Uso intenso, difficoltà di disconnessione, tecnostress e pressione sociale colpiscono soprattutto i più giovani, mentre cresce la consapevolezza dei rischi legati a piattaforme e smartphone
La relazione tra tecnologie digitali e salute mentale si colloca all’incrocio di due fenomeni ormai di massa: la diffusione pressoché universale della connessione e il crescente peso del disagio psicologico.
L’indagine svolta dall’Eurispes sul rapporto fra italiani, tecnologie digitali e salute mentale non vuole stabilire se il digitale sia in assoluto un “bene” o un “male”, ma osservare come si distribuiscono intensità d’uso, competenze, vulnerabilità, difficoltà di autoregolazione, vissuti connessi ai Social network, forme di tecnostress e pratiche di benessere digitale. I risultati restituiscono un quadro ambivalente: gli strumenti digitali sono percepiti come utili e ormai irrinunciabili, ma una parte consistente della popolazione segnala automatismi, fatica, perdita di controllo e impatti negativi, con criticità particolarmente concentrate tra i più giovani.
Una vita quotidiana ad alta intensità digitale
La presenza del digitale nella quotidianità si conferma pressoché universale. Lo smartphone viene utilizzato regolarmente dal 94,3% degli interpellati, il computer o laptop dal 65,2% e la Smart Tv dal 61,2%. Seguono tablet (33,6%), smartwatch (28,4%), console per videogiochi (17,5%). Lo smartphone è trasversale alle generazioni: resta sopra il 95% fino ai 64 anni e coinvolge comunque l’89,9% degli over 64. Gli altri dispositivi mostrano invece un netto divario generazionale. Il computer è usato dall’80,2% dei 18-24enni, nelle altre fasce d’età resta sopra al 70%, mentre fra i più anziani si ferma al 39,1%; il tablet passa dal 52,3% al 18,1%, lo smartwatch dal 46,5% al 12,7%, la console dal 43% al 4,7%. Il genere incide meno dell’età, con l’eccezione delle console, più diffuse fra gli uomini (23,9% contro 11%), e degli smartwatch (30,9% contro 25,9%).
Nei giorni feriali il tempo trascorso sui dispositivi combina uso nel tempo libero e uso obbligato. Per svago, il 93,3% utilizza lo smartphone almeno per una parte della giornata e il 24,1% supera le tre ore; per lavoro o studio lo usa il 66,7% e il 22,2% oltrepassa le tre ore. Il computer è meno comune nel tempo libero, ma centrale nelle attività professionali e formative: il 64,8% lo usa almeno nei giorni feriali per lavoro o studio e il 39,8% per più di tre ore. Nei fine settimana l’uso dello smartphone coinvolge il 95,1% degli intervistati e quasi tre su dieci superano le tre ore.
Anche l’intensità d’uso è fortemente legata alla variabile generazionale. Fra i 18-24enni e i 25-34enni l’esposizione ricreativa allo smartphone è molto più prolungata e si accompagna a un utilizzo frequente di computer, video, Social e console. Più della metà del campione di età compresa fra 18 e 24 anni usa lo smartphone per svago nei giorni feriali per più di tre ore (52,4%), percentuale che sale al 60,5% nei giorni festivi; fra 25 e 34 anni si arriva al 40,4% nei giorni feriali mentre nei festivi si scende al 37%; in tutte le altre fasce d’età l’utilizzo superiore alle tre ore è sensibilmente inferiore e decresce progressivamente con l’età. Per i più anziani l’uso è selettivo, concentrato quasi esclusivamente sullo smartphone, mentre gli altri strumenti digitali non vengono mai utilizzati dal campione over 64, tanto nei giorni feriali quanto in quelli festivi.
Nel tempo libero, Internet è utilizzato soprattutto per cercare informazioni (82,8%), inviare e ricevere email (71,5%), chattare (70,7%), guardare filmati (68,9%) e frequentare Social network (67,9%). Più della metà accede al conto bancario (56,4%), legge giornali online (55,1%) o effettua acquisti (54,7%); il 43,9% guarda film e serie in streaming e il 42,8% paga bollette. Gaming (23,9%), forum (25,6%) e siti di incontri (12,5%) restano più circoscritti. I giovani primeggiano nelle attività relazionali e di intrattenimento; le fasce centrali, soprattutto i 35-44enni, mostrano un uso più ampio dei servizi pratici, finanziari e amministrativi.
Modalità d’uso: partecipazione e consumo passivo
L’indagine distingue fra attività che richiedono partecipazione e produzione di contenuti e forme di fruizione prevalentemente osservativa. Il 69,2% pubblica contenuti originali almeno qualche volta e il 63,4% commenta quelli altrui. La messaggistica privata o di gruppo è ancora più diffusa: il 79% la utilizza almeno qualche volta. Risultano però quasi altrettanto comuni le pratiche passive: il 79,8% scorre feed e contenuti senza interagire e il 78,3% guarda profili o attività altrui senza intervenire e circa il 30% svolge spesso attività di questo tipo. Solo la partecipazione a discussioni di gruppo rimane meno generalizzata, pur coinvolgendo almeno qualche volta il 52,2% del campione.
Il profilo dei più giovani combina uso attivo e passivo con intensità eccezionale. Fra i 18-24enni il 97,7% pubblica contenuti sui Social e invia messaggi in chat private e l’86% commenta post di altri, ma sono altrettanto elevate le percentuali di chi scorre contenuti senza interagire (96,5%) e di chi osserva profili altrui senza alcuna interazione (il 98,8%). Ciò significa che la produzione di post e messaggi convive con una lunga esposizione passiva a rappresentazioni delle vite degli altri, terreno nel quale possono svilupparsi confronto sociale, percezione di inadeguatezza e perdita della cognizione del tempo. L’uso passivo non è di per sé patologico, ma diventa più critico quando è automatico, ripetitivo e orientato alla ricerca continua di stimoli.
Le finalità dichiarate confermano la natura multifunzionale del digitale. Il 76% lo usa per informarsi, il 73,2% per mantenere relazioni, il 61,9% per lavoro o studio e il 51,4% per intrattenimento e gioco. Fra i 18-24enni la funzione relazionale raggiunge il 91,9% e quella ricreativa il 76,7%. Anche le motivazioni mostrano una forte stratificazione per età. Nel complesso, il 75,1% attribuisce importanza al mantenimento delle amicizie, il 71,4% al restare informato e il 70,2% ai rapporti familiari; il 53,6% usa le tecnologie per rilassarsi. Sono meno diffuse, ma non marginali, la ricerca di distrazione dai problemi (37,2%), la possibilità di conoscere persone nuove (36,1%), l’espressione della propria identità (29,6%) e la ricerca di approvazione o feedback positivi (26%).
Nella fascia 18-24 anni queste motivazioni assumono un peso decisamente rilevante: il 74,4% considera importante conoscere nuove persone, il 67,5% esprimere la propria identità, il 56,9% ricevere approvazione e il 70,9% distrarsi dai problemi. Fra gli over 64 le stesse quote scendono rispettivamente al 19,9%, 10,9%, 9,7% e 20,6%. Il digitale è dunque, per i giovani, non solo un mezzo operativo, ma uno spazio di costruzione identitaria, riconoscimento e regolazione emotiva.
Competenze digitali: il gap è generazionale
La valutazione delle proprie competenze si distribuisce su tre livelli con risultati quasi equivalenti: il 32,8% le giudica scarse o molto scarse, il 35% sufficienti e il 32,2% buone o ottime. Dietro questa apparente simmetria si nasconde ancora una volta una frattura generazionale. Fra i 18-24enni il 61,6% si considera competente, mentre soltanto il 4,7% si colloca nell’area dell’insufficienza; tra gli over 64 le proporzioni si capovolgono, con il 67,3% che valuta negativamente le proprie capacità e appena il 9,4% che le considera buone.
Per quanto riguarda la sicurezza nello svolgere alcune attività online, le percezioni variano in relazione al compito. Il 76,5% si sente sicuro nel comunicare con familiari e amici, ma la quota scende al 52,9% nell’uso dei servizi online bancari, sanitari o della Pubblica amministrazione, al 49,3% negli acquisti, al 45,6% nel riconoscimento di truffe e tentativi di raggiro e al 41,8% nella gestione della privacy e della sicurezza dei dati. Ciò significa che la familiarità con chat e messaggi non equivale a una competenza digitale piena: oltre la metà del campione non si sente adeguatamente protetta di fronte a frodi e trattamento dei dati personali.
Tra gli over 64 si sente sicuro nell’uso dei servizi online soltanto il 29%, negli acquisti il 18,8%, nell’individuare truffe il 24,3% e nel proteggere dati e privacy il 21%.
Di fronte a una difficoltà, il 29,4% di chi naviga chiede aiuto a familiari o conoscenti, il 24,7% cerca tutorial e soluzioni online e il 23,8% prova a risolvere autonomamente, l’8,4% abbandona l’attività e il 5,8% evita in seguito la tecnologia che ha creato il problema. Fra gli over 64 il ricorso ad amici o parenti sale al 45,3%, mentre abbandono ed evitamento raggiungono insieme il 28,2%.
Sul piano soggettivo, il 59,2% si sente competente nell’uso delle tecnologie abituali e il 52,6% ha fiducia nella propria capacità di risolvere i problemi, ma il 41,4% si sente sopraffatto dalla velocità del cambiamento e il 35,2% prova frustrazione quando non riesce a utilizzare una nuova piattaforma. La metà del campione (50,2%) ritiene che competenze migliori aumenterebbero la soddisfazione personale e il 46,2% che offrirebbero maggiori opportunità lavorative, sociali o personali. La vulnerabilità digitale assume dunque anche la forma dell’esclusione: non poter usare con autonomia e sicurezza gli strumenti significa rinunciare a servizi, opportunità e partecipazione.
Esperienze negative online e ricadute sul benessere
L’esposizione a episodi spiacevoli o dannosi è tutt’altro che marginale con il 26% del campione che afferma di aver incontrato involontariamente contenuti violenti o disturbanti, il 23,4% di aver subito commenti offensivi, insulti o attacchi personali e il 21,8% la condivisione non autorizzata di fotografie o video. Il 16,4% è stato bersaglio di phishing, il 15,2% ha subìto la violazione di un account o il furto di identità, il 14,6% forme di esclusione intenzionale, il 12,1% furto di dati o denaro, il 12% molestie e il 10,1% minacce.
Anche in questo caso i giovani risultano più esposti. Fra i 18-24enni il 40,7% ha visto contenuti violenti o disturbanti, il 38,4% ha ricevuto offese o attacchi, il 37,2% ha sperimentato la condivisione non autorizzata di immagini, il 26,7% molestie, il 25,6% esclusione e il 22,1% minacce. L’elevata incidenza può dipendere dal maggior tempo trascorso online e dalla centralità delle piattaforme nella vita relazionale, ma segnala anche che l’ambiente nel quale i giovani cercano appartenenza e riconoscimento è lo stesso che li espone frequentemente ad aggressioni e violazioni.
Per chi le ha vissute, le esperienze negative producono conseguenze significative. Il 45,9% riconosce un impatto sul benessere emotivo, il 39,3% sull’autostima, il 49,3% sulla fiducia nelle piattaforme e il 43,8% sul proprio comportamento online. Fra i più giovani l’impatto sul benessere emotivo raggiunge il 65,6%, quello sull’autostima il 59%, la perdita di fiducia il 59% e la modifica dei comportamenti il 50,8%. Il dato è particolarmente importante se confrontato con la funzione compensatoria attribuita alle piattaforme, particolarmente rilevante nei giovani adulti: fra i 18-24enni il 91,9% dichiara di usare i Social almeno qualche volta per alleviare emozioni negative.
Dalla routine all’automatismo: l’ansia da connessione colpisce soprattutto i più giovani
Numerosi comportamenti indicano che il controllo del telefono e degli aggiornamenti è ormai incorporato nelle routine quotidiane. Il 51,3% controlla le notifiche appena sveglio e la stessa quota verifica durante la giornata la presenza di novità anche in assenza di avvisi, il 46,8% legge subito le chat di gruppo per capire che cosa sta accadendo, il 36,2% controlla ciò che pubblicano le persone conosciute e il 29,9% interrompe altre attività per guardare notifiche o aggiornamenti. Per il 21,3% è importante condividere online i propri stati d’animo. Circa due persone su tre dichiarano di riuscire a restare tranquille senza conoscere immediatamente ciò che avviene online (67,6%) e di potersi disconnettere senza disagio (67,7%), segnalando una diffusa capacità di distaccamento dal digitale, pur risultando preoccupante la presenza di un italiano su tre che mostra difficoltà in tal senso.
Tra i 18-24enni il controllo al risveglio raggiunge l’86%, la verifica senza notifiche l’80,3%, la lettura immediata delle chat il 73,2%, il monitoraggio dei post altrui il 65,1% e l’interruzione di altre attività il 58,1%. Nella stessa fascia il 53,5% attribuisce importanza alla condivisione online degli stati d’animo. L’intensità cala progressivamente con l’età, a conferma del fatto che per i nativi digitali la connessione è parte integrante della vita quotidiana.
Il tentativo di ridurre l’uso del telefonino senza riuscirvi riguarda il 26,6% della popolazione e supera il 40% fra i 18 e i 34 anni. Si tratta di un indicatore rilevante perché misura lo scarto fra intenzione e comportamento: la persona riconosce l’eccesso, prova a limitarlo e non riesce a mantenere il controllo.
I comportamenti potenzialmente problematici coinvolgono quote molto ampie almeno occasionalmente: l’83,9% ha usato lo smartphone più a lungo di quanto previsto, il 70,8% ha avuto la sensazione di sprecare troppo tempo online, il 69,9% ha utilizzato il telefono durante i pasti, il 65,3% ha provato ansia quando la batteria era scarica, il 58,7% ha percepito di non riuscire a disconnettersi, il 58,6% si è sentito irrequieto non potendo controllare lo smartphone, il 57,5% ha avuto difficoltà di concentrazione per il pensiero ricorrente rivolto a Social o chat e il 57,3% ha usato i Social per alleviare emozioni negative. Le frequenze elevate, date da “spesso” e “sempre”, riguardano il 36% per il tempo d’uso superiore al previsto, il 29,2% per la sensazione di spreco, il 29,7% per l’ansia da batteria scarica, il 27,6% per l’uso durante i pasti e circa il 22-23% per difficoltà di concentrazione, irrequietezza, regolazione delle emozioni e impossibilità di disconnettersi.
Fra i 18-24enni quasi tutti hanno sperimentato almeno qualche volta questi comportamenti: il 97,7% ha prolungato l’uso oltre le intenzioni, il 93% ha usato lo smartphone durante i pasti, il 91,9% ha percepito di sprecare tempo e la stessa quota lo ha utilizzato per alleviare emozioni negative, l’88,4% ha avuto difficoltà di concentrazione, l’86% ansia per la batteria scarica, l’84,9% difficoltà a disconnettersi e l’83,7% irrequietezza quando non poteva controllare il telefono.
Il telefonino invade tempi e luoghi
L’integrazione dello smartphone nella vita quotidiana emerge anche dall’analisi dei contesti nei quali viene utilizzato. Il 66,7% lo usa a letto al risveglio o prima di dormire, il 65,2% a tavola quando mangia da solo e il 63,3% mentre guarda la televisione. Il 55% lo porta in bagno, il 51,1% lo consulta mentre cammina, il 50,5% lo usa per motivi personali durante il lavoro e il 49,7% quando esce con gli amici, quasi tre persone su dieci lo usano a tavola in compagnia (29,3%), il 30,5% ai semafori e il 22,8% alla guida.
L’uso nei momenti di riposo e socialità è particolarmente diffuso fra i giovani: lo smartphone a letto riguarda l’87,2% dei 18-24enni, l’89% dei 25-34enni e l’83% dei 35-44enni; fra i più giovani il 79,1% lo consulta mentre cammina o durante le uscite con gli amici, il 51,2% a tavola con altre persone e il 40,7% alla guida.
negativi.
Social network tra utilità e rischi
Le opinioni sui Social network sono ambivalenti e rispecchiano i vantaggi comunemente attribuiti a queste piattaforme come anche i rischi ad esse connesse. L’80,5% ritiene che aiutino a restare in contatto con gli amici, il 77,7% che consentano di essere informati sull’attualità, il 65,9% che siano utili nel lavoro, il 58,2% che favoriscano nuove conoscenze e il 55,4% che rappresentino un buon passatempo; ma allo stesso tempo il 79,9% pensa che inducano un uso eccessivo, il 78,3% che l’anonimato favorisca comportamenti aggressivi e offensivi, il 73,8% che mettano a rischio la privacy e il 66,5% che influenzino l’orientamento politico. Il 46,2% li considera una perdita di tempo.
La consapevolezza dei rischi è ancora più netta quando si entra nel merito dei contenuti: l’85,8% attribuisce ai Social un ruolo nella diffusione di fake news, il 76,3% nell’esaltazione di stili di vita fondati su ricchezza, apparenza e superficialità, il 75,8% nella propagazione di modelli di comportamento sbagliati, il 74,9% nel cyberbullismo e il 63,9% nel danneggiamento della vita sociale.
Queste consapevolezze non riducono la diffusione delle piattaforme: il 79,6% è iscritto ad almeno un Social network, con quote del 95,3% fra i 18-24enni e del 60,1% fra gli over 64. WhatsApp è utilizzato dal 96,4% degli iscritti, Facebook dal 67,5%, Instagram dal 63%, YouTube dal 45,6%, TikTok dal 36,3%, Telegram dal 32,2%, LinkedIn dal 26,4% e X dal 17,9%. La composizione varia molto con l’età: Instagram e TikTok caratterizzano soprattutto le fasce giovani, Facebook conserva un peso maggiore fra adulti e anziani, LinkedIn riflette la posizione professionale e WhatsApp mantiene un ruolo quasi universale.
Nell’uso concreto prevalgono pratiche relazionali e informative: l’81,6% guarda attività e foto degli amici, il 78,1% chatta, il 74,3% si informa, il 70,9% guarda o ascolta video, il 63,2% segue eventi e il 62,3% commenta contenuti degli amici. Il 58,1% condivide foto o video propri, il 53% musica, video e link, il 48,8% scambia opinioni e il 48,6% racconta ciò che sta facendo. Il 36,7% promuove la propria attività, il 36,5% cerca nuove conoscenze e il 26,4% gioca.
Giudizio, confronto sociale e vissuti emotivi
Una parte degli utenti vive la pubblicazione come uno spazio di valutazione sociale, esprimendo in qualche misura preoccupazione per il giudizio altrui nel 60,4% dei casi quando pubblicano contenuti on line (26,2% in forma più intensa), il 55% teme valutazioni negative (22,3% “abbastanza” e “molto”), il 52,4% ha paura di esprimere la propria opinione (19,7% in modo marcato), il 63,6% controlla con frequenza i like ricevuti ai propri post e circa la metà del campione modifica i post per timore delle reazioni e prova disagio quando le interazioni sono poche. Le donne mostrano una sensibilità più elevata con percentuali più elevate degli uomini per quante vivono queste situazioni più intensamente (“molto” e “abbastanza”): il 32,2% si preoccupa di ciò che pensano gli altri, il 27,8% teme giudizi negativi, il 24,8% limita l’espressione delle proprie opinioni e il 41,6% controlla i riscontri ottenuti.
Riguardo alle sensazioni provate utilizzando i Social Network, il confronto con le vite altrui coinvolge in misura più intensa (“abbastanza” e “molto”) circa un utente su cinque (19,9%), mentre le sensazioni più diffuse sono lo spreco di tempo (40,5%) e la perdita della cognizione temporale (38,2%). Il 33,9% si sente più libero di esprimersi e interagire, il 33,1% meno solo, il 30,9% avverte il bisogno di collegarsi continuamente e la stessa quota si innervosisce se non può farlo; il 29,2% si sente fuori dal mondo reale.
Nei giovani questi vissuti raggiungono livelli molto più alti: fra i 18-24enni il 74,4% perde la cognizione del tempo, il 67% si innervosisce se non può collegarsi, il 65,8% si sente più libero di esprimersi, il 59,7% avverte un bisogno continuo di connessione, il 58,5% sente di perdere tempo, il 53,7% si sente meno solo, il 46,3% fuori dal mondo reale e il 45,1% inferiore rispetto alla vita mostrata dagli altri. I Social svolgono dunque una funzione di appartenenza e facilitazione espressiva, ma proprio questa centralità può rendere più intenso il confronto, il timore di esclusione e la dipendenza dal flusso delle interazioni. Sentirsi meno soli e più liberi di esprimersi non esclude dunque il disagio e può, al contrario, aumentare la dipendenza funzionale dalla piattaforma quando questa diventa il principale spazio nel quale ricevere riconoscimento, regolare le emozioni o sperimentare relazioni.
Chat di gruppo: legami, continuità e obblighi sociali
Le chat di gruppo coinvolgono il 69,1% degli intervistati e sono leggermente più diffuse fra le donne (71,6% contro 66,5%). Vi partecipa l’87,2% dei 18-24enni, l’82,9% dei 25-34enni, l’80,7% dei 35-44enni e il 73,8% dei 45-64enni; fra gli over 64 la quota scende al 42,4%. I gruppi più comuni sono quelli fra amici (78,6% di chi partecipa ad almeno una chat) e nel nucleo familiare ristretto (76,6%). Seguono lavoro (58,2%), famiglia allargata (50%), sport o hobby (39,5%), gruppi di genitori (28,1%), studio (27,9%) e vicinato o condominio (20,8%).
Le chat mantengono legami familiari e amicali e coordinano attività quotidiane, ma creano anche aspettative di presenza. Il 38,9% si sente obbligato a leggere tutti i messaggi e il 38,3% in dovere di rispondere; il 38,4% è disturbato dalle notifiche durante altre attività e il 37,5% sente il bisogno di controllare il telefono non appena riceve un avviso. Il 24,4% vorrebbe uscire da alcune chat ma teme conseguenze sociali e il 18,6% evita di esprimere la propria opinione per timore del giudizio.
Questi dati mostrano come le chat prolungano le relazioni oltre i momenti e i luoghi nei quali si svolgerebbero in presenza trasformando il silenzio o l’uscita dal gruppo in segnali che possono essere interpretati dagli altri. La pressione resta moderata per la maggioranza, ma per una quota significativa leggere, rispondere e controllare diventano piccoli obblighi ripetuti che frammentano l’attenzione e rendono più difficile stabilire tempi di indisponibilità.
Lavoro e tecnologie digitali: reperibilità e tecnostress
Il digitale è ormai strutturale nel lavoro: il 48,2% svolge un’attività che richiede sempre un uso intensivo di dispositivi e applicazioni, il 28,4% ne ha bisogno in alcune occasioni e soltanto il 23,4% non è esposto in modo rilevante. La presenza fisica resta la modalità di lavoro prevalente (60,9%), ma il 32,8% lavora in forma ibrida e il 6,3% interamente da remoto: nel complesso, quasi quattro lavoratori su dieci sperimentano almeno in parte forme di Smart Working.
La tecnologia estende il lavoro oltre il suo orario formale con il 77,3% del campione che controlla email o messaggi professionali fuori dall’orario almeno qualche volta e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Il 75,2% risponde durante il tempo libero, con una frequenza elevata per il 38,5%; il 68,1% risponde anche durante le ferie e il 34,7% lo fa spesso o sempre. Il 71,1% si è sentito almeno qualche volta obbligato a rispondere immediatamente, con il 38% in modo frequente; il 72,9% ha avuto difficoltà a staccare mentalmente e il 37,6% le sperimenta spesso o sempre.
L’esposizione è molto diversa tra le professioni. Il controllo frequente fuori orario raggiunge il 62,1% fra dirigenti e quadri, il 57,2% fra liberi professionisti e il 51,1% fra autonomi; fra gli operai il 57,3% non lo fa mai. Durante il tempo libero rispondono frequentemente il 60,7% dei liberi professionisti, il 54,5% degli imprenditori, il 51,1% degli autonomi e il 50% dei dirigenti. La reperibilità in ferie è particolarmente marcata per i liberi professionisti (67,9%, con il 30,4% sempre), seguiti da dirigenti (48,3%) e imprenditori (45,5%). La difficoltà frequente a staccare mentalmente raggiunge il 60,3% fra dirigenti e quadri e il 50% fra liberi professionisti.
Il sovraccarico non dipende soltanto dal tempo, ma anche dalle caratteristiche delle tecnologie digitali: il 37,6% si sente appesantito dal numero di strumenti e piattaforme da usare per lavoro, il 36,7% fatica a seguire aggiornamenti e nuovi software, il 35% ritiene che email, notifiche e chiamate compromettano la concentrazione e il 39,3% si sente mentalmente affaticato dall’uso costante delle tecnologie. Al tempo stesso, il 59,6% ritiene di riuscire a separare tempo lavorativo e personale, mentre il 22,2% considera eccessivo il tempo assorbito dalle videoriunioni.
Nei sei mesi precedenti la rilevazione il 68,6% ha sperimentato almeno qualche volta sintomi di stress o affaticamento legati alle tecnologie professionali (mal di testa, stanchezza oculare, ansia o altri disturbi) e il 33,8% li ha avuti spesso o sempre. Tra chi usa sempre intensamente il digitale sul lavoro, l’85% ha registrato almeno qualche episodio e il 46,2% una frequenza elevata; fra chi non ne fa un uso intensivo le quote scendono al 34,9% e al 13,4%, con un nesso che evidenzia una relazione molto forte fra intensità tecnologica, reperibilità e sintomi percepiti.
Benessere digitale tra poca misurazione e strategie discontinue
La maggioranza di chi usa tecnologie digitali non conosce con precisione il proprio tempo online. Solo l’11,2% lo controlla regolarmente attraverso app o impostazioni, il 52,9% ne ha un’idea approssimativa e il 35,9% non sa quantificarlo. In altre parole, l’88,8% non dispone di una misurazione puntuale, nonostante molti comportamenti digitali avvengano in modo frammentato e automatico e siano quindi difficili da stimare a memoria.
Le strategie di autoregolazione sono poco diffuse: il 12,7% ne ha adottata almeno una, il 30,4% non lo ha fatto ma ritiene che dovrebbe, mentre il 56,9% pensa di non averne bisogno. Nei gruppi giovani e centrali il riconoscimento del bisogno è più elevato. Ha sperimentato forme di riduzione il 19,8% dei 18-24enni, il 17,8% dei 25-34enni e il 19,9% dei 35-44enni; la quota scende al 12,3% fra i 45-64enni e al 4% fra gli over 64. A dichiarare “non lo faccio, ma dovrei” è il 37,2% dei più giovani, il 34,3% dei 25-34enni, il 38% dei 35-44enni, il 34,7% dei 45-64enni e il 15,6% degli anziani.
Le pratiche più usate sono la disattivazione delle notifiche (27,9% di chi ha adottato strategie) e timer o limiti sulle applicazioni (27%); seguono la definizione di spazi e momenti senza dispositivi, ad esempio pasti e tempo familiare (16,7%), periodi di digital detox (11,6%) e orari prestabiliti di inutilizzo (8,6%). L’efficacia percepita è nel complesso positiva: il 36,3% afferma di aver raggiunto gli obiettivi e il 44,4% almeno in parte; l’8,9% continua a utilizzare le strategie pur non trovandole efficaci e il 10,4% le ha abbandonate.
L’uso di applicazioni dedicate al benessere resta marginale. Quelle per il monitoraggio del benessere digitale vengono usate regolarmente dal 4,3% e occasionalmente dal 14,3%; il 9,6% le ha provate e abbandonate e il 71,8% non le ha mai utilizzate. Le app per benessere mentale, respirazione, meditazione, sonno o diario digitale mostrano valori analoghi: 4,5% di uso regolare, 13,5% occasionale, 10,2% di abbandono e oltre sette persone su dieci che non le hanno mai provate. Il dato suggerisce che la consapevolezza è spesso generica: molte persone percepiscono di trascorrere troppo tempo online o pensano di dover ridurre, ma non trasformano questa percezione in obiettivi verificabili e pratiche stabili.
Sonno, algoritmi e percezione di un rapporto problematico
L’81,4% utilizza dispositivi nell’ora precedente il sonno almeno qualche volta e il 45,7% spesso o sempre, con percentuali molto elevate fra i 18-24enni, di cui solo l’1,2% dichiara di non farlo mai; il “mai” sale progressivamente fino al 45,3% degli over 64. Il telefono rimane in camera durante la notte per il 77,5%: il 23,3% lo tiene acceso con notifiche attive, il 37,5% in modalità silenziosa o sonno e il 16,7% spento; mentre il 22,5% lo lascia in un’altra stanza.
Gli utenti riconoscono in larga misura la personalizzazione algoritmica. Il 71,7% ritiene che le piattaforme mostrino contenuti coerenti con i propri interessi e il 56,3% che propongano novità capaci di stimolare curiosità. Il 29,7% attribuisce loro un’influenza su opinioni o stati d’animo. Fra i 18-24enni le quote salgono rispettivamente al 91,9%, 73,3% e 60,5%; fra gli over 64 la percezione dei contenuti personalizzati scende al 49,6% e quella dell’influenza al 17,4%. I giovani mostrano dunque maggiore consapevolezza della mediazione algoritmica, ma anche una più forte esposizione ai suoi effetti emotivi e cognitivi.
Nel complesso, il 65,8% del campione valuta in qualche misura problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali. I livelli più elevati di criticità raggiungono il 41,9% fra i 18-24enni e il 30,2% fra i 25-34enni, per poi scendere nelle fasce d’età successive fino al 28,3% degli over 64, ma in questa fascia è più alta la quota che esprime la valutazione estrema (10,2% molto problematico), probabilmente perché una parte degli anziani sperimenta difficoltà specifiche di adattamento.
Il 10,4% del campione ha cercato un aiuto professionale per problemi legati all’uso delle tecnologie (il 2,5% è attualmente in terapia e il 7,9% lo è stato in passato) mentre il 20,8% non lo ha fatto ma ci ha pensato. Nel complesso, il 31,2% ha quindi avuto un contatto con la questione della cura, almeno come possibilità. Fra i 18-24enni la quota sale al 43% e fra i 25-34enni al 38,4%; la maggioranza, tuttavia, continua a ritenere di non averne bisogno.
Le aree del disagio
Gli incroci fra percezione di problematicità e comportamenti consentono di individuare un profilo coerente. Chi considera il proprio rapporto con il digitale problematico controlla più spesso le notifiche al risveglio rispetto a chi non avverte problematicità (56,5% contro 49,2%), cerca aggiornamenti anche senza avvisi (61,4% contro 47,2%), interrompe altre attività per controllare il telefono (45,2% contro 23,6%) e ha provato più frequentemente a ridurre l’uso senza riuscirvi (40,6% contro 21%). Il 46,9% del gruppo critico non riesce a disconnettersi senza disagio, rispetto al 26,4% di chi non percepisce problemi.
Queste relazioni vengono confermate anche nelle domande sulla frequenza di adozione di comportamenti a rischio. Fra chi definisce problematico il rapporto, il 51,5% usa spesso o sempre lo smartphone più a lungo del previsto, contro il 29,9% del gruppo non critico; le difficoltà frequenti di concentrazione riguardano il 39,9% contro il 15,7%; l’irrequietezza quando non è possibile controllare il telefono il 41,9% contro il 16%; l’uso dei Social per alleviare emozioni negative il 36,3% contro il 18,2%; l’ansia per la batteria scarica e la sensazione di sprecare tempo il 44,2% contro il 23,9% e il 23,2%; la difficoltà a disconnettersi il 39,6% contro il 15,7%.
Nel gruppo critico il 36,7% segnala un peggioramento del benessere psicologico, contro il 13,1% fra chi non avverte problematicità; il giudizio negativo sulle relazioni passa dall’8,4% al 20,2%, sulla produttività dall’11,2% al 23,1%, sugli hobby dal 10% al 21,8% e sulla qualità di vita dal 10,6% al 27,4%. Per una parte degli utenti la problematicità non è quindi soltanto una sensazione astratta, ma si accompagna alla percezione di conseguenze concrete.
Anche il rapporto con i Social risulta più intenso e ambivalente fra coloro che si riconoscono nell’area critica: il 46,7% si sente fuori dal mondo reale, rispetto al 22,6% degli altri; il 50,2% avverte un bisogno continuo di collegarsi, contro il 23,7%; il 48,9% si sente meno solo e il 49,3% più libero di esprimersi, contro il 27,3% e il 28,1%. Allo stesso tempo, il 33,2% si sente inferiore rispetto alle vite mostrate dagli altri, contro il 15%.
Nonostante i segnali di consapevolezza, raramente questa si traduce in effettiva richiesta di aiuto: solo il 44,8% di chi reputa problematico il proprio rapporto con le tecnologie digitali non ritiene di aver bisogno di aiuto, ma è attualmente in terapia il 5% è attualmente in terapia e il 15,2% lo è stato, mentre il 35% ha pensato di rivolgersi a un professionista senza farlo.
Alcune considerazioni conclusive
L’indagine conferma che il digitale è ormai una dimensione ordinaria dell’esperienza e che non sarebbe realistico contrapporre una vita online a una vita reale: lavoro, relazioni, informazione, servizi e intrattenimento si svolgono in continuità fra i due ambienti. La questione centrale non riguarda dunque la presenza della tecnologia, ma il grado di autonomia con cui viene utilizzata e la capacità di riconoscerne benefici, costi e meccanismi di funzionamento.
Il principale fattore di differenziazione è l’età: le fasce d’età più giovani presentano maggiore competenza, intensità e varietà d’uso, ma anche più automatismi, pressione sociale, ricorso alle piattaforme per regolare le emozioni e difficoltà di disconnessione. Gli anziani hanno un coinvolgimento inferiore, ma sono più vulnerabili sul piano delle competenze, della sicurezza e dell’accesso ai servizi. Il titolo di studio aggiunge una frattura educativa: la carenza di capacità digitali riduce la possibilità di informarsi, formarsi, proteggersi e risolvere autonomamente i problemi, trasformando il divario digitale in una forma di esclusione sociale.
La consapevolezza dei rischi è elevata, ma non sufficiente a modificare i comportamenti. Pur riconoscendo i rischi di fake news, aggressività, privacy, modelli superficiali e uso eccessivo, gli italiani monitorano raramente il tempo online e adottano poche strategie strutturate.
Sul lavoro, la cultura della reperibilità continua e della rapidità di risposta sembrano limitare il diritto alla disconnessione, portando a forme di tecnostress specie nelle categorie professionali più “connesse” e digitalizzate, aggravate dalla difficoltà a gestire la rapida evoluzione delle tecnologie necessarie al lavoro.
La responsabilità non può essere attribuita soltanto agli utenti e ad una presunta incapacità di autoregolazione: l’architettura stessa delle piattaforme digitali – feed infiniti, notifiche, raccomandazioni personalizzate, metriche di approvazione e rinforzi intermittenti – è progettata per massimizzare coinvolgimento e permanenza. Servono quindi trasparenza degli algoritmi, limiti alle pratiche persuasive, tutele rafforzate per minori e soggetti vulnerabili, strumenti di controllo semplici e predefiniti, responsabilità delle piattaforme rispetto ai contenuti dannosi e alle conseguenze dei propri sistemi di raccomandazione.
In un contesto in cui il digitale è destinato ad accrescere la sua pervasività nell’esperienza umana quotidiana, l’obiettivo non può essere quello di limitare o contrastare la diffusione delle tecnologie digitali, ma di governarne l’impatto riducendo le disuguaglianze, tutelando le vulnerabilità e valorizzando le potenzialità. Non è una partita che si può giocare solo sul piano normativo, ma una sfida culturale ed educativa che richiede di ripensare il rapporto tra innovazione e benessere dotando le persone – in particolare le generazioni più immerse nell’ambiente digitale – degli strumenti cognitivi, emotivi e relazionali necessari per vivere la dimensione digitale con consapevolezza, dignità e libertà.
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