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		<title>Lettera per chi confonde le piazze. A mo&#8217; di un giornale di bordo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 14:59:14 +0000</pubDate>
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<p>Dalle assemblee degli anni Settanta alle mobilitazioni nate sui social, Pierfranco Bruni riflette sulla trasformazione della piazza: luogo della parola e del confronto, ma anche spazio in cui il dissenso&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/piazze1-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p data-pm-slice="1 1 []"><strong><em>Dalle assemblee degli anni Settanta alle mobilitazioni nate sui social, Pierfranco Bruni riflette sulla trasformazione della piazza: luogo della parola e del confronto, ma anche spazio in cui il dissenso può essere confuso con la violenza. Tra ricordi personali e richiami ad Arendt, Canetti, Pasolini e Debord, l’autore interroga il ruolo della scuola, delle famiglie e della politica. Al centro, l’invito a non omologare i giovani, a distinguere chi manifesta da chi distrugge e a coltivare un pensiero autonomo attraverso lo studio e le letture</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi trovo dall&#8217;alba con le ombre ancora nel buio a sfogliare giornali di anni passati, anni Settanta, e libri di Giampaolo Pansa e Franco Ferrarotti insieme a Ronchey e Giorgio Bocca che scrivono appunto degli anni 1978 e oltre e prima.</p>
<p>Sono a casa, ottobre 2026. Poltrona. Braccio ancora fratturato. Ore quattro e trenta, luce in una nebbia di sigari fumati. Altre pile di libri nel corridoio. Sul tavolo invece aperti Canetti, Massa e potere, Debord, La società dello spettacolo, Pasolini, Scritti corsari, e Arendt, Vita activa. E anche Marcuse di un tempo finito ma non del tutto insieme ai libri di Scruton e di Eliade.</p>
<p>Rifletto avendo il quotidiano Avvenire aperto sulla pagina Agorà. Non vi dico l&#8217;articolo che leggo. Anzi sì. Un articolo su Eliade. Allora si può comprendere bene data e articolo. Ottimo Eliade e sempre preciso e utilissimo a conoscerlo profondamente.</p>
<p>Comunque. Penso alla piazza. Pensate. Riflettiamo un poco. Pensate un poco a come è fatta una piazza. Quattro angoli, almeno, la piazza quadrata. Da questi angoli possono uscire quattro cortei. Tre autorizzati e uno no. Ma giungono purtroppo tutti al centro.</p>
<p>Questa è l&#8217;architettura che mi interessa. Non la cronaca. L&#8217;architettura antropologica. Ci sono anche le piazze tonde e a forma triangolare. Quella di San Paolo era molto diversa. Vicina sempre all&#8217;Areopago dove pronunciò il famoso discorso del &#8220;Dio Sconosciuto&#8221; (1).</p>
<p>Dunque.<br />
Veniamo al punto sintesi di tutto.</p>
<p>Tre cortei sono con richieste e proposte di ascolto e di confronto diretto con le forze politiche, con la società e anche con noi vecchi o anziani, come vogliono chiamarci, e va tutto bene. Sono la piazza come la intendeva Hannah Arendt: &#8220;spazio dell&#8217;apparire, dove la parola diventa azione&#8221; (2). Dove si sta insieme per dire qualcosa che da soli non si può dire. Polizia attenta dappertutto e vigile, anche a cavallo oltre che con i mezzi blindati, e droni che riprendono dall&#8217;alto. Confronto con la politica e, come sempre, c&#8217;è una politica che ascolta e una che fa finta di ascoltare.</p>
<p>Ci sono anche le belle piazze di de Chirico. Non le dimentico. Restano nei miei studi e nelle sue opere. Quelle metafisiche che amo più di tutte le altre. Eccomi nel vizio dell&#8217;intellettuale inorganico o eretico o completamente anticonformista.</p>
<p>Riprendo.</p>
<p>Poi c&#8217;è il quarto angolo.</p>
<p>Pensate a una piazza immensa, piena di grandi firme e negozi ricchi di tutto e con una libreria che è parte integrante di una catena di editoria specifica ma completa. Il quarto angolo sembra ancora muto ma le forze dell&#8217;ordine, sospettose, lo tengono sotto controllo e all&#8217;improvviso, come alieni terreni e volanti, spuntano come branchi gruppi di incappucciati in nero con spranghe e bastoni e cominciano a spezzare tutto e a menare duro e di brutto su tutto.</p>
<p>Qui finisce Arendt e comincia Canetti (3). Non più massa che si raccoglie, ma branco che si scatena. Canetti diceva che il branco ha bisogno di una preda e di una direzione. Qui la preda è la vetrina, la direzione è nessuna. È massa senza scopo, è potenza senza potere. È il capro espiatorio di cui parlava René Girard: si colpisce la cosa perché non si sa colpire il destino (4).</p>
<p>Le forze dell&#8217;ordine che fanno. I poliziotti si difendono con cariche e lancio di lacrimogeni, mentre oggi dei candelotti piovono dappertutto e qualcuno colpisce anche la luna ancora non avvistata in cielo. I branchi si sparpagliano e si infiltrano negli altri tre cortei autorizzati. La confusione è enorme. Non si comprende nulla. Si caricano a vicenda.</p>
<p>E no, non è come la contestazione dei miei anni Settanta in una Roma di fuoco quotidiano. Anche quelle erano rischiose, ma diverse da queste. Le nostre nascevano da assemblee dure e discusse, con contraddittorio, con verbali, con fatica della parola (5). Duravano ore. Si votava. Si perdeva. Queste nascono dai social che non hanno sguardi e contraddittorio, che non hanno corpo. Questa è la mutazione che Giampaolo Pansa aveva già intuito quando scriveva che il Sessantotto era finito in un intreccio tra memoria e rimozione e che il terrorismo aveva spezzato il filo tra generazione e storia (6). E Franco Ferrarotti ci ricordava che la piazza degli anni Settanta era ancora comunità di destino, non folla di occasione (7). Oggi è folla senza destino, come direbbe Alberoni, è folla senza forma, come direbbe Gustave Le Bon riletto da Scruton.</p>
<p>Debord lo aveva previsto: &#8220;Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione&#8221; (8). La piazza di oggi è rappresentazione di piazza, non piazza. Roger Scruton ci ha insegnato che senza appartenenza e senza casa non c&#8217;è piazza che tenga, c&#8217;è solo spazio lacerato e desiderio di appartenenza tradito (9). E Mircea Eliade ci ricorda che senza centro sacro e senza rito la piazza diventa profana e si dissolve (10). Augusto Del Noce avrebbe aggiunto che senza tradizione la rivoluzione diventa conformismo rovesciato (11).</p>
<p>Comunque.<br />
In piazza non si comprende più nulla. Un putiferio, scontri, vetrine rotte, rappresaglia. Persino nelle librerie scaraventano giù tutto ma non prendono alcun libro. Strano eppure sono studenti. Invece felpe, pantaloni, scarpe, sci. Sci. Ironia o sarcasmo il mio?</p>
<p>Io invece entravo nelle librerie per impossessarmi di qualche libro. A pensarci bene molti romanzi li mettevo sotto il maglione e l&#8217;eskimo in quegli anni universitari. A pensarci bene il romanzo &#8220;Eutanasia di un amore&#8221; di Giorgio Saviane l&#8217;ho preso, rubato, nel periodo in cui i magazzini La Standa vendevano libri e sotto gli occhi del commesso che ha fatto finta proprio di nulla e uscendo mi ha semplicemente detto: &#8220;Buona lettura e che sia utile&#8221;. Altri tempi. Era il 1974 1976. Avevo diciotto anni o vent&#8217;anni e rubare un libro era ancora un atto di fame culturale, non di rapina vera e propria ma era pur sempre un reato. Certo un gesto sempre da condannare rigorosamente e mai da consigliare assolutamente. Oggi si ruba la felpa perché il libro non serve più. Questa è la differenza antropologica che Pasolini chiamava mutazione che ora è diventata omologazione (12). E Francesco Alberoni la chiamava movimento senza istituzione, che muore in se stesso se non diventa comunità vera (13).</p>
<p>Nota di bordo.<br />
Ore diciannove.<br />
Fuori buio. Ho acceso la luce.<br />
Il dolore al braccio si fa sentire. Prendo l&#8217;ennesimo Brufen.</p>
<p>Allora.</p>
<p>A parte questo pensiero, più che altro legato alla nostalgia e alla malinconia di un vecchio &#8220;zanzanuto&#8221;, come mi dice la mia Rebecca, ora ci sono le piazze di oggi. Alla fine non si capisce più niente. Persino manichini dappertutto come in un film surrealista.</p>
<p>Come finisce la faccenda. Non si sa. Con uno stucchevole discorso che bisogna capire e parlare con i giovani. Ma chi deve parlarci. Nelle scuole c&#8217;è una protezione al dialogo a mille tra docenti seri, e ce ne sono, e allievi e famiglie comprese problematiche. La scuola protegge se non fa ideologia. Custodisce e apre. Alcuni docenti seri non indottrinati lo fanno.<br />
Le Università. Quando arrivano all&#8217;università sono già entrati in un&#8217;altra età. La fascia di chi contesta e spacca si è enormemente abbassata. Se si pensa che i leader sono ragazzi di dodici, tredici anni.<br />
Insomma. Vogliamo essere realisti.</p>
<p>Certo, bisogna ascoltarli, i giovani. Quali. Quelli dei tre angoli della piazza o quello dell&#8217;ultimo angolo o tutti insieme. Se noi adulti, la politica, dobbiamo ascoltarli, vuol dire che la scuola è fallita nel suo obiettivo educativo, le famiglie anche. Da chi devono o dovrebbero essere ascoltati.<br />
Dallo psicologo?</p>
<p>Qui è il nodo filosofico. Sennett diceva che la città è il luogo dove si impara a vivere con gli estranei (14). La piazza era il luogo dell&#8217;estraneo che diventa prossimo. Oggi è il luogo del prossimo che diventa estraneo, perché non c&#8217;è più il rito che media. Elias Canetti ancora: senza rito la massa diventa branco. Senza limite la libertà diventa furia (15). Alberto Ronchey lo aveva capito già nel millenovecentosettantasette quando parlava di fattore K e di acculturazione disgiunta (16). E Giorgio Bocca diceva che la piazza italiana è sempre stata teatro e insieme confessionale, e quando perde il confessionale resta solo il teatro (17). Nel teatro c&#8217;è anche l&#8217;improvvisazione e l&#8217;imprevedibile.</p>
<p>Ma dai&#8230;<br />
Non bisogna strumentalizzare in nome della democrazia, così li detronizziamo. Li rendiamo a volte marionette. Molti lo sono eteroguidati. O mi sbaglio? Forse. Non voglio essere petulante. Ascoltiamo pure, tanto il terzo gruppo e gli infiltrati ascolteranno sempre altri, come era ai miei tempi.<br />
Qui è il rischio maggiore e più pericoloso.</p>
<p>Resto qui, con la mia voce scomunicata che torna a cercare una casa, con il caffè freddo e il fumo del sigaro che invade la stanza nel silenzio e tra carte sparse e ritagli di giornali e di tempo.</p>
<p>Pensate con il Pensiero. Non con il pensare del pensiero degli altri. Pensate alle esigenze vere e concrete e non dite sempre non c&#8217;è futuro. Ormai spesso si parla di giovani senza futuro. Ma non sono le piazze invase a dare il futuro. Molti di questi giovani sanno guardare altro e oltre. Si informano. Leggono. Sanno parlare un italiano corretto. Molti hanno già idee precise e obiettivi precisi. Ne conosco tantissimi. Altri invece no. Non nascondiamoci dietro i profili bassi.</p>
<p>Non massifichiamo.<br />
Non omologhiamo.<br />
Non generalizziamo.</p>
<p>Guardiamo non solo ai giovani come disagio giovanile di un&#8217;età che tutti abbiamo vissuto. Per fare una semplice comparazione. Ai miei tempi alcuni hanno sposato la lotta armata. Tantissimi altri no. E qui mi fermo per non correre il rischio di essere visto come un vecchio bacucco che ripete le sue retoriche.</p>
<p>Mi rivolgo a loro.<br />
Giovani nostri di una Generazione Z che non significa nulla quella Z anzi potrebbe significare anche una contraddizione.<br />
Generazione Zero&#8230; Non voglio provocare ma a essere anche un po&#8217; critici&#8230; e riflessivi.<br />
Attenzione.<br />
Pensiamo tutti con la nostra intelligenza e con il vero Pensiero che nasce dallo studio, dalle letture e soprattutto dal nostro Essere. Ma attenzione. C&#8217;è una differenza tra il 12 14 enne e il giovane che frequenta l&#8217;università. Sono due mondi. C&#8217;è una differenza tra i tre angoli della piazza e il quarto angolo. Qui dal discorso educativo e pedagogico si passa a ben altro.<br />
Il resto lo vedremo vivendo se c&#8217;è concesso&#8230;</p>
<p>P.S. Riferimenti e circostanze sono puramente casuali e metafisici e fuori da indicazioni precise.</p>
<p>NOTE</p>
<p>(1) Atti degli Apostoli, 17, 22 31, discorso di Paolo all&#8217;Areopago di Atene, traduzione CEI 2008, &#8220;Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annuncio&#8221;. Testo fondamentale per la categoria di piazza come luogo dell&#8217;annuncio e del confronto tra Logos e mito, tra parola che interroga e parola che si espone.<br />
(2) Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, traduzione di Sergio Finzi, capitolo V, sull&#8217;azione come rivelazione dell&#8217;identità nello spazio pubblico.<br />
(3) Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981, traduzione di Furio Jesi, sul branco e sulla muta di lacerazione.<br />
(4) René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987, traduzione di Christine Diez e Federico Bovoli, sulla violenza mimetica e sulla vittima come fondamento del disordine collettivo.<br />
(5) Differenza tra assemblea e assembramento, categoria pedagogica dell&#8217;autore. L&#8217;assemblea presuppone regola, parola, ascolto e voto. L&#8217;assembramento presuppone accumulo e esposizione.<br />
(6) Giampaolo Pansa, Carte false, Rizzoli, Milano 1986, e Il sangue dei vinti, Sperling e Kupfer, Milano 2003, sulla fine della continuità generazionale tra Sessantotto e anni di piombo e sulla rimozione della memoria come categoria storiografica.<br />
(7) Franco Ferrarotti, Vite di periferia, Mondadori, Milano 1991, e Manuale di sociologia, Laterza, Bari 1968, sul concetto di coesistenza come destino condiviso e non come occasione.<br />
(8) Guy Debord, La società dello spettacolo, Buchet Chastel, Parigi 1967, traduzione italiana di Pasquale Stanziale, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2001, tesi 1.<br />
(9) Roger Scruton, Dove siamo. La natura dell&#8217;appartenenza, Cortina, Milano 2020, traduzione di Maurizio Botturi, e Come essere conservatori, Ares, Milano 2018, sul concetto di oikophilia, amore per la casa comune, e sulla piazza come dimora civile.<br />
(10) Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino 1984, traduzione di Edoardo Fadini, e Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino 1984, capitolo sull&#8217;asse del mondo e sullo spazio sacro come centro che fonda.<br />
(11) Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1978, e L&#8217;interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Guida, Napoli 1982, sulla rivoluzione come tradimento della tradizione e come conformismo rovesciato.<br />
(12) Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, sulla mutazione antropologica degli italiani, dalla fame alla omologazione.<br />
(13) Francesco Alberoni, Movimento e istituzione, Il Mulino, Bologna 1977, e Stato nascente, Il Mulino, Bologna 1968, sul movimento come solidarietà e sulla sua morte quando non genera istituzione.<br />
(14) Richard Sennett, Il declino dell&#8217;uomo pubblico, Bompiani, Milano 1977, traduzione di Glauco Arneri, sulla città come apprendimento della convivenza con l&#8217;estraneo.<br />
(15) Categoria del limite come fondamento pedagogico, tema centrale del libro. Il limite come condizione educativa, non come repressione. Riferimento a Romano Guardini e a Pierfranco Bruni, Il patto violato.<br />
(16) Alberto Ronchey, Fattore K, Corriere della Sera, 30 marzo 1977, e Atlante ideologico, Garzanti, Milano 1973, sul divario tra modernizzazione tecnologica e arretratezza civile e culturale come chiave degli anni Settanta.<br />
(17) Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari 1973, e Il provinciale, Mondadori, Milano 1962, e scritti su La Repubblica, anni Ottanta, sulla piazza italiana come teatro e confessionale laico.</p>
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		<title>Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 10:48:14 +0000</pubDate>
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<p>Milano, Torino, Bologna. Oltre gli scontri e la violenza, le voci dei ragazzi interrogano una società capace di connettere, ma non sempre di costruire relazioni e futuro Prima delle vetrine&#8230;</p>
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<p><strong>Prima delle vetrine infrante c’erano dei ragazzi.</strong></p>
<p>Prima delle immagini degli scontri, delle cariche della polizia, dei negozi devastati, c’erano giovani che avevano deciso di uscire di casa e raggiungere una piazza. Alcuni per protestare contro il costo della vita, altri per esprimere una rabbia difficile da contenere, altri ancora, forse, semplicemente perché lì avrebbero incontrato qualcuno con cui condividere un’esperienza.</p>
<p>Non possiamo conoscere le motivazioni di ciascuno. E sarebbe profondamente sbagliato attribuire a tutti le responsabilità di chi ha scelto la violenza.</p>
<p>Ma quanto accaduto a Milano, Torino e Bologna il 17 ottobre 2026 ci consegna una domanda che rischia di rimanere sepolta sotto le macerie della cronaca.</p>
<blockquote><p>Che cosa cercano quei ragazzi quando decidono di appartenere a una piazza?</p></blockquote>
<p>E soprattutto: che cosa non hanno trovato altrove?</p>
<h2>Le piazze e le domande rimaste senza risposta</h2>
<p>Le manifestazioni contro il carovita, diffuse anche attraverso i social dalla mobilitazione «Italia in Piazza», hanno coinvolto migliaia di persone.</p>
<p>A Milano gli scontri più gravi, con danneggiamenti e saccheggi, hanno interessato il centro cittadino. A Torino alcuni organizzatori hanno tentato di contenere gruppi che assumevano comportamenti aggressivi. A Bologna si sono verificati violenti confronti con le forze dell’ordine nell’area della stazione.</p>
<p>Tra le persone fermate e arrestate figurano numerosi minorenni. È uno degli elementi che maggiormente interrogano, al di là della gravità delle singole azioni.</p>
<p>Le responsabilità individuali dovranno essere accertate dalla magistratura, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.</p>
<p>La risposta istituzionale si è concentrata sulla sicurezza e sull’accertamento delle responsabilità. Proteggere le persone, tutelare chi lavora e garantire il diritto a manifestare pacificamente sono compiti irrinunciabili.</p>
<p>Ma una società non può limitarsi a intervenire quando il disagio si trasforma in violenza. <strong>Dovrebbe anche domandarsi che cosa accade prima.</strong></p>
<p>Le proteste nascevano da rivendicazioni riconoscibili: il carovita, le difficoltà economiche delle famiglie, le condizioni della scuola, i servizi pubblici, le prospettive di lavoro.</p>
<p>Non sappiamo quanto queste difficoltà abbiano inciso sui comportamenti dei singoli protagonisti degli scontri. Sappiamo però che le nuove generazioni crescono osservando il mondo degli adulti: ne ascoltano le preoccupazioni, ne percepiscono le contraddizioni, ne sperimentano le aspettative. E spesso devono trovare da sole il linguaggio per raccontare ciò che vivono.</p>
<h2>Le voci dei ragazzi: essere ascoltati, trovare un posto</h2>
<p>Ci sono testimonianze che aiutano ad andare oltre le immagini della violenza. Il 20 ottobre, il giornalista Youssef Taby ha raccolto per il Fatto Quotidiano le parole di alcuni giovani presenti nelle piazze milanesi.</p>
<div class="testimonianza"><strong>Y. / 14 anni</strong>Il ragazzo, nato in Italia da una famiglia di origini egiziane, racconta di aver visto su TikTok i video delle convocazioni e di essersi avvicinato alla manifestazione anche per curiosità, per cambiare la routine quotidiana e condividere qualche video. Nel suo racconto emerge anche il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, insieme ad altri ragazzi.&nbsp;</p>
</div>
<p>È una testimonianza, non la spiegazione di ciò che hanno vissuto tutti i partecipanti. Ma aiuta a comprendere che in una stessa piazza possono incontrarsi motivazioni economiche, desideri di partecipazione, curiosità e ricerca di riconoscimento.</p>
<p>Un’altra prospettiva arriva da Gaia, sedici anni, tra le organizzatrici milanesi di «Italia in Piazza», intervistata da Open il 21 ottobre.</p>
<div class="testimonianza"><strong>Gaia / 16 anni</strong>Gaia racconta come l’iniziativa abbia preso forma attraverso una comunità costruita sui social e come i giovani abbiano individuato rivendicazioni comuni: costo della vita, condizioni scolastiche, accesso alla sanità, stipendi e affitti. La giovane distingue la mobilitazione pacifica dalle violenze che hanno coinvolto altri gruppi.&nbsp;</p>
</div>
<p>Le due testimonianze non raccontano la stessa esperienza, ma mostrano qualcosa che merita attenzione: la piazza può rappresentare contemporaneamente uno spazio di partecipazione civile e un luogo nel quale cercare riconoscimento.</p>
<p>Ridurre tutto alla violenza significherebbe cancellare questa complessità. Ignorare la violenza significherebbe, invece, non rispettare chi l’ha subita.</p>
<h2>Il bisogno di appartenere non è un problema giovanile</h2>
<p>L’appartenenza è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Non riguarda soltanto gli adolescenti. Attraversa tutte le età e accompagna la nostra esistenza.</p>
<p>Abbiamo bisogno di riconoscerci negli occhi di qualcuno, di sapere che la nostra presenza conta, che la nostra voce può essere ascoltata, che esiste un luogo nel quale non dobbiamo continuamente dimostrare di meritare attenzione.</p>
<p>Gli psicologi Roy Baumeister e Mark Leary, nello studio «The Need to Belong», pubblicato nel 1995 sulla rivista Psychological Bulletin, hanno esaminato il bisogno di costruire e mantenere relazioni interpersonali stabili, positive e significative come motivazione umana fondamentale.</p>
<p>Non basta stare fisicamente insieme. L’appartenenza richiede continuità, reciprocità e riconoscimento.</p>
<p>Una folla può offrire immediatamente sensazioni intense: la forza del numero, il riconoscersi in uno slogan, il muoversi insieme, il percepire una separazione tra un «noi» e un «loro».</p>
<p>Per un adolescente, soprattutto quando sta costruendo la propria identità, queste esperienze possono assumere un significato particolare. Ma sentirsi parte di una folla non significa necessariamente aver trovato un luogo nel quale essere conosciuti, accolti e accompagnati.</p>
<blockquote><p>Si può essere insieme a migliaia di persone e continuare a sentirsi profondamente soli.</p></blockquote>
<p>È questo il paradosso che merita di essere esplorato.</p>
<h2>La rete ci connette. Ma chi ci riconosce?</h2>
<p>Le convocazioni delle manifestazioni sono circolate attraverso piattaforme come TikTok. Un video, un messaggio condiviso, un invito a raggiungere una piazza possono oggi mobilitare persone che non si conoscono e che non appartengono ad alcuna organizzazione tradizionale.</p>
<p>Non è necessariamente un fenomeno negativo. La rete può ampliare la partecipazione, offrire voce a chi ne ha poca, consentire ai giovani di organizzarsi e promuovere iniziative sociali importanti.</p>
<p>Ma la facilità della connessione non garantisce la profondità della relazione.</p>
<p>La studiosa Sherry Turkle, nel libro «Alone Together», ha approfondito le contraddizioni tra connessione tecnologica e vita relazionale, interrogandosi su come la disponibilità continua di contatti possa convivere con esperienze di solitudine.</p>
<p>La questione non è contrapporre il mondo digitale a quello reale. Le relazioni che nascono online possono essere autentiche e profonde.</p>
<p>Il problema emerge quando la connessione viene scambiata per riconoscimento e quando la visibilità diventa il principale metro del valore personale.</p>
<blockquote><p>Essere visualizzati non significa essere visti.</p></blockquote>
<p>Ricevere una reazione non significa necessariamente essere ascoltati. Avere migliaia di contatti non equivale a possedere relazioni capaci di sostenerci nei momenti difficili.</p>
<p>In questo contesto, anche l’adesione a una mobilitazione può rispondere a bisogni differenti. C’è chi vuole cambiare una situazione ingiusta. Chi cerca uno spazio di espressione. Chi desidera condividere un’esperienza collettiva. E chi può lasciarsi trascinare da dinamiche di gruppo che finiscono per prevalere sulle intenzioni iniziali.</p>
<p>Non sono condizioni equivalenti e non devono essere confuse. Ma ci aiutano a comprendere perché una piazza possa diventare qualcosa di più di un luogo fisico. Può diventare uno spazio nel quale cercare un’identità.</p>
<h2>Quando il gruppo diventa più importante della persona</h2>
<p>La psicologia sociale ci ricorda che il comportamento individuale può modificarsi all’interno di un gruppo. Non perché le persone perdano inevitabilmente la capacità di scegliere, ma perché l’identità collettiva può influenzare ciò che viene percepito come accettabile, desiderabile o necessario.</p>
<p>Il bisogno di essere riconosciuti può portare ad assumere atteggiamenti che, individualmente, non avremmo scelto. La ricerca di approvazione può trasformarsi in conformismo. Il desiderio di partecipare può diventare paura di essere esclusi.</p>
<p>In alcune circostanze, il gruppo può persino attribuire un significato positivo a comportamenti distruttivi.</p>
<p>La psicologa e psicoanalista Laura Pigozzi, intervistata da Open il 20 ottobre, ha proposto di leggere parte delle violenze giovanili alla luce di un sentimento di impotenza. Distruggere può apparire, in questa interpretazione, un modo disfunzionale per sperimentare un potere che nella vita quotidiana si percepisce di non avere.</p>
<p>È una possibile chiave di lettura, non una diagnosi dei ragazzi coinvolti.</p>
<p>Questo non elimina la responsabilità personale. La violenza non diventa giustificabile perché viene commessa insieme ad altri.</p>
<p>Ma comprenderne i meccanismi significa riconoscere che l’educazione alla responsabilità non si costruisce soltanto attraverso divieti e sanzioni. Si costruisce anche offrendo esperienze nelle quali sia possibile appartenere senza dover rinunciare alla propria coscienza.</p>
<p>È questa la differenza tra un gruppo che ingloba e una comunità che accoglie. Il primo può chiedere di adeguarsi. La seconda dovrebbe permettere di esistere nella propria unicità.</p>
<h2>Dove sono gli adulti?</h2>
<p>Davanti alle immagini degli scontri, una delle reazioni più immediate è chiedersi dove fossero i genitori. È una domanda comprensibile, ma rischia di diventare una scorciatoia.</p>
<p>Le famiglie hanno responsabilità educative importanti. Tuttavia, nessuna famiglia educa da sola.</p>
<p>L’identità di un adolescente si costruisce attraversando ambienti differenti: la casa, la scuola, gli amici, lo sport, le associazioni, i quartieri e gli spazi digitali. Ognuno di questi luoghi può contribuire a creare appartenenza oppure alimentare esclusione.</p>
<p>Per questo la domanda dovrebbe essere più ampia.</p>
<p>Dove sono gli adulti capaci di ascoltare senza giudicare immediatamente? Dove sono gli spazi nei quali i ragazzi possono esprimere la propria rabbia senza essere abbandonati alla rabbia stessa? Dove possono sperimentare che il conflitto non deve necessariamente trasformarsi in distruzione?</p>
<p>E dove possono incontrare persone capaci di riconoscere le loro domande, anche quando vengono espresse in modo confuso, provocatorio o difficile?</p>
<p>Non si tratta di idealizzare i giovani né di attribuire agli adulti ogni responsabilità. Si tratta di riconoscere che l’educazione è una responsabilità condivisa.</p>
<p>E che una comunità educante non nasce per intervenire soltanto quando qualcosa si rompe. <strong>Dovrebbe esserci anche prima.</strong></p>
<h2>La differenza tra essere accolti ed essere utilizzati</h2>
<p>C’è un rischio che merita particolare attenzione. Quando il bisogno di appartenenza non trova risposte significative, può diventare terreno fertile per chi offre identità semplici, contrapposizioni assolute e appartenenze costruite contro qualcuno.</p>
<p>Non significa che questo sia necessariamente accaduto nelle tre città. Servirebbero elementi specifici per sostenerlo.</p>
<p>Ma il meccanismo è conosciuto: sentirsi parte di un gruppo può diventare più importante delle finalità per le quali quel gruppo esiste.</p>
<p>L’appartenenza, allora, non viene costruita attorno a un progetto, ma attorno a un nemico. Non si sta insieme per realizzare qualcosa, ma per opporsi a qualcuno.</p>
<p>È una differenza che riguarda i movimenti sociali, ma anche le comunità, la politica, le organizzazioni e persino le relazioni quotidiane.</p>
<p>Una vera appartenenza non dovrebbe richiedere la rinuncia al pensiero critico. Dovrebbe invece rendere possibile il confronto, accogliere il dissenso, aiutare le persone a riconoscere la propria responsabilità.</p>
<p>Perché un gruppo che offre riconoscimento soltanto a condizione di obbedire non sta necessariamente costruendo una comunità. Può semplicemente sostituire una forma di solitudine con una nuova dipendenza.</p>
<h2>Non basta condannare. Non basta comprendere.</h2>
<p>Di fronte ai fatti di Milano, Torino e Bologna, condannare le violenze è necessario. Chi ha danneggiato, aggredito o saccheggiato deve rispondere delle proprie azioni secondo la legge, nel rispetto delle garanzie previste anche per i minorenni.</p>
<p>Ma sarebbe insufficiente pensare che la sola risposta repressiva possa affrontare tutte le questioni emerse. Dall’altra parte, comprendere il disagio non significa trasformarlo in una giustificazione.</p>
<p>Tra queste due posizioni esiste uno spazio educativo e sociale che merita di essere abitato. È lo spazio nel quale possiamo chiedere responsabilità senza rinunciare all’ascolto. Nel quale possiamo riconoscere la sofferenza senza negare il danno provocato agli altri. Nel quale possiamo intervenire sulle conseguenze e, contemporaneamente, cercare di comprenderne le condizioni.</p>
<p>Le piazze non raccontano soltanto ciò che alcuni giovani hanno fatto. Ci obbligano anche a interrogarci sulle opportunità di partecipazione che la società mette loro a disposizione. E su quanto siano realmente accessibili, credibili e significative.</p>
<h2>Una società capace di connettere, ma sa ancora costruire comunità?</h2>
<p>Forse è questa la domanda più profonda che attraversa gli avvenimenti di questi giorni. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare. Possiamo raggiungere chiunque, quasi ovunque, in qualsiasi momento.</p>
<p>Ma non sempre abbiamo sviluppato con la stessa attenzione la capacità di ascoltarci, di accompagnarci e di riconoscerci reciprocamente.</p>
<p>Non possiamo dedurre dagli scontri che un’intera generazione sia priva di relazioni. Sarebbe una generalizzazione ingiusta, soprattutto verso i moltissimi giovani che ogni giorno costruiscono esperienze positive di partecipazione, solidarietà e cittadinanza.</p>
<p>Proprio queste esperienze dovrebbero diventare parte del racconto. Le scuole che aprono spazi di confronto. Le associazioni che restituiscono protagonismo ai ragazzi. Gli educatori che attraversano i quartieri. Le comunità che non aspettano l’emergenza per incontrare i giovani.</p>
<p>Sono realtà spesso meno visibili di una vetrina infranta, ma altrettanto importanti per comprendere il Paese.</p>
<p>Milano, Torino e Bologna ci hanno mostrato immagini di violenza che non possiamo ignorare. Ma sarebbe una sconfitta del giornalismo, prima ancora che della politica, lasciare che quelle immagini occupassero tutto lo spazio della nostra attenzione.</p>
<p>Perché dietro ogni schermo c’è una persona. Dietro ogni appartenenza c’è una storia. E dietro ogni ragazzo, anche quando compie scelte sbagliate, esiste una possibilità di futuro che non possiamo smettere di interrogare.</p>
<blockquote><p>La vera domanda non è soltanto perché alcuni ragazzi abbiano scelto di scendere in quelle piazze. È anche quali luoghi, relazioni e comunità siamo capaci di costruire affinché possano sentirsi parte della società senza dover gridare per essere riconosciuti.</p></blockquote>
<section class="nota">
<h2>Nota editoriale | Francesco Mazzarella</h2>
<p>Quando guardo le immagini delle piazze di Milano, Torino e Bologna non riesco a fermarmi alle vetrine infrante.</p>
<p>Vedo la violenza, che non giustifico. Vedo la paura di chi si è trovato coinvolto, il lavoro delle forze dell’ordine, i commercianti che hanno subito danni.</p>
<p>Ma sento anche il bisogno di interrogarmi su ciò che quelle immagini non riescono a mostrarci.</p>
<p>Mi domando che cosa significhi, oggi, per un ragazzo, sentirsi parte di qualcosa. Dove trovi ascolto. Chi gli restituisca il valore della sua presenza. Quali adulti siano disposti a condividere con lui un pezzo di strada, anche quando diventa faticoso.</p>
<p>Da anni mi occupo di comunicazione e relazioni. E continuo a convincermi che il nostro problema non sia la mancanza di strumenti per comunicare, ma la difficoltà di trasformare la comunicazione in incontro.</p>
<p>Abbiamo imparato a essere raggiungibili. Molto meno, forse, a essere disponibili.</p>
<p>A mostrare ciò che facciamo. Non sempre a raccontare ciò che viviamo.</p>
<p>A cercare consenso. Non necessariamente a costruire fiducia.</p>
<p>Eppure nessuna persona cresce davvero soltanto perché qualcuno la segue su uno schermo.</p>
<p>Cresciamo quando qualcuno ci riconosce, quando possiamo sbagliare senza essere identificati per sempre con il nostro errore, quando incontriamo relazioni capaci di chiederci responsabilità senza negarci la possibilità di cambiare.</p>
<p>Non è una questione che riguarda soltanto i giovani. Riguarda tutti noi.</p>
<p>Perché <strong>una società nella quale le persone devono fare rumore per sentirsi viste è una società che deve interrogarsi sulla qualità del proprio ascolto.</strong></p>
<p>E forse il compito più urgente non è insegnare ai ragazzi soltanto come stare insieme. È tornare, adulti e giovani, a costruire luoghi nei quali sia possibile appartenere senza smettere di essere sé stessi.</p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong><br />
<em>Giornalista e facilitatore relazionale</em></p>
<article class="fm-editoriale">
<section class="fonti">
<h2>Fonti e riferimenti</h2>
<p>Le testimonianze riportate provengono dalle testate indicate e non sono interviste realizzate direttamente da lafrecciaweb.it</p>
<ul>
<li><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/17/a-milano-lancio-di-sassi-e-cariche-della-polizia-feriti-e-fermati.-scontri-a-torino_a783ef65-c2c2-4fb9-8d99-7c64d791f43c.html">ANSA, 17 ottobre 2026 — Cronaca delle manifestazioni</a></li>
<li><a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/10/scontri-a-milano-bologna-e-torino-tensioni-ai-cortei-italia-in-piazza-76170fe9-277f-4e9e-8949-dd573cafa67d.html">RaiNews — Proteste nelle tre città</a></li>
<li><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/20/scontri-milano-giovani-periferia-notizie/8543655/">Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre — Voci dei ragazzi</a></li>
<li><a href="https://www.open.online/2026/10/21/milano-proteste-generazione-precariato-smantellamento-servizi-italia-in-piazza-scontri-rivendicazioni-violenza/">Open, 21 ottobre — Intervista a Gaia</a></li>
<li><a href="https://www.open.online/2026/10/20/scontri-milano-violenze-giovani-intervista-psicologa-pigozzi/">Open, 20 ottobre — Laura Pigozzi</a></li>
<li><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/7777651/">Baumeister e Leary, The Need to Belong, 1995</a></li>
<li>Sherry Turkle, Alone Together, Basic Books, 2011.</li>
</ul>
</section>
</article>
</section>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/22/dietro-lo-schermo-il-bisogno-di-appartenere/">Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Lettera ai ragazzi di oggi per non accogliere la mistificazione delle piazze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 11:32:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scenari]]></category>
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		<category><![CDATA[Anni di piombo]]></category>
		<category><![CDATA[cultura e società]]></category>
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		<category><![CDATA[Leonardo Sciascia]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni studentesche]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione ideologica]]></category>
		<category><![CDATA[mistificazione delle piazze]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero critico]]></category>
		<category><![CDATA[proteste di piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Sessantotto]]></category>
		<category><![CDATA[storia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1132" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58-1024x566.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58-768x425.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58-1920x1061.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58-1170x647.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/WhatsApp-Image-2026-10-19-at-10.14.58-585x323.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/19/lettera-ai-ragazzi-di-oggi-per-non-accogliere-la-mistificazione-delle-piazze/">Lettera ai ragazzi di oggi per non accogliere la mistificazione delle piazze</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p><strong>Pierfranco Bruni</strong></p>
<p>Mi rivolgo a voi ragazzi, alla generazione che va dagli ultimi anni della scuola media a tutta l&#8217;università. È una fascia ampia, anche pedagogicamente articolata, che vive esperienze diverse, in contesti storici diversi, secondo le età della vita. Dai quindici, sedici, diciassette anni, fino al tempo in cui si lasciano gli studi universitari.</p>
<p>Ho attraversato queste fasi. Ho attraversato il Sessantotto in terza media in Calabria, ho vissuto gli anni formativi sempre in Calabria e poi l&#8217;università. Dapprima a Salerno e successivamente a Roma. Ho vissuto esperienze diverse, ma gli anni che maggiormente mi hanno segnato restano legati a tre tappe fondamentali.</p>
<p>La prima tappa è la terza media. Terza Media a San Lorenzo del Vallo.<br />
Fui rimandato in italiano e agli esami di riparazione a settembre svolsi un tema sull&#8217;occupazione sovietica in Cecoslovacchia (1). Non si volle credere che un ragazzo di paese, di Calabria, potesse interessarsi a un simile problema. Quando andai agli esami di riparazione ci furono molti interrogativi. Me lo ricordo come fosse ieri, l&#8217;aula piccola, il professore con gli occhiali spessi.</p>
<p>In quell&#8217;estate avevo letto sui giornali, pur essendo ragazzino, della morte di Jan Palach (2), che si era dato fuoco davanti ai carri armati sovietici entrati a Praga. Quella data mi ha segnato moltissimo e mi ha orientato verso una formazione e una cultura completamente non comunista ma assolutamente libera.</p>
<p>Poi vennero gli anni liceali. Liceo a Spezzano Albanese.<br />
Facemmo molte lotte per ottenere il liceo in una comunità vicina al mio paese. Ottenemmo il liceo, ma non l&#8217;autonomia, che arrivò dopo. Ottenemmo comunque risultati importanti, tra cui quello di fare cortei e contestazioni senza alcuna bandiera, nonostante alcuni gruppi, tra cui anarchici e gruppi di sinistra, tentassero di inserirsi. Non vi riuscirono. Perché era forte in noi, allora davvero, la volontà di autonomia e di libertà. Eravamo giovani. E credevamo nella libertà.</p>
<p>Poi vennero gli anni universitari. Da Salerno a Roma.<br />
Il primo anno a Salerno fu tranquillo, superai due esami. Poi, poiché alcuni ragazzi a me cari e amici che credevo veri si erano trasferiti a Roma, mi trasferii anch&#8217;io a Roma. Gli anni vissuti a Roma furono i più formativi e anche i più terribili, il settantasei, il settantasette, il settantotto (3). Quell&#8217;esperienza mi ha provato, mi ha formato, mi ha caratterizzato, non plagiato, e mi ha fatto comprendere come le ideologie, a mio avviso, siano sempre violenza, sempre manovrate e manovrabili. Non ho mai accettato i libretti rossi che venivano distribuiti in quel tempo e neppure prima al grido delle tre M: Marx, Mao, Marcuse (4).</p>
<p>Chi non ha vissuto quegli anni direttamente e ha cercato di capirli solo attraverso i mezzi di comunicazione, non può capire fino in fondo, a mio parere, e non ha il diritto morale di esprimere giudizi definitivi su situazioni non vissute direttamente. Vi assicuro che Roma di quegli anni, il settantasette e il settantotto, fu nella mia memoria diretta una stagione violenta ma certamente formativa. Violenta perché se noi ragazzi non eravamo allineati con Lotta Continua, il Quotidiano dei Lavoratori, l&#8217;Unità e altro nella tasca (5), eravamo presi di mira in modo serio, in modo vero.</p>
<p>Che cosa voglio dirvi, dunque.<br />
Voglio dire a questa generazione che vive oggi queste fasi: non lasciatevi ingannare dalle ideologie, non credete a coloro che vogliono fare contestazioni di piazza per utilizzare la piazza per altri obiettivi, perché le piazze sono diverse come diversi sono gli obiettivi. C&#8217;è chi contesta credendo a quell&#8217;età in alcuni valori, ma ci sono quelli che non credono a nulla eppure hanno una loro formazione ben precisa. Tutto questo è parte integrante di ciò che accade oggi.</p>
<p>Che cosa è la mistificazione delle piazze. È far credere che una contestazione sia spontanea, libera, nata dal basso, mentre è organizzata dall&#8217;alto per altri fini. Si usa la vostra età, la vostra generosità, il vostro bisogno di credere, per coprire interessi che non sono i vostri. Si mette una bandiera davanti per non farvi vedere chi la tiene dietro (6). Non dimenticate che le bandiere, in questo caso, aiutano a nascondere chi non ha il coraggio delle proprie idee vere.</p>
<p>Non lasciatevi convincere.<br />
Pensate con la vostra testa.</p>
<p>Che cosa mi ha cambiato fortemente in quegli anni. Mi ha tolto ogni illusione politica una manifestazione che non dimentico mai e che mi ha permesso poi di scrivere tre o quattro libri su quella vicenda. Allora avevo ventitré anni. Ero già ben consapevole.</p>
<p>Ricordo che appresi la notizia dell&#8217;uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (7), che allora, secondo una formula giornalistica diffusa, si diceva fossero compagni che sbagliavano. Ero a Roma, alla Casa dello Studente (8) &#8211; quella di via De Lollis, non la De Dominicis dove andavo a mangiare qualche volta &#8211; e appresi la notizia dalla televisione intorno alle tredici. Il giorno dopo dovevo sostenere l&#8217;ultimo esame di letteratura contemporanea. Mi presentai all&#8217;esame, consapevole e inconsapevole insieme, e il docente mi disse: come ti permetti di venire oggi a sostenere l&#8217;esame, noi tutti scioperiamo e andiamo in piazza. Docenti di marchio comunista.</p>
<p>Il pomeriggio ci fu una grande manifestazione al Colosseo. Andai al Colosseo e ricordo ancora che vestivo l&#8217;impermeabile bianco, era il nove maggio e faceva freddino. Ricordo l&#8217;odore di fumo, di lacrimogeni vecchi, e i sanpietrini bagnati. Lì che cosa vidi. Vidi bandiere democristiane incrociarsi con bandiere della falce e martello. E mi chiesi per quale motivo. Non sono le stesse appartenenze politiche che, a mio giudizio storico, non vollero le trattative perché Moro si liberasse. Erano ambienti comunisti quelli che consideravano Moro non lucido nelle sue lettere (9), e una parte della democrazia cristiana quella che non volle cedere alle trattative. Mi esplose nella coscienza una ribellione, una rivolta. Fu terribile. Il pensiero mi tornò a quei docenti che non vollero farmi sostenere l&#8217;esame di letteratura contemporanea: eskimo, basco, lessico scurrile, occhiali scuri ovali o occhialini e barba incolta (10).</p>
<p>Ciò che mi fece capire ancora di più la questione in quell&#8217;anno fu Leonardo Sciascia con il suo L&#8217;affare Moro (11), scritto subito dopo. Sciascia descrisse proprio quelle immagini che avevo vissuto direttamente e si chiese come fosse possibile che nel vento dell&#8217;area antistante il Colosseo si intrecciassero la falce e martello e lo scudo crociato. Quelli che non accettarono le trattative per la liberazione di Moro. Lì compresi che non esiste politica che possa dirsi autentica, io pensavo umana, se diventa solo potere, e lì capii che cosa è il potere.</p>
<p>Sono rimasto sempre convinto che Moro venne ucciso perché non si volle che restasse vivo nella stagione del compromesso storico (12). Grandi responsabilità, a mio avviso, dei comunisti di allora e dei democristiani di allora. Responsabilità politiche e storiche, non giudiziarie. Eppure chi ha vissuto quegli anni non può dimenticare. Non deve.</p>
<p>Ricordo che un giorno qualcuno disse, dai giornali di allora e dai telegiornali, che si era svolta una seduta spiritica che avrebbe indicato dove si trovava il corpo di Moro o il covo di Moro (13). Quel personaggio, nella mia memoria di lettore di cronache, lo ritrovai poi Presidente del Consiglio e Ministro e mi chiesi se fosse possibile che l&#8217;opinione pubblica potesse credere a questi fatti. Eppure un mondo cattolico cosiddetto progressista e i comunisti, a mio giudizio, hanno sempre appoggiato questa visione. È una visione tragica. Nei miei libri su Moro l&#8217;ho scritto (14).</p>
<p>Vorrei dire ai ragazzi, ai giovani: attenzione. Le ideologie non salvano. Le contestazioni e le rivolte di piazza non servono. Cercate di essere autentici, autonomi, liberi. Leggete, ma con cognizione seria e senso critico. Non vi lasciate abbindolare da nessuna bandiera. Perché tutte le bandiere hanno i loro buchi, i loro tagli, i loro interessi. Con qualsiasi governo.</p>
<p>Chi è specializzato in queste operazioni, per esperienza vissuta fin dalla terza media, è stata a mio giudizio la sinistra. Perché la contestazione per la sinistra, secondo la mia esperienza, non può esistere se non come appropriazione. Quando feci quel tema sull&#8217;occupazione sovietica a Praga, mi fu contestato, ricordo benissimo, eravamo nel Sessantotto, che era una lettura solo parziale dei fatti. Nel Sessantotto, io ragazzino, mi si disse questo soltanto perché avevo condannato quella tragedia. Quando leggevo le opere di Solzenicyn (15) mi indicavano come un fascista da isolare e condannare.</p>
<p>C&#8217;è quindi una linea, una visione precisa dagli anni quaranta e cinquanta in poi. Il potere che diventa regime ideologico. E soprattutto quando al potere non c&#8217;è la sinistra, bisogna abbattere quel potere. È la lezione marxista, la lezione di Engels, la lezione sovietica, che non ha smesso di insistere. Si è trasformata, grazie a un progressismo cosiddetto democristiano, in un mondo prima cattocomunista, come diceva Alberto Ronchey con il cosiddetto fattore K (16), e poi liberal, laico, lib lab da salotto e così via. Davanti alle lezioni dei nuovi filosofi francesi che in quel tempo leggevo, ovvero Glucksmann e Bernard Henri Lévy (17), mi si condannava di essere un antirevoluzionario. Pavese e Ungaretti erano banditi alla Casa dello Studente (18).</p>
<p>Ma andiamo a vedere che cosa sono diventati coloro che facevano le lotte di massa. Facciamoci una domanda. L&#8217;invidia, l&#8217;arroganza, l&#8217;egoismo. Volevano diventare ciò che non erano. E questa è, a mio avviso, la sinistra. Si lotta per diventare ciò che non si è o per avere ciò che non si ha. Poi tutto è parvenza, tutto è apparenza. Tutto omologazione.</p>
<p>Non credete, ragazzi, a tutto ciò che vedete. Al vandalismo che domina le piazze dite di no. Non cadete nella demagogia. Pensate con la vostra testa, leggete con la vostra testa, interpretate con la vostra testa. I cattivi maestri c&#8217;erano ieri, ci sono stati nel corso degli anni, ci sono ancora oggi. Direi più semplicemente che esistono cattive persone che propongono un loro modello di insegnamento. Non cattivi maestri.</p>
<p>Ieri il cattivo maestro aveva eskimo e basco e distribuiva ciclostilati. Oggi ha un profilo social, fa l&#8217;influencer politico, occupa le scuole e vi insegna a gridare slogan che non ha mai studiato. Il metodo è lo stesso (19). Oggi diremmo che è un algoritmo che si ripete. Cambia solo il mezzo. Prima era il megafono, ora è appunto l&#8217;algoritmo. Ma l&#8217;obiettivo resta l&#8217;appropriazione della vostra libertà. Non permettete ciò. Le crisi ci sono sempre state con tutti i Governi. È una questione mai risolta. C&#8217;è stato un tempo che per la crisi del carburante e per il troppo inquinamento si circolava con le auto a targhe alterne (20).</p>
<p>Ragazzi, cercate di essere liberi nel pensiero. È l&#8217;invito che vi viene da una persona che ha vissuto molte stagioni e che ha compreso che la verità assoluta non esiste. Esiste la propria verità, quella che viviamo abitandola e osservando tutto con spirito critico.</p>
<p>E qui viene il punto che voglio lasciarvi. Essere liberi non è solo dire di no alle bandiere. È dire di sì a qualcosa che vale. La piazza che mistifica vi offre una appartenenza urlata. Io vi propongo una appartenenza silenziosa: la bellezza, lo studio, l&#8217;amore, il lavoro fatto bene, il rispetto per l&#8217;altro (21). La piazza vi vuole omologati. La bellezza vi vuole unici. C&#8217;è sempre un&#8217;uscita di sicurezza per chi si trova a un bivio. Scegliere il bene e la libertà nel pensare senza farvi indottrinare (22).</p>
<p>Siate liberi. Veri. Amate con il cuore. Cercate la bellezza e non le piazze delle bandiere.</p>
<p>Da un settantenne e più quasi disincantato e oltre che ha vissuto direttamente ciò che racconta.<br />
Scrivo queste righe a Roma, ma con la testa alla mia Calabria, una mattina di ombre di ottobre, con il caffè già freddo. Mentre resto seduto in una poltrona con un braccio fratturato dopo una brutta scivolata tra pile di libri sparsi nel corridoio.</p>
<p>NOTE</p>
<p>(1) Occupazione della Cecoslovacchia. 20-21 agosto 1968. Intervento delle truppe del Patto di Varsavia per stroncare la Primavera di Praga di Alexander Dubcek.</p>
<p>(2) Jan Palach. 1948-1969. Studente di filosofia all&#8217;Università Carlo di Praga. Si cosparse di benzina e si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in piazza San Venceslao.</p>
<p>(3) Triennio 1976-1978. Anni di piombo al culmine. Il 1976 sorpasso elettorale del Pci. Il 1977 movimento dell&#8217;autonomia, Sapienza occupata, Giorgiana Masi. Il 1978 Moro.</p>
<p>(4) Le tre M. Karl Marx, Mao Zedong autore del Libretto Rosso, Herbert Marcuse autore de L&#8217;uomo a una dimensione 1964.</p>
<p>(5) Lotta Continua, Quotidiano dei Lavoratori, l&#8217;Unità. Avere in tasca il giornale giusto era segno di appartenenza.</p>
<p>(6) Mistificazione. Dal latino tardo mystificare. Costruzione di una falsa coscienza collettiva.</p>
<p>(7) Aldo Moro. 1916-1978. Rapito in via Fani il 16 marzo 1978, corpo in via Caetani il 9 maggio 1978.</p>
<p>(8) Casa dello Studente. Via Cesare De Lollis a San Lorenzo e Enrico De Dominicis alla Tiburtina. Occupazioni permanenti negli anni settanta.</p>
<p>(9) Lettere di Moro. Oltre 90 lettere. Parte di Dc e Pci sostenne non fosse lucido. Sciascia parlò di cinismo di Stato.</p>
<p>(10) Eskimo, basco. Uniforme del Settantasette. Giaccone militare americano, basco alla Che Guevara, occhiali scuri ovali o occhialini, barba incolta.</p>
<p>(11) Leonardo Sciascia, L&#8217;affare Moro, Sellerio 1978.</p>
<p>(12) Compromesso storico. Formula di Berlinguer su Rinascita, ottobre 1973, dopo il golpe in Cile.</p>
<p>(13) Seduta spiritica di via Gradoli. 2 aprile 1978, casa di Alberto Clò a Bologna, con Romano Prodi, Mario Baldassarri. Emerse nome Gradoli.</p>
<p>(14) I miei libri su Moro. L&#8217;ultima primavera. Il Coscile, Castrovillari, 1998. Il perduto equilibrio nei giorni tristi di Aldo Moro. Edizioni Il Coscile, Castrovillari, 2008. La farfalla ha le ali spezzate. Edizioni Il Coscile, Castrovillari, 2016.</p>
<p>(15) Aleksandr Solzenicyn. 1918-2008. Nobel 1970. Arcipelago Gulag 1973.</p>
<p>(16) Fattore K. Alberto Ronchey 1979. K sta per Komintern.</p>
<p>(17) Nouveaux philosophes. André Glucksmann, Bernard Henri Lévy. 1976-77.</p>
<p>(18) Pavese e Ungaretti banditi. Considerati borghesi e decadenti nei collettivi.</p>
<p>(19) Algoritmo e megafono. Ieri ciclostile, oggi algoritmo. Silone: La scuola dei dittatori 1938 e Uscita di sicurezza 1965.</p>
<p>(20) Targhe alterne. Austerity 1973-74, crisi petrolifera del Kippur. Domeniche a piedi.</p>
<p>(21) Bellezza come antidoto. Tema centrale in Bruni. Non estetica ma etica.</p>
<p>(22) Uscita di sicurezza. Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, Vallecchi Editore, Firenze, prima edizione maggio 1965, 242 pagine. La scuola dei dittatori, Zurigo 1938, Mondadori 1962.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/19/lettera-ai-ragazzi-di-oggi-per-non-accogliere-la-mistificazione-delle-piazze/">Lettera ai ragazzi di oggi per non accogliere la mistificazione delle piazze</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>A L’Aquila il 4° Summit nazionale sul Perdono che parla ai giovani e alla coscienza del nostro tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Palmerini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 17:29:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Il perdono nutre il mondo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di scegliere]]></category>
		<category><![CDATA[Perdonanza Celestiniana]]></category>
		<category><![CDATA[Summit nazionale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="670" height="580" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/perdonanza.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/perdonanza.jpg 670w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/perdonanza-300x260.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/perdonanza-585x506.jpg 585w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></p>
<p>Una riflessione di Goffredo Palmerini su Perdonanza e giovani generazioni L’AQUILA – Ci sono parole che non appartengono soltanto alla storia, appartengono alla vita. Il perdono è una di queste.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/28/a-laquila-il-4-summit-nazionale-sul-perdono-che-parla-ai-giovani-e-alla-coscienza-del-nostro-tempo/">A L’Aquila il 4° Summit nazionale sul Perdono che parla ai giovani e alla coscienza del nostro tempo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Una riflessione di Goffredo Palmerini su Perdonanza e giovani generazioni</strong></em></p>
<p>L’AQUILA – Ci sono parole che non appartengono soltanto alla storia, appartengono alla vita. Il <strong>perdono</strong> è una di queste. E L’Aquila, che da sette secoli custodisce il dono di <strong>Celestino V</strong>, torna anche quest’anno a interrogare il mondo con la sua voce antica e sempre nuova. Il <strong>29 agosto</strong>, nel cuore della <strong>732ª Perdonanza Celestiniana</strong><strong>,</strong> il Teatro San Filippo &#8211; rinato dopo le ferite del sisma del 2009 &#8211; accoglierà la quarta edizione del <strong>Summit nazionale “Il Perdono nutre il Mondo”</strong>, dedicato al tema: <strong><em>“Il Perdono apre al futuro? I giovani e la libertà di scegliere.”</em> </strong>Un titolo che è già una domanda. Una domanda che non riguarda solo i giovani, ma tutti noi. Gli adulti, le Istituzioni, le comunità. Una domanda che attraversa il nostro tempo, segnato da guerre, violenze, crisi globali, smarrimenti generazionali. Una domanda che chiede ascolto, responsabilità, visione.<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright wp-image-127319 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026-240x300.jpg 240w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026-819x1024.jpg 819w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026-768x960.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026-1170x1463.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026-585x731.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Summit-Perdono-2026.jpg 1280w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></p>
<p>Il Summit nasce da un’intuizione semplice e radicale. Il perdono non è un gesto che riguarda il passato, ma una prospettiva che apre al futuro. Non è un valore da celebrare in astratto, ma un modo di guardare la vita, la memoria, la responsabilità, la libertà. Come annota <strong>Francesca Pompa</strong>, ideatrice e art director del Summit, il perdono non è una risposta facile: è un cammino. Un cammino che chiede di interrogare ciò che siamo, ciò che abbiamo ereditato, ciò che vogliamo diventare. Un cammino che riguarda soprattutto i giovani, chiamati a scegliere la propria strada in un mondo che offre opportunità immense, ma anche pressioni enormi, ansie, contraddizioni, fragilità.</p>
<p>Il Summit si svilupperà lungo tre assi &#8211; <strong>Comprendere, Perdonare, Scegliere</strong> &#8211; affidati a voci diverse, generazioni diverse, sensibilità diverse. Sul palco del Teatro San Filippo si alterneranno filosofi, sociologi, educatori, comunicatori, giovani: <strong>Michelangelo Tagliaferri</strong>, <strong>Diego Fusaro</strong>, <strong>Massimo Cacciari</strong>, <strong>Francesco Giorgino</strong>, <strong>Remo Lucchi</strong>, <strong>Valeria Pompili</strong>, <strong>Carmina Gallucci</strong>, <strong>Dario Bolis</strong>, <strong>Davide Simone Cavallo</strong> e il giovane <strong>Alessio Ciocca</strong>. Ognuno porterà una domanda, una visione, una riflessione, una ferita, una testimonianza, una possibilità, una proposta. Ognuno offrirà un frammento di futuro. Perché il perdono, prima di essere un gesto, è un linguaggio. E il futuro, prima di essere un tempo, è una scelta.</p>
<div id="attachment_127321" style="width: 970px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-127321" class="wp-image-127321 size-full" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Papa-Francesco-Porta-Santa-Perdonanza-2022.jpg" alt="" width="960" height="527" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Papa-Francesco-Porta-Santa-Perdonanza-2022.jpg 960w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Papa-Francesco-Porta-Santa-Perdonanza-2022-300x165.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Papa-Francesco-Porta-Santa-Perdonanza-2022-768x422.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Papa-Francesco-Porta-Santa-Perdonanza-2022-585x321.jpg 585w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><p id="caption-attachment-127321" class="wp-caption-text">papa Francesco &#8211; porta santa 2022</p></div>
<p>Il 28 agosto 2022, aprendo la Porta Santa della Basilica di Collemaggio, <strong>Papa Francesco</strong> ha definito L’Aquila “<strong>Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace</strong>”. Non un blasone da mostrare, ma una responsabilità da vivere. Una responsabilità che nasce dal dono di Celestino V, la <strong>Perdonanza</strong>, il primo giubileo della storia, concesso il 29 agosto 1294 all’atto della sua incoronazione a pontefice proprio a L’Aquila, in quella stessa basilica che egli aveva fatto costruire nel 1275, dopo essersi fermato a Collemaggio di ritorno dal Concilio di Lione. Dal 1294 ogni anno, e per 732 anni, la città apre la <strong>Porta Santa di Collemaggio</strong> e offre al mondo un messaggio che attraversa i secoli, così come sancito nella Bolla della Perdonanza.</p>
<p><em>«</em><em>Celestino Vescovo servo dei servi di Dio, a tutti i fedeli di Cristo che prenderanno visione di questa lettera, salute e apostolica benedizione. Tra le feste solenni che ricordano i santi è da annoverare tra le più importanti quella di San Giovanni Battista in quanto questi, pur provenendo dal grembo di una madre sterile per vecchiezza, tuttavia fu ricolmo di virtù e fonte abbondante di sacri doni, fu voce degli Apostoli, avendo concluso il ciclo dei profeti, ed annunziò la presenza di Cristo in terra mediante l’annuncio del Verbo e miracolose indicazioni, annunziò quel Cristo che fu luce nella nebbia del mondo e delle tenebre dell’ignoranza che avvolgevano la terra, per cui per il Battista seguì il glorioso martirio, misteriosamente imposto dall’arbitrio di una donna impudica in virtù del compito affidatole. Noi, che nel giorno della decollazione di San Giovanni, nella chiesa benedettina di Santa Maria di Collemaggio in Aquila ricevemmo sul nostro capo la tiara, desideriamo che con ancor più venerazione tal Santo venga onorato mediante inni, canti religiosi e devote preghiere dei fedeli. Affinché, dunque, in questa chiesa la festività della decollazione di San Giovanni sia esaltata con segnalate cerimonie e sia celebrata con il concorso devoto del popolo di Dio, e tanto più devotamente e fervidamente lo sia quanto più in tale chiesa la supplice richiesta di coloro che cercano Dio troveranno tesori della Chiesa che risplendono dei doni spirituali che gioveranno nella futura vita, forti della misericordia di Dio onnipotente e dell’autorità dei suoi apostoli SS. Pietro e Paolo, in ogni ricorrenza annuale della festività assolviamo dalla colpa e dalla pena, conseguenti a tutti i loro peccati commessi sin dal Battesimo, quanti sinceramente pentiti e confessati saranno entrati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dai vespri della vigilia della festività di San Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività. Dato in Aquila, 29 settembre, nell’anno primo del nostro pontificato».</em></p>
<p>L’indulgenza plenaria con il perdono divino ricevuto, che impegna ciascuno a perdonare ogni uomo o donna del suo prossimo. Dunque la riconciliazione è possibile. La pace è possibile. La libertà interiore è possibile. Il Summit nasce per rendere vivo questo messaggio, per contribuire a tradurlo nella contemporaneità, per portarlo dentro le tensioni del nostro tempo presente. Sicché essere un luogo dello spirito, per L’Aquila, non è un privilegio, ma un compito, una missione ineludibile nell’attualizzare il lascito spirituale e civile della Perdonanza, aprendolo al mondo, all’intera umanità.</p>
<div id="attachment_127322" style="width: 717px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-127322" class="wp-image-127322" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/LAquila-Teatro-San-Filippo-300x183.webp" alt="" width="707" height="431" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/LAquila-Teatro-San-Filippo-300x183.webp 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/LAquila-Teatro-San-Filippo-768x469.webp 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/LAquila-Teatro-San-Filippo-585x357.webp 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/LAquila-Teatro-San-Filippo.webp 1024w" sizes="(max-width: 707px) 100vw, 707px" /><p id="caption-attachment-127322" class="wp-caption-text">Teatro San Filippo</p></div>
<p><strong> </strong>Quest’anno il Summit entra nel <strong>Festival delle Risonanze</strong>, il nuovo contenitore culturale della Perdonanza. E si svolge per la prima volta nel <strong>Teatro San Filippo</strong>, restituito di recente alla città dopo il prezioso restauro dai danni del terremoto del 6 aprile 2009. Un luogo che ha conosciuto la fragilità e la rinascita. Un luogo che accoglie parole e linguaggi diversi, perché possano risuonare e lasciare una traccia. Un luogo che, come la città, sa che il perdono non è un gesto di debolezza, ma un atto di forza e di misericordia.</p>
<p>Viviamo in un tempo che chiede ai giovani di essere veloci, performanti, sempre connessi. Un tempo che offre possibilità immense, ma anche solitudini nuove. Un tempo che rischia di confondere la libertà con l’assenza di limiti, la scelta con la pressione, il futuro con l’incertezza. Il Summit vuole restituire ai giovani le opportunità di un percorso di vita nuovo e con nuovi capisaldi valoriali: <strong>libertà come responsabilità</strong>, <strong>scelta come consapevolezza</strong>, <strong>futuro come possibilità</strong>, <strong>perdono come trasformazione</strong>. Perché perdonare non significa dimenticare. Significa liberare. Liberare ciò che siamo, ciò che possiamo diventare, ciò che vogliamo costruire.</p>
<p><strong> </strong>Il Summit è nato nel 2023 da un’idea di <strong>One Group</strong>, accolta e condivisa dall’associazione <strong>L’Aquila Made In</strong>. In quattro edizioni è diventato un appuntamento nazionale, capace di parlare di temi profondi a pubblici diversi, riverberandone l’eco autentica sia in Italia che all’estero. Il suo messaggio è universale: il perdono non è un atto solo spirituale, è un atto umano. Non è un gesto riservato alla sfera personale, ma un gesto civile che influenza l’intera comunità. Non è un evento occasionale, ma un cammino di perseveranza. In un mondo attraversato da guerre, violenze, tragedie epocali, il perdono non è un’utopia, è una necessità. È una forma di resistenza morale. È una scelta che apre al futuro.</p>
<div id="attachment_5782" style="width: 970px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-5782" class="wp-image-5782 size-full" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/LAquila-Basilica-di-Collemaggio-2.jpg" alt="" width="960" height="640" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/LAquila-Basilica-di-Collemaggio-2.jpg 960w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/LAquila-Basilica-di-Collemaggio-2-300x200.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/LAquila-Basilica-di-Collemaggio-2-768x512.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/LAquila-Basilica-di-Collemaggio-2-585x390.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/05/LAquila-Basilica-di-Collemaggio-2-263x175.jpg 263w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><p id="caption-attachment-5782" class="wp-caption-text">Basilica di Collemaggio</p></div>
<p>Il  23 agosto, con l’arrivo della fiaccola partita dall’eremo di Sant’Onofrio sul monte Morrone, è stato acceso il tripode della Pace sul torrione della basilica di Collemaggio, con un evento splendido trasmesso in diretta su Rai1. È iniziata così la settimana di eventi che condurrà al 28 agosto, all’apertura della Porta Santa con il rito dei tre colpi di bastone d’ulivo del Getsemani, quest’anno affidata dalla Santa Sede al cardinale <strong>José Tolentino de Mendonça</strong>, prefetto del dicastero per la Cultura e l’Educazione, una scelta assai appropriata nell’anno che vede <strong>L’Aquila Capitale italiana della Cultura</strong>. Seguirà per 24 ore la fiumana di fedeli che varcheranno la Porta Santa per il giubileo celestiniano. Nella Basilica di Collemaggio risuonerà, come ogni anno, il magistero di Pietro Celestino, il papa Santo due volte, con l’indulgenza della Perdonanza, fino alla chiusura della Porta.</p>
<p>Il 29 agosto anche al <strong>Teatro San Filippo</strong> le parole saranno risonanze. Risuoneranno come domande, come ferite, come possibilità di rinascita. Risuoneranno come un invito a guardare al domani, senza paure. Perché il perdono non è un gesto che riguarda il passato, ma un ponte verso il futuro. <em>«</em><em>Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia», </em><em>ha detto <strong>papa Leone</strong> ai giovani del Meeting di Rimini.</em> Un ponte che <strong>L’Aquila, Capitale del Perdono</strong>, continua a costruire per sé e per l’umanità. E il Summit, anno dopo anno, di questo ponte di misericordia è la voce, la voce di un mondo che aspira alla riconciliazione, alla pace, ad un nuovo umanesimo.</p>
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		<title>Chi si prende cura di chi educa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 11:47:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[adulti]]></category>
		<category><![CDATA[dialogo]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[relazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p>
<p>Nell&#8217;era dell&#8217;intelligenza artificiale non siamo davanti a una crisi dell&#8217;autorità, ma a una condizione nuova nella storia: adulti e ragazzi attraversano insieme un cambiamento che nessuno conosce fino in fondo.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9.png 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-300x169.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-1024x576.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-768x432.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-1170x658.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/A84A12DA-DA4E-4ECE-83FB-2E30F7485DF9-585x329.png 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p><em>Nell&#8217;era dell&#8217;intelligenza artificiale non siamo davanti a una crisi dell&#8217;autorità, ma a una condizione nuova nella storia: adulti e ragazzi attraversano insieme un cambiamento che nessuno conosce fino in fondo. Per questo l&#8217;educazione non può più essere soltanto trasmissione. Deve diventare alleanza.</em></p>
<p class="pip-education-dropcap">Per secoli educare ha significato, prima di tutto, trasmettere.</p>
<p>Gli adulti avevano attraversato il mondo prima dei figli.</p>
<p>Conoscevano il lavoro, le relazioni, i rischi e il linguaggio della società. Avevano imparato, spesso anche attraverso gli errori, a distinguere ciò che costruisce da ciò che distrugge.</p>
<p>I ragazzi imparavano da loro.</p>
<p>Oggi questo schema non è scomparso, ma non basta più.</p>
<p>Non perché gli adulti abbiano smesso di essere punti di riferimento.</p>
<p>Ma perché il terreno sul quale adulti e ragazzi camminano è cambiato.</p>
<p>Intelligenza artificiale, algoritmi, social network e tecnologie generative stanno trasformando il modo di comunicare, studiare, lavorare, informarsi e costruire la propria identità.</p>
<p>E questo cambiamento riguarda tutti.</p>
<p>Anche gli adulti.</p>
<div class="pip-education-lead">Ci troviamo davanti a una condizione educativa inedita: adulti e minori hanno ruoli e responsabilità differenti, ma attraversano insieme tecnologie che nessuno dei due conosce ancora pienamente.</div>
<h2 class="pip-education-section-title">Una fragilità condivisa</h2>
<p>Si dice spesso che i giovani siano più preparati degli adulti perché sono «nativi digitali».</p>
<p>È un’affermazione solo in parte vera.</p>
<p>I ragazzi conoscono gli strumenti.</p>
<p>Li utilizzano con naturalezza.</p>
<p>Scoprono funzioni che molti adulti ignorano e imparano rapidamente a muoversi dentro piattaforme, linguaggi e ambienti nuovi.</p>
<p>Ma saper utilizzare una tecnologia non significa necessariamente comprenderne gli effetti.</p>
<p>Non significa riconoscere i meccanismi che influenzano l’attenzione, il giudizio, le emozioni, il desiderio di appartenenza o la qualità delle relazioni.</p>
<p>Allo stesso modo, gli adulti possiedono un patrimonio prezioso di esperienza, discernimento e responsabilità, ma spesso si sentono impreparati davanti alla velocità con cui le tecnologie cambiano.</p>
<div class="pip-education-columns">
<div class="pip-education-card">
<h3>Ciò che possono portare i ragazzi</h3>
<p>Familiarità con gli strumenti, conoscenza dei linguaggi digitali, capacità di esplorare rapidamente nuovi ambienti e sensibilità verso i cambiamenti in corso.</p>
</div>
<div class="pip-education-card">
<h3>Ciò che devono portare gli adulti</h3>
<p>Esperienza, discernimento, responsabilità, capacità di leggere le conseguenze, porre limiti e distinguere ciò che fa crescere da ciò che può ferire.</p>
</div>
</div>
<p>La novità non consiste quindi nel fatto che gli adulti non abbiano più nulla da insegnare.</p>
<p>Consiste nel fatto che non possono più educare fingendo di conoscere completamente il mondo verso il quale stanno accompagnando i ragazzi.</p>
<h2 class="pip-education-section-title">L’errore che rischiamo di fare</h2>
<p>Di fronte a questa situazione il rischio è duplice.</p>
<p>Da una parte gli adulti possono rinunciare al proprio ruolo educativo, pensando che i ragazzi ne sappiano più di loro.</p>
<p>Dall’altra i giovani possono credere che la competenza tecnica sia sufficiente per orientarsi nella vita.</p>
<p>Entrambe le convinzioni sono pericolose.</p>
<p>Perché confondono la capacità di utilizzare uno strumento con la capacità di attribuirgli un significato.</p>
<div class="pip-education-question">Una cosa è sapere come funziona uno strumento. Un’altra è comprendere quando fidarsi, quando dubitare, quando fermarsi e quali conseguenze una scelta possa produrre nella propria vita e in quella degli altri.</div>
<p>Un adolescente può conoscere meglio di un genitore il funzionamento di un social network o di un sistema di intelligenza artificiale.</p>
<p>Ma non per questo possiede già gli strumenti interiori per gestire il giudizio degli altri, la permanenza di un’immagine, la pressione di un gruppo o la credibilità di una risposta generata da una macchina.</p>
<p>Un adulto, al contrario, può non conoscere ogni funzione di una piattaforma.</p>
<p>Ma ha il compito di aiutare il ragazzo a leggere ciò che quello strumento produce nella sua libertà, nelle sue emozioni e nelle sue relazioni.</p>
<h2 class="pip-education-section-title">La relazione è il passaggio che manca</h2>
<p>Forse la domanda non è chi conosca meglio la tecnologia.</p>
<p>La domanda è chi stia insegnando a vivere dentro questo cambiamento.</p>
<p>Possiamo spiegare come utilizzare un’applicazione.</p>
<p>Possiamo insegnare a scrivere un prompt.</p>
<p>Possiamo installare filtri, limiti e sistemi di controllo.</p>
<p>Tutto questo è utile.</p>
<p>Ma nessuno di questi strumenti può sostituire una relazione nella quale un ragazzo impari a confrontarsi con il dubbio, con il limite, con la libertà e con la responsabilità.</p>
<p>La competenza tecnica del ragazzo e il discernimento dell’adulto rimangono due risorse separate se non esiste uno spazio nel quale possano incontrarsi.</p>
<p>Quel passaggio è la relazione.</p>
<div class="pip-education-callout">
<p>La TecnoRelazione nasce quando la familiarità tecnica dei più giovani incontra il discernimento degli adulti e, attraverso una relazione autentica, genera responsabilità condivisa.</p>
</div>
<h2 class="pip-education-section-title">Dalla trasmissione all’alleanza</h2>
<p>Per molto tempo abbiamo pensato che educare significasse consegnare ai più giovani ciò che gli adulti avevano già imparato.</p>
<p>Oggi siamo chiamati a qualcosa di più complesso.</p>
<p>Gli adulti devono continuare a trasmettere valori, senso critico, discernimento e responsabilità.</p>
<p>I ragazzi possono aiutarli a comprendere il linguaggio delle nuove tecnologie, le opportunità che aprono e le trasformazioni che stanno producendo.</p>
<p>Non è una resa dell’autorità educativa.</p>
<p>È una sua evoluzione.</p>
<p>L’adulto non perde autorevolezza quando riconosce di avere qualcosa da imparare.</p>
<p>La perde quando finge di sapere, oppure quando si ritira e lascia il ragazzo solo davanti a strumenti troppo potenti.</p>
<p>L’autorevolezza non nasce dal sapere tutto.</p>
<p>Nasce dalla capacità di assumersi la responsabilità della relazione, continuando a cercare e a imparare insieme.</p>
<div class="pip-education-definition">
<h3>ALLEANZA EDUCATIVA</h3>
<p>Non significa confondere i ruoli o mettere adulti e minori sullo stesso piano delle responsabilità. Significa riconoscere che entrambi possiedono conoscenze parziali e che l’educazione nasce quando queste differenze entrano in dialogo senza che l’adulto rinunci al proprio compito di guida.</p>
</div>
<h2 class="pip-education-section-title">Chi si prende cura di chi educa?</h2>
<p>C’è però una domanda che raramente entra nel dibattito pubblico.</p>
<p>Chiediamo ai genitori di accompagnare i figli nel digitale.</p>
<p>Chiediamo agli insegnanti di educare all’intelligenza artificiale.</p>
<p>Chiediamo agli educatori di prevenire il disagio, il cyberbullismo, la dipendenza dagli schermi, la solitudine e le nuove forme di esclusione.</p>
<p>Ma chi si prende cura di loro?</p>
<p>Chi offre agli adulti luoghi nei quali confrontarsi, sbagliare, imparare e crescere senza sentirsi continuamente inadeguati?</p>
<p>Chi costruisce linguaggi comuni tra famiglie, scuole, associazioni, comunità educative e professionisti?</p>
<p>Non possiamo chiedere agli adulti di essere presenti in un mondo che cambia senza offrire loro formazione, confronto e sostegno.</p>
<p>Non possiamo costruire una nuova educazione lasciando soli coloro che hanno il compito di educare.</p>
<h2 class="pip-education-section-title">L’Empatia Digitale come competenza relazionale</h2>
<p>È proprio qui che nasce ciò che definisco <strong>Empatia Digitale</strong>.</p>
<p>Non la capacità di rendere le macchine più simili agli esseri umani.</p>
<p>Ma la scelta di rendere gli esseri umani più capaci di attraversare insieme il cambiamento.</p>
<p>L’Empatia Digitale non è soltanto una competenza tecnica.</p>
<p>È una competenza relazionale.</p>
<p>Significa riconoscere che dietro ogni profilo c’è una persona, dietro ogni messaggio può esserci una fragilità e dietro ogni uso della tecnologia esiste una relazione che viene costruita, trasformata o consumata.</p>
<p>Significa anche accettare che nessuna generazione possieda da sola tutte le risposte.</p>
<p>Gli adulti hanno ancora molto da insegnare.</p>
<p>I ragazzi hanno molto da mostrare.</p>
<p>Entrambi hanno bisogno di imparare.</p>
<h2 class="pip-education-section-title">Una responsabilità condivisa</h2>
<p>Forse la vera emergenza educativa del nostro tempo non è l’intelligenza artificiale.</p>
<p>È il rischio che ciascuna generazione pensi di poter affrontare il cambiamento da sola.</p>
<p>I ragazzi non possono essere lasciati soli perché sanno usare gli strumenti.</p>
<p>Gli adulti non possono ritirarsi perché non conoscono ogni applicazione.</p>
<p>La tecnologia non elimina la differenza dei ruoli educativi.</p>
<p>La rende più esigente.</p>
<p>Chiede agli adulti di guidare senza fingere di sapere tutto.</p>
<p>Chiede ai ragazzi di imparare che la familiarità con uno strumento non coincide con la libertà interiore necessaria per governarlo.</p>
<div class="pip-education-final">
<p>Per molto tempo abbiamo pensato che educare significasse trasmettere ciò che già conoscevamo.</p>
<p>Oggi siamo chiamati a imparare insieme ciò che nessuno ha ancora compreso completamente.</p>
<p>I ragazzi possono mostrarci come sta cambiando il mondo.</p>
<p>Gli adulti devono aiutarli a non perdere ciò che rende umano quel cambiamento.</p>
<p>È in questo incontro che nasce la vera alleanza educativa: non dalla paura della tecnologia, non dalla nostalgia del passato, ma dalla scelta di attraversare insieme un futuro che nessuno può affrontare da solo.</p>
</div>
<div class="pip-education-note"><strong>Nota redazionale:</strong> questo testo è un editoriale di riflessione educativa. Le espressioni «Empatia Digitale» e «TecnoRelazione» sono utilizzate dall’autore per descrivere un approccio nel quale la tecnologia viene letta a partire dagli effetti che produce sulle persone, sulle responsabilità educative e sulla qualità delle relazioni. La reciprocità tra adulti e ragazzi non elimina la differenza dei ruoli, delle responsabilità e dell’autorità educativa.</div>
<div></div>
<div>@riproduzione riservata</div>
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		<title>LAVORO SENZA VALORI? LA GEN Z DICE NO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 18:42:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Gen Z]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2016" height="1134" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui.jpg 2016w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-1920x1080.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 2016px) 100vw, 2016px" /></p>
<p>1 giovane su tre cerca un’occupazione in linea con i propri ideali I dati della ricerca Webboh Lab &#8211; presentati al Fuori Festival del Festival dell’Economia di Trento &#8211; raccontano&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2016" height="1134" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui.jpg 2016w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-1920x1080.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Fuori-Festival-Trento-23mag26-Webboh-Lab-Giulio-Pasqui-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 2016px) 100vw, 2016px" /></p><h3 dir="ltr"><em><strong>1 giovane su tre cerca un’occupazione in linea con i propri ideali</strong></em></h3>
<h3 dir="ltr">I dati della ricerca Webboh Lab &#8211; presentati al Fuori Festival del Festival dell’Economia di Trento &#8211; raccontano come stia cambiando il significato del lavoro per le nuove generazioni</h3>
<p dir="ltr">Segrate, 25 maggio 2026 &#8211; Il modo in cui le nuove generazioni guardano al mondo del lavoro, costruiscono la propria identità professionale e immaginano il rapporto tra vita, crescita personale e organizzazioni sta cambiando. È questo il quadro emerso da “Le dimensioni della New Talent Equation”, la nuova ricerca sviluppata da Webboh Lab, il primo Osservatorio Permanente sulla Gen Z in Italia di Webboh insieme all’Istituto di Ricerca Sylla (sotto la guida scientifica del professore Furio Camillo), presentata al Fuori Festival del Festival dell’Economia di Trento, durante il panel “La fine dell’inizio del lavoro” dedicato alle trasformazioni del lavoro nelle nuove generazioni.</p>
<p dir="ltr">L’indagine, costruita a partire dalle ricerche dell’Osservatorio Webboh Lab su un campione di oltre 3.000 giovani italiani tra i 14 e i 30 anni, ha analizzato aspettative, linguaggi e modelli culturali che stanno ridefinendo il rapporto con il lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale e delle professioni identitarie.</p>
<p dir="ltr">Secondo la ricerca, il talento oggi non viene più percepito solo come competenza tecnica, ma come equilibrio tra quattro dimensioni fondamentali: meaning (ricerca di senso); balance (equilibrio vita-lavoro); growth (crescita personale); trust (fiducia e coerenza).</p>
<p dir="ltr">“La Gen Z non sta rifiutando il lavoro. Sta cambiando le regole del lavoro”, ha spiegato Furio Camillo, docente dell’Università di Bologna e responsabile scientifico di Webboh Lab. “Oggi il lavoro deve avere senso, equilibrio, crescita e fiducia. Il talento non è più soltanto competenza: è aspettativa.”</p>
<h2 dir="ltr">I QUATTRO DRIVER DELLA “TALENT EQUATION”</h2>
<p dir="ltr">La ricerca mostra come il rapporto tra giovani e lavoro si stia spostando da una logica puramente professionale ad una fortemente identitaria e relazionale.</p>
<h3 dir="ltr">Meaning: il lavoro deve avere senso</h3>
<p dir="ltr">Sempre più giovani dichiarano infatti di voler riconoscersi in ciò che fanno. Anche in presenza di buone condizioni economiche, molti sono disposti a lasciare un’azienda se non percepiscono coerenza tra se stessi e il proprio lavoro.</p>
<h3 dir="ltr">Balance: equilibrio vita-lavoro</h3>
<p dir="ltr">Le nuove generazioni non cercano meno lavoro, ma un lavoro sostenibile. Il sacrificio non è più considerato un valore in sé, se non inserito in un equilibrio complessivo della vita.</p>
<h3 dir="ltr">Growth: crescita personale</h3>
<p dir="ltr">La crescita non coincide più soltanto con la carriera. I giovani mostrano una forte mobilità e sono pronti a cambiare rapidamente esperienza se percepiscono una mancanza di evoluzione personale.</p>
<h3 dir="ltr">Trust: fiducia e coerenza</h3>
<p dir="ltr">La permanenza nelle organizzazioni dipende sempre più dalla fiducia percepita. Quando esiste distanza tra ciò che un’azienda promette e ciò che offre concretamente, la relazione tende a interrompersi rapidamente.</p>
<h2 dir="ltr">I SEI PROFILI DELLA TALENT EQUATION</h2>
<p dir="ltr">Come sottolineato da Furio Camillo, docente dell’Università di Bologna e responsabile scientifico di Webboh Lab: “La differenza oggi non è tra chi vuole lavorare e chi no. La differenza è tra modi diversi di dare significato al lavoro.”</p>
<p dir="ltr">La ricerca ha individuato sei cluster psicografici che rappresentano i diversi modi con cui i giovani italiani vivono e interpretano le nuove dimensioni del talento e il rapporto tra individuo e organizzazione:</p>
<ul>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">Gli Equilibristi consapevoli (22%): priorità al balance, rifiuto del lavoro totalizzante;</p>
</li>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">Gli Esploratori di crescita (20,9%): orientati alla crescita, dinamici e mobili;</p>
</li>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">I Cercatori di senso (19,3%): centralità del meaning, lavoro come identità;</p>
</li>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">I Pragmatici della sicurezza <b>(16,2%)</b>: centralità della fiducia nei valori dell’azienda (trust), ricerca di stabilità;</p>
</li>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">I Disallineati distanti (12,4%): basso coinvolgimento su tutte le dimensioni;</p>
</li>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">I Coinvolti totali (9,2%): molto esigenti su tutti i fattori chiave.</p>
</li>
</ul>
<h2 dir="ltr">IL LAVORO COME QUESTIONE CULTURALE</h2>
<p dir="ltr">Secondo la ricerca, le difficoltà che oggi molte aziende incontrano nel recruiting e nella retention non dipendono soltanto da una discrepanza di competenze, ma da una trasformazione più profonda del rapporto tra persone, identità e organizzazioni.</p>
<p dir="ltr">Il lavoro viene sempre meno interpretato come semplice ruolo e sempre più come spazio di costruzione personale.</p>
<p dir="ltr">In questo scenario, anche il conflitto cambia natura: non è più soltanto organizzativo, ma culturale e interpretativo.</p>
<p dir="ltr">Il panel “La fine dell’inizio del lavoro” al Fuori Festival del Festival dell’Economia di Trento</p>
<p dir="ltr">L’indagine è stata presentata dal professore Furio Camillo, docente dell’Università di Bologna e responsabile scientifico di Webboh Lab in occasione del Fuori Festival nel corso del <a href="https://www.festivaleconomia.it/it/programma/programma-2026/fuorifestival/la-fine-dell-inizio-del-lavoro" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.festivaleconomia.it/it/programma/programma-2026/fuorifestival/la-fine-dell-inizio-del-lavoro&amp;source=gmail&amp;ust=1779815493793000&amp;usg=AOvVaw3WekJIPBV7JE4SNzDzzF3G">panel</a> “La fine dell’inizio del lavoro. Accesso, intelligenza artificiale e qualità della vita nelle nuove generazioni” a cui hanno partecipato, insieme a Giulio Pasqui, co-founder di Webboh, Stefano Visconti, Ceo di Incrementoo, piattaforma di servizi markerting per la ristorazione, Sabrina Dallagiovanna, Sales Manager di Molino Dallagiovanna, uno dei molini più antichi d’Italia e il creator Nikola Greku.</p>
<h2 dir="ltr">CREATOR VALUE MAP: I CREATOR COME MODELLI DEL LAVORO CONTEMPORANEO</h2>
<p dir="ltr">Durante l’incontro dedicato alla ricerca di Webboh Lab è stata inoltre presentata la Creator Value Map, in base alla quale si è cercato di analizzare i creator digitali non in base alla notorietà o ai follower, ma ai significati e ai valori che attivano presso il pubblico giovane.</p>
<p dir="ltr">Ogni partecipante alla survey ha valutato 5 creator attraverso circa 20 parole chiave, secondo un approccio basato su concetti come: autenticità, utilità, espressività, riflessività, coinvolgimento e affidabilità.</p>
<p dir="ltr">Per leggere queste differenze, la ricerca ha costruito una mappa basata su due dimensioni chiave:</p>
<ul>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">da un lato il rapporto con il lavoro, che può essere più orientato al senso e all’identità personale oppure alla sicurezza e alla stabilità</p>
</li>
<li dir="ltr">
<p dir="ltr" role="presentation">dall’altro il modo di vivere il lavoro, che può essere più individuale (centrato su sé stessi) oppure più collettivo e relazionale</p>
</li>
</ul>
<p dir="ltr">Incrociando queste due dimensioni emerge una vera e propria “mappa culturale” dei modi di lavorare, che consente di leggere sia i giovani sia i creator come modelli simbolici del lavoro contemporaneo, capaci di anticipare nuove forme di relazione tra identità, riconoscimento, esposizione pubblica e professione.</p>
<p dir="ltr">In questo scenario, non esiste più un solo modo di lavorare: emergono mappe culturali diverse, che cambiano con l’età e con il modo in cui i giovani danno senso al lavoro.</p>
<p dir="ltr">Tra i creator inclusi nello studio figurano: Khaby Lame, Elisa Maino, Luca Campolunghi, Awed, Benedetta Rossi, Nikola Greku, Luis Sal, Camihawke, Giulia De Lellis e Alfa.</p>
<p dir="ltr">Per maggiori informazioni: <a href="https://webboh-lab.it/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://webboh-lab.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1779815493793000&amp;usg=AOvVaw3zJ46S4ud-dEtEPRI_AQCJ">https://webboh-lab.it/</a></p>
<p dir="ltr"><a href="https://webboh-lab.it/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://webboh-lab.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1779815493793000&amp;usg=AOvVaw3zJ46S4ud-dEtEPRI_AQCJ">Webboh Lab</a>, nato dall’incontro tra Webboh e l’istituto di ricerca Sylla, sotto la guida scientifica del prof. Furio Camillo, è il primo Osservatorio Permanente sulla Gen Z in Italia. Il suo obiettivo è restituire la fotografia autentica e reale della Generazione Z, dando voce ai giovani attraverso indagini e ricerche che trasformano le loro opinioni in insight concreti per aziende, istituzioni e media.</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.sylla.it/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.sylla.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1779815493793000&amp;usg=AOvVaw0g1dTv6m1ladWAIWjmS1fy">Sylla</a> è un istituto di ricerca specializzato in indagini di mercato, analisi economiche, studi di marketing e sviluppo aziendale. Collabora attivamente con centri di ricerca nazionali e internazionali, enti pubblici e istituzioni, agenzie di comunicazione, e le principali università italiane: Bologna, Genova, Trento, Torino, Politecnico di Milano, Cattolica di Milano e Bicocca di Milano. Sylla è associata a ESOMAR e opera nel rispetto dei codici deontologici internazionali.</p>
<p dir="ltr"><a href="https://www.webboh.it/" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=https://www.webboh.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1779815493793000&amp;usg=AOvVaw2Cmn1jm_rXSye3fz47XNXB">Webboh</a> è il media di riferimento delle NewGen. Nato nel 2019, dal 2023 è parte di Gruppo Mondadori. Vanta una reach mensile web e social di oltre 5 milioni (fonte: social incremental reach Comscore marzo 2026i) e una fanbase &#8211; tra TikTok, Instagram, Youtube e Whatsapp &#8211; di 6 milioni di follower. È stabilmente nella top ten dei media italiani più influenti sui social, nonché il primo in target Generazione Z per engagement e video views (fonte: Classifica Top Media Italiani di Prima Comunicazione).</p>
<p dir="ltr">Nella foto  di copertina, da sinistra: <b>Giulio Pasqui</b>, co-founder di Webboh, <b>Stefano Visconti</b>, Ceo di Incrementoo, <b>Sabrina Dallagiovanna</b>, Sales Manager di Molino Dallagiovanna, <b>Nikola Greku</b>, creator e co-founder di AITALIA, <b>Furio Camillo</b>, docente dell’Università di Bologna e responsabile scientifico di Webboh Lab.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/25/lavoro-senza-valori-la-gen-z-dice-no/">LAVORO SENZA VALORI? LA GEN Z DICE NO</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Messina, incontro su giovani, adulti e democrazia: l’intervista a Marco Pappalardo</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/07/messina-incontro-su-giovani-adulti-e-democrazia-lintervista-a-marco-pappalardo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=messina-incontro-su-giovani-adulti-e-democrazia-lintervista-a-marco-pappalardo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Domenica Puleio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 14:10:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pappalardo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="647" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-300x165.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-1024x562.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-768x421.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-1170x642.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3495-585x321.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Promosso dall’Azione Cattolica, il 9 maggio al Centro diocesano si terrà un momento di confronto tra generazioni. L’incontro sarà dedicato al senso della partecipazione e al valore della responsabilità civica,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/07/messina-incontro-su-giovani-adulti-e-democrazia-lintervista-a-marco-pappalardo/">Messina, incontro su giovani, adulti e democrazia: l’intervista a Marco Pappalardo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Promosso dall’Azione Cattolica, il 9 maggio al Centro diocesano si terrà un momento di confronto tra generazioni. L’incontro sarà dedicato al senso della partecipazione e al valore della responsabilità civica, con la partecipazione tra gli ospiti del professore Marco Pappalardo, autore e giornalista, direttore della Pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Catania</em></p>
<p>Messina – Un’occasione di dialogo tra generazioni per riflettere sul senso della partecipazione e sul valore della responsabilità civica. Si terrà sabato <strong>9 maggio 2026</strong> alle ore <strong>17.00</strong>, presso il <strong>Centro diocesano</strong> di via I Settembre, l’incontro dal titolo “<strong><em>Giovani e adulti dentro la democrazia: voce, responsabilità, futuro”</em></strong>, promosso dal Settore Adulti e dal Settore Giovani dell’Azione Cattolica di Messina Lipari Santa Lucia del Mela.<br />
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di mettere a confronto esperienze e sensibilità diverse, favorendo un dialogo concreto tra giovani e adulti su temi centrali per la vita democratica, dalla partecipazione alla cittadinanza attiva, fino alla costruzione condivisa del futuro.</p>
<p>Interverranno <strong>Chiara D’Andrea, Francesco Gitto, Daniele Saglimbeni </strong>e <strong>Marco Pappalardo. </strong>Quest’ultimo, giornalista, scrittore e docente di Lettere presso il Liceo Classico “Cutelli e Salanitro” di Catania, collabora con Avvenire, La Sicilia e il settimanale Credere su temi legati a educazione, scuola, giovani e new media. È Direttore dell’Ufficio Pastorale Scolastica e Universitaria della Conferenza Episcopale Siciliana, autore di diversi libri dedicati al mondo giovanile e da anni impegnato nell’educazione e nel volontariato, con particolare attenzione ai migranti, alle persone senza dimora e alle famiglie in difficoltà.<br />
A condurre l’incontro sarà <strong>Emanuele Cammaroto,</strong> che guiderà il confronto favorendo il dialogo tra relatori e pubblico.<br />
In un contesto segnato da cambiamenti profondi e da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni, <strong>l’appuntamento intende rilanciare la democrazia </strong>come spazio di partecipazione reale, fondato sulla responsabilità individuale e collettiva, <strong>con uno sguardo attento al ruolo dei giovani.</strong></p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-40125" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-1024x648.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-1024x648.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-300x190.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp-768x486.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2021/12/MarcoPappalardoSp.jpg 1312w" alt="" width="1024" height="648" /></figure>
</div>
<p>Proprio a partire dal significato di questo incontro, <strong>abbiamo raccolto una riflessione di Marco Pappalardo</strong>, che diventa chiave di lettura dell’intero appuntamento.</p>
<p><strong>Professore, oggi si parla spesso di democrazia. Ma cosa significa davvero viverla?</strong><br />
“C’è una parola che oggi rischia di svuotarsi se non viene abitata: democrazia. La pronunciamo spesso, la diamo per acquisita, eppure sempre più raramente la viviamo come esperienza concreta di partecipazione, responsabilità e costruzione condivisa. L’incontro tra giovani e adulti diventa allora uno spazio decisivo, non solo per parlarsi, ma per riconoscersi reciprocamente come soggetti attivi dentro la vita democratica.”</p>
<p><strong>Nel titolo dell’incontro compaiono tre parole chiave: voce, responsabilità, futuro. Che percorso indicano?</strong><br />
““Voce, responsabilità, futuro” non sono semplici parole-chiave ma un percorso. La voce richiama il diritto  e il dovere di esprimersi, di prendere parola, di non restare spettatori. La responsabilità è il passaggio più esigente. Non basta avere voce, occorre orientarla al bene comune. La democrazia vive di scelte quotidiane, di coerenza, di piccoli gesti che costruiscono fiducia. Infine il futuro, non come qualcosa di astratto, come ciò che già oggi prendiamo in consegna. Una democrazia senza futuro è una democrazia stanca, ripiegata su se stessa. Invece il futuro nasce quando qualcuno si sente parte di una storia e decide di investirvi energie, tempo, passione.”</p>
<p><strong>Quale può essere oggi il contributo dell’impegno associativo ed ecclesiale?</strong><br />
“Dentro questo orizzonte, l’impegno associativo ed ecclesiale può offrire un contributo prezioso: educare alla partecipazione, formare coscienze libere e responsabili, custodire il valore del “noi”.”</p>
<p>L’incontro è aperto alla cittadinanza e rientra nel percorso formativo dell’Azione Cattolica, da sempre impegnata nella promozione della cultura della partecipazione e del senso di comunità.<br />
Ingresso libero.</p>
<p>@<strong>Riproduzione riservata </strong></p>
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		<title>DISMORFISMO CORPOREO NEI GIOVANI: A FROSINONE IL DIBATTITO PRESENTATO DALLA GIORNALISTA HOARA BORSELLI</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2024/03/29/dismorfismo-corporeo-nei-giovani-il-dibattito-presentato-dalla-giornalista-hoara-borselli/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=dismorfismo-corporeo-nei-giovani-il-dibattito-presentato-dalla-giornalista-hoara-borselli</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 08:17:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Dismorfismo corporeo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Hoara Borselli]]></category>
		<category><![CDATA[omologazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="500" height="333" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p>Il disformismo adolescenziale o l’inclinazione all’omologazione,alla quale tendono i ragazzi di oggi presi dall’ansia della perfezione. Gli aspetti sociali e scolastici sono compromessi a causa delle preoccupazioni riguardanti l&#8217;aspetto. Un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/03/29/dismorfismo-corporeo-nei-giovani-il-dibattito-presentato-dalla-giornalista-hoara-borselli/">DISMORFISMO CORPOREO NEI GIOVANI: A FROSINONE IL DIBATTITO PRESENTATO DALLA GIORNALISTA HOARA BORSELLI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="333" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645.jpeg 500w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2024/03/D56F3E27-DE9A-4312-B728-637AE8EAC645-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p><p style="font-weight: 400;"><strong><span data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334"><em>Il disformismo adolescenziale o l’inclinazione all’omologazione,alla quale tendono i ragazzi di oggi presi dall’ansia della perfezione. Gli aspetti sociali e scolastici sono compromessi a causa delle preoccupazioni riguardanti l&#8217;aspetto. Un malessere amplificato anche dai social. « Un fenomeno </em><br />
<em>che va corretto perché ciò che distingue una persona è proprio la sua identità, e lo si può fare attraverso un’azione di informazione il più capillare possibile »Riccardo Mastrangeli . </em></p>
<p></span></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="13pt" data-originalcomputedfontsize="17.333334">“<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Il disformismo adolescenziale è il fenomeno del momento che riguarda l’omologazione alla quale tendono quasi tutti i ragazzi di oggi presi dall’ansia della perfezione. Un fenomeno che va corretto perché, a mio parere, ciò che distingue una persona è proprio la sua identità, la sua peculiarità, e lo si può fare attraverso un’azione di informazione il più capillare possibile</em>” – lo ha detto il Sindaco di Frosinone, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Riccardo Mastrangeli</strong>, all’incontro promosso dalla consulente d’immagine ciociara <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Roberta Proietti</strong> sul tema del <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">dismorfismo corporeo nei giovani</strong> che si è tenuto ieri nell’<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">aula consiliare del Comune</strong>.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="13pt" data-originalcomputedfontsize="17.333334">“<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Metamorfosi e dismorfismo corporeo sono temi che hanno sempre caratterizzato l’immagine di sè stessi. Come operatrice del settore di consulenza d’immagine, e per esperienza personale, ho sentito il dovere di affrontare con esperti un tema che sicuramente porteremo anche nelle scuole ciociare”</em> – ha spiegato la Proietti, che ha sottolineato &#8211; “<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">quello di ieri è stato solo l’inizio di una vera e propria discussione su questa continua svalorizzazione del senso di unicità. Abbiamo delle forme di sofferenza che vengono vissute soprattutto dalle fasce adolescenziali che meritano una attenta osservazione</em>”.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="13pt" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Il dibattito, patrocinato dal<strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334"> Comune di Frosinone</strong>, è stato presentato dalla giornalista di Mediaset e del Giornale, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Hoara Borselli</strong>, che ha rilevato: “<em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">venti, trent’anni fa c’era una moda però ci si distingueva, oggi, per esempio le ragazze, sono veramente tutte identiche, e se escono da questo clichè si sentono inadeguate. E’ un fenomeno preoccupante perché ci sono ragazzi che sono arrivati a perdere la vita a costo di ricevere il consenso con dei like sui social. E’ importante, partendo dalle scuole, che si faccia un lavoro culturale per aiutare i ragazzi a distinguere il virtuale dal reale</em>”. Sono intervenuti all’incontro <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Daniela Celani</strong>, psichiatra, docente specializzata in dismorfofobia all&#8217; Università La Sapienza Roma,  <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Emanuele Ricifari</strong>, dirigente generale di Pubblica sicurezza, Presidente nazionale ANFP (Associazione Nazionale Funzionari di Polizia), docente di criminologia e tecnica delle investigazioni in scuole di polizia e Master universitari, <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Gioia Marzi</strong>e <strong data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="17.333334">Silvio Palombo </strong>dell&#8217;associazione Sirena onlus di Frosinone.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2024/03/29/dismorfismo-corporeo-nei-giovani-il-dibattito-presentato-dalla-giornalista-hoara-borselli/">DISMORFISMO CORPOREO NEI GIOVANI: A FROSINONE IL DIBATTITO PRESENTATO DALLA GIORNALISTA HOARA BORSELLI</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Allarme sex roulette. Da fondazione Artemisia la campagna di sensibilizzazione a tutela degli adolescenti</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2023/04/24/allarme-sex-roulette-la-fondazione-artemisia-lancia-la-campagna-di-sensibilizzazione-a-tutela-degli-adolescenti/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=allarme-sex-roulette-la-fondazione-artemisia-lancia-la-campagna-di-sensibilizzazione-a-tutela-degli-adolescenti</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sara Piccolella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 08:16:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Salute e Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione Artemisia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Sex roulette]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="752" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6.jpeg 752w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6-300x191.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6-585x373.jpeg 585w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></p>
<p>Arriva anche in Italia la folle challenge che spesso culmina con una gravidanza indesiderata e il conseguente aborto.  Le informazioni degli esperti della Fondazione Artemisia onlus per aiutare i  ragazzi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="752" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6.jpeg 752w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6-300x191.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/04/3B389FB8-7131-447E-90EF-2E549DF107A6-585x373.jpeg 585w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></p><p><i>Arriva anche in Italia la folle challenge che spesso culmina con una gravidanza indesiderata e il conseguente aborto. </i></p>
<p><i style="font-size: 14px; font-family: 'PT Serif', serif;">Le informazioni degli esperti della Fondazione Artemisia onlus per aiutare i  ragazzi a   evitare malattie e gravidanze indesiderate.</i></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sex roulette è una nuova pericolosa sfida che parte dal web e coinvolge ragazze giovanissime e che si conclude, molte volte, con un aborto. La &#8216;gara&#8217; consiste nell&#8217;avere rapporti sessuali con partner sempre diversi, senza protezioni e contraccettivi: perde chi rimane incinta. Ad esprimere preoccupazione e allarme sulla pratica <b>Mariastella Giorlandino</b>, presidente della Fondazione Artemisia e amministratore della Rete Artemisia Lab, che, attraverso la propria équipe di ginecologi, tra i quali Stefania Grande, sta attivando una campagna di sensibilizzazione ed informazione per i giovani, per metterli in guardia sulle sfide presenti sul web, che spesso coinvolgono anche i minorenni, come segnalato anche sul sito www.artemisialabyoung.it.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">&#8220;Queste sfide riguardano giovanissimi che spesso sono ignari dei rischi che corrono&#8221;, avvertono gli esperti della Fondazione. Per quanto riguarda la &#8216;sex roulette, in particolare, &#8220;la scelta di interrompere una gravidanza è un evento che potrebbe avere gravi ripercussioni sulla salute mentale di una donna sia nel breve che nel lungo termine. Fino a 15 anni dopo un evento abortivo può comparire la cosiddetta sindrome postabortiva favorita anche da sentimenti come la vergogna ed il senso di colpa. I sintomi della sindrome postabortiva comprendono, disturbi emozionali come ansia e depressione. Nelle donne che hanno deciso di interrompere una gravidanza si è notato anche un aumento del rischio di dipendenza da sostanze illecite&#8221;, si spiega in una nota. I giovanissimi &#8220;non hanno la capacità di prevedere i pericoli di scelte avventate, e spesso provano vergogna nel chiedere chiarimenti agli adulti rispetto ai rischi che si corrono ad avere rapporti non protetti. Non usare protezioni durante i rapporti non solo può provocare gravidanze indesiderate ma anche il contagio di malattie sessualmente trasmissibili, le più comuni sono: la candidosi, le infezioni da clamidia, le infezioni da herpers genitalis, l&#8217;Aids, l&#8217;human papilloma virus (hpv), la sifilide, la gonorrea. Le malattie che si trasmettono per via sessuale possono avere conseguenze anche gravi nel tempo come sterilità e tumori&#8221;.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E’ importante far arrivare ai giovani il messaggio che esistono portali, sportelli di ascolto dove ci si può confrontare con medici in grado di consigliare metodi appropriati per prevenire le gravidanze ed il contagio di malattie che si trasmettono per via sessuale, in merito a quest’ultime si possono effettuare test di screening&#8221;, ricorda la Fondazione Artemisia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">&#8220;Le malattie sessualmente trasmesse, se diagnosticate tempestivamente, possono essere curate. Per queste patologie bisogna tener presente che esiste un &#8216;periodo finestra&#8217; in cui non è possibile stabilire se si è stati contagiati, lo specialista sarà in grado di consigliare la tempistica giusta per eseguire i test. Avere rapporti sessuali protetti è una scelta indispensabile per prevenire conseguenze psicologiche e fisiche nel breve e nel lungo periodo&#8221;.</span></p>
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		<title>Occorre rimettere al centro la questione dell&#8217;occupazione giovanile</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2022/07/29/occorre-rimettere-al-centro-la-questione-delloccupazione-giovanile/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=occorre-rimettere-al-centro-la-questione-delloccupazione-giovanile</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2022 08:30:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="360" height="360" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059.jpeg 360w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p>di Antonio Peragine-  direttore@corrierenazionale.net Occorre proteggere e sostenere l’occupazione giovanile, favorendo l’incontro tra domanda e offerta e aiutando le imprese a investire su questo fronte, al fine di evitare ai giovani la ricerca&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="360" height="360" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059.jpeg 360w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2022/07/2F8D1389-20B3-4E77-9422-7CC85548D059-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p><p style="text-align: left;"><em><br />
<b>di Antonio Peragine-  direttore@corrierenazionale.net</b></em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Occorre proteggere e sostenere l’occupazione giovanile, favorendo l’incontro tra domanda e offerta e aiutando le imprese a investire su questo fronte, al fine di evitare ai giovani la ricerca di migliori opportunità lavorative e professionali lontano dall’Italia. Ma serve puntare alla qualità del lavoro, non si può barattare</em> <i>occupazione con qualità del lavoro, e per farlo servono risorse ma anche volontà politica.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Allo stato attuale nessuno parla dei nostri giovani,della disoccupazione giovanile o di fuga di cervelli. Peccato che a pagare il conto più salato sono proprio loro , sulle cui spalle grava un enorme debito pubblico. I giovani sono sottopagati in Italia e a malincuore decidono di andare all’estero già formati, per mettere a frutto tutte le loro conoscenze:perché non investire su di loro e nella scuola?<br />
Ci rendiamo ridicoli davanti al mondo: viviamo in un paese dove la mediocrità dei politici è a livelli mai visti prima, manca poco per arrivare a toccare la punta dell’iceberg. Questa classe dirigente è già tanto se sia riuscita a portare a termine quel poco che è riuscita a fare: totalmente priva di visione, incapace di svolgere qualsiasi tipo di azione volta a migliorare le cose.<br />
E i giovani ? Non vengono mai presi in considerazione; in linea generale è da moltissimi anni che le nuove generazioni sono in fondo alla lista delle priorità.<br />
C&#8217;è una totale mancanza di attenzione e grande menefreghismo che contraddistingue questi altissimi signori che non si degnano di fare qualcosa per i millennials.<br />
Non solo non fanno nulla, ma fanno anche finta di fare qualcosa e poi sbandierano risultati che non esistono. Forse l’unica soluzione è un ricambio generazionale della classe dirigente e forse solo così il nostro Paese si rialzerà in piedi.<br />
Ciò posto mi ha suscitato curiosità e sgomento un bando aperto nell&#8217;università della mia Città di Bari.</p>
<p>Ve lo riporto:</p>
<p>&#8220;Docenti ucraini al lavoro nell&#8217;Università di Bari, al via il bando per 22 &#8216;Visiting Professor&#8217;<br />
Professori universitari e scienziati di nazionalità ucraina potranno svolgere attività didattica nell&#8217;ateneo barese, le domande devono essere presentate entro il prossimo 30 settembre. Un bando dedicato ad esperti e studiosi ucraini che vogliono offrire il loro &#8216;sapere&#8217; nell&#8217;Università di Bari. I docenti universitari e gli scienziati di nazionalità ucraina potranno candidarsi al ruolo di &#8216;Visiting Professor&#8217; previsto dal nuovo bando Uniba: i 22 selezionati svolgeranno, nell&#8217;ateneo barese, attività di ricerca e di formazione, nell&#8217;ambito di un corso di studi, di un dottorato o di una scuola di specializzazione. Per ciascuna posizione di &#8216;Visiting Professor&#8217;, l&#8217;Università di Bari assegnerà un contributo onnicomprensivo lordo minimo di 10.000 euro. Le domande dovranno essere presentate entro il 30 settembre 2022. Il periodo di permanenza del &#8216;Visiting Professor&#8217; dovrà avere una durata di 2 mesi, anche non consecutivi. Le domande per ottenere il ruolo, devono essere compilate seguendo la procedura presente nel link web predisposto dall&#8217;Uniba. Il Dipartimento d&#8217;accoglienza dovrà garantire la disponibilità degli spazi, delle biblioteche, delle strumentazioni e degli impianti necessari al &#8216;Visiting Professor&#8217; per lo svolgimento delle attività affidategli.&#8221;</p>
<p>&#8220;Per le 22 posizioni di Visiting Professor per i docenti ucraini abbiamo raddoppiato il contributo onnicomprensivo &#8211; sottolinea il rettore dell&#8217;Università &#8216; Aldo Moro&#8217; di Bari, Stefano Bronzini – perché la costruzione ed il consolidamento della pace, passa anche attraverso il sostegno allo studio, alla formazione ed alla<br />
conoscenza, un diritto che Uniba vuole favorire e sostenere&#8221;.</p>
<p>Io ringrazio chi ha avuto l’idea di aiutare questi studiosi e scienziati e spero che il progetto si realizzi, però mi piacerebbe capire da quali fonti di finanziamento vengono attinte le risorse per sostenere questa collaborazione. Unitamente auspico che mi venga spiegato perché un ragazzo che deve fare 4 tentativi per entrare nelle facoltà a numero programmato debba spendere dai 150 ai 50 euro a tentativo, per una cifra che si attesta sui 400 euro circa e questo senza alcuna garanzia di avere poi alcun rimborso , anche parziale, della spesa in caso di ammissione.</p>
<p>Forse è il caso che sull&#8217; emergenza giovani vi ricordi qualche dato per orientarsi. I giovani rappresentano uno dei gruppi sociali maggiormente penalizzati e sui quali grava l’incertezza per il futuro. Povertà, disoccupazione e NEET sono tre elementi chiave nella comprensione del disagio.</p>
<p>L’ultimo Rapporto Istat sulla povertà in Italia rileva come l&#8217;incidenza della povertà assoluta risulti più alta fra i giovani rispetto alle generazioni più adulte. I più colpiti sono sempre i minori, che registrano un dato in aumento al 13,5% (rispetto all&#8217;11,4% del 2019), pari a 1.337.000 individui; il dato è preoccupante anche<br />
per i 18-34enni, tra i quali l’indicatore sale all&#8217;11,3% (era il 9,1% nel 2019) pari a 1.127.000 persone. Aumenta anche la povertà tra chi ha tra i 35 e i 64 anni (da 7,2 a 9,2%), mentre resta su valori al di sotto della media nazionale per gli over 65, pur registrando un leggero aumento) (Istat 2021).</p>
<p>Il lavoro, primo strumento di contrasto contro la povertà rappresenta un elemento di grande problematicità per le giovani generazioni. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30% caratterizzandosi tra i più elevati a livello europeo. Manca il lavoro, primo strumento di contrasto alla povertà, e quando c’è, spesso è di bassa qualità, poco garantito e per alcune categorie, i giovani in particolare, spesso temporalmente intermittente.</p>
<p>Se il dato sulla disoccupazione giovanile evidenzia i problemi connessi alla ridotta offerta di lavoro presente nel nostro paese, (il tasso di occupazione giovanile italiano è tra i più bassi a livello europeo, 56,3% contro una media Ue del 76% nella fascia 25-29 anni) elemento ancora più grave, soprattutto per quanto riguarda le prospettive di crescita &#8211; e più in generale di coesione sociale &#8211; è quello rappresentato dalla consistenza in termini numerici dei NEET, ovvero di quei giovani che non studiano e non lavorano, che in Italia si caratterizza per essere il più alto a livello continentale. Differenti analisi si sono occupate della  condizione dei NEET italiani e dalla gravità di tale condizione.</p>
<p>Tra queste il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo (la più estesa rilevazione disponibile nel nostro Paese che dal 2012 indaga l’universo giovanile) ha  evidenziato come tale condizione rappresenti, oltre ad un fenomeno sociale grave, un elemento di problematicità rispetto ai processi di transizione alla vita adulta.</p>
<p>Occorre rimetterli al centro!</p>
<p>La centralità della condizione giovanile è evidente e problematica, i giovani italiani rappresentano un’importante e fondamentale risorsa per lo sviluppo del paese, ma occorre agire. Occorre rimettere i giovani al centro offrendo loro opportunità concrete e serie. Il tema dell’istruzione, a tutti i livelli, continua ad essere<br />
centrale e va sostenuto e rafforzato.</p>
<p>Occorre proteggere e sostenere l’occupazione giovanile, favorendo l’incontro tra domanda e offerta e aiutando le imprese a investire su questo fronte, al fine di evitare ai giovani la ricerca di migliori opportunità lavorative e professionali lontano dall’Italia. Ma serve puntare alla qualità del lavoro, non si può barattare<br />
occupazione con qualità del lavoro, e per farlo servono risorse ma anche volontà politica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2022/07/29/occorre-rimettere-al-centro-la-questione-delloccupazione-giovanile/">Occorre rimettere al centro la questione dell&#8217;occupazione giovanile</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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