Home IL punto di vista Amatrice e Taranto. Con Giorgia Meloni. Due Italie nella stessa settimana. Due stili nei confronti delle istituzioni

Amatrice e Taranto. Con Giorgia Meloni. Due Italie nella stessa settimana. Due stili nei confronti delle istituzioni

Dalla commozione del ricordo ai fischi durante i Giochi del Mediterraneo: la riflessione di Pierfranco Bruni sul senso dello Stato, sulla misura del dissenso e sulla dignità delle occasioni pubbliche

C’è un’Italia che si raccoglie e un’Italia che si scompone. E nella stessa settimana, in due luoghi diversi, abbiamo visto entrambe. Giorgia Meloni ad Amatrice. Nella piena commozione ed emozione. Non era soltanto la presenza del Presidente del Consiglio. Era la presenza dello Stato che torna dove lo Stato è stato invocato tra le macerie. Amatrice non è un luogo come gli altri. È una ferita ancora aperta nella geografia della nostra coscienza. È un nome che contiene una data, un’ora, un silenzio. Andarci non è fare politica. È fare memoria in piena visione religiosa.

E lì, in quel dolore che non ha mai smesso di essere dolore, la politica ha ritrovato le sue parole più alte: eleganza, stile, dignità, coraggio, rispetto delle istituzioni. Eleganza non come abito, ma come misura. Stile non come forma, ma come contenuto che si fa forma. Dignità come capacità di stare davanti al dolore senza retorica, senza sfruttarlo, ma condividendolo. Coraggio come capacità di non fuggire il luogo simbolo della fragilità nazionale. Rispetto delle istituzioni come riconoscimento che chi è lì, in quel momento, non rappresenta una parte, ma rappresenta tutti. Amatrice, pur nel dolore, ha mostrato una grande dignità di civiltà. Una comunità che ha sofferto e che soffre ancora, ma che non ha smarrito il senso dell’accoglienza, del limite, del sacro. Ha accolto il Presidente del Consiglio come si accoglie l’istituzione. Con compostezza. Con lacrime che non sono protesta, ma memoria viva. Lì si è vista l’Italia profonda, quella che non urla, quella che resiste. L’Italia vera e con umanità.

Al contrario, ciò che è accaduto a Taranto per i Giochi del Mediterraneo appartiene ad un’altra grammatica. Taranto doveva essere vetrina di bellezza. Doveva mostrare il suo mare, il suo recupero, la sua voglia di riscatto. Doveva mostrare eleganza. I Giochi del Mediterraneo sono fratellanza, sono l’antica koinè del nostro mare che torna a farsi agonismo, cultura, incontro. E invece, per colpa di un manipolo ideologizzato che non conosce il senso della valenza istituzionale, tutto è stato offuscato dai fischi al Presidente del Consiglio.

Non è questione di consenso o dissenso. Il dissenso è sacro in democrazia. È questione di luogo, di tempo, di misura, di stile. Fischiare l’istituzione mentre rappresenta l’Italia davanti al Mediterraneo non è colpire una persona. È colpire l’immagine stessa del Paese, ovvero Nazione, che si vuole celebrare. È trasformare una festa di tutti in un comizio di pochi.

Taranto, per colpa di quel gruppetto, è scesa nel baratro dell’immagine. Una città che doveva mostrare bellezza ha dato, suo malgrado, il brutto di sé. Perché basta un gesto stonato a coprire un’orchestra intera. Basta un urlo fuori tempo a rompere una cerimonia.

E questo ci addolora due volte. Perché Taranto non è quel fischio. Taranto è lavoro, è acciaio e mare, è fatica e speranza. Taranto è molto più grande di chi l’ha voluta ridurre a palcoscenico di una contestazione senza stile. Però – e qui sta l’onestà dello sguardo – credo che ci siano state responsabilità nell’organizzazione. Chi organizza un grande evento internazionale ha anche il dovere di prevedere, di custodire, di proteggere la sacralità istituzionale del momento. Le istituzioni non si espongono, si custodiscono. Non si lasciano sole davanti alla prevedibilità del rumore. Si accompagnano con intelligenza, con regia, con senso dello Stato.

La differenza tra Amatrice e Taranto è tutta qui. Ad Amatrice la politica si è fatta silenzio che ascolta. A Taranto la politica è stata costretta a farsi rumore che si difende. Ad Amatrice ha vinto la civiltà del dolore che diventa comunità. A Taranto ha perso l’occasione della comunità che diventa civiltà.

Abbiamo bisogno di tornare a quella lezione di stile che don Luigi Giussani chiamava “totalità dello sguardo”. Guardare l’altro non come avversario da fischiare, ma come persona che porta un destino comune, anche quando la si contesta. Il rispetto delle istituzioni non è ossequio al potere. È rispetto di se stessi. Perché le istituzioni siamo noi quando sappiamo essere più grandi della nostra parte.

Ecco perché Amatrice resta e Taranto deve riflettere. Una ci ha mostrato cosa siamo quando siamo al meglio. L’altra cosa rischiamo di diventare quando confondiamo la libertà di dissentire con la licenza di offendere il momento di tutti. Per Taranto è il segno di una gravissima lacuna: mancanza di rispetto alle Istituzioni. Amatrice pur nel dolore ha mostrato una grande dignità ed eleganza.

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