Pierfranco Bruni
Ritornare o partire. Tornare o ripartire. La grande manifestazione del viaggio ha uno spazio tra il ricordare o perdere il ricordo. Il sacro va oltre il mito? O attraversa tutto il percorso delle ierofanie? Scrive Mircea Eliade: «Ogni ierofania è soltanto un tentativo fallito di rivelare il mistero della coincidenza uomo-Dio». È la frase soglia. Eliade non descrive religioni. Descrive un limite. Il sacro si manifesta, ma non si consegna. Ogni epifania è frammento, è crepa nella pietra del tempo. L’uomo guarda, e nel guardare resta separato. Da qui nasce la via. Non è una via dogmatica. È via del mito. Una via che va oltre le Colonne d’Ercole, oltre il “non plus ultra” romano. Perché il mito non conosce confini. Si veste di archetipi e li attraversa. E l’archetipo per eccellenza, nel Mediterraneo, ha due nomi: Ulisse ed Enea.
Insiste una profonda metafisica del nostos. Ulisse è ritorno. È il cerchio. È il nostos come legge cosmica. Parte per tornare. Combatte per ritrovare. Il suo viaggio è discesa nel labirinto del mondo per risalire alla stessa pietra di casa. Itaca non è geografia. È stato dell’anima. È la coincidenza cercata, quella che l’ierofania promette e non mantiene mai del tutto. Ulisse vuole ricomporre l’uomo con il suo luogo, l’uomo con il suo tempo, l’uomo con sé. Per questo il suo mito è metafisica. Perché dice: anche dopo mostri, canti, abissi, c’è un punto da cui sei venuto e a cui puoi tornare. Il tempo è trascinatore della memoria. Ti porta via, ma ti riconsegna, se hai il coraggio di ricordare. Ulisse è dunque l’uomo che non accetta l’oblio. È l’uomo che fa del ricordo una bussola. Il sacro, per lui, è la soglia di casa riaperta.
L’alba ha sempre una profezia da raccontare e da trascrivere lungo le ore. Dunque. Accanto al cerchio c’è la linea. Accanto al nostos c’è l’esodo. Enea guarda la città in fiamme. Troia brucia. Non torna. Va. Porta sulle spalle il padre e per mano il figlio. Porta le radici e la profezia. Se Ulisse è metafisica del ritorno, Enea è profezia di un’alba nuova dopo la terribile notte. Il suo viaggio non è circolare. È fondativo. È sacro perché è sacrificio: lasciare il già dato per generare il non ancora. Enea è l’uomo che accetta l’imprevedibilità del destino. Non chiede di tornare. Chiede di cominciare. E nel suo cominciare c’è tutta la tragedia del Mediterraneo: si fonda una civiltà sulle ceneri di un’altra. Il tempo, qui, non restituisce. Spinge. È freccia, non cerchio. E il sacro si rivela non come casa, ma come promessa.
La vita come metafora trova nel labirinto un viaggio chiaramente non lineare. Eliade non fa trattato di religioni. Fa archeologia dell’anima. E la sua metafora fondamentale è il labirinto. Ma il labirinto è il tempo stesso. Ha vie che si biforcano, vicoli ciechi, ritorni improvvisi. L’uomo vi entra credendo di cercare Dio e trova sé. Vi entra credendo di uscire e scopre che l’uscita è un’altra entrata. Ulisse attraversa il labirinto e vuole uscirne per tornare al centro. Enea attraversa il labirinto e accetta di non avere più un centro, ma di doverne fondare uno. In entrambi, però, il labirinto è pensiero che dovrebbe condurre al sacro pur sapendo che non è un punto da raggiungere. È un cammino da abitare. È via verso l’incredibile e l’indefinibile. Non definizione. Bensì tensione.
Ci sono sempre due riferimenti che definiscono il vento del mito. La memoria e il destino. Due percorsi molto cari a Cesare Pavese. Il tempo è dunque duplice. È memoria che trascina indietro, è destino che spinge avanti. La memoria è Ulisse: ti lega alla pietra, al focolare, al nome. Il destino è Enea: ti strappa, ti brucia, ti obbliga a rifondare. Tra i due venti l’uomo mediterraneo è stato pensato. Noi siamo figli di quel vento doppio. Portiamo Itaca nel cuore e Lavinio negli occhi. Portiamo il cerchio e la linea. Portiamo il padre sulle spalle e il desiderio di casa nel petto. Ed è qui che l’ierofania “fallisce” e riesce insieme. Fallisce perché non ci dà mai Dio intero. Riesce perché ci dà l’uomo intero, in cammino tra ritorno e fondazione. Pavese, proprio attraverso Eliade, aveva individuato e vissuto tutto ciò.
Pavese cercava un approdo con Omero. Ma incontrò anche il sacro. Cammino e approdo. Non si tratta dunque di religione codificata. Si tratta di via sacra. Eliade è realmente riferimento. Una via che comincia dove finiscono le Colonne, dove l’uomo smette di misurare e inizia a navigare. Una via dove il mito non spiega, ma accompagna. Dove l’archetipo non chiude, ma apre. Eliade ci consegna questo: il sacro è esperienza di limite. E il limite, nel mito, ha il volto di Ulisse che torna e di Enea che parte. Pavese abitò tra i due. Tra il cerchio della memoria e la città in fiamme della storia. Tra il nostos e la profezia. Interessa l’uomo delle macerie. Ovvero la modernità. E finché cammineremo nel labirinto del tempo, portando con noi radici e futuro, ogni ierofania, anche se “fallita”, sarà comunque luce. Perché ci ricorderà che l’uomo non è fatto per possedere il mistero. È fatto per attraversarlo. Pavese cercò di attraversarlo e rimase incagliato nella palude del giorno. Il muto gorgo nel quale la luce si era persa nel troppo buio.
IEROFANIA – Sulle vie del sacro è una rassegna culturale itinerante promossa dal Ministero della Cultura che, da luglio a settembre 2026, attraversa sei siti archeologici italiani con un programma di mostre, incontri, spettacoli, concerti, visite guidate e letture dedicate al rapporto tra patrimonio, memoria e sacro.
Tra gli appuntamenti principali, sabato 1° agosto a Lecce, al Castello di Carlo V, si terrà l’incontro “Sacro popolare”, con la partecipazione di Pierfranco Bruni, Corneliu Cîrstocea, Oronzo Cilli, Anita Guarnieri, Annarita Miglietta, Laura Marchetti e Vincenzo Santoro, moderato da Fulvia Toscano. La serata proseguirà all’Anfiteatro Romano con il concerto dell’Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna. Il 2 agosto sono in programma la visita guidata al Santuario di Iside e la lettura scenica “Pietre che cantano” dedicata a Pier Paolo Pasolini. A Locri, il 19 e 20 settembre, la rassegna proporrà il vernissage della mostra Archetype, il dialogo “Il canto del Creato. Sulle tracce di Francesco”, al quale parteciperà anche Pierfranco Bruni, spettacoli, visite guidate e un nuovo appuntamento con “Pietre che cantano” accompagnato da musica dal vivo.
Resta dentro le notizie che contano
Segui il canale WhatsApp di La Freccia Web per ricevere aggiornamenti, articoli e approfondimenti direttamente sul tuo telefono.
Segui il canale WhatsApp