Cinquant’anni dopo l’assassinio di Vittorio Occorsio, il ritratto del magistrato che intuì per primo i legami tra eversione nera, poteri occulti e criminalità, pagando con la vita la ricerca della verità
di Mimma Cucinotta
Alle 8.30 del mattino, in una tranquilla strada del quartiere Africano di Roma, una raffica di colpi interrompe il silenzio estivo. La Fiat 125 del sostituto procuratore Vittorio Occorsio si arresta contro il marciapiede. È il 10 luglio 1976. Con quell’agguato si spegne uno dei magistrati che, prima di molti altri, aveva intuito i legami tra terrorismo neofascista, poteri occulti e criminalità. Cinquant’anni dopo, il suo nome continua a rappresentare il coraggio della magistratura italiana e la fedeltà alle istituzioni.
A premere il grilletto è Pierluigi Concutelli, uno dei principali esponenti del terrorismo neofascista italiano, militante di Ordine Nuovo, organizzazione dell’estrema destra radicale nata nel 1956 come Centro Studi Ordine Nuovo.Il suo fondatore fu Pino Rauti (1926-2012), nato in Calabria e cresciuto a Roma. Ancora giovanissimo aderì alla Repubblica Sociale Italiana negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra fu tra i protagonisti della nascita del neofascismo italiano e tra gli esponenti più autorevoli della corrente cosiddetta “nazional-rivoluzionaria”. Dopo aver lasciato il Movimento Sociale Italiano, diede vita al Centro Studi Ordine Nuovo, concepito inizialmente come un laboratorio di elaborazione politica e culturale ispirato a una visione rivoluzionaria, nazionalista e fortemente anticomunista. Inizialmente presentata come un centro studi politico e culturale, Ordine Nuovo si trasformò progressivamente in un movimento che teorizzava il superamento della democrazia parlamentare e, secondo numerose sentenze e ricostruzioni storiche, rappresentò uno dei principali riferimenti dell’eversione nera durante gli anni della cosiddetta strategia della tensione. E con il passare degli anni, attorno a quell’esperienza si sviluppò un movimento sempre più radicale. Nel 1969 Rauti rientrò nel Movimento Sociale Italiano, mentre la guida di Ordine Nuovo passò a Clemente Graziani. Nel 1973 il movimento fu sciolto dal Governo in applicazione della legge Scelba per ricostituzione del partito fascista, anche sulla base dell’inchiesta coordinata dal magistrato Vittorio Occorsio.
«Chiediamo al tribunale di dire al popolo italiano se Ordine Nuovo deve essere messo fuori legge e se gli imputati devono essere condannati. La sentenza dovrà essere come uno specchio, un punto di riferimento, anche perché questo è il primo processo del genere che si celebra in Italia per quanti sono preposti alla tutela dell’ordine repubblicano e della nostra democrazia»
(Requisitoria di Vittorio Occorsio, novembre 1973)
Nato a Roma il 6 luglio 1929, Occorsio era entrato in magistratura nel 1957. Uomo schivo, rigoroso e lontano da ogni protagonismo, era convinto che gli strumenti cardine dell’azione di un magistrato fossero gli atti processuali e la forza delle prove.
La sua carriera si sviluppò negli anni più difficili della storia repubblicana, quando l’Italia era attraversata da violenze politiche, attentati e tentativi di destabilizzazione.
Tra le sue prime grandi inchieste vi fu quella sul Piano Solo, il presunto progetto di colpo di Stato predisposto nel 1964 dal comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta de L’Espresso firmata da Lino Jannuzzi, Occorsio approfondì la vicenda con grande rigore, chiedendo l’assoluzione dei giornalisti e individuando responsabilità che allora apparivano difficili persino da ipotizzare. La sua impostazione non fu condivisa dai giudici, ma gli sviluppi successivi dimostrarono quanto quelle indagini fossero state lungimiranti.
Nel 1969 fu chiamato a occuparsi della strage di Piazza Fontana. Mentre l’attenzione investigativa si concentrava prevalentemente sulla pista anarchica, Occorsio iniziò a esaminare con attenzione gli ambienti dell’estrema destra eversiva, individuando possibili collegamenti con personaggi come Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie.Anche in questo caso il tempo avrebbe dato consistenza alle sue intuizioni investigative.
L’indagine destinata a segnare profondamente la sua vita fu quella contro Ordine Nuovo.Occorsio raccolse documenti, testimonianze e prove che portarono al processo per ricostituzione del partito fascista. Lo scioglimento dell’organizzazione nel 1973 rappresentò una vittoria dello Stato democratico, ma trasformò il magistrato in uno degli obiettivi principali dell’eversione neofascista.
Negli ultimi mesi di vita, inoltre, il sostituto procuratore stava seguendo un’altra pista investigativa di straordinaria importanza. Indagando sui sequestri di persona che avevano colpito importanti imprenditori, aveva iniziato a ipotizzare collegamenti tra criminalità organizzata, finanziamenti al terrorismo nero e ambienti riconducibili alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Erano intuizioni che avrebbero trovato riscontri negli anni successivi.
Fu un magistrato rigoroso e anche un uomo profondamente legato alla famiglia. La moglie Lilia, conosciuta quando erano entrambi molto giovani dopo il delitto ha mantenuto il ricordo del marito lontano dai riflettori trasmettendolo ai figli e ai nipoti.
I figli Eugenio e Susanna Occorsio hanno raccolto l’eredità etica del padre. Eugenio, giornalista e presidente della Fondazione Vittorio Occorsio, promuove iniziative dedicate alla legalità, alla memoria e alla formazione delle giovani generazioni.
Susanna partecipa alle attività della Fondazione e alle commemorazioni istituzionali, contribuendo a mantenere vivo il ricordo del padre.
Anche il nipote Vittorio Occorsio, che porta il nome del nonno, ha raccontato in diverse occasioni il lato più umano del magistrato: un padre affettuoso, un uomo riservato, profondamente innamorato della famiglia e convinto che la giustizia dovesse essere esercitata con equilibrio, indipendenza e rispetto delle istituzioni.
Cinquant’anni dopo quell’agguato di via Mogadiscio, l’azione di Vittorio Occorsioconserva una straordinaria attualità. Molte delle connessioni che aveva intuito tra terrorismo, criminalità e poteri occulti sono state confermate dalle successive inchieste giudiziarie e dalle Commissioni parlamentari d’inchiesta.
Il suo sacrificio appartiene alla storia della Repubblica italiana. Ricordarlo oggi e sempre significa rendere omaggio a una vittima del terrorismo e a un magistrato che, con coraggio e lucidità, scelse di seguire la verità anche quando conduceva verso scenari che pochi erano disposti a vedere.
@Riproduzione riservata
Fonti bibliografiche e documentali consultate.Fondazione Vittorio Occorsio; Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle stragi; Sergio Zavoli, La notte della Repubblica libro edizioni Mondadori (1992) tratto da una trasmissione ideata da Zavoli andata in onda dal 1989 e il 1990 su RAI 2.
Resta dentro le notizie che contano
Segui il canale WhatsApp di La Freccia Web per ricevere aggiornamenti, articoli e approfondimenti direttamente sul tuo telefono.
Segui il canale WhatsApp