I titoloni dei grandi quotidiani continuano a raccontare la guerra in Medio Oriente come un bollettino di rappresaglie isolate, ma la vera partita per il dominio globale si è spostata in mare, dentro l’imbuto strategico dello Stretto di Hormuz. Lì dove transita un quinto del fabbisogno petrolifero mondiale, Teheran ha smesso di nascondersi dietro le milizie per procura e ha gettato la maschera.
Nella notte tra domenica e lunedì, un drone armato Shahed dei Pasdaran ha centrato in pieno un elicottero d’attacco AH-64 Apache dell’esercito americano in pattugliamento al largo dell’Oman. Non è un incidente di percorso: è la dimostrazione scientifica di un teorema. La risposta di Washington, che ieri sera ha scatenato i caccia del Centcom bombardando i radar e i siti di difesa aerea iraniani lungo lo stretto, ha innescato l’immediata rappresaglia missilistica di Teheran contro le basi statunitensi in Bahrain, Kuwait e Giordania. Siamo al corpo a corpo diretto.
La strategia della Guardia Rivoluzionaria è tanto cinica quanto millimetrica, strutturata per trasformare la forza bruta in un asset burocratico. Attraverso la Persian Gulf Strait Authority (PGSA) – l’ente istituito a maggio dal regime per istituzionalizzare il controllo sul canale – l’Iran sta imponendo un vero e proprio racket di Stato. I mercantili vengono costretti a deviare dalle rotte internazionali per subire schedature di massa con questionari intrusivi e, soprattutto, per pagare un “pedaggio di protezione” illegale che tocca il dollaro a barile, ovvero fino a due milioni di dollari a transito per le grandi superpetroliere.
Un pizzo geopolitico esatto rigorosamente in Bitcoin o yuan per aggirare il circuito del dollaro e neutralizzare le sanzioni del Tesoro americano. L’obiettivo politico è chiarissimo: trasformare un corridoio marittimo vitale nel salotto di casa propria, dimostrando al mondo che le chiavi dell’energia globale le ha in mano Teheran.
Dall’altra parte della barricata, le mosse della Casa Bianca svelano tutta la fragilità strutturale dell’Occidente. Donald Trump è stretto in una morsa d’acciaio. Da un lato ordina i raid punitivi per non polverizzare la credibilità militare degli Stati Uniti; dall’altro è terrorizzato dal collasso dei mercati. Il blocco de facto dello stretto, iniziato lo scorso 28 febbraio, ha già fatto precipitare l’output dei principali produttori del Golfo: l’Iraq ha visto crollare la produzione a meno di un terzo, il Kuwait è sceso a un quinto e i grandi assicuratori marittimi hanno azzerato le coperture per il rischio di guerra. Trump moltiplica i messaggi sui social parlando di un’intesa “a un passo”, ma sa perfettamente che se il braccio di ferro dovesse prolungarsi, l’impennata del prezzo del barile e l’inflazione energetica affosserebbero i mercati occidentali e, soprattutto, i suoi piani di rielezione per l’autunno.
Il cortocircuito si chiude con l’Unione Europea che valuta l’estensione della missione militare Aspides e un nuovo pacchetto sanzionatorio, mentre sul campo si consuma la solita, drammatica contabilità. Finché Benjamin Netanyahu utilizzerà il fronte libanese contro Hezbollah come una carta elettorale per risalire nei sondaggi e Teheran userà il canale di Hormuz come un’arma di distruzione economica di massa, i negoziati rimarranno fuffa da palcoscenico. La realtà odierna è che le petroliere navigano al buio con i transponder spenti nel disperato tentativo di sfuggire ai droni nemici, mentre l’intera impalcatura del petrodollaro e la stabilità economica dell’Occidente restano ostaggio dei motoscafi d’assalto dei pasdaran.
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