IL GRIDO DI VIA LI MULI: PERCHÉ LA MAFIA NON HA VINTO

di Domenica Puleio

Via Li Muli, Palermo. Ore 9:20. Pio La Torre è alla guida, Rosario Di Salvo gli siede accanto. Non sono scortati, sono soli con le loro idee in una città che puzza di polvere da sparo e complicità. Una macchina taglia la strada, i killer scendono e scaricano trenta colpi di Kalashnikov. Pio muore subito, Rosario prova a rispondere al fuoco, prova a difendere l’amico e la dignità, ma non c’è scampo. I boss festeggiano, convinti di aver eliminato il problema. Ma avevano fatto i conti senza la rabbia di chi resta.

Pio La Torre, dirigente del Partito Comunista Italiano e parlamentare, fu tra i primi a comprendere la natura economica e militare della mafia; Rosario Di Salvo, sindacalista e suo fidato collaboratore, ne condivideva quotidianamente l’impegno e la battaglia civile. Insieme incarnavano una politica radicata nel territorio e capace di sfidare apertamente Cosa Nostra.

Pio La Torre non è stato ucciso per un discorso in piazza. È stato giustiziato perché aveva scritto tre numeri che ancora oggi fanno tremare i polsi ai latitanti: 416-bis. Prima di lui, la mafia per lo Stato era un fantasma, un’invenzione di romanzieri. Pio le ha dato un nome, un cognome e una pena. Ma soprattutto, ha capito che il mafioso teme la povertà più della galera. Confiscare i beni significa strappargli la pelle di dosso, umiliarlo davanti ai suoi stessi “soldati”, dimostrare che quel potere costruito sul sangue è un castello di carte che lo Stato può e deve abbattere.

Peppino Impastato aveva ragione: la mafia è una montagna di merda. E oggi, 30 aprile 2026, quella montagna la stiamo spalando via con i fatti. Non c’è più il silenzio di piombo degli anni ’80. Oggi ci sono i nomi dei boss sulle testate dei giornali, ci sono i patrimoni miliardari sequestrati che diventano cooperative, scuole, caserme. La precisione della lotta oggi sta nei flussi finanziari tracciati, nella tecnologia che scova i bunker, nella schiena dritta di chi a Messina non abbassa lo sguardo. Tenere duro non è uno slogan, è una postura quotidiana.

La verità è che Pio La Torre vive nel rigore di chi non accetta compromessi, ma la sua battaglia è tutt’altro che vinta. Non lasciamoci ingannare dalla calma apparente: se oggi non si spara più, è perché la mafia non ne ha bisogno. Quel “permesso” sociale e politico non è stato affatto revocato; si è semplicemente perfezionato. Si è fatto capillare, invisibile, trasformandosi in un intreccio endemico tra politica, imprenditoria e criminalità che soffoca l’economia reale molto più dei Kalashnikov.

Quella raffica di quarantatré anni fa voleva chiudere una bocca, ma oggi il pericolo è un altro: che i nostri occhi, pur aperti, non riescano a distinguere il colletto bianco dal mafioso. La mafia oggi è un parassita che siede nei consigli di amministrazione e decide le sorti degli appalti senza sporcarsi le mani di polvere da sparo. Tenere duro significa avere il coraggio di denunciare questo cancro silenzioso che si è fatto sistema, consapevoli che la nostra terra è ancora sotto scacco, svenduta pezzo dopo pezzo in uffici che sembrano puliti, ma che non restare in silenzio e, soprattutto, non lasciarsi condizionare da un sistema che ci vuole accomodanti e statici, significa continuare a portare avanti una battaglia che dobbiamo vincere.

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