Mille medici l’anno fuggono all’estero, Odini ‘fermare emorragia’ Anelli (Fnomceo), ‘se ne vanno per scarsa qualità di lavoro e di vita, stipendi non adeguati e minaccia aggressioni’

Milano, 16 feb. (Adnkronos Salute) – Sono “mille all’anno” i medici italiani che richiedono i certificati per trasferirsi all’estero. E’ il dato comunicato da Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale Ordini dei medici (Fnomceo), che a ‘Tgcom24’ conferma il trend evidenziato ieri dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. “Tra le cause di questa ‘fuga’ che la Federazione denuncia da tempo, ricordiamo la campagna ‘Offre l’Italia’ del 2019”, ci sono “la scarsa qualità di lavoro e di vita, gli stipendi non adeguati, la mancanza di sicurezza che mette gli operatori a rischio anche di aggressioni”, elenca la Fnomceo. Urge “arrestare questa emorragia”, ripete la Federazione.Ma come fare? E come bilanciare la carenza di medici? Ampliare l’accesso alla Facoltà di Medicina può essere la soluzione? “La programmazione – premette Anelli – deve riguardare il prossimo decennio. Attualmente siamo ai primi posti in Europa per il rapporto tra medici e abitanti: ne abbiamo 4 ogni mille, contro la media europea di 3,8. Negli Usa il rapporto scende a 2,5 medici ogni mille abitanti. Se vogliamo mantenere questo rapporto vanno bene i 14mila posti a Medicina, se aumentiamo avremo più medici. Resta però il fenomeno della scarsa attrattività del nostro Servizio sanitario nazionale”, ritenuto dalla categoria “il vero motivo per cui i medici si trasferiscono all’estero” o “preferiscono fare i gettonisti” per un miglior equilibrio tra lavoro e vita privata. “Un’organizzazione, questa, a turni – commenta Anelli – che compromette quel rapporto continuativo che è tipico della professione medica ed è una distorsione del sistema”.”Il numero programmato” in università “va quindi mantenuto – ribadisce il presidente dei camici bianchi italiani – anche perché abbiamo vissuto il dramma dell’imbuto formativo, con migliaia di medici laureati, abilitati, che non potevano specializzarsi e quindi lavorare. Da qui il disagio, la voglia di fuggire all’estero, ma anche le difficoltà di tante famiglie. Credo non sia giusto provare a risolvere il problema penalizzando i giovani”.

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