Eugenio Nastasi sta tra i fili del tempo. Non fa rumore. Tesse.
Tesse mani, nidi, arcobaleni, risacche, stanze. Tesse un saluto capace di stupire il passante. Tesse una regola: i colori si amano tra loro. In un’epoca di lacerazioni e di cadute, la sua poesia è resistenza
di Pierfranco Bruni
Ci ha lasciato Improvvisamente un vero poeta. Eugenio Nastasi. Lo avevo incontrato soltanto qualche giorno fa a Castiglione di Paludi. In una passeggiata francescana lungo il percorso del Parco archeologico. Non lo vedevo da molto tempo. Eugenio (Gegè) sempre con la sua gentilezza, la sua delicatezza, il suo garbo… Un poeta vero!
La sua poesia non urla. Ha una nervatura religiosa come la sua pittura dentro una visione cristiana Si posa. Si posa come la luce del crepuscolo sui frutteti, come la risacca di un ultimo settembre, come un saluto che “corrompe i passanti con un tratto di stupore”. È una poesia che sta tra i fili del tempo, tra una mano che dipinge e una voce che scrive. Perché Nastasi è stato due cose insieme, e non a caso: poeta e pittore dal tratto sottile e malinconico. Gegè non amava il chiasso. Piuttosto molto riservato. Ma la sua biografia interiore era è immensa e la sua poesia lo rivela. Un poeta della Calabria e dei luoghi che ha sempre amato. È incluso nel Quadernario Calabria – Quasi a filo di luna – Almanacco di poesia, pubblicato da LietoColle nel 2017, la grande antologia che ha raccolto ventuno poeti calabresi contemporanei e il ricordo di undici maestri scomparsi. Un’opera di circa trecento pagine nata per dire che la Calabria che regala una “poetica un tono alto, anzi altissimo”: una terra in cui la magia si fa vita natura fatalità e destino.
E Nastasi è figlio di questa gravità. Ha pubblicato presso Edilazio “L’occhio degli alberi”, titolo che già dice tutto: uno sguardo che non guarda l’uomo soltanto, ma guarda ciò che l’uomo abita. È uno dei suoi libri profondamente marcanti. Gli alberi, le strade, il nido, il mare. La sua poesia esce in un tempo in cui la Calabria poetica si raccoglie e si riconosce: tra Calogero e Costabile, tra Alvaro e Grisi. Nastasi sta lì, non in cattedra, ma nel margine. Dove stanno i veri poeti. Perché di un vero poeta sto parlando. Nel tratto del pittore si vive il respiro del poeta in una eredità intoligica. Perché Nastasi dipinge con le parole. In alcuni versi si ascolta: “Lasciarsi prendere dall’occhio / in cammino, / restare opera non finita, / bagnata dalle voci di dentro”.
È pittura. È affresco steso “sulle mani / per strade che portano al nido”. Il suo occhio non giudica. Accoglie. È l’occhio degli alberi: testimone, non padrone. E poi c’è il colore.
“Dire al mondo la regola dell’arcobaleno / i colori si amano tra loro”.
Qui c’è tutta la sua etica. In un tempo di divisioni, lui insegna convivenza in una visione orante. I colori non si combattono. Si amano. È una regola semplice e rivoluzionaria. Il crepuscolo per lui non è fine. È “raggio illeso”, luce che resiste anche quando il sole si ritira. Una luce che accarezza i frutteti “appena mossi dal sole”. Movimento minimo, eppure vita. Il mare, il suo nostro mare, e il tempo nell’“Ultimo settembre” è una carezza d’anina.
Infatti con Ultimo settembre Nastasi entra nel ritmo della terra calabrese. “Le onde del mare hanno ripreso / il livore sommerso, la risacca / instancabile schiocca un battere / di sassi e di spuma”. Il mare non è paesaggio da cartolina. È memoria che torna. È livore, è risacca che non si stanca. È suono. E mentre la luce “s’allontana dalla riva”, entrano “venti laschi” e le foglie “azzardano un rito di danza”. C’è danza anche nella perdita. C’è rito anche nello spogliarsi. Finisce con un’immagine che è tutta lui: “Tremante umida mano di criniere / carezza l’assenza”.
La mano trema, è umida, ma carezza. Anche l’assenza. Soprattutto l’assenza.
Questo è lo scavo umano di Nastasi: non negare il vuoto, accarezzarlo. La memoria è abitata come stanza. In quest’altri versi il tono si fa più grave: “Oltre la porta il tempo muove / come silenzio dentro al grano”. Il tempo non corre. Si muove dentro. Come il grano. E qui arrivano “i nostri nessuno”: i morti, gli assenti, quelli di cui non resta “abitudine dei nomi”. “Di sonni sfatti i nostri nessuno / girano le stanze d’un tratto universali”. La casa diventa universale quando la abitano i ricordi. Resta “un brivido nei volti / come pastura che guarda al passato”. E la domanda finale è la domanda di ogni poesia vera: “Ma dove portano quel che di loro ci appartenne?”.
Nastasi non risponde. Lascia la porta aperta. Perché il poeta non chiude. Accompagna. Ecco perché è un poeta dello scavo. Nastasi è “un vero poeta dello scavo umano”? Ha saputo ascoltare il vento della Calabria: quel vento che porta odore di agrumi, di sale, di boschi interni, di comunità ebraiche e albanesi, di baie improvvise.
La sua Calabria non è folklorica. È interiore. È provincia dell’anima. La sua malinconia non è lamento. È attenzione. È il tratto sottile del pittore che non riempie tutta la tela. Lascia respiro. È il poeta che resta “opera non finita”, perché sa che l’uomo non si compie mai e resta tra i fili del tempo. Eugenio Nastasi sta tra i fili del tempo. Non fa rumore. Tesse.
Tesse mani, nidi, arcobaleni, risacche, stanze. Tesse un saluto capace di stupire il passante. Tesse una regola: i colori si amano tra loro. In un’epoca di lacerazioni e di cadute, la sua poesia è resistenza. È dire che si può ancora “sentire il raggio illeso del crepuscolo”. È dire che anche l’assenza si può carezzare. È dire che i nostri nessuno continuano a girare le stanze, e che noi abbiamo il dovere di ricordare dove hanno portato “quel che di loro ci appartenne”.
Nastasi non è poeta da premi e da salotti. È poeta da soglia. Sta sulla soglia tra pittura e parola, tra mare e terra, tra presente e memoria. E da lì guarda. Con l’occhio degli alberi. Come la sera del nostro incontro e del nostro abbraccio tra le “pietre” parlanti di Castiglione di Paludi. Era nato a Rossano nel 1948. È scomparso il 13 Agosto del 2026. Il poeta dello scavo umano tra il crepuscolo e la risacca.
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