La solitudine uccide davvero? Arriva il contrordine in uno studio

Milano, 16 giu. (Adnkronos Salute) – La solitudine uccide? Secondo un nutrito filone di studi, che l’hanno collegata a un rischio aumentato di morte prematura, sì. Tanto che un rapporto del 2023, firmato Surgeon General degli Stati Uniti, aveva messo in guardia sul fatto che fosse dannosa per la salute come fumare 15 sigarette al giorno. Ma adesso un nuovo studio internazionale sfida il dogma: secondo le conclusioni degli autori, non ci sarebbe un legame tra la solitudine e il rischio di mortalità in categorie fragili come gli anziani, pur restando però un grave problema di benessere psicologico che va affrontato, sottolineano. Condotta da ricercatori della School of Public Health Sciences dell’Università di Waterloo, la ricerca – pubblicata sul ‘Journal of the American Medical Directors Association’ – ha permesso di rilevare che si tratta di una condizione comune tra gli anziani che ricevono assistenza domiciliare, ma non è comunque associata a un aumento del rischio di morte. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 380mila destinatari di assistenza domiciliare di età pari o superiore a 65 anni in Canada, Finlandia e Nuova Zelanda. Utilizzando valutazioni standardizzate e analisi di sopravvivenza, hanno scoperto che i solitari avevano un rischio inferiore di morire entro un anno rispetto alle loro controparti non solitarie. “I nostri risultati – spiega l’autore principale dello studio Bonaventure Egbujie, professore alla School of Public Health Sciences di Waterloo – suggeriscono che la solitudine potrebbe non aumentare in modo indipendente il rischio di morte dopo aver controllato altri fattori di rischio per la salute tra gli anziani nell’assistenza domiciliare. Questo contraddice gran parte della letteratura esistente basata sulla popolazione generale”. La prevalenza della solitudine – definita come il numero di persone ogni 100 che riferiscono di sentirsi sole – variava dal 15,9% dei destinatari di assistenza domiciliare in Canada al 24,4% in Nuova Zelanda. Le persone in forma fisica migliore e che hanno ricevuto meno aiuto da familiari o amici avevano maggiori probabilità di sentirsi sole, suggerendo un complesso legame tra lo stato di salute, le esigenze di assistenza e la connessione sociale. Lo studio, precisano gli autori, esorta i responsabili politici e gli operatori sanitari a trattare la solitudine come un problema di qualità della vita piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul suo potenziale legame con la mortalità. “La solitudine è una seria minaccia per il benessere psicologico. Le conseguenze per la salute mentale della solitudine la rendono una priorità importante per la salute pubblica, anche se la solitudine non uccide”, puntualizza l’autore senior dello studio, John Hirdes, professore della School of Public Health Science di Waterloo. “I servizi di assistenza domiciliare e comunitaria devono svolgere un ruolo protettivo sostenendo il contatto sociale per le persone isolate”. Gli autori chiedono ora studi a lungo termine per comprendere meglio la relazione causale tra solitudine e risultati di salute e per esplorare come le differenze in culture e sistema di assistenza influenzino queste dinamiche.

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