Media occidentali, censura e fake news: la migliore arma letale di Israele e dei suoi alleati

C’è un silenzio che fa più rumore delle bombe. È quello dei media occidentali, accorsi a puntare l’indice verso Hamas il 7 ottobre 2023, ma improvvisamente ciechi, sordi e afoni quando i bombardamenti israeliani radono al suolo ospedali, scuole, convogli umanitari. Un silenzio costruito, selettivo, chirurgico quanto gli F-16 che sorvolano Gaza.

La  censura algoritmica

CNN, BBC, Sky News, Le Monde, New York Times, Reuters, Politico: tutti, nei giorni successivi all’attacco, rilanciano la narrazione ufficiale del governo Netanyahu. Nessuna verifica indipendente, nessun fact-checkingsulle cifre gonfiate, nessun dubbio sulle cause. Quando Al-Ahli Hospital viene colpito, il titolo della BBC è: “Un’esplosione in un ospedale di Gaza: le accuse si rincorrono”.
Quando un convoglio ONU viene centrato da un missile israeliano, il New York Times titola: “Circostanze ancora da chiarire”. Quando si scoprono fosse comuni negli ospedali evacuati con la forza dall’IDF, nessuna breaking news. Solo trafiletti. Spesso nascosti. È l’etica selettiva dell’informazione embedded, che da anni accompagna le guerre “giuste”: quelle combattute da Israele, dalla NATO, dagli alleati “democratici”.

Guerre che, per definizione, non possono essere crimini. E dunque non si raccontano. O si raccontano solo a metà. E’ così da anni, è peggiorato dal 23 ottobre 2023, quando Israele inizia anche l’invasione da terra del resto della Palestina che non ha ancora occupato, e quindi della Striscia di Gaza.

I giornalisti che osano

Chi prova a uscire dal coro viene marginalizzato. Max Blumenthal, di The Grayzone, viene accusato di antisemitismo. Jonathan Cook, ex Guardian, è ormai fuori dai circuiti ufficiali. Robert Fisk (scomparso nel 2020), che avrebbe gridato allo scandalo, oggi non avrebbe trovato spazio su nessuna testata.

I freelance sul campo come chi scrive e i suoi colleghi? Criminalizzati, ingorati derisi. I giornalisti palestinesi uccisi? Non fanno notizia. Ma se inciampa su una margherita un’inviata di Fox News in Ucraina, parte il lutto nazionale e la crticia alla Russia, con accuse di putinismo alla margherita stessa. Poi ci sono i nuovi censori: Meta, X (Twitter), Google. Ogni post che accenna a crimini di guerra israeliani rischia la rimozione o la limitazione della visibilità. I contenuti palestinesi sono etichettati come “sensibili”, “non verificati”, “controversi”. Gli algoritmi puniscono le immagini troppo vere, troppo dolorose.
Persino i bambini morti vengono oscurati per “non urtare la sensibilità del pubblico”. Tranne i bambini israeliani usati come simboli del dolore nazionale, quelli campeggiano ovunque. Anche quando sono vivi e vegeti ma la propaganda li fa “morire” in modi atroci. Il dolore, come la notizia, ha una bandiera.

Il gioco delle etichette
L’arma più efficace dei media, oggi, non è l’informazione. È l’etichetta. Chi parla di genocidio è “filo-Hamas”. Chi difende i civili palestinesi è “antisemita”. Chi chiede il cessate il fuoco è “equidistante”. E chi dubita del Mossad è “complottista”. La funzione dei media non è più quella di informare, ma di filtrare, incasellare, disinnescare ogni verità che scotta.

Insomma, il 7 ottobre ha segnato l’inizio di una guerra. Ma non solo a Gaza. Anche nei media, nella coscienza, nella verità. Il Mossad ha chiuso gli occhi. I media li hanno riaperti solo dove conveniva. E così, mentre le bombe cadono e gli ostaggi restano, l’unico vero prigioniero è il pubblico occidentale. Tenuto all’oscuro con metodo, distratto con indignazioni a comando, nutrito di propaganda e anestetizzato dal rumore. Perché la guerra non si vince solo con i missili. Si vince raccontandola nel modo giusto.

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