America 250: le persone, il progresso, le promesse

Diario di viaggio tra le celebrazioni per l’anniversario dell’Indipendenza in un’America oggi divisa

Un anno fa scrivevo del sogno californiano ormai sbiadito. Che cos’è oggi la California? Mi chiedevo, dopo averla percorsa in lungo e in largo. Dalle dolci colline della Napa Valley ai territori aspri e desertici dell’entroterra, passando dalle scogliere cinematografiche a picco sull’Oceano alle metropoli attraversate, tra luoghi e abitudini. L’ultimo “avamposto” di tolleranza d’America, prosperità e paesaggi spettacolari. La più pura incarnazione del sogno americano. Eppure in California qualcosa si è inceppato, tanto che da anni le persone che la lasciano sono più di quelle che vi arrivano. Il sole pallido di Los Angeles al tramonto si porta via tutte le contraddizioni di un’area metropolitana che conta quasi 13milioni di abitanti.

Possiamo raccontare lo stesso della costa opposta? La East Coast? Se guardiamo ai dati economici, geopolitici e demografici più recenti, la risposta breve è no, la East Coast non è affatto in crisi rispetto alla California. Anzi, sotto diversi aspetti, negli ultimi anni si è assistito a una parziale inversione di rotta o, quantomeno, a un forte riequilibrio delle forze. Per anni la California (con la Bay Area) è stata la locomotiva indiscussa dell’innovazione globale. Tuttavia, il panorama è cambiato: sebbene la California rimanga l’hub principale per l’AI (OpenAI, Anthropic e i giganti di Big Tech), New York (la cosiddetta Silicon Alley) è diventata il secondo ecosistema tech al mondo. La East Coast attira oggi enormi capitali di Venture Capital, soprattutto nei settori in cui la tecnologia si sposa con la finanza (FinTech), la salute (BioTech a Boston) e i media.

Stati della East Coast come New York hanno vissuto momenti difficili post-pandemia, ma hanno mostrato una forte capacità di rimbalzo. Inoltre, la parte South Atlantic della East Coast (come la Florida e la North Carolina) sta vivendo un vero e proprio boom economico e demografico, drenando costantemente talenti e capitali sia dal Nord-Est sia dalla stessa California. New York, pur avendo sofferto l’effetto del lavoro da remoto, ha registrato un ritorno in ufficio molto più marcato e una tenuta del settore turistico, commerciale e del lusso decisamente superiore.

E poi c’è la situazione delle persone senza fissa dimora (homeless), ne abbiamo incontrato tanti anche in questo viaggio. Ai margini, da soli, senza più l’aiuto di nessuno. Spesso con una o più patologie, penso ad Anna – ispanica che per via di una forte artrite ha perso il suo posto in banca, poi la casa, infine tutto – incontrata sotto il nostro hotel in pieno Queens.  Tra la East Coast e la California, si tocca con mano una delle differenze più profonde e visibili dell’intera struttura sociale americana. Nello Stato di New York e a Boston (Massachusetts), oltre il 90-95% dei senzatetto si trova all’interno di strutture di accoglienza, dormitori o hotel sociali, a differenza della California dove il 65% dei senzatetto vive per strada, in tendopoli, sotto i ponti o nelle auto. New York ha una legge storica unica chiamata “Right to Shelter” (Diritto al rifugio), che obbliga legalmente la città a fornire un posto letto a chiunque lo richieda entro la notte stessa. La California non ha una legge simile e ha preferito concentrarsi (con scarsi risultati pratici a breve termine) sulla costruzione di alloggi permanenti.

Philadelphia rappresenta una parziale anomalia sulla East Coast. La città unisce, purtroppo, i problemi tipici della costa orientale con alcune delle scene più crude e visibili che normalmente si associano solo alla California. Philly ci accolto bene nella sua parte storica legata agli edifici dell’indipendenza ma svoltato l’angolo la percezione di sicurezza purtroppo diminuiva drasticamente rispetto alle vie più affollate. A Kensington, il più grande mercato di droga a cielo aperto della East Coast, si tocca con mano la crisi degli homeless e l’epidemia degli oppioidi (Fentanyl  la “droga degli zombie”, la Xilazina o Tranq).

In tutto questo, tra la scintillante New York, l’ordinata Princeton, Philadelphia, Baltimore e Washington, attraversando ben sette Stati (New York, New Jersey, Delaware, Maryland, Pennsylvania, Virginia e Washington D.C.) ci siamo trovati dentro le celebrazioni per i 250 anni dall’indipendenza. Un super Indipendence day che ci ha fatto “tremare” in tutti i sensi (sia per il rombo degli aerei militari sulle nostre teste sia per il caldo incessante oltre i 40 gradi).

Dall’apertura del Time che racconta i 250 anni in una splendida edizione patinata, speciale ovviamente, e che passa in rassegna l’America Semiquincentennial – con tanto di focus sui principali momenti per ogni decade, da Washington a Lincoln, da Theodore Roosevelt a Franklin Delano, da Armstrong sulla Luna all’11 settembre, passando per Walt Disney, Marlyn Monroe e il Rock and Roll – alle dirette televisive della CNN e FOX. Diverse nello stile ma tutte accomunate da una pioggia di immagini celebrative, fuochi d’artificio e musica trionfante.

E poi c’è Trump. Scorrere il sito della Casa Bianca alla vigilia del 4 luglio mostra in evidenza un video in cui Donald Trump, aprendo la serie “The Story of America” prodotta insieme all’Hillsdale College, ateneo conservatore legato all’amministrazione, racconta l’epopea nazionale come un’ininterrotta sequenza di conquiste: dalla frontiera del Far West alla corsa allo spazio, dalla sconfitta dei “tiranni” alla prima bandiera piantata sulla Luna, per poi concludere invitando gli americani a preparare “il più grande compleanno mai visto”. Accanto al video una sezione dedicata ai “365 giorni di vittorie” – un bilancio dei successi del primo anno di mandato – e un dossier che ribattezza l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 come una data “che vivrà nell’infamia”: non riferita all’assalto stesso, ma a chi lo ha indagato. Si dissolve il confine tra memoria storica e propaganda, al punto che numerosi artisti chiamati ad esibirsi per le celebrazioni hanno deciso di declinare l’invito. E almeno sette Stati, quasi tutti guidati da democratici, hanno rinunciato a un padiglione ufficiale. Il lancio delle iniziative per il 250° è coinciso con gli indici di gradimento al livello più basso mai toccato da Trump in entrambi i suoi mandati. Quale occasione migliore, dunque, per costruire una narrazione che ne aumenti la visibilità e nel glorifichi i successi? La Casa Bianca ha organizzato le celebrazioni lungo una geografia di luoghi evocativi e fortemente simbolici. Prima il North Dakota, a Medora, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale dedicata a Theodore Roosevelt. Poi il South Dakota, con i fuochi d’artificio a Mount Rushmore. Quindi l’evento clou a Washington nella capitale, dove Trump terrà un discorso al National Mall intitolato “Saluto all’America”.

Tra caldo intenso (più di 40 gradi percepiti), minacce di forte pioggia e una città completamente bloccata da transenne e mezzi militari di ogni tipo rimangono negli occhi, quelli sì, i notevoli fuochi d’artificio sul National Mall, luogo iconico senza alcun dubbio, e i racconti dei miei nonni rivissuti attimo dopo attimo nei luoghi e nelle miglia percorse. Senza perdersi nulla. Passo dopo passo.

 

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