Il 23 maggio non è una ricorrenza. È una linea di faglia. Chi si ostina a trattarlo come un album di vecchie istantanee in bianco e nero, o come il palcoscenico per passerelle retoriche preconfezionate dagli uffici stampa, sta semplicemente depistando il presente. Trentaquattro anni fa, alle 17:56, l’esplosione di Capaci non ha solo sventrato cinquecento metri di asfalto e inghiottito le vite di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ha ridefinito il perimetro tra la complicità e il riscatto di un intero Paese.
Se si vuole fare un’inchiesta che scavi sotto la superficie, bisogna smetterla di cercare la mafia dove non c’è più e rintracciarla dove ha scelto di mimetizzarsi. Come analizza Saverio Lodato nel suo spietato Quarant’anni di mafia, l’errore più marchiano e funzionale al sistema è stato quello di considerare Cosa Nostra come un corpo estraneo, un’anomalia militare da confinare nelle dinamiche di sangue dei corleonesi. La mafia ha cercato di farsi Stato, di farsi codice d’accesso ai salotti finanziari, di sedersi ai tavoli dove si decidono i flussi di denaro pubblico, i grandi appalti, la logistica, i trasporti e il destino industriale delle nostre terre. Ha provato a trasformare la violenza in un’infrastruttura invisibile del quotidiano.
Ma i registi di quel colpo di Stato hanno fallito il calcolo più elementare, scontrandosi con una resistenza che non era scritta nei loro verbali.
Oggi i clan non hanno bisogno di sparare, perché il piombo attira l’attenzione. Preferiscono infilarsi nel silenzio viscido dell’economia legale, ripulire miliardi nei fondi d’investimento e colonizzare i subappalti, tentando di occupare militarmente la zona grigia della precarietà sociale e dell’isolamento economico. Ma questa ritirata strategica non è il segno di una vittoria. È la prova di una sottomissione a un’onda d’urto civile che non si è mai fermata.
La dimostrazione plastica di questo fallimento ha un indirizzo preciso: quel lembo di terra a Capaci, il Giardino della Memoria, che proprio oggi riceve lo status ufficiale di Parco Regionale. Su quel prato, per la ferrea e ostinata volontà di Tina Montinaro e dei ragazzi dell’Associazione QS15, campeggia una frase che taglia le gambe a qualsiasi pretesa di onnipotenza criminale: “Non ci avete fatto niente”.
In quelle quattro parole non c’è la rassegnazione del superstite, ma la rivendicazione di chi ha vinto la guerra culturale. Dire “non ci avete fatto niente” significa guardare in faccia i colletti bianchi, i boss storici e i mandanti occulti — quelli che Falcone definiva le menti raffinatissime e che ancora oggi frequentano le stanze del potere — e dirgli che il tritolo ha solo accelerato la loro fine. Hanno ucciso gli uomini, ma hanno reso il loro metodo investigativo, la loro pretesa di trasparenza e la loro dignità amministrativa un patrimonio genetico inattaccabile.
Domani, su quel ponte e in quel parco, non si va a piangere. Si va a fare un esame di coscienza collettivo. Si va a ricordare che la lotta alla mafia non è una delega da dare alla magistratura una volta all’anno, ma una pratica quotidiana che si fa con i fatti: con la trasparenza degli atti amministrativi, con il rigore nella gestione delle risorse collettive, con la difesa della dignità del lavoro contro il ricatto del bisogno.
Quel cartello a Capaci è il promemoria più doloroso per chi sta dall’altra parte: vi siete presi cinque vite, ma avete perso il Paese. Non ci avete fatto niente.
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