di Domenica Puleio
I titoloni dei grandi quotidiani si rincorrono carichi di inchiostro e retorica, dipingendo scenari che svaniscono nel giro di un mattino. “Israele-Iran, nuovi venti di guerra”, “Missili su Israele”, “Netanyahu attacca Beirut, la vendetta iraniana”. La realtà, quella che si consuma sul terreno a cento giorni dall’inizio del conflitto globale tra Iran, Stati Uniti e Israele, possiede una sfrontatezza che la carta stampata non riesce a rincorrere. Nella notte le forze aeree israeliane hanno martellato l’Iran centrale e occidentale, centrando un impianto petrolchimico in risposta a undici missili balistici di Teheran intercettati dai sistemi di difesa. È la dimostrazione plastica di un teorema tragico: la diplomazia internazionale sta mettendo in scena una recita a beneficio delle telecamere, mentre sul campo la geopolitica del caos detta la sua legge di sangue.
Da una parte assistiamo ai balletti di Mar-a-Lago, con Donald Trump che telefona a Benjamin Netanyahu intimandogli la moderazione per evitare che i negoziati deraglino, sbandierando un’intesa “vicina alla conclusione” che sa tanto di spot elettorale. Dall’altra c’è la cruda, cinica strategia dei leader locali. Netanyahu sa bene che i sondaggi danno la sua coalizione in calo in vista delle elezioni d’autunno; non potendo sbandierare una vittoria definitiva sul nemico storico iraniano, la guerra totale in Libano contro Hezbollah diventa la sua vera carta elettorale, il palcoscenico perfetto per blindare il proprio potere. Poco importa se nel frattempo il Mossad spia gli stessi alleati americani a livelli critici, controllando ogni mossa dei negoziatori di Washington. La fiducia non esiste, esiste solo la sopravvivenza politica.
Il cortocircuito più doloroso e intollerabile di questa escalation si consuma però sulla pelle di chi sta in mezzo. La tregua dell’8 aprile scorso è già un ricordo sbiadito, polverizzata dai raid su Dahieh e dai lanci di droni della milizia libanese che colpiscono i kibbutz dove i bambini vanno in gita scolastica. In questo scontro frontale, l’accordo tra Washington e Teheran si rivela per quello che è: un pezzo di carta privo di valore. A pagarne il prezzo più alto, nel silenzio complice delle diplomazie, sono i soldati di pace. L’uccisione del casco blu dell’Unifil nel sud del Libano è lo schiaffo definitivo a un’Europa e a un Onu che continuano a inviare uomini al fronte con mandati ambigui, lasciandoli a fare da bersaglio mobile in una terra dove nessuno rispetta le regole d’ingaggio. È la burocrazia internazionale che manda a morire i propri figli per non ammettere il fallimento della propria linea politica.
Mentre l’Occidente si avvita in dibattiti ideologici da salotto, riducendo la complessità storica del Medio Oriente a slogan da corteo e ignorando le minacce reali di regimi che non accetteranno mai la stabilità, il sangue scorre vero. Scorre nelle stazioni di servizio israeliane per mano del terrorismo interno, scorre tra i riservisti della protezione civile e tra gli ostaggi prigionieri nei tunnel. Continuare a raccontare questa guerra come una serie di eventi isolati significa non voler vedere il disegno complessivo: un conflitto globale per procura dove le superpotenze giocano a scacchi e i popoli fanno da carne da macello. Se l’Europa non ritrova la forza di imporre una mediazione reale, smettendola di farsi dettare l’agenda dai capricci dei leader in campagna elettorale, resterà solo a guardare le macerie del proprio prestigio internazionale.
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Foto di Graphic And Web Designer Freelance da Pixabay
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