Il paese non ti chiede chi sei. Ti ricorda chi sei stato. E bisogna amarlo così. Con amore. Mai con diffidenza. La diffidenza è per gli estranei. Qui siamo tutti di casa. Tra le vie il castello il cielo. Chi abita la quotidianità non conosce la diaspora. Il ritorno è Ulisse nell’isola del ritorno.
Pierfranco Bruni
Paesi nell’alba. Paesi nella notte. Il mio paese mi racconta. Quando un paese racconta ha il dovere di raccontare la bellezza. San Lorenzo del Vallo non nasce ieri o oggi. Ha una storia. Si riconosce. Le origini non sono pietra. Sono amore. Perché le radici, quando sono vere, non trattengono. Appartengono. Cosa è appartenere? Appartiene di più chi ha lasciato il paese e ritorna non come storia. Ma come Tempo. La vera appartenenza è qui.
Io torno come si torna al respiro. Non per cercare. Per ritrovare. Il paese non ti chiede chi sei. Ti ricorda chi sei stato. E bisogna amarlo così. Con amore. Mai con diffidenza. La diffidenza è per gli estranei. Qui siamo tutti di casa. Tra le vie il castello il cielo. Chi abita la quotidianità non conosce la diaspora. Il ritorno è Ulisse nell’isola del ritorno.
Metafore? Cammino tra le vie. Sono strette. Sono memoria che si fa passo. I muri antichi trattengono il sole e lo restituiscono la sera. In alto il Castello. Non è rovina. È struttura aperta. Le pietre non difendono più. Accolgono. È un cielo aperto, il castello. Dove le rondini scrivono lettere che nessuno legge ma tutti capiscono. Da lì si vede tutto. Il Vallo. Le case. I tetti che fumano. E si capisce che un paese non si guarda dall’alto. Si guarda dall’interno. Il suo interno è un cammino d’anime. La devozione deve essere respiro abitato. La Chiesa? È sempre devozione abitata. La Chiesa è al centro. Non per geografia. Per cuore. Non è monumento. È appunto devozione abitata. La porta è sempre aperta. Dentro c’è odore di cera e di tempo. Ci sono le sedie consumate dalle preghiere. Ci sono i santi con gli occhi bassi, come chi ha visto troppo e continua ad amare. I sacerdoti passano. Sono pezzi di vita. Sono pezzi di infanzia. Quello che ti battezzava. Quello che ti rimproverava all’oratorio. Quello che alla domenica alzava l’ostia e con l’ostia alzava anche noi. Non sono figure. Sono presenze. Sono la voce che ti dice: “Torna. Anche se tardi”. Si ritorno. La devozione è ritornare.
Ci sono voci nel vento. La piazza è una grammatica delle voci. Perché la piazza è fatta di voci. La mattina è mercato. La sera è teatro. La notte è confidenza. I vecchi seduti sulle panche raccontano le stesse storie. Non per noia. Per fedeltà. Le donne parlano dalle finestre. I bambini corrono e sporcano l’asfalto di gessetti. Qui la parola non si spreca. Si abita. Abitare. È una costante. Se stai fermo un attimo, senti la piazza respirare. È il luogo dove il paese si misura. Dove si ride forte e si piange piano. Dove nessuno è solo, anche quando lo è. Le solitudini corrono con pazienza.
Ci sono altri viaggi. Viaggi di luoghi e nei luoghi. La contrada Fedula è un orizzonte oltre L’Esaro. Più giù c’è la contrada Fedula.
Fedula ha un nome che sa di terra. Di fatica. Di mani. Qui le case sono più basse e le storie più alte. Gli anziani dicono: “A Fedula si nasce due volte”. Una dalla madre. Una dalla contrada. Raccontano di raccolti. Di processioni a piedi. Di notti in cui si dormiva con la porta aperta perché il vicino era fratello. La Madonna di Lourdes è miracolo nella Chiesa. Fedula non è periferia. È centro antico. È il posto dove il paese si è fatto prima di diventare paese. Un immaginario diventato ormai storia.
Il fiume scorre tra i limiti. Qui si ricorda Spartaco fermo tra le sponde. L’Esaro. È antico. Ha visto passare eserciti. Ha visto sangue e polvere. Qui, dicono, Spartaco si è scontrato con Crasso. L’acqua ha portato via i corpi e ha tenuto i nomi. L’Esaro non è storia sui libri. È memoria nell’acqua. D’estate i ragazzi ci vanno a piedi nudi. D’inverno si gonfia e ricorda che è nato prima di noi e vivrà dopo di noi. L’archeologia non è passato. È memoria che risale. Un coccio. Una moneta. Un nome inciso su una pietra. Sono segnali. Dicono: “Noi c’eravamo. Eravamo qui. Amavamo questa terra”. Con le voci in accenni arabi e accenti greci.
Di sera la luna è tra le palme. Mi fermo. Ascolto. Le voci dei passanti hanno una cadenza Brutia. Dolce. Antica. Appunto tra l’arabo e il greco. È la Calabria che parla. È il Sud che non ha mai smesso di essere crocevia. È il dialetto che è latino, è preghiera, è mercato. Una parola detta così, per strada, ti fa capire che questo paese non è isolato. È nodo. È dove il Mediterraneo è arrivato a piedi e si è fermato a vivere. Ho raccontato ciò in molti miei libri. Nel libro della mia famiglia e della mia eredità. Nel racconto che ha documenti. Ho la gente nel cuore. Perché la vita è amore. E l’amore, qui, ha un nome e un cognome. L’amore! C’è la signora che ti offre il caffè anche se non l’hai chiesto. C’è il meccanico che ti ripara la macchina e ti chiede dei tuoi. C’è il ragazzo che se ne è andato al Nord e torna ad agosto con la valigia piena e il cuore più pieno. C’è chi è rimasto e lavora la terra come si lavora una promessa. Non domando perfezione. Nessuno è perfetto. Ma tutti sono veri. E la verità, in un paese, è la forma più alta di bellezza.
Poi c’è il 10 agosto. Il 10 agosto non è Pascoli. Il 10 agosto è San Lorenzo. Sulla graticola. È fuoco. È festa. È devozione che si fa processione. La statua esce. La banda suona. I fuochi accendono il cielo. I santi, qui, non si guardano. Si portano. A spalla. Con fatica. Con amore. È il giorno in cui il paese si riconosce intero. Chi è lontano torna. Chi è vicino si avvicina di più. Non si allontana. Chi appartiene a una eredità non ha solo luogo. Ha radici di identità. La storia dei Cinque fratelli è eredità. Quando riparto me ne vado sempre con qualcosa addosso. Un po’ di polvere. Un po’ di voce. Un po’ di amore. Perché un paese lo porti via solo se lo ami. E io lo amo. Con amore. Mai con diffidenza. Perché le radici non sono catene. Sono ali. E le ali servono per tornare. Tornare è vivere con pazienza ciò che resta.
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