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L’11 settembre infernale e la tempra dei grandi reporter

Redazione

di Mimma Cucinotta e Domenica Puleio


Terzani e Fallaci, due giornalisti davanti alla stessa tragedia, espressione di una stagione irripetibile del giornalismo d’inchiesta, oggi così spesso svilito. Il lavoro sul campo, le testimonianze, la ricerca e la conoscenza dei luoghi contro la semplificazione della storia. Due giorni prima dell’attacco, l’assassinio del Leone del Panjshir segnava un funesto preludio. Venticinque anni dopo, il nostro ricordo di quel maledetto giorno del 2001 in redazione, si intreccia con le domande di Terzani e con l’eredità di quella stagione…

di Mimma Cucinotta e Domenica Puleio

L’11 settembre 2001 il mondo cambiò volto. Non soltanto per ciò che accadde a New York, Washington e nei cieli degli Stati Uniti. Cambiò per la percezione che da quel giorno avremmo avuto della sicurezza, della guerra, del terrorismo, dell’Islam, dell’Occidente e persino della nostra idea di libertà. Fu una frattura nella storia contemporanea. Un prima e un dopo.
Vent’anni dopo, nel 2021, l’Afghanistan tornò nelle immagini del mondo con la fuga degli occidentali e il ritorno dei talebani a Kabul. Nel frattempo erano passate guerre, invasioni, attentati, accordi, ritiri militari, promesse di ricostruzione e nuove crisi internazionali.
Oggi, a venticinque anni dall’11 settembre, la domanda resta quella che Tiziano Terzani pose allora, con  una lucidità  sempre attuale. Quale risposta avrebbe potuto rendere migliore il mondo dopo quella tragedia?
Quel giorno eravamo in redazione.

Era una normale mattinata di lavoro quando, ricevemmo la telefonata concitata di Carmelo Garofalo, nostro direttore e fondatore dello storico giornale L’Eco del Sud – Messina Sera, sito al tempo sul Viale Principe Umberto 67/D, che sollecitò ad accendere il televisore.
A New York stava accadendo qualcosa di terribile.
Ricordiamo ancora quelle immagini. Fumo, polvere, cenere. Le Torri avvolte da una nube che sembrava irreale. Nella redazione cercavamo di comprendere ciò che stavamo vedendo, mentre le immagini televisive arrivavano senza interruzione e la dimensione della tragedia diventava, minuto dopo minuto, sempre più evidente.
Poi vedemmo l’aereo entrare nella Torre.
Fu uno di quei momenti nei quali il giornalista, insieme al resto del mondo, si trovò ad assistere in diretta a immagini terrificanti che stavano sconvolgendo la storia.

Le Twin Towers, fino a quel momento simboli rappresentativi di New York e della potenza economica americana, scomparvero davanti ai nostri occhi.
In quella redazione, come in migliaia di altre nel mondo, cominciammo a lavorare mentre ancora cercavamo di capire. Le informazioni arrivavano frammentarie, le immagini erano drammatiche, le notizie si susseguivano con una rapidità incessante.
Da quel momento, l’11 settembre sarebbe stata una data drammatica della storia contemporanea e, per noi, un ricordo personale, legato a quel terribile pomeriggio in redazione, alla voce del direttore al telefono e alle immagini che nessuno di noi avrebbe più dimenticato.
Il primo aereo aveva colpito la Torre Nord alle 8.46 del mattino, ora di New York. Diciassette minuti dopo, alle 9.03, il secondo Boeing entrò nella Torre Sud. Quella seconda esplosione fu vista in diretta da milioni di persone. Il mondo vide la storia accadere in diretta.
Alle 9.37 un terzo aereo colpì il Pentagono. Alle 10.03 il volo United 93 precipitò in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri che tentarono di riprendere il controllo dell’aereo.
Le Torri crollarono una dopo l’altra.
Alla fine furono 2.977 le vittime, senza contare i 19 dirottatori.
Quel giorno crollarono le Torri Gemelle e iniziò un’altra storia.
Per comprendere il clima di quelle ore occorre tornare indietro di appena due giorni.

Il 9 settembre 2001 Ahmad Shah Massoud, il comandante tagiko conosciuto come il Leone del Panjshir e principale avversario dei talebani, fu assassinato da due uomini che si presentarono come giornalisti e nascosero l’esplosivo all’interno della loro attrezzatura. L’attentato fu attribuito ad al-Qaida e successivamente ricostruito come un’operazione ordinata da Osama bin Laden.
La morte di Massoud, avvenuta appena 48 ore prima dell’attacco agli Stati Uniti, assunse così un significato ancora più inquietante.
Massoud rappresentava una delle principali forze di opposizione al regime talebano. Il suo assassinio eliminava una figura fondamentale proprio alla vigilia di quella che sarebbe diventata una nuova fase della storia dell’Afghanistan.

Pochi giorni dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avrebbero indicato al-Qaida e Osama bin Laden come responsabili degli attentati. Il 7 ottobre sarebbe iniziata l’operazione militare americana in Afghanistan.
La guerra al terrorismo era cominciata e, per la piena conoscenza dei retroscena di quel maledetto giorno, ancora oggi, giunti al settembre 2026, avremo da attendere.
Ma accanto alla domanda su chi avesse colpito l’America, ce n’era un’altra, più difficile. Perché era accaduto e quale risposta avrebbe impedito alla violenza di generare altra violenza?
Fu questa, soprattutto, la domanda di Tiziano Terzani.
Giornalista, scrittore, viaggiatore, inviato in alcuni dei luoghi più tormentati della seconda metà del Novecento, Terzani non osservava l’Oriente da una distanza occidentale. Aveva vissuto in Asia per decenni, aveva conosciuto la Cina, il Vietnam, la Cambogia, l’India, il Giappone, il Pakistan. Aveva visto la guerra non soltanto attraverso le dichiarazioni dei governi, ma attraverso i volti degli uomini che la guerra la subiscono.

Abbiamo conosciuto Tizian, come amabilmente lo chiamava il nostro caro Mimì, Domenico Maria Ardizzone, caporedattore esteri di Radio RAI, che ce lo presentò negli studi di via del Babuino a Roma. In quell’incontro, ormai tanto lontano, ne cogliemmo una disarmante calma interiore che lo caratterizzava.
Malgrado la distensione diffusa nelle parole e nello sguardo, gli articoli e i libri di Terzani di quell’anno e degli anni successivi al 2001 restituirono un uomo particolarmente inquieto davanti alla reazione dell’Occidente all’attacco terroristico.
L’11 settembre 2001 Tiziano Terzani si trovava a Orsigna, il piccolo borgo dell’Appennino pistoiese dove aveva il suo rifugio. Fu lì, davanti alla televisione, che vide le immagini dei primi due aerei schiantarsi contro le Torri Gemelle.
Angela Staude, sua moglie, avrebbe ricordato quella giornata e la profonda reazione di Tiziano. Il figlio Folco, scrittore e documentarista, si trovava invece in India. Appena apprese la notizia, si recò in un monastero Bön sull’Himalaya, dove mostrò ai monaci tibetani le immagini dell’attentato che ancora non avevano visto.

Cinque giorni dopo scrisse per il Corriere della Sera Una buona occasione, il primo grande intervento di Terzani sull’11 settembre.
La sua posizione era già chiara. Davanti a una tragedia immensa, la risposta non si riduceva alla vendetta. Occorreva interrogarsi sulle cause, osservare ciò che accadeva oltre gli attentati terroristici. Significava cercare di capire perché un mondo arrivasse a produrre una simile esplosione di odio.
Ed   emerge  qui ancora una volta, la profondità del giornalismo di Terzani.
Dopo l’11 settembre partì per il Pakistan e l’Afghanistan. Entrò dentro la realtà della guerra, osservò i territori devastati, incontrò persone, raccolse testimonianze. Quelle esperienze confluirono nel libro Lettere contro la guerra, pubblicato da Longanesi nel 2002.
Il titolo stesso contiene le sue idee.
Terzani non credeva che la violenza potesse essere sconfitta attraverso altra violenza. Riteneva che le bombe potessero colpire un territorio e rovesciare un regime, senza però eliminare le ragioni profonde dell’odio.

Foto da Wikipedia

A questo punto il confronto con Oriana Fallaci è inevitabile.
È superfluo sottolineare che anche Fallaci fu una straordinaria giornalista di guerra. Aveva attraversato conflitti, rivoluzioni, fronti militari e crisi internazionali. Conosceva direttamente la violenza della storia.

Dopo l’11 settembre reagì con La rabbia e l’orgoglio,pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001 e successivamente trasformato in libro.
Fallaci lesse quell’attacco come una sfida radicale all’Occidente e alla sua identità culturale. La sua risposta fu quella della denuncia, della fermezza, della difesa di una civiltà che sentiva minacciata dal fondamentalismo islamico.
Terzani partiva dallo stessa analisi e arrivava a una conclusione profondamente diversa. Voleva evitare che la risposta dell’Occidente producesse una spirale senza fine.
Fallaci avvertì la necessità di difendere l’Occidente. Terzani contrapponeva la necessità di comprendere interrogando l’Occidente.
Due posizioni lontane ma nette, legate da una medesima esperienza professionale. Ovvero quella di giornalisti che avevano visto la guerra da vicino e conoscevano il prezzo umano delle decisioni politiche.
Il loro confronto è uno dei passaggi più interessanti della cultura italiana dell’inizio del nuovo millennio.
Non intendiamo stabilire oggi chi avesse ragione in assoluto, ma far emergere che entrambi stavano cercando, con strumenti e sensibilità differenti, di interpretare una frattura storica.
Il pensiero forte di Terzani risiedeva  nel metodo.
Quando scrive dell’Afghanistan, parla della guerra americana, dei talebani o di Osama bin Laden, soffermandosi soprattutto sugli uomini che vivono quella guerra. Kabul, Peshawar, Quetta, le montagne, i villaggi, le frontiere diventano luoghi attraverso i quali osservare un conflitto che l’Occidente rischiava di ridurre a una contrapposizione tra il bene e il male.

Archivio Terzani

Terzani orientava il pensiero alla profondità. Cercava di sottrarsi alla semplificazione.
Il suo giornalismo nasceva dalla convinzione che il compito del reporter fosse raccontare ciò che accade e provare a capire ciò che potrebbe accadere dopo, attraverso testimonianze e ricerche sul campo.
È un metodo che richiede tempo, conoscenza, esperienza e capacità di mettere in relazione fatti apparentemente lontani.
Ciò che raramente oggi si riscontra, al netto di roboanti millanterie.
Quel “dopo” sarebbe diventato il problema più difficile.
Gli Stati Uniti entrarono in Afghanistan nell’ottobre del 2001. Kabul cadde nelle mani delle forze dell’Alleanza del Nord sostenute dagli americani nel novembre dello stesso anno. Il regime talebano fu rovesciato.
Ma la guerra non terminò.
Passarono gli anni. Cambiarono le amministrazioni americane. Cambiarono le strategie militari. L’Afghanistan continuò a essere un teatro di combattimenti, attentati e instabilità.
Nel 2020 gli Stati Uniti e i talebani firmarono a Doha un accordo che preparava il ritiro delle forze straniere.
Il 15 agosto 2021 i talebani entrarono a Kabul. Il 30 agosto si concluse il ritiro americano.
Le immagini dell’aeroporto di Kabul, con migliaia di persone disperate nel tentativo di lasciare il Paese, rappresentarono uno dei momenti più drammatici della fine di quella lunga guerra.
Vent’anni prima l’Occidente era entrato in Afghanistan per distruggere la struttura che aveva protetto al-Qaida. Vent’anni dopo lasciava il Paese mentre i talebani tornavano al potere.
La storia aveva compiuto un cerchio difficile proprio impossibile da  ignorare e trarre le dovute conclusioni….
Terzani torna con le sue domande, che non trovano legittime risposte davanti a un attacco terroristico. Restano i risultati  delle proprie valutazioni  con una  risposta come sfondo non prinunciata .
Osama bin Laden fu ucciso dalle forze americane ad Abbottabad, in Pakistan, nel maggio 2011.
La morte del leader di al-Qaida non chiuse però la stagione del terrorismo internazionale. Le organizzazioni jihadiste si trasformarono. Nacquero nuovi gruppi. L’Iraq divenne un altro grande teatro di guerra. L’Isis avrebbe conquistato territori e seminato terrore in Medio Oriente e in Europa.
La guerra contro il terrorismo aveva cambiato la sicurezza internazionale, le legislazioni, i controlli alle frontiere, le relazioni tra Stati. Aveva però prodotto anche nuove guerre e nuove fratture.
L’Afghanistan del 2026 è ancora lontano dall’essere il Paese che l’intervento occidentale aveva immaginato di costruire. Le Nazioni Unitecontinuano – forse più per esercizio che per posizione – a denunciare le gravissime restrizioni imposte dai talebani alle donne e alle ragazze, escluse dall’istruzione, dal lavoro e da ampie parti della vita pubblica.
È uno dei paradossi più dolorosi della storia di questi venticinque anni.
Il mondo occidentale aveva parlato di liberazione e ricostruzione.
Nel 2001 il mondo appariva ancora dominato dalla potenza americana. Oggi lo scenario internazionale è molto più frammentato. Gli Stati Uniti non sono più l’unico centro di una politica mondiale che vede protagonisti Israele, Cina, la Russia, l’India, le potenze regionali del Medio Oriente e nuovi equilibri e squilibri economici e strategici.
Le guerre in corso hanno riportato in Europa la paura di un conflitto di lunga durata. Il terrorismo non è scomparso e, quel che è peggio, le crisi geopolitiche si moltiplicano.
E l’11 settembre perpetua nel rappresentare una chiave attraverso cui leggere una parte di questa contemporaneità.

Cosi riteniamo che Lettere contro la guerra continui a essere un libro necessario. Terzani proponeva soprattutto un metodo di pensiero. Cercare ciò che manca, osservare oltre le versioni immediate, verificare i fatti e comprendere le conseguenze delle scelte politiche.
Le immagini adesso arrivano più rapidamente rispetto al 2001 e le guerre passano anche attraverso gli schermi dei nostri telefoni. Il giornalista, secondo l’analisi di Tiziano Terzani, dovrebbe cercare ciò che manca, evitando narrazioni stupefacenti prive di solidità storico-testimoniale.
Oriana Fallaci e Tiziano Terzani appartengono a una stagione irripetibile del giornalismo italiano d’inchiesta, oggi così tanto spesso svilito, vituperato, vilipeso e massacrato.
Due intelligenze diverse, due modi di guardare lo stesso scenario. Due giornalisti davanti alla stessa tragedia. Due risposte diverse, legate a una comune consapevolezza della responsabilità di chi racconta la storia mentre la storia accade.
Oggi le immagini arrivano sui nostri telefoni in pochi secondi e le guerre entrano nelle nostre case prima ancora che possiamo comprenderle. Proprio per questo il giornalismo ha bisogno di tempo, verifica e conoscenza, per sottrarsi alle semplificazioni e restituire ai fatti la loro complessi. La testimonianza ed eredità più attuale di Terzani. Cioè ricordare che raccontare la storia mentre accade significa porsi domande sulle conseguenze delle scelte compiute.
L’11 settembre ha cambiato il mondo.
La domanda, venticinque anni dopo, reimane aperta.
Quale risposta avrebbe potuto renderlo migliore?

@Riproduzione riservata

 

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