Francesco Guccini ha trasformato la nostalgia in poesia, la memoria in racconto e la canzone in letteratura. Il ricordo di Pierfranco Bruni ripercorre l’eredità culturale di un artista che ha fatto del tempo e delle radici il cuore della sua opera.
A 86 anni Francesco Guccini è andato via con il silenzio di quella terra che amava. Lo ascoltavo nei miei anni universitari. Poi ho scritto su di lui. Poi l’ho incontrato. Di Proust e del canto popolare tra un mio caffè e un suo “rosso” in bicchiere di vetro o di ceramica. Ha raccontato. Abbiamo discusso da due posizioni diverse. Ma con onestà culturale. Sempre. Tra i ricordi e i sogni che si rincorrono per non disperdere i segni del tempo. Un lungo canto in cui la musica è scenario e il battuto narrante è un ritornello di ritmi. È già da molti anni che Francesco Guccini, sì il Guccini cantautore, quello di Dio è morto, di Noi non ci saremo, di Radici, di Primavera di Praga, della straordinaria La canzone del bambino nel vento, è entrato nella temperie narrativa.
Una epifania di immagini dentro una coralità di linguaggi. Un ripensare la realtà attraverso i codici della memoria che ci permette di raccontare ricordando. Perché il tempo non si perde. È un viaggiare senza dimenticare nella consapevolezza di ciò che si è stati.
Le vie dell’infanzia sono infinite come quelle della giovinezza. Le vie del tempo perduto ridisegnano dentro di noi immagini vissute. Le vie del tempo sono anche le vie dei luoghi che ci hanno attraversato e che noi abbiamo attraversato. La letteratura custodisce i segreti, le emozioni, le albe e le lune del nostro viaggio tra ciò che siamo stati e ciò che siamo. E in questo che siamo i fili si aggomitolano. Penetrano dentro di noi con i loro destini e con i loro vocalizzi. Questi fili non sono altro che i ricordi. Gli immensi e a volte gli indefinibili ricordi che creano un raccordo tra la storia o le storie e le giornate infinite che riempiono il nostro essere.
La letteratura è una conchiglia che raccoglie gli echi del tempo. Forse viviamo cercandoci nell’immenso e forse siamo immensi nei tralicci che intrecciano note scordate. Un tempo vissuto non è un tempo perduto. È soltanto un tempo nella lontananza. O è soltanto una lontananza nel frantumarsi del tempo che ci appartiene. Così in Cittanòva blues e il mosaico-memoria. I ricordi che fila e sfila il romanzo di Francesco Guccini, Cittanòva blues, Mondadori 2003, sono anditi nel tempo rivelato. Non è un romanzo che convince dal punto di vista prettamente letterario. Ma suscita attenzione. Non è un romanzo rivelatore. È un tassello del mosaico-memoria dentro il quale i segni del perduto si raccontano. Non affascina per lingua levigata o per architettura estetica. Ma bussa costantemente alle pareti del labirinto che interseca nelle nostre nostalgie. La letteratura che ricostruisce grazie ai ricordi e alla fabula ha qualcosa di magico. Non ci troviamo di fronte a un grande romanzo. È un romanzo che però ci tocca. Come ci toccano e ci hanno interessato le sue poesie-canzoni. Ed è così che “i giorni passavano, incredibile ma scivolavano, uno dopo l’altro, di noia e abitudini, ma più che altro bechìsia, ormai rassegnati, allineati e coperti…”.
“Bechìsia” sta per rincoglionito: lo spiega lo stesso Guccini nel Glossario in appendice. Si racconta qui dei giorni di caserma. Uno spaccato di un tempo attraversato e ora ricostruito con un linguaggio che ha rimandi poetici. Quel mondo fortemente esistenziale è un ritagliare spigoli di vita, frasi di generazioni, calpestio di anni. Non parodia. Non realtà pura. Metafora. Girotondo dentro il mondo. C’è un itinerario letterario: dalla canzone al libro. Quelle sue recitate musicate continuano ad appartenerci. Hanno durezza. Sono sceneggiatura allegorica della cronaca nella storia.
La storia che raccoglie il fogliame della cronaca. Anche Cittanòva blues è oltre la musica ma nella musica. Perché raccontando la musica e parlando di musica si tracciano profili di generazioni. Una musica fatta non solo di note ma di linguaggio parlato. Di parole che raccontano in una lingua di paese, di dialetto, di popolo. E il popolo ha radicamento di tradizione.
Il romanzo richiama altri libri dello stesso Guccini. Richiama la sua poesia cantata.
L’itinerario è preciso e consistente. Da Cròniche epafàniche, Feltrinelli, 1989 a Vacca d’un cane, Feltrinelli, 1993. Da La legge del bar e altre comiche, Comix, 1996 a Macaronì. Romanzo di santi e delinquenti, con Loriano Macchiavelli, Mondadori, 1997 fino ancora a Un disco dei Platters – Romanzo di un maresciallo e una regina, con Macchiavelli, Mondadori, 1998 e a Dizionario del dialetto di Pàvana, 1998, Questo sangue che impasta la terra, con Macchiavelli, Mondadori, 2001, Storia di altre storie, con Vincenzo Cerami, Piemme, 2001, Lo Spirito e altri briganti, con Macchiavelli, Mondadori, 2002 sino Tango e gli altri, con Macchiavelli, Mondadori, 2007 e Icaro, Mondadori, 2008.
A questi si aggiungono Un altro giorno è andato del 1999, poi riedito come Portavo allora un eskimo innocente nel 2007, e L’uomo che reggeva il cielo del 2005.
In autori come Guccini il dialetto non è solo circuito culturale. Diventa circuito esistenziale. Si fissa come essenza nel tempo del ricordo che conduce alla nostalgia. In Guccini il ricordo è fatto di dialetto oltre che di immagini. Lingua e immagini si realizzano in un contesto in cui si vive un incontro di parole perdute ed emozioni che ritornano tra gli anni che camminano. “Invecchiare è perseverare ostinati nella vita, andare avanti ad occhi chiusi verso non sai qual giorno, quale ultima scadenza. Rimanere nel vivere vuol dire che ti sei lasciato indietro un’amucchia di gente nel tuo continuo procedere di giorno dopo giorno (…) anno dopo anno; è come una gara ciclistica a cronometro…”. Nel tempo e ancora nel tempo. Una città che si racconta attraverso i ricordi: Bologna. Dal 1950 ai primi del 1970. E vi è tutto il suo retroterra. Che qui si fa malinconia. Non è vero che tra le pagine non ci sia nostalgia. La nostalgia c’è. Non c’è rimpianto, che è altra cosa. La nostalgia è nel riconquistare quel tempo nel ricordo. E avrebbe senso il ricordo senza la tensione della nostalgia? Il ricordo serve a non dimenticare. Il non dimenticare è nel catturare il non visibile. Questo non visibile che ci appartiene si dipana involontariamente nel tempo che viviamo. E alla fine si tirano le somme. La cronaca così scompare: “Ora c’è in cielo una nuovola color rosa dentro la quale ti perdi e qui il tuo cuore s’arposa, come nel rimasuglio di un sogno forse rimasto impigliato, da sempre, da qualche parte della tua mente”. Il sogno e il ritorno sono dentro i suoi versi cantati. Le lunghe attese riportano luoghi e sensazioni.
Come nei versi di Vorrei: “Vorrei conoscere l’odore del tuo paese / camminare di casa nel tuo giardino / respirare nell’aria sale e maggese / gli aromi della tua salvia e del rosmarino”. Il sogno. Una magia che accarezza il tempo andato. Oltre le parole il silenzio nel sogno che incanta.
Guccini fa rivivere una storia, non inventa. La riascolta. La riporta. Quel Dio è morto che “nel mondo che faremo dio è risorto” è metafora che continua nel nostro presente proprio attraverso la nostalgia della memoria.
Ma il ricordo è questo viaggio. Come in una favola. Viaggiare nel ricordo è saper ricongiungere quello che è stato con quello che siamo. Proprio come in Noi non ci saremo: “E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà / popolata, / fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora / il mondo percorrerà / gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi / non ci saremo”.
Guccini un cantautore? No. Un romanzo? Sì. La nostalgia è il romanzo della vita. Come se fossimo dentro un poema nel quale si cercano i fili da intrecciare nella ragnatela dei giorni. E in questo romanzo, che sfilaccia e rattoppa le passioni legandole a quella nostalgia della memoria, ci sono elementi con i quali dobbiamo fare i conti in termini esistenziali. Ovvero senza disperdersi in quel tempo che comunque ci appartiene. Guccini ha fatto della memoria un mestiere. Della canzone un archivio. Del dialetto una patria.
E di ogni pagina, cantata o scritta, un modo per dire che il tempo non si perde. Si sposta. E noi con lui. La cultura popolare in Guccini diventa linguaggio popolare con la profondità del vivere ascoltare raccontare. Ha sempre raccontato. Nei versi – canzone. Nelle pagine dei suoi libri.
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