Un progetto nazionale promosso con il Ministero dell’Istruzione per aiutare gli adolescenti a comprendere social network, dipendenza digitale e rischi dell’IA
Per aiutarmi a farmi spiegare qualche argomento”, “per studiare”, “per fare ricerche”. Ma anche “uso e abuso direi”. Sono gli studenti a raccontare, senza filtri, il rapporto ormai quotidiano con l’intelligenza artificiale. Un rapporto che per molti adolescenti è diventato naturale, continuo, spesso totalizzante. C’è chi la utilizza per approfondire argomenti scolastici e chi ammette che grazie all’IA “un alunno che non ha intenzione di svolgere un determinato compito è capace di farlo senza neanche impegnarsi”.
Tra i racconti emerge anche un aspetto più profondo e delicato: “Mi ricordo di una ragazzina che spesso chiedeva consigli relazionali all’intelligenza artificiale invece che alle sue amiche”. Un fenomeno che, secondo gli esperti, sta trasformando il rapporto dei più giovani con la socialità, l’identità e perfino con la gestione delle emozioni. “Molti utenti fruiscono dell’intelligenza artificiale quasi come una forma di psicoanalisi”, viene spiegato nel servizio.
È da questa consapevolezza che nasce il nuovo progetto della Fondazione Artemisia dedicato alle scuole italiane, con l’obiettivo di aiutare gli adolescenti a comprendere il funzionamento dei social network e dell’intelligenza artificiale.
“Con il ministro Valditara abbiamo firmato a settembre dell’anno scorso un protocollo che riguardava anche le scuole a livello nazionale”, spiega Mariastella Giorlandino, Presidente di Findazione Artemisia. “Ora stiamo lavorando a un aggiornamento proprio per quello che riguarderà la formazione nelle scuole sull’intelligenza artificiale”.
Per Giorlandino il problema non riguarda soltanto la tecnologia in sé, ma la mancanza di strumenti adeguati per interpretarla. “L’intelligenza artificiale, se non è controllata, se questi ragazzi non vengono formati, può creare i seri problemi ai quali ultimamente purtroppo assistiamo”.
Il progetto punta quindi a costruire una vera alfabetizzazione digitale ed emotiva, capace di affrontare anche le nuove forme di violenza e disagio giovanile che nascono online.
“Non possiamo più considerare i fatti di violenza adolescenziale come isolati o inspiegabili”, osserva Paolo Poletti , docente di diritto e pratica della cybersicurezza presso l’università Link di Roma . “Esiste un percorso di radicalizzazione digitale e violenza emulativa che va studiato”.
Secondo Poletti, una parte della responsabilità riguarda il funzionamento stesso delle piattaforme digitali: “Non tanto per i contenuti, ma per come sono progettate, cioè per creare dipendenza continua”. Un meccanismo che può generare isolamento, esclusione sociale e comportamenti estremi.
Il corso promosso dalla Fondazione Artemisia nasce quindi con una finalità precisa: proteggere i giovani che utilizzano quotidianamente piattaforme digitali e strumenti di IA, aiutandoli a distinguere tra identità reale e identità virtuale.
“Devono capire che il sé digitale è un prolungamento, non una sostituzione”, conclude Poletti.