Home Storia, Arte, Cultura Oriana Fallaci, la guerrigliera dell’osservazione che decodificava la storia con lucidità profetica

Oriana Fallaci, la guerrigliera dell’osservazione che decodificava la storia con lucidità profetica

Domenica Puleio

Dai fronti di guerra al confronto tra Oriente e Occidente, nell’incontro all’Archivio di Stato di Matera Pierfranco Bruni rilegge l’esperienza umana e intellettuale di una scrittrice che seppe decriptare le contraddizioni epocali.”Vivendo e morendo in piedi. Mai in ginocchio”. Bruni ha auspicato seminari e convegni dedicati alla sua opera, proprio in una stagione storica segnata da conflitti, contraddizioni. “Credo che Oriana Fallaci, con i suoi libri, possa e debba diventare un classico per le scuole”

di Domenica Puleio

 

MATERA – Oriana Fallaci non ha raccontato soltanto la storia del suo tempo, ne ha attraversato i conflitti, interpretato le contraddizioni e anticipato questioni di stringente attualità. Il rapporto tra Oriente e Occidente, le radici culturali e religiose dell’Europa, la libertà individuale, il confronto con il potere e il significato della testimonianza sono stati i nuclei della rilettura proposta da Pierfranco Bruni, antropologo e scrittore, durante l’incontro “Oriana Fallaci. Tra Oriente e Occidente“, svoltosi venerdì 30 ottobre 2026 all’Archivio di Stato di Matera, nell’ambito di “Autunno in Archivio 2026“.

Una riflessione nel ventennale della scomparsa della giornalista e scrittrice fiorentina, morta il 15 settembre 2006, che ha restituito la complessità di una figura che ha attraversato  giornalismo e letteratura, senza separare la scrittura dall’esperienza umana a volte dolorosa  e dalla conoscenza diretta della realtà.
Nata a Firenze il 29 giugno 1929, Oriana Fallaci crebbe in una famiglia antifascista. Il padre Edoardo partecipò alla Resistenza nelle file di Giustizia e Libertà e coinvolse la figlia, appena quattordicenne, nell’attività clandestina come staffetta partigiana. Un’esperienza precoce che segnò profondamente la sua formazione e contribuì a consolidare quel rapporto con la libertà e il coraggio che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza.
Il giornalismo arrivò giovanissima. Dopo gli esordi al “Mattino dell’Italia centrale”, collaborò con “Epoca” e approdò a “L’Europeo”, dove maturò la propria identità professionale. In un ambiente nel quale alle donne venivano prevalentemente affidati argomenti di costume e di spettacolo, Fallaci volle occuparsi di politica, storia e conflitti internazionali. La sua determinazione la portò a diventare una delle più importanti inviate e intervistatrici del giornalismo italiano, fino a confrontarsi direttamente con capi di Stato, leader politici e protagonisti della storia contemporanea.
Nel 1956 seguì la vicenda dell’insurrezione ungherese contro l’occupazione sovietica. Negli anni successivi viaggiò in Oriente, affrontò la realtà dei conflitti e seguì da vicino la guerra del Vietnam, dove tornò più volte fino alla conclusione delle ostilità. Fu inviata anche in Medio Oriente e in America Latina. A Città del Messico, il 2 ottobre 1968, rimase gravemente ferita durante la repressione della manifestazione studentesca in piazza delle Tre Culture, a Tlatelolco. La sua non era una conoscenza mediata degli avvenimenti, ma un’esperienza maturata nei luoghi in cui la storia si manifestava con tutta la sua violenza.
Su questo rapporto diretto con la realtà che Bruni ha insistito, individuando nella conoscenza dei territori e delle persone uno degli elementi distintivi della scrittura fallaciana.
“Nei miei studi su Oriana Fallaci avevo già intravisto le contraddizioni tra Occidente e Islam, molto prima che esplodessero con la violenza che vediamo oggi”, ha affermato, riconoscendole una lucidità profetica. Nella sua interpretazione, Fallaci non raccontava semplicemente la cronaca del giorno dopo, ma leggeva la storia in anticipo. Aveva compreso che il conflitto israelo-palestinese non poteva essere ricondotto a una semplice questione di confini e che la questione islamica in Europa non sarebbe stata soltanto un problema di integrazione burocratica, ma avrebbe investito il tema dell’identità culturale e religiosa.
La conoscenza diretta dei luoghi rappresenta, per Bruni, la differenza sostanziale tra chi osserva gli avvenimenti a distanza e chi li attraversa. Tra il 1967 e gli anni successivi, Fallaci seguì le vicende del Libano, di Israele, del Kuwait, dell’Iraq di Saddam Hussein e dell’Iran di Khomeini. La sua lettura del Medio Oriente, secondo l’antropologo, non era riconducibile a un’appartenenza ideologica, né a una posizione filoisraeliana o filopalestinese assunta in modo acritico. Era una visione mediterranea e mediorientale, fondata sull’esperienza, sull’osservazione e sulla conoscenza antropologica.

“Oriana non ha mai raccontato per sentito dire. Ha raccontato vedendo. Ha raccontato ascoltando. Ha raccontato vivendo sotto le bombe, a Saigon come a Beirut“. Una considerazione che riassume il valore attribuito da Bruni al giornalismo della Fallaci, nel quale il fatto osservato si trasformava in interpretazione e la testimonianza diventava scrittura.
Perché, allora, Oriana Fallaci continua a dividere l’opinione pubblica e la critica? La risposta di Bruni è netta. “È divisiva perché è libera”. La scrittrice non apparteneva a una congregazione politica o ideologica, non si lasciava ricondurre alle categorie della destra o della sinistra. “È stata di Oriana”. Una libertà di pensiero che la portò a esprimere posizioni particolarmente dure contro il fondamentalismo islamico, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e la pubblicazione de “La Rabbia e l’Orgoglio”.
Bruni ha richiamato il suo rifiuto di ogni giustificazione culturale della violenza e di ogni relativismo di fronte al terrorismo. “Il male è il male e la violenza è la violenza”. È in questa posizione, secondo il relatore, che si trova una delle ragioni della persistente scomodità della Fallaci, che non accettava di confondere il rispetto delle culture con la rinuncia a giudicare la violenza e il fondamentalismo.
Il rapporto tra Occidente e Islam si intreccia, nella rilettura di Bruni, con il pensiero di Benedetto XVI. Un passaggio significativo fu l’incontro privato tra la scrittrice e Joseph Ratzinger a Castel Gandolfo, il 27 agosto 2005. Al centro del colloquio vi furono la crisi dell’Occidente, il rapporto tra fede e ragione e le radici culturali europee. Fallaci espresse nei confronti del Pontefice una particolare ammirazione, definendolo “un Papa col quale mi capita di essere d’accordo in molte occasioni” e indicandolo come “l’uomo politico contemporaneo più degno di ammirazione e rispetto”. In lui trovava una consonanza di pensiero che la faceva sentire meno sola.
Bruni ha accostato questa sintonia al Discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, nel quale Benedetto XVI affrontò il rapporto tra fede e ragione e le questioni poste dal confronto tra le culture e le religioni. Tre giorni dopo, il 15 settembre, Oriana Fallaci moriva a Firenze.
Per l’antropologo, il richiamo alle radici greco-romane e giudaico-cristiane è essenziale per comprendere il pensiero della scrittrice. “La nostra identità qual è? Di popolo italiano, di popolo europeo, di popolo occidentale? Sono le radici greco-romane”. Le appartenenze culturali, ha sottolineato, non possono essere cancellate senza perdere una parte fondamentale della propria storia. Bruni ha ripreso anche l’immagine utilizzata dalla Fallaci per spiegare il legame con le proprie origini, paragonandolo al rapporto con il padre e la madre e con il DNA che ciascuno porta con sé. Riconoscere le proprie radici diventa così una condizione per comprendere il presente e il rapporto con l’altro.
La dimensione intellettuale della Fallaci non può tuttavia essere separata dalla sua vicenda umana. Un passaggio centrale della relazione di Bruni ha riguardato Alexandros Panagulis, poeta e oppositore della dittatura dei Colonnelli in Grecia, instaurata il 21 aprile 1967. Nato ad Atene nel 1939, studente di ingegneria, Panagulis si oppose al regime militare e il 13 agosto 1968 tentò di uccidere il dittatore Georgios Papadopoulos con un attentato dinamitardo. Arrestato, fu sottoposto a torture, condannato a morte e incarcerato. Durante la detenzione scrisse poesie che divennero testimonianza della sua resistenza.

Fallaci lo incontrò nel 1973, dopo la sua liberazione. Era inviata per “L’Europeo” e rimase profondamente colpita dall’intelligenza, dalla forza morale e dalla tensione verso la libertà di quell’uomo segnato dalla prigionia. “Io ho trovato la mia anima gemella”, ricordò la scrittrice, in un’espressione che Bruni interpreta soprattutto sul piano intellettuale ed esistenziale.
“Non è il fatto romantico”, ha precisato il relatore, soffermandosi sulla natura di quell’incontro. “È l’intelligenza che colpisce, che cattura. Il discorso, il linguaggio, lo sguardo astuto, intelligente, il voler confrontarci su problemi veri, leali”. In Panagulis Fallaci riconobbe l’idea stessa della libertà che non si piega. La loro relazione, intensa e drammatica, durò fino alla morte dell’uomo, avvenuta il 1° maggio 1976 in un incidente stradale ad Atene, le cui circostanze non furono mai del tutto chiarite.
Da quell’esperienza nacque “Un uomo”, pubblicato nel 1979, uno dei libri più significativi della scrittrice, nel quale la vicenda di Panagulis diventa una riflessione sulla libertà, sulla dignità e sulla resistenza individuale davanti alla violenza del potere. “Senza Panagulis non si capisce l’ultima Fallaci“, ha osservato Bruni. Attraverso quell’incontro la scrittrice comprese fino in fondo il significato di vivere e morire in piedi.
La libertà, del resto, era una dimensione che aveva accompagnato Fallaci fin dall’adolescenza. Figlia di antifascisti, cresciuta nel clima della Resistenza, aveva sviluppato una personalità indipendente, refrattaria alle convenzioni e alle imposizioni. Anche nel giornalismo dovette conquistare spazi che all’epoca non erano facilmente accessibili alle donne. Bruni ha ricordato la sua volontà di raggiungere i fronti internazionali, compresa l’Ungheria del 1956, quando non era scontato che una giovane giornalista potesse essere considerata adatta a seguire avvenimenti di quella portata.
La sua attività non si esaurì nel reportage. Fallaci trasformò progressivamente l’esperienza giornalistica in una scrittura narrativa nella quale la testimonianza, il racconto e la riflessione personale si intrecciavano. Nel 1959 aveva pubblicato “Il sesso inutile”, reportage sulla condizione femminile attraverso un viaggio in diversi Paesi del mondo, uscito in volume nel 1961. Un’opera che anticipava il suo interesse per la condizione delle donne, affrontata attraverso culture e società differenti. “Fu donna libera, non donna di quota”, ha sintetizzato Bruni, sottolineando come la sua autonomia fosse frutto di una personalità che non chiedeva concessioni e non accettava di essere definita attraverso appartenenze precostituite.
Dalla cronaca alla narrativa, la sua produzione attraversò stagioni e temi differenti. “Niente e così sia”, nato dall’esperienza vietnamita, “Intervista con la storia”, che raccoglie alcuni dei suoi incontri con i protagonisti della politica internazionale, “Lettera a un bambino mai nato”, “Un uomo” e “Insciallah” sono alcune delle opere che hanno segnato il suo percorso. La scrittura si trasformò in uno strumento attraverso il quale interpretare la storia, la guerra, la condizione umana e il rapporto tra individuo e potere.

La relazione di Bruni si è soffermata anche sul significato esistenziale della sua opera, sul rapporto tra vita e morte e sulla capacità di non arrendersi. La speranza, nella sua lettura, non è soltanto una categoria religiosa, ma una tensione che accompagna l’esistenza fino all’ultimo respiro. Una consapevolezza maturata dalla Fallaci attraverso le esperienze di guerra, il ferimento in Messico e il confronto diretto con la morte, molto prima della malattia che l’avrebbe colpita negli ultimi anni.
“Vivere e morire in piedi. Mai in ginocchio”. È questa, secondo Bruni, l’etica che attraversa la sua scrittura e trova una particolare espressione in “Lettera a un bambino mai nato”, pubblicato nel 1975. Non arrendersi, continuare a cercare un’altra via, conservare la fiducia nella vita anche quando le circostanze sembrano negarla. Un’eredità che il relatore considera prima di tutto umana ed esistenziale, oltre che giornalistica e letteraria.
Negli ultimi anni Fallaci si dedicò a un progetto al quale teneva particolarmente, il romanzo familiare “Un cappello pieno di ciliege”, ricostruzione delle vicende dei propri antenati attraverso documenti e testimonianze. L’opera rimase incompiuta e fu pubblicata postuma nel 2009 da Rizzoli, secondo la volontà dell’autrice. Anche questa scelta assume un significato nella lettura di Bruni. La vita, come il romanzo, può restare incompiuta e tuttavia lasciare una testimonianza. Oriana Fallaci trascorse gli ultimi anni tra New York e la Toscana, scegliendo infine di tornare a Firenze, dove morì il 15 settembre 2006.

Oriana Fallaci . Foto ripresa da Wikipedia

“Chi ha vissuto ha il dovere di testimoniare”. In questa affermazione Bruni riconosce il senso più profondo della sua eredità. Una donna che avrebbe potuto ritirarsi dalla scena pubblica, ma che ha continuato a confrontarsi con le questioni del proprio tempo, facendo della parola uno strumento di conoscenza e di partecipazione alla storia.
Da qui la proposta conclusiva del relatore, rivolta alla scuola, alle università e alle istituzioni culturali. “Credo che Oriana Fallaci, con i suoi libri, possa e debba diventare un classico per le scuole“. Bruni ha auspicato seminari e convegni dedicati alla sua opera, proprio in una stagione storica segnata da conflitti, contraddizioni e interrogativi sul futuro dell’Occidente. Un invito a leggere Fallaci nella sua complessità, senza eludere le controversie che accompagnano il suo pensiero, ma riconoscendo il valore della sua esperienza giornalistica, linguistica e letteraria.
“Oriana Fallaci non è una storia. È la Storia di quasi settant’anni di vita letteraria”. La sua eredità, nella riflessione di Bruni, consiste nell’avere trasformato l’intervista in un genere letterario, il reportage in destino, la parola in passione. Una scrittrice tra confini, tra Oriente e Occidente, capace di portare nella propria pagina le ferite dei territori attraversati e le contraddizioni delle società osservate.
Una figura che ha accompagnato gli anni universitari e il successivo percorso intellettuale di Bruni, fino all’ultimo libro e alle missive indirizzate a monsignor Rino Fisichella. Il suo sguardo sulla Fallaci resta quello di una donna che non si è mai piegata, una ribelle libera, una guerriera della parola.

 

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