Home Attualità CASO RANUCCI: CHI GARANTISCE LA LIBERTÀ DI CHI CONTROLLA IL POTERE?

CASO RANUCCI: CHI GARANTISCE LA LIBERTÀ DI CHI CONTROLLA IL POTERE?

Francesco Mazzarella

La Rai valuta il futuro di Report mentre l’inchiesta sull’attentato continua e la redazione rifiuta l’ipotesi di una guida esterna. Ranucci non è intoccabile, ma una scelta del servizio pubblico deve essere accompagnata da fatti, regole e trasparenza

C’è una domanda semplice che rischia di farci perdere quella più importante.

Sigfrido Ranucci deve continuare a condurre Report oppure no?

Possiamo dividerci rapidamente.

Chi considera Ranucci un simbolo del giornalismo libero lo difenderà.

Chi considera Report una trasmissione faziosa o eccessivamente aggressiva riterrà legittimo sostituirlo.

Ma forse il punto non è scegliere una delle due tifoserie.

La domanda che dovrebbe interessarci è un’altra:

Quali condizioni devono esistere perché il giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico possa essere contemporaneamente libero dal potere e responsabile davanti ai fatti?

Perché ormai il caso non riguarda soltanto un conduttore.

Riguarda Report.

Riguarda la Rai.

E soprattutto riguarda il rapporto di fiducia tra informazione, istituzioni e cittadini.

La Rai sta valutando il dopo Ranucci

Al momento non esiste ancora una decisione ufficiale definitiva sulla nuova conduzione di Report.

Esiste però un orientamento aziendale ormai chiaramente emerso.

Secondo quanto riferito da ANSA, dopo le tensioni legate alla vicenda Lavitola e gli approfondimenti del Comitato Etico, la Rai sta valutando il cambio alla conduzione del programma e una ricollocazione professionale di Ranucci in un ruolo ritenuto congruo.

A luglio la stessa Rai aveva sospeso cautelativamente le repliche estive di Report «in attesa che si faccia piena chiarezza» sulla vicenda, confermando però il ritorno della trasmissione a novembre.

Quindi Report, almeno nelle intenzioni dichiarate, resta.
La domanda è quale Report e con quale guida.

Ranucci, da parte sua, ha sostenuto di avere la coscienza pulita e non sembra intenzionato ad abbandonare spontaneamente il programma.

Fin qui possiamo restare ai fatti.

Poi cominciano le domande.

Ranucci non è intoccabile

È bene dirlo senza ambiguità.

Difendere l’autonomia del giornalismo non significa considerare un giornalista immune da verifiche.

Anzi.

Più è rilevante il ruolo esercitato, maggiore dovrebbe essere la responsabilità.

Le questioni emerse intorno ai rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola meritano quindi di essere approfondite.

La Rai ha il diritto e il dovere di verificare se comportamenti, relazioni con le fonti o altre circostanze siano compatibili con le responsabilità ricoperte da un proprio dirigente e conduttore.

La libertà di stampa non è libertà dalla responsabilità.

Ma vale anche il principio contrario.

L’esistenza di una verifica non equivale a una condanna.

Un dubbio non è una prova.

Una relazione problematica non dimostra automaticamente un illecito professionale.

E una decisione così rilevante per uno dei principali programmi d’inchiesta del servizio pubblico non può fondarsi, agli occhi dei cittadini, sull’indeterminatezza.

E poi c’è l’attentato

A complicare enormemente il quadro c’è ciò che è accaduto davanti alla casa di Ranucci nell’ottobre 2025.

Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo, offrendo una spiegazione delle proprie motivazioni che è stata accolta con forti dubbi dagli inquirenti.

Un punto deve però restare chiarissimo:

Nell’inchiesta sull’attentato Sigfrido Ranucci è la persona offesa.

Questo piano non può essere confuso con le eventuali valutazioni della Rai sui suoi comportamenti professionali.

Sono vicende che possono avere elementi di contatto nella ricostruzione giudiziaria, ma rimangono piani differenti.

E proprio nelle ultime ore l’inchiesta ha fatto un ulteriore passo.

Nove ore di interrogatorio

Il 27 agosto Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, due degli arrestati indicati come presunti esecutori materiali dell’attentato, hanno risposto per circa nove ore alle domande dei magistrati nel carcere di Rebibbia.

Secondo quanto dichiarato dai loro difensori, i due avrebbero sostenuto di avere avuto rapporti soltanto con Gomes Clesio Tavares, di non conoscere personalmente né Ranucci né Lavitola e di avere ricevuto l’incarico di collocare l’ordigno davanti all’abitazione del giornalista.

I legali sostengono inoltre che non vi fosse intenzione di ferire qualcuno e puntano a contestare l’aggravante del metodo mafioso.

È importante utilizzare le parole corrette:

questa è la versione degli indagati e delle loro difese. Saranno gli inquirenti e successivamente i giudici a verificarne fondatezza e responsabilità.

L’inchiesta, dunque, è ancora aperta.

Ma adesso prende parola anche la redazione

Nelle stesse ore è accaduto qualcosa che sposta ulteriormente il problema.

Gli inviati di Report hanno preso pubblicamente posizione contro l’ipotesi di affidare conduzione e ruolo di capoautore a una figura esterna alla redazione.

Sostengono che all’interno del programma esistano già le professionalità necessarie per garantirne la continuità e definiscono un’eventuale scelta esterna come un rischio di «normalizzazione» e «commissariamento».

La redazione arriva inoltre ad attribuire alla possibile rimozione di Ranucci un significato politico.

Anche in questo caso bisogna distinguere.

È la posizione dei giornalisti di Report.

Non è la dimostrazione che esista un progetto politico per normalizzare la trasmissione.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorarla.

Perché introduce un elemento nuovo.

Il problema non riguarda più soltanto il destino professionale di Sigfrido Ranucci.

Riguarda l’identità editoriale di Report.

Che cos’è Report senza il suo metodo?

Un programma d’inchiesta non è semplicemente il volto che appare davanti alla telecamera.

È una redazione.

È un patrimonio di fonti.

È un metodo.

È memoria professionale.

È capacità di seguire un’inchiesta per mesi anche quando apparentemente non produce risultati.

È soprattutto una cultura giornalistica.

Ranucci può essere sostituito.

Nessun conduttore dovrebbe essere indispensabile.

Ma sostituire una persona e modificare l’identità di una redazione sono due operazioni profondamente differenti.

È per questo che la domanda su chi guiderà Report non può essere liquidata come una normale questione di palinsesto.

Se deve andare, la Rai deve spiegare perché

Qui, secondo me, sta il cuore della vicenda.

La domanda non dovrebbe essere:

Ranucci va difeso a prescindere?

No.

La domanda dovrebbe essere:

Se la Rai ritiene che Ranucci non possa più guidare Report, quali sono esattamente le ragioni?

Sono ragioni deontologiche?

Professionali?

Aziendali?

Editoriali?

Quali comportamenti sono stati ritenuti incompatibili con il ruolo?

Qual è il confine tra le contestazioni legate al caso Lavitola e la decisione sulla conduzione?

E, soprattutto, quale sarà il progetto editoriale di Report dopo Ranucci?

Non abbiamo bisogno di conoscere necessariamente ogni dettaglio di documenti interni riservati.

Ma quando una scelta riguarda uno dei programmi simbolo dell’informazione d’inchiesta del servizio pubblico, la motivazione generale della decisione dovrebbe essere comprensibile ai cittadini.

Perché la Rai non è una televisione privata qualsiasi.

È servizio pubblico.

Non serve un giornalismo intoccabile

Report può sbagliare.

Ranucci può sbagliare.

Un’inchiesta può contenere errori.

Una fonte può essere valutata male.

Un rapporto con una fonte può diventare troppo ambiguo.

Quando accade bisogna verificare, correggere e, quando necessario, assumersi le proprie responsabilità.

Non mi interessa un giornalismo che chieda trasparenza agli altri e pretenda opacità per se stesso.

Ma non mi interessa neppure un servizio pubblico nel quale il destino di una redazione d’inchiesta possa dipendere da equilibri che il cittadino non è in grado di comprendere.

La vera alternativa non è:

giornalisti intoccabili oppure giornalisti controllati.

È un’altra:

giornalismo libero dal potere e responsabile davanti ai fatti.

Dobbiamo pretendere entrambe le cose.

Non facciamone una questione di appartenenza

C’è infine un problema più grande di Ranucci.

Se consideriamo accettabile che il potere politico possa condizionare l’informazione quando quel potere rappresenta la parte politica che preferiamo, abbiamo già accettato il principio che domani possa farlo anche la parte politica che detestiamo.

Allo stesso modo non possiamo utilizzare automaticamente la parola «censura» ogni volta che un’azienda pubblica contesta il comportamento di un giornalista.

Altrimenti le parole perdono significato.

Fatti.
Regole.
Motivazioni.
Trasparenza.

Perché la libertà dell’informazione non appartiene né alla destra né alla sinistra.

Appartiene ai cittadini.

Chi controlla chi controlla il potere?

Il giornalismo d’inchiesta svolge una funzione scomoda.

Apre documenti.

Segue denaro.

Cerca relazioni che altri vorrebbero lasciare nell’ombra.

Fa domande.

Controlla il potere.

Ma anche chi controlla deve poter essere controllato.

È questa reciprocità a rendere credibile il sistema.

Ranucci deve poter essere interrogato sulle proprie scelte professionali.

Report deve poter essere criticato.

La Rai deve poter assumere decisioni organizzative.

Ma anche la Rai deve poter essere interrogata.

Chi decide del futuro di chi controlla il potere deve accettare, a sua volta, di spiegare come esercita quel potere.

È una questione di fiducia.

Prima ancora che di televisione.

Il punto non è salvare Ranucci

Forse allora possiamo uscire dalla tifoseria.

Il punto non è salvare Sigfrido Ranucci.

E non è neppure condannarlo.

Il punto è salvaguardare alcune regole.

Verificare prima di giudicare.

Separare i fatti dalle interpretazioni.

Distinguere le responsabilità.

Garantire il contraddittorio.

Pretendere trasparenza.

La magistratura continuerà a ricostruire responsabilità e movente dell’attentato.

La Rai dovrà decidere quale futuro dare a Ranucci e a Report.

La redazione ha scelto di difendere pubblicamente la propria autonomia.

Ma a noi cittadini rimane una domanda che va oltre tutti loro:

Quale servizio pubblico vogliamo?

Uno nel quale il giornalismo d’inchiesta sia libero soltanto finché non diventa troppo scomodo?

No.

Ma neppure uno nel quale un giornalista possa invocare la libertà di stampa per sottrarsi a qualsiasi verifica.

Dovremmo volere qualcosa di più difficile:

Un servizio pubblico nel quale anche il giornalista più scomodo possa essere controllato, criticato e perfino sostituito, ma soltanto attraverso fatti verificati, regole riconoscibili e decisioni trasparenti.

Perché alla fine il punto non è chi siederà davanti alla telecamera di Report a novembre.

Il punto è ciò che dovrà poter fare chiunque occuperà quella sedia.

Guardare il potere negli occhi e rivolgergli una domanda alla quale avrebbe preferito non rispondere.

Se il servizio pubblico continuerà a garantire questa possibilità, Report potrà sopravvivere anche ai suoi protagonisti.

Se invece dovesse perderla, non avremo semplicemente cambiato un conduttore.
Avremo perso qualcosa che riguarda tutti noi.

Francesco Mazzarella

@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

Fonti e approfondimenti

  • ANSA – La Rai valuta il futuro di Sigfrido Ranucci e della conduzione di Report.
  • Rai – Ufficio Stampa – Comunicazioni sulla sospensione cautelativa delle repliche estive di Report e sugli approfondimenti aziendali.
  • RaiNews – Inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci e interrogatori degli indagati del 27 agosto 2026.
  • ANSA – Dichiarazioni delle difese di Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello.
  • ANSA – Presa di posizione degli inviati di Report contro l’ipotesi di una guida esterna alla redazione.

 

 

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