Non si abbandona un paese. Resta un archivio di memorie e di immagini. Si fa labirinto nei pensieri vissuti. È destino oltre la realtà e le contraddizioni della ragione. Guardo. Osservo. Penetro. Mi trovo nuovamente a Tunisi. Cammino tra le vie. La Medina è un suono di voci arabe che si incrociano e non si cercano. È un fiume basso, caldo, che non ha sorgente. Il bianco delle case e gli azzurri sono un fascino da foulard. Un bianco che ha luce di incanto, un azzurro che non mente.
Il cielo ha un azzurro sorprendente, lo stesso azzurro del mare che segna confini, limiti, orizzonti. Eppure il mare, qui, è una pianura. Liscio, teso, senza onde che chiamino. A due passi soltanto il deserto. Pietra e vento. Mediterraneo e sabbia si guardano senza toccarsi.
Nella notte passata stavo sulla balconata dell’albergo, nel buio. Di fronte le Moschee, nere e quiete. All’alba il Muazzin ha cantato la preghiera. La voce è salita dritta, senza scale. Ha rotto il buio come una lama sottile. Ho capito che Tunisi non si guarda. Si ascolta.
Mi sento come il filosofo ignoto di Ceronetti che porta tra le mani la sua lampada. Non per vedere. Per non spegnersi. La lampada è piccola. La solitudine è grande. Resto in ascolto. Ogni tanto giunge, da lontano, il richiamo di un pavone. Un suono antico, segreto a volte, quasi mistico. Segna il tempo senza misurarlo.
Sono in solitudine di pensieri. Lungo il cammino del pensiero i destini portano tracce di ricordi. C’è una giovinezza mai dimenticata. Ci sono paesi che incontro nell’immaginario delle nostalgie. Bisogna avere nostalgia, e custodirla fino al punto di dimenticare tutto e scendere nell’oblio. L’oblio non è morte. È acqua. È dove si deposita ciò che non serve più per ricordare ciò che conta.
Ho un amore infinito per una donna che ha la movenza di una dea. Non è nome. È presenza. Didone ha lasciato Cartagine. È diventata nuvola, o ombra nello sguardo di Enea. Ha ceduto la città per un amore che il mito non ha saputo tenere. Eppure Cartagine resta. Bianca. Ostinata. Archeologia che segna presenze.
Tutto ha un senso. Anche Circe che amò Odisseo e lo trattenne con incanti e vino. Anche il terribile dell’immortalità che Calipso gli donò, e che Odisseo rifiutò per scegliere Itaca. Scegliere il ritorno è scegliere il limite. È dire no all’infinito per dire sì alla terra, alla palma, alla ruga.
Il mito è il linguaggio che supera ogni filosofia. Mi riporta alle radici. Alla pazienza di mio padre seduto sotto la palma del mio giardino. A mia madre che raccoglieva le emozioni del tempo sul filo delle rughe degli anni. Le loro mani non scrivevano. Custodivano. E ciò che custodiscono è più vero di ogni libro.
Ho raggiunto l’età in cui il silenzio è necessario. Non è assenza. È misura. In questo silenzio non dimentico quella donna dai verdi occhi che usciva dalle onde. Usciva dal mare pianura di Tunisi, senza bagnarsi. Mi consegnava la bellezza e il mistero, nei segreti della vita. Non parlava. Mostrava. E ciò che mostrava era sempre lo stesso: che l’amore, la memoria, il mito, sono una sola lampada.
Resto sulla balconata. Il Muazzin tace. Il pavone tace. Il deserto respira. Io tengo la lampada. Finché non cade il vento. Qui il vento è un intreccio di acqua e sabbia. Non ha distanza. Il mistero è il solco dello sconosciuto che per resistere ha bisogno del segreto. Tunisi è il racconto di una magia nel rosso dei tramonti e di una aurora scheggiata nell’ascolto degli sguardi. Non sto scrivendo un nuovo libro. È il racconto di sempre.
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