Francesco Fusca è stato una voce che non ha lasciato il suo paese. Siamo stati uomini che hanno dialogato in amicizia vera e profonda, innamorati della bellezza. A dieci anni dalla scomparsa Fusca è uno di quegli uomini che non smette di dialogare e di raccontare, tra esperienza, esistenza e testimonianza.Fusca porta l’arbëreshë nella poesia senza esotismo. Lo porta come lingua dei sogni. Come casa. Come rito.
Pierfranco Bruni
Siamo a dieci anni dalla scomparsa di Francesco Fusca. Nato nel 1948, morto improvvisamente il 30 giugno 2016. Cerco un distacco tra l’amicizia e l’affetto che ci legavano profondamente. Ci sono tre caratteristiche precise per ricordarlo: una geografia, una voce, un impegno. Geografia: Calabria, arbëreshë, scuola. Francesco Fusca è stato un poeta. È stato un pedagogista. È stato un intellettuale a tutto tondo. È stata una voce che non ha lasciato il suo paese. Si è occupato di questioni arbëreshë. Le comunità arbëreshë sono Albania d’Italia: lingua, rito, canto, esilio divenuto casa. Fusca non le studiava da fuori. Le abitava da dentro. Era figlio. Era maestro. Era custode. Profondamente radicato nel suo territorio. Non radice che trattiene, radice che nutre. La sua Calabria non era sfondo. Era soggetto: pietra, ulivo, mare, dialetto, chiesa, processione, canto.
L’opera di Fusca attraversa generi senza separarli. Unisce poesia, immagine, pedagogia, letteratura. Al 1974 appartiene il suo libro d’esordio, “Riflessione”. Una raccolta con autografo. Prima voce. Calabria margine e centro insieme.
Al 2015 appartiene “Origàmi di versi e scatti”, con Dario Broch Ciaros. Un viaggio tra versi e immagini. Poesia che dialoga con lo sguardo. Verso che diventa fotografia. È un fronteggiare il tempo della modernità. La sua è sempre stata una poesia che si fa scuola. Non metodologia didattica, ma ermeneutica dei linguaggi. Perché restiamo uomini innamorati della bellezza e che dialogano in amicizia. Qui il tempo domina: amore, madre, paesaggio, mare, luoghi ancestrali, cultura mutuale ed etnica. È poesia come metafisica dell’anima che penetra la dimensione di pedagogia e letteratura. Il nodo centrale per Fusca. Un nodo da sondare e snodare con l’esperienza della parola.
Mi riferisco anche al suo applicare il linguaggio alla storia della poesia, partendo da Ungaretti. Per Fusca Ungaretti non è mai stato un “porto sepolto”. È stato un viaggio, un viaggiare. Sempre nel solco delle comparazioni. Convinto donmilaniano, pensava alla scuola come a un governare dalla parte degli altri ovvero della Scuola italiana. E insieme: tecnologie multimediali, lingua italiana, diritti umani, diritti delle persone disabili e delle loro famiglie. Lingua come dialogo tra popoli. Da citare “Persone disabili. In famiglia, a scuola e in società” del 2011. Qui la pedagogia del limite guarda con attenzione alla scuola come accoglienza e alla società come casa da abitare.
Ci dicevamo spesso che occorre radicarsi non solo in un territorio, ma anche nelle nostre coscienze. Fusca è esempio di questo radicamento. Poeta che resta. Pedagogista che non abbandona. Intellettuale che non fugge verso il centro. Sta nel suo centro. Ha sempre considerato l’arbëreshë una cultura mutuale ed etnica. Fusca porta l’arbëreshë nella poesia senza esotismo. Lo porta come lingua dei sogni. Come casa. Come rito. La sua è appunto cultura mutuale ed etnica. Non minoranza che chiede. Minoranza che dona. Dona un modo di dire il mare. Dona un modo di dire la madre. Dona un modo di dire il paesaggio. Paesaggi di simboli.
Proprio per questo è stato un intellettuale a tutto tondo. Non come forma di enciclopedia, ma di unità. Fusca è poeta e pedagogista. È scrittore e cittadino. È uomo che pensa e resta. I suoi libri non sono accumulo. Sono custodia. Custodia della lingua italiana e delle altre seimila lingue della Terra, con-sorelle. Custodia dei ragazzi disabili. Custodia del paese. Custodia della bellezza. Ci resta una voce lieve tra i frantumi. Una voce che dice: la scuola è territorio. La poesia è scuola. L’arbëreshë è lingua e storia. Francesco Fusca non ha scelto tra radice e volo. Ha scelto radice profonda e volo basso. Basso come l’usignolo tra gli ulivi.
Siamo stati uomini che hanno dialogato in amicizia vera e profonda, innamorati della bellezza. Fusca è uno di questi uomini che non smette di dialogare e di raccontare, tra esperienza, esistenza e testimonianza.
Post scriptum
Ho usato il presente e il passato, il ricordo e qualche rilettura. Credo comunque che Franco — Francesco — Fusca vada letto oltre i soliti compiacimenti e restituito alla storiografia e alla bibliografia. La vita di un intellettuale, a dieci anni dalla scomparsa, non è solo ricordo o memoria. Non può essere lasciata al ricordo soltanto.
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