Max Bottini racconta il percorso che ha dato forma a “Walking, Moving, Loving Living” e il significato di questo nuovo progetto. L’intervista di Antonella La Mantia
Musicista, compositore, produttore e bassista, Max Bottini è una figura che ha attraversato oltre quattro decenni di musica italiana e internazionale, costruendo un percorso artistico caratterizzato da una continua ricerca sonora e da una naturale predisposizione alla contaminazione tra generi. Dalla formazione musicale nei vicoli di Trastevere ai palchi blues europei, Bottini ha costruito negli anni un linguaggio personale alimentato da ascolti, studio e continua curiosità, fino a diventare uno dei protagonisti di una delle esperienze italiane più apprezzate nel panorama internazionale: i Gabin.
I Gabin sono stati infatti uno dei nomi italiani capaci di lasciare un segno riconoscibile nella scena internazionale tra lounge, nu jazz, soul ed elettronica. Con un suono elegante, cinematografico e immediatamente identificabile, il progetto fondato da Max Bottini e Filippo Clary ha portato la musica italiana ben oltre i confini nazionali, costruendo un immaginario sofisticato che ha trovato spazio nei club, nelle radio, nel cinema e nella televisione. Non semplicemente una band, ma un laboratorio sonoro che ha contribuito a definire un preciso modo di intendere la contaminazione tra groove, melodia e produzione.
Da quell’esperienza nasce oggi Max from Gabin, il nuovo progetto artistico di Max Bottini. Una scelta che non rappresenta una rottura con il passato, piuttosto la naturale evoluzione di un percorso iniziato anni fa e mai realmente interrotto. Con questo nuovo capitolo, Bottini raccoglie l’eredità artistica costruita con i Gabin e la rielabora attraverso una prospettiva più personale, mantenendo intatta la propria cifra stilistica ma aprendosi a nuove possibilità espressive.
Il suo album “Walking, Moving, Loving Living”, pubblicato il 24 aprile 2026 per Irma Records, si muove lungo coordinate che richiamano la raffinatezza e l’eleganza sonora dei Gabin, pur sviluppando una narrazione più intima e contemporanea. Un lavoro che riflette la maturità artistica di Bottini e la volontà di raccontarsi attraverso una scrittura più diretta, senza rinunciare a quella dimensione internazionale che ha sempre caratterizzato la sua musica.
Il disco raccoglie dodici tracce e attraversa con naturalezza lounge, acid jazz ed elettronica, mantenendo nel basso elettrico il proprio centro espressivo. È proprio attorno a questo strumento che Bottini costruisce un lavoro sfaccettato, capace di tenere insieme atmosfere morbide, pulsazioni ritmiche e un gusto produttivo che guarda al passato senza cedere alla nostalgia.
Dietro questo progetto c’è il percorso di un artista che ha saputo attraversare esperienze molto diverse tra loro, mantenendo sempre una forte coerenza musicale. Alla formazione musicale nei vicoli di Trastevere si è aggiunta l’esperienza internazionale nella produzione pop e dance, fino alla nascita dei Gabin e alla loro affermazione globale.
Il successo del progetto Gabin ha segnato una fase fondamentale della sua carriera. Bottini ha proseguito il proprio percorso negli Stati Uniti, dedicandosi alla composizione per film e serie televisive e sviluppando parallelamente una nuova identità artistica.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’artista, approfondendo i passaggi, le scelte e le motivazioni che hanno accompagnato la nascita di questo nuovo lavoro.
Dopo l’esperienza internazionale dei Gabin hai scelto di intraprendere un nuovo percorso con Max from Gabin. Un progetto che, come racconti anche nel nome, non rompe con il passato ma lo rielabora. Cosa ti ha spinto a questa nuova fase?
“Mi ha spinto il fatto che, per me, quel capitolo in realtà non si era mai chiuso e che c’era ancora tanto da dire. Una volta ultimato l’album, mi sono reso conto che il percorso di scrittura, produzione e realizzazione era, non so se inconsciamente o no, stato identico a quello intrapreso in ogni produzione ‘Gabin’. Da qui è nata la voglia di riprendere il filo del discorso.”
Nel tuo percorso hai sempre vissuto la musica come contaminazione e anche in questo nuovo album convivono diversi stili musicali. Come sei riuscito a mantenere una forte identità sonora nel tempo pur attraversando linguaggi così diversi?
“Questo non te lo so dire con precisione. Ho iniziato da bambino suonando musica folkloristica romanesca nella mia amata Trastevere e, a soli sedici anni, mi sono ritrovato sui palchi dei più importanti festival blues europei accanto a Roberto Ciotti. Poi l’incontro con Gegè Telesforo mi ha aperto le porte del jazz. Negli anni ’80 ero in studio con Roberto Gatto e Danilo Rea a registrare con John Scofield, che in quel periodo era il chitarrista di Miles Davis.
Ma la verità è che la musica bella mi è sempre piaciuta tutta, senza mai sentire il bisogno di chiudermi dentro un genere preciso. Così il mio percorso è continuato dalla dance con Mike Francis al lavoro come songwriter e producer. Forse la mia identità nasce proprio da questo: dall’aver assorbito tutte queste esperienze e averle fatte convivere naturalmente nella mia musica. È una caratteristica che spesso mette in difficoltà discografici e radio, ma per me è la cosa più autentica del mio modo di fare musica.”
“Loving Living” sembra racchiudere una visione molto positiva e consapevole della vita. Ti andrebbe di raccontarci cosa e quanto c’è della tua esperienza personale in questo brano?
“Loving Living è una fotografia del momento che sto vivendo. È il mio modo di ricordare a me stesso che, nonostante tutto, la cosa più importante resta continuare ad amare e a vivere con pienezza. In un tempo spesso dominato dall’odio e dai conflitti, scegliere l’amore diventa quasi un atto di consapevolezza e, forse, di resistenza. E quando parlo di amore non mi riferisco soltanto a quello tra due persone, ma all’amore come approccio alla vita, come atteggiamento verso gli altri e come direzione da seguire.”
In questo nuovo progetto il groove e il basso hanno un ruolo centrale, quasi narrativo, come già accadeva in molte produzioni dei Gabin, dove la ritmica era elemento distintivo. Quanto questo strumento rappresenta la tua identità musicale e il tuo modo di costruire i brani?
“In effetti, nelle produzioni dei Gabin la componente ritmica è sempre stata centrale, ma paradossalmente il basso elettrico non è mai stato così presente. Negli anni mi sono concentrato sulla composizione e produzione, usando spesso synth bass e tastiere. Amici e colleghi mi hanno spesso rimproverato di dedicare poco spazio a quello che è il mio strumento.
Il basso elettrico rappresenta un po’ la croce e la delizia della mia identità: è lo strumento con cui mi esprimo più naturalmente, ma il lavoro di songwriter mi lascia meno tempo di quanto vorrei per studiarlo. Con questo progetto ho sentito il desiderio di riportarlo al centro. È stato un ritorno alle origini. Ho scelto di fare il songwriter e il produttore, ma il basso resta la voce da cui tutto è partito.”
Nella tua carriera hai anche composto colonne sonore per il cinema negli Stati Uniti. Che impatto ha avuto questa esperienza nel tuo percorso?
“Notevole! È sempre una grande soddisfazione vedere la propria musica acquisire una nuova dimensione attraverso le immagini. È successo con Monster-in-Law, Fantastic Four, Grey’s Anatomy, Ugly Betty, Sex Drive, Notes from the Underbelly, The Fast and the Furious: Tokyo Drift, Modern Men, fino a The Umbrella Academy di Netflix e Black Bag di Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett.
Credo che questa continuità dimostri come una canzone, quando evoca un’atmosfera autentica, trovi naturalmente spazio anche nel cinema e nelle serie TV. Per me è un riconoscimento importante e uno stimolo a continuare a scrivere musica che sappia raccontare storie.”
Qui il link per chiunque voglia immergersi in questo viaggio
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