di Domenica Puleio
La risposta è quasi sempre la stessa, pronunciata con la voce piatta di chi ha finito anche la compassione: «Per una mammografia se ne parla a ottobre dell’anno prossimo. Le agende al momento sono chiuse». Una frase che, oltre a essere un colpo allo stomaco, è una palese violazione di legge: l’articolo 3 del Decreto Legislativo 124 del 1998 vieta espressamente la sospensione delle prenotazioni. Eppure accade, ogni giorno, nei Cup dei nostri ospedali. Poi arriva l’alternativa: «Altrimenti, se vuole, c’è posto martedì pomeriggio in intramoenia». Centocinquanta euro, e la paura svanisce in quattro giorni. Centocinquanta euro, e quel dubbio che ti morde il petto trova una risposta immediata nello stesso identico ambulatorio, con lo stesso identico macchinario e lo stesso identico medico che la mattina prima, per il servizio pubblico, non aveva tempo.
È in questo preciso istante, davanti a uno sportello o con il telefono attaccato a un numero verde, che crolla il patto sociale che tiene insieme questo Paese. Non stiamo parlando di massimi sistemi, ma della carne viva delle persone. Stiamo parlando di una spesa sanitaria privata che in Italia ha sfondato il muro dei 40 miliardi di euro all’anno: soldi che i cittadini tirano fuori di tasca propria, “out of pocket”, per saltare file lunghe mesi. E chi quei soldi non ce li ha? Gli ultimi dati della Fondazione Gimbe e del Censis ci dicono che oltre 4 milioni di italiani hanno semplicemente smesso di curarsi, rinunciando alla prevenzione e lasciando che la malattia faccia il suo corso.
La chiamano “scelta libera”, ma la verità è molto più cruda: è un’estorsione di Stato legalizzata, che nella nostra Sicilia — stretta tra piani di rientro, tetti di spesa che esauriscono i budget dei laboratori a metà mese e carenze croniche di personale — assume i contorni di una vera e propria emergenza umanitaria. Il paradosso è normativo: la legge prevede che se i tempi massimi regionali saltano, l’Asl debba garantire la prestazione in privato pagando solo il ticket. Ma questo diritto viene sistematicamente taciuto, sepolto sotto la burocrazia dei moduli da compilare.
Questo non è progresso, è un ritorno al Medioevo sociale. Un Paese che abdica alla difesa della salute dei suoi figli e dei suoi anziani ha già perso la sua dignità. Non si può fare cassa sulla pelle di chi sta male, trasformando l’articolo 32 della Costituzione in un biglietto della lotteria dove vince solo chi ha la carta di credito specchiata. È ora di alzare la voce e pretendere che quelle agende bloccate vengano riaperte per legge, perché la salute non è una merce e la nostra vita non può essere l’ennesima voce di risparmio su un bilancio di plastica.
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