienza professionale. Ovvero quella di giornalisti che avevano visto la guerra da vicino e conoscevano il prezzo umano delle decisioni politiche.<br />
Il loro confronto è uno dei passaggi più interessanti della cultura italiana dell’inizio del nuovo millennio.<br />
Non intendiamo stabilire oggi chi avesse ragione in assoluto, ma far emergere che entrambi stavano cercando, con strumenti e sensibilità differenti, di interpretare una frattura storica.<br />
Il pensiero forte di Terzani risiedeva  nel metodo.<br />
Quando scrive dell’Afghanistan, parla della guerra americana, dei talebani o di Osama bin Laden, soffermandosi soprattutto sugli uomini che vivono quella guerra. Kabul, Peshawar, Quetta, le montagne, i villaggi, le frontiere diventano luoghi attraverso i quali osservare un conflitto che l’Occidente rischiava di ridurre a una contrapposizione tra il bene e il male.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-107711" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-1024x648.png" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-1024x648.png 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-300x190.png 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani-768x486.png 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/05/tiziano-terzani.png 1200w" alt="" width="1024" height="648" /><figcaption class="wp-element-caption">Archivio Terzani</figcaption></figure>
</div>
<p><strong>Terzani</strong> orientava il pensiero alla profondità. <strong>Cercava di sottrarsi alla semplificazione.</strong><br />
Il suo giornalismo nasceva dalla convinzione che il compito del reporter fosse raccontare ciò che accade e provare a capire ciò che potrebbe accadere dopo, attraverso testimonianze e ricerche sul campo.<br />
È un metodo che richiede tempo, conoscenza, esperienza e capacità di mettere in relazione fatti apparentemente lontani.<br />
Ciò che raramente oggi si riscontra, al netto di roboanti millanterie.<br />
Quel “dopo” sarebbe diventato il problema più difficile.<br />
<strong>Gli Stati Uniti entrarono in Afghanistan nell’ottobre del 2001</strong>. Kabul cadde nelle mani delle forze dell’Alleanza del Nord sostenute dagli americani nel novembre dello stesso anno. Il regime talebano fu rovesciato.<br />
Ma la guerra non terminò.<br />
<strong>Passarono gli anni.</strong> Cambiarono le amministrazioni americane. Cambiarono le strategie militari. L’Afghanistan continuò a essere un teatro di combattimenti, attentati e instabilità.<br />
<strong>Nel 2020 gli Stati Uniti e i talebani firmarono a Doha un accordo</strong> che preparava il ritiro delle forze straniere.<br />
Il 15 agosto 2021 i talebani entrarono a Kabul. Il 30 agosto si concluse il ritiro americano.<br />
Le immagini dell’aeroporto di <strong>Kabul</strong>, con migliaia di persone disperate nel tentativo di lasciare il Paese, rappresentarono uno dei momenti più drammatici della fine di quella lunga guerra.<br />
Vent’anni prima l’Occidente era entrato in Afghanistan per distruggere la struttura che aveva protetto al-Qaida. Vent’anni dopo lasciava il Paese mentre i talebani tornavano al potere.<br />
La storia aveva compiuto un cerchio difficile proprio impossibile da  ignorare e trarre le dovute conclusioni….<br />
Terzani torna con le sue domande, che non trovano legittime risposte davanti a un attacco terroristico. Restano i risultati  delle proprie valutazioni  con una  risposta come sfondo non prinunciata .<br />
<strong>Osama bin Laden fu ucciso</strong> dalle forze americane ad Abbottabad, in Pakistan, nel maggio <strong>2011</strong>.<br />
La morte del leader di al-Qaida non chiuse però la stagione del terrorismo internazionale. Le organizzazioni <strong>jihadiste</strong> si trasformarono. Nacquero nuovi gruppi. <strong>L’Iraq</strong> divenne un altro grande teatro di guerra. <strong>L’Isis</strong> avrebbe conquistato territori e seminato terrore in Medio Oriente e in Europa.<br />
La guerra contro il terrorismo aveva cambiato la sicurezza internazionale, le legislazioni, i controlli alle frontiere, le relazioni tra Stati. Aveva però prodotto anche nuove guerre e nuove fratture.<br />
<strong>L’Afghanistan del 2026</strong> è ancora lontano dall’essere il Paese che l’intervento occidentale aveva immaginato di costruire. Le <strong>Nazioni Unite</strong>continuano – forse più per esercizio che per posizione – a denunciare le gravissime restrizioni imposte dai talebani alle donne e alle ragazze, escluse dall’istruzione, dal lavoro e da ampie parti della vita pubblica.<br />
È uno dei paradossi più dolorosi della storia di questi venticinque anni.<br />
Il mondo occidentale aveva parlato di liberazione e ricostruzione.<br />
Nel 2001 il mondo appariva ancora dominato dalla potenza americana. Oggi lo scenario internazionale è molto più frammentato. Gli Stati Uniti non sono più l’unico centro di una politica mondiale che vede protagonisti Israele, Cina, la Russia, l’India, le potenze regionali del Medio Oriente e nuovi equilibri e squilibri economici e strategici.<br />
Le guerre in corso hanno riportato in Europa la paura di un conflitto di lunga durata. Il terrorismo non è scomparso e, quel che è peggio, le crisi geopolitiche si moltiplicano.<br />
E l’11 settembre perpetua nel rappresentare una chiave attraverso cui leggere una parte di questa contemporaneità.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-114476" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettere-contro-la-guerra-terzani.jpg" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettere-contro-la-guerra-terzani.jpg 326w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettere-contro-la-guerra-terzani-196x300.jpg 196w" alt="" width="326" height="500" /></figure>
</div>
<p>Cosi riteniamo che <strong><em>Lettere contro la guerra</em> </strong>continui a essere un <strong>libro necessario</strong>. Terzani proponeva soprattutto un metodo di pensiero. Cercare ciò che manca, osservare oltre le versioni immediate, verificare i fatti e comprendere le conseguenze delle scelte politiche.<br />
Le immagini adesso arrivano più rapidamente rispetto al 2001 e le guerre passano anche attraverso gli schermi dei nostri telefoni. Il giornalista, secondo l’analisi di Tiziano Terzani, dovrebbe cercare ciò che manca, evitando narrazioni stupefacenti prive di solidità storico-testimoniale.<br />
<strong>Oriana Fallaci e Tiziano Terzani</strong> appartengono a una stagione irripetibile del giornalismo italiano d’inchiesta, oggi così tanto spesso svilito, vituperato, vilipeso e massacrato.<br />
Due intelligenze diverse, due modi di guardare lo stesso scenario. Due giornalisti davanti alla stessa tragedia. Due risposte diverse, legate a una comune consapevolezza della responsabilità di chi racconta la storia mentre la storia accade.<br />
<strong>Oggi le immagini arrivano sui nostri telefoni i</strong>n pochi secondi e le guerre entrano nelle nostre case prima ancora che possiamo comprenderle. Proprio per questo <strong>il giornalismo ha bisogno di tempo</strong>, verifica e conoscenza, per sottrarsi alle semplificazioni e restituire ai fatti la loro complessità.</p>
<p>La testimonianza ed eredità più attuale di Terzani. Cioè ricordare che raccontare la storia mentre accade significa porsi domande sulle conseguenze delle scelte compiute.<br />
L’11 settembre ha cambiato il mondo.<br />
La domanda, venticinque anni dopo, rimane aperta.<br />
<strong>Quale risposta avrebbe potuto renderlo migliore?</strong></p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nobel per la Pace 2021: un grande riconoscimento per il giornalismo d’inchiesta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Laura Giordano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Oct 2021 18:53:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria/Giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="611" height="363" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/87552CAC-2B6C-4203-AFA1-2BF57C7FD5BA.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/87552CAC-2B6C-4203-AFA1-2BF57C7FD5BA.png 611w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/87552CAC-2B6C-4203-AFA1-2BF57C7FD5BA-300x178.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2021/10/87552CAC-2B6C-4203-AFA1-2BF57C7FD5BA-585x348.png 585w" sizes="(max-width: 611px) 100vw, 611px" /></p>
<p>Chi sono i giornalisti Ressa e Muratov premiati dal Comitato norvegese per il Nobel. Il significato del premio e lo stato della libertà di stampa nel mondo, con focus su&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Chi sono i giornalisti Ressa e Muratov premiati dal Comitato norvegese per il Nobel. Il significato del premio e lo stato della libertà di stampa nel mondo, con focus su Russia e Filippine.</em></p>
<p>Un grande riconoscimento per il giornalismo d’inchiesta, l’assegnazione del <strong>Premio Nobel per la Pace 2021</strong> a due giornalisti, la filippina <strong>Maria Ressa</strong>e il russo <strong>Dmitry Muratov</strong>, <em>“per il loro impegno nella salvaguardia della libertà di espressione, che è una precondizione per la democrazia e una pace duratura”</em> e <em>“per la loro coraggiosa lotta per la libertà di espressione in Filippine e in Russia</em>”, spiega il <strong>Comitato Norvegese per il Nobel</strong>. Un riconoscimento “<em>a tutti i giornalisti che si battono per il loro ideale in un mondo in cui la democrazia e la libertà della stampa affrontano sempre più condizioni avverse</em>”.</p>
<p>Un Nobel per la pace che quest’anno ha scelto di puntare i riflettori sul difficile lavoro di denuncia svolto da tanti professionisti nel mondo e sul legame inscindibile tra libertà di espressione, democrazia e pace, sottolineando che un giornalismo libero e indipendente <em>“protegge contro gli abusi di potere, le bugie e la propaganda”</em> e che “<em>senza libertà di espressione e libertà della stampa, sarà difficile promuovere con successo la fraternità tra le nazioni”.</em></p>
<p><strong>Ma chi sono Maria Ressa e Dmitry Muratov?</strong></p>
<p><strong>Maria Ressa</strong>, nata a Manila e trasferitasi negli Stati Uniti all’età di 10 anni, ha lavorato per le più importanti televisioni filippine, per la CNN di Manila e Jakarta occupandosi, tra l’altro, del terrorismo nel sud-est asiatico. Ha insegnato “Politics and media” alla Princeton University ed è ‘senior fellow’ al <strong>Centro Internazionale per la violenza politica e la ricerca sul terrorismo</strong> a Singapore. È CEO ed executive editor di <strong>Rappler</strong>, un sito web di notizie fondato nel 2012 insieme ad altri colleghi amici, e basato sul giornalismo investigativo, sull’indipendenza e sul crowdfunding. Ad oggi, conta quasi 5 milioni di followers sulla piattaforma di facebook.</p>
<p>Dopo l’elezione del presidente <strong>Rodrigo Duterte</strong> nel 2016, Ressa con Rappler è tra i primi a denunciare l’uso sui social media di trolls (un modo efficace per diffondere commenti provocatori  che innescano reazioni e  discussioni) e bots (applicazioni software programmate per eseguire attività in modo automatico) durante le elezioni, allo scopo di diffondere false notizie.</p>
<p>Successivamente, la denuncia si sposta sulle politiche di Duterte puntando il dito contro la  campagna antidroga governativa. Una campagna condotta, secondo un <strong>report Onu del 2020</strong>, come <em>“una guerra contro la popolazione dello stesso paese</em>” poiché ha causato, dal 2016 al 2019, più di 8mila vittime (oltre 12mila secondo <strong>Human Right Watch),</strong> tra cui centinaia tra attivisti per i diritti umani, sindacalisti e giornalisti.</p>
<p>Nel 2020, il documentario di denuncia, <strong>We hold the line</strong>, del regista tedesco <strong>Marc Wiese</strong>,  racconta il lavoro di Ressa e dei suoi collaboratori, mostrando il vero volto della <em>“drug war</em>” del governo filippino, e contribuisce a portare i fatti all’attenzione del  grande pubblico, vincendo il <strong>F:act Award </strong>al<strong> CPH:DOX</strong> <strong>2020</strong>, il <strong>Copenhagen International Documentary Film Festival.</strong></p>
<p>Infine, lo scorso settembre, la <strong>Corte Penale Internazionale</strong> ha dichiarato l’apertura a breve di un’inchiesta per possibili <strong>crimini contro l’umanità</strong>compiuti dal governo filippino.</p>
<p>I rapporti di Duterte con la stampa locale e con la redazione di Rappler si sono complicati negli anni, fino alla dichiarazione pubblica nel 2017, da parte del presidente stesso, in cui definisce il sito web di notizie un “<em>fake news outlet”</em> e uno strumento della CIA americana. A ciò hanno fatto poi seguito un’investigazione sulla struttura della società, la revoca della licenza e le accuse, in capo a Ressa, di evasione fiscale e di cyber-diffamazione, tra molestie e messaggi di odio sui social media scatenati da trolls.</p>
<p>Da più parti si è levata una voce a sostegno di Ressa, della redazione di Rappler, contro i continui attentati alla libertà di stampa nelle Filippine, che ha portato, il 3 maggio scorso, in occasione della <strong>Giornata Mondiale della Libertà di stampa</strong>, alla nascita della  coalizione internazionale <strong>“Hold the line”</strong> formata da più di 80 gruppi guidati <strong>dal Committee to Protect Journalists (CPJ), dall’International Centre for Journalists (ICFJ) e da Reporters Sans Frontières  (RSF). </strong>Ne è nata la pagina web<a href="https://holdthelineformariaressa.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-type="URL" data-id="https://holdthelineformariaressa.com/"> <strong>holdthelineformariaressa.com</strong></a>, in cui personaggi influenti, giornalisti, attivisti, avvocati, artisti, politici, trasmettono messaggi video in difesa della libertà di stampa.</p>
<p>Nel 2018, Maria Ressa è tra i reporter “<em>guardiani</em>” della libertà di stampa nominati da <strong>Time come Person of the Year</strong>, riceve il premio <strong>Golden Pen of Freedom </strong>e il<strong> Knight International Journalism Award.</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-38177" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/maria-Ressa-su-copertina-Novaja-Gazeta.jpeg" sizes="(max-width: 549px) 100vw, 549px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/maria-Ressa-su-copertina-Novaja-Gazeta.jpeg 677w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/maria-Ressa-su-copertina-Novaja-Gazeta-204x300.jpeg 204w" alt="" width="549" height="809" /><figcaption>La copertina di Novaja Gazeta, diretta da Dmitry Muratov,<br />
dedicata alla giornalista Maria Ressa</figcaption></figure>
</div>
<p>Il secondo giornalista premiato è<strong> Dmitry Muratov,</strong>direttore e fondatore nel 1993 della <strong>Novaja Gazeta</strong>, definito dal Comitato di Oslo <em>“il più indipendente giornale in Russia oggi</em>”, critico nei confronti del governo Putin, ha denunciato negli anni episodi di corruzione, violenza della polizia, frodi elettorali, arresti illegali, violazioni dei diritti umani in Russia e in Cecenia, la produzione massiva di trolls sui social e altri aspetti della società russa, secondo il Comitato del Nobel, “<em>raramente menzionati da altri media</em>”.</p>
<p>Muratov comincia la sua carriera giornalistica nel 1987 collaborando con il giornale moscovita <strong>Komsomolskaya Pravda</strong>, organo ufficiale del <strong>Komsomol</strong>, l’organizzazione giovanile dei giovani comunisti, considerato una voce importante nel clima riformistico della <em>perestrojka</em>. Nel 1991, il giornale si schiera apertamente contro il colpo di stato militare del gruppo conservativo del governo comunista e, in seguito ad una disputa sulla linea editoriale del giornale dopo il crollo dell’Unione Sovetica, nel ’93 Muratov lascia la redazione e fonda con altri colleghi una testata basata sul giornalismo d’inchiesta che, nel 1995, diventerà la <strong>Novaja Gazeta</strong>. Nel 2000, grazie al supporto finanziario di <strong>Gorbachev </strong>e del banchiere russo <strong>Lebedev</strong>, il giornale riesce a superare un periodo di crisi finanziaria scongiurando la chiusura.</p>
<p>Il lavoro di denuncia svolto negli anni su argomenti scottanti è stato pagato a caro prezzo dalla redazione del giornale, subendo molestie, minacce e violenze fino all’uccisione di sei giornalisti della Novaja Gazeta, ai quali Muratov ha dedicato il suo premio.</p>
<p>Non sono mancate le forti prese di posizione pubbliche contro il potere. Nel 2012, ad esempio, in una lettera aperta sul suo giornale, Muratov denunciò le minacce di morte che il vice direttore <strong>Sokolov </strong>aveva ricevuto, a causa di una sua inchiesta, da <strong>Alexander Bastrykin</strong>, capo del <strong>Comitato Investigativo di Russia, </strong>la principale autorità d’investigazione federale russa. In quella lettera Muratov chiese pubblicamente a Bastrykin di garantire l’incolumità della sua redazione. La lettera provocò un vero e proprio putiferio che si concluse con le scuse del capo del Comitato.</p>
<p>Nonostante tutto, si legge nella motivazione per l’assegnazione del Nobel, Muratov ha continuato a svolgere il suo mestiere, rifiutandosi di tradire la sua indipendenza e difendendo il diritto dei giornalisti di scrivere riguardo ogni cosa, nel rispetto degli standard etici della professione.</p>
<p>Numerosi i riconoscimenti al suo lavoro, tra cui, nel 2007 il <strong>Premio Internazionale per la libertà di stampa </strong>e, nel 2016, il<strong> Golden Pen of Freedom</strong>.</p>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-38178" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/visuel_rsfindex_2021_cp_0-1024x411.png" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/visuel_rsfindex_2021_cp_0-1024x411.png 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/visuel_rsfindex_2021_cp_0-300x121.png 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/visuel_rsfindex_2021_cp_0-768x309.png 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/10/visuel_rsfindex_2021_cp_0.png 1170w" alt="" width="1024" height="411" /></figure>
<p><strong>Lo stato della libertà di stampa nel mondo, in  Russia e nelle Filippine.</strong></p>
<p>Secondo il <strong><a href="https://rsf.org/en/ranking" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-type="URL" data-id="https://rsf.org/en/ranking">rapporto 2021 di RSF sulla libertà di stampa nel mondo</a></strong>, nell’ultimo anno il giornalismo è risultato “totalmente bloccato” o “seriamente ostacolato” in 73 paesi su 180, e “costretto/controllato” in 59, anche in relazione a fatti legati alla gestione della pandemia nei singoli paesi che ha reso più difficile l’accesso alle informazioni. Solo 12 paesi vantano un clima totalmente favorevole al mondo giornalistico.</p>
<p>La libertà di informazione, inoltre, non risulta essere legata solo alla guerra: la maggior parte dei 50 giornalisti uccisi nel mondo nel 2020, si trovavano in paesi non in conflitto. Dall’inizio dell’anno ad oggi, poi, sono già 25 i giornalisti uccisi per ragioni accertate e direttamente legate al loro lavoro, e 351 quelli detenuti.</p>
<p><strong>Russia e Filippine</strong>, in particolare, i paesi dove operano Ressa e Muratov, registrano una caduta rispettivamente al 150esimo e al 138esimo posto nella classifica generale.</p>
<p>In particolare, nel 2020 la crisi pandemica nelle <strong>Filippine </strong>ha accentuato l’atteggiamento autoritario del governo nei confronti dei giornalisti attraverso minacce e arresti e l’inasprimento di una legislazione che consente di perseguire reporter e organizzazioni che pubblicano cose non gradite al governo. Nel 2020, sono stati quattro i giornalisti uccisi e, in piena pandemia, il governo non ha rinnovato la concessione al più grande network televisivo del paese, <strong>ABS-CBN</strong>, privando milioni di cittadini di un servizio di pubblico di informazione su scala nazionale. Si registrano anche persecuzioni dei media attraverso ‘eserciti di trolls’, cyber attacchi ai siti web di notizie indipendenti e al sito dell’<strong>Unione Nazionale dei Giornalisti delle Filippine.</strong></p>
<p>In <strong>Russia</strong>, secondo RSF, la situazione della libertà di stampa è peggiorata nell’ultimo periodo, in particolare a partire dalle proteste anti-Cremlino nella città di Khavarovsk del 2020, e dall’arresto di Navalny in Russia nel gennaio di quest’anno. I giornalisti impegnati nella copertura dei fatti, anche attraverso manifestazioni di supporto, sono stati ostacolati, arrestati, multati. Un inasprimento che ha riguardato anche la legislazione: la legge del 2017 che obbliga le organizzazioni non profit che ricevono donazioni straniere a registrarsi come ‘agenti stranieri’, è stata via via emendata fino ad estendersi a giornali e piattaforme di notizie. Un’etichetta, quella di <em>agente straniero</em>, che <em>Tikhon Dzyadko,</em> editore di <em>Dozhd</em>, la principale televisione indipendente da poco aggiunta alla lista, ha dichiarato equivalere ad “<em>essere definiti dei nemici</em>”. Almeno 5 i siti di notizie, indipendenti o critici sul governo, già chiusi dall’inizio del 2021, e molte le piattaforme occidentali multate nei primi sei mesi dell’anno. Risale, infine, allo scorso agosto, l’espulsione della corrispondente di lungo corso della <strong>BBC, Sarah Rainsford </strong>per motivi legati alla<strong>“</strong><em>protezione della sicurezza della Russia</em>”.</p>
<p>Nella storia del Nobel per la pace, soltanto una volta, nel 1937, il prestigioso premio era già stato assegnato ad un giornalista. Era il tedesco <strong>Carl von Ossietzsky</strong>, pacifista, membro della <strong>German Peace Society, </strong>che aveva indagato sul riarmo tedesco segreto in violazione del Trattato di Versailles, e per questo accusato di tradimento di segreti militari e condannato a 18 mesi di prigione. Quando gli fu attribuito il Nobel, non potè ritirarlo perché rinchiuso, dapprima nel campo di concentramento polacco di <strong>Sonnenburg </strong>e dopo in quello tedesco di <strong>Esterwegen</strong>, uno dei cosiddetti <strong>Moorlager</strong> (campi nelle paludi) riservati per lo più ai prigionieri politici, detenuti cioè per le loro idee.</p>
<p>A più di 80 anni di distanza, l’assegnazione del premio Nobel per la pace a due giornalisti ha sicuramente l’indubbio merito di riportare <strong>l’attenzione sull’importante ruolo del giornalismo nella società</strong>, di stimolare una seria riflessione collettiva, civile e istituzionale, richiedendo senz’altro una forte e chiara presa di posizione sui principi della libertà di stampa, della libertà di opinione e di espressione in generale, fondamentali per misurare il grado di democrazia in un paese, e per proteggere da abusi e conflitti.</p>
<hr class="wp-block-separator" />
<p>(Nella foto di copertina, tratta dal sito ufficiale del Premio Nobel, l’illustrazione dell’artista Niklas Elmehed che dal 2012 realizza con un ritratto tutte le prime immagini ufficiali delle persone premiate con il Nobel)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2021/10/13/nobel-per-la-pace-2021-un-grande-riconoscimento-per-il-giornalismo-dinchiesta/">Nobel per la Pace 2021: un grande riconoscimento per il giornalismo d’inchiesta</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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