La maggioranza approva il sistema con capilista bloccati e fino a tre preferenze. Bocciato il sub emendamento, la proposta dell’opposizione per consentire agli elettori di scegliere tutti i candidati. Meloni rivendica il ritorno delle preferenze, il centrosinistra parla di una scelta solo parziale. Il nodo vero resta nelle mani dei partiti
di Domenica Puleio
Roma, 10 settembre 2026 – La legge elettorale torna al centro dello scontro politico e la seduta di oggi al Senato consegna una fotografia molto più complessa di quella suggerita dallo slogan «tornano le preferenze». Palazzo Madama ha infatti approvato l’emendamento unitario della maggioranza che introduce fino a tre preferenze, con alternanza di genere, ma mantiene il capolista bloccato. Poco prima era stato respinto il sub-emendamento delle opposizioni che chiedeva di eliminare proprio quel vincolo e di estendere la possibilità di scelta a tutti i candidati.
Il voto decisivo sull’emendamento della maggioranza è finito con 97 voti favorevoli, 67 contrari e 2 astensioni. Il testo prevede dunque un sistema misto nel quale l’elettore potrà esprimere le proprie preferenze per i candidati della lista, mentre il primo nome resterà sottratto alla scelta diretta. Il Senato ha invece respinto con 99 voti contrari e 68 favorevoli la proposta dell’opposizione che puntava alle cosiddette preferenze libere, cioè alla possibilità di incidere sull’elezione di tutti i candidati senza capilista predeterminati.
È questa la distinzione che permette di comprendere il significato politico del voto. Dire che le preferenze sono state reintrodotte è tecnicamente corretto. Dire che gli elettori tornano a scegliere liberamente tutti i parlamentari sarebbe invece inesatto.
La posizione della maggioranza è stata sostenuta in particolare da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Il senatore Marco Lisei, primo firmatario dell’emendamento di maggioranza, ha difeso l’impianto della riforma sostenendo che il nuovo sistema restituisce ai cittadini la possibilità di scegliere i candidati e, nello stesso tempo, garantisce maggiore stabilità. Lisei ha contestato l’accusa dell’opposizione secondo cui le preferenze introdotte sarebbero soltanto una finzione e ha rivendicato anche il principio secondo il quale gli elettori devono sapere chi sia il candidato alla guida del Governo collegato alla coalizione votata. Il suo ragionamento parte dall’idea che la nuova legge debba dare agli elettori due certezze, il nome del candidato premier e quello dei candidati presenti nelle liste.
Sulla stessa linea si è collocato Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, mentre Maurizio Gasparri ha rivendicato il risultato della maggioranza e ha accusato le opposizioni di avere utilizzato l’emendamento sulle preferenze soprattutto per tentare di creare divisioni nel centrodestra. Massimiliano Romeo ha difeso la posizione della Lega. Alessandro Urzì, intervenuto nel dibattito, ha rappresentato anch’egli la posizione della maggioranza. Le dichiarazioni raccolte nella giornata da Radio Radicale mostrano una linea comune dei gruppi del centrodestra dopo il voto.
Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato immediatamente il risultato. Il messaggio politico della premier è che le preferenze tornano grazie a una proposta di Fratelli d’Italia e che la sinistra non sarebbe credibile nel rivendicare oggi la difesa della scelta degli elettori. Meloni ha presentato quindi il voto come una vittoria politica del suo partito e come il superamento di un sistema che da decenni non consentiva agli elettori di esprimere preferenze nelle elezioni politiche.
Il punto, tuttavia, è proprio capire che cosa significhi concretamente «tornano le preferenze».
La risposta è che tornano, ma non per tutti i candidati.
Il capolista resta infatti bloccato. Il suo posto nella lista viene stabilito dal partito e l’elettore non può modificarne la posizione attraverso il voto di preferenza. Le preferenze incidono quindi sugli altri candidati e non sull’intera lista. La nuova legge non restituisce dunque all’elettore una scelta integrale della rappresentanza parlamentare.
È su questo che l’opposizione ha concentrato la propria battaglia.
Francesco Boccia, capogruppo del Partito Democratico al Senato, aveva chiarito già nei giorni scorsi la posizione del centrosinistra chiedendo «preferenze vere per tutti i deputati e senatori» e nessun eletto garantito attraverso liste bloccate o capilista bloccati.
Dario Parrini, del Partito Democratico, è stato il primo firmatario del sub-emendamento che puntava proprio a cancellare il meccanismo dei capilista bloccati. La proposta è stata bocciata dall’Aula e ha provocato la reazione dei senatori dell’opposizione, che hanno gridato «Vergogna» dopo il voto.
Anche Simona Malpezzi, Angelo Bonelli, Matteo Richetti e altri esponenti dell’opposizione hanno contestato il meccanismo sostenendo che la possibilità di indicare fino a tre candidati non basta a parlare di piena restituzione del potere di scelta agli elettori. Radio Radicale ha raccolto oggi gli interventi e le dichiarazioni di diversi protagonisti del confronto parlamentare, tra cui Malpezzi, Bonelli e Richetti.
Nel Movimento 5 Stelle la critica è stata ancora più netta. L’opposizione sostiene che una preferenza sia realmente tale soltanto quando l’elettore può utilizzarla per determinare l’ordine degli eletti senza che una parte dei candidati sia già garantita dalla posizione assegnata dal partito. È lo stesso argomento sviluppato in Aula nei giorni scorsi durante la discussione sulla riforma, quando i parlamentari contrari hanno definito le preferenze previste dall’emendamento Lisei «finte» o comunque fortemente limitate.
Nel dibattito è intervenuta anche la senatrice Susanna Camusso, del Pd, che ha contestato la portata effettiva delle preferenze e ha posto il problema della rappresentanza femminile. La sua obiezione è che un sistema nel quale una quota dei candidati è già collocata in posizione privilegiata possa incidere negativamente sulla presenza delle donne in Parlamento. Il tema non è secondario, perché la riforma prevede un meccanismo di alternanza di genere nell’espressione delle preferenze, ma la questione della composizione complessiva delle liste e dei candidati sottratti alla scelta dell’elettore resta distinta.
Il confronto di oggi è quindi anche la prosecuzione di uno scontro che dura da settimane all’interno della stessa maggioranza.
Fratelli d’Italia ha storicamente sostenuto il ritorno delle preferenze e proprio questo aveva fatto pensare che una parte del partito potesse votare insieme all’opposizione per cancellare i capilista bloccati. Alla fine, però, il centrodestra ha scelto la compattezza. FdI, Lega e Forza Italia hanno votato contro la proposta delle opposizioni e subito dopo alcuni senatori di Fratelli d’Italia hanno esposto in Aula cartelli con la scritta «Con noi le preferenze, con loro zero preferenze». Il presidente del Senato Ignazio La Russa li ha invitati ad abbassare i cartelli.
L’immagine è significativa perché riassume la trasformazione di una questione tecnica in una battaglia di comunicazione politica. La maggioranza vuole poter dire di avere restituito agli italiani la possibilità di esprimere preferenze. L’opposizione vuole dimostrare che quella possibilità è troppo limitata per poter parlare di piena scelta dei rappresentanti.
La realtà, osservando il testo approvato, sta nel mezzo ma non in una posizione equidistante. Le preferenze esistono realmente. Non sono inventate. L’elettore potrà indicare candidati diversi dal capolista e potrà quindi incidere sull’elezione di una parte dei parlamentari. Ma nello stesso tempo non potrà scegliere il capolista e, più in generale, non avrà la possibilità di determinare integralmente attraverso il proprio voto l’ordine degli eletti.
È proprio questa la ragione per cui lo slogan «tornano le preferenze» è vero sul piano formale, ma incompleto sul piano politico.
La questione diventa ancora più importante se si considera l’impianto generale della riforma. Il disegno di legge elimina i collegi uninominali e introduce un sistema nel quale la scelta dei candidati viene in larga misura ricondotta alle liste. A questo si aggiungono il meccanismo del premio di maggioranza e il cosiddetto listone collegato alla coalizione vincente. Sono elementi che hanno alimentato le critiche dell’opposizione perché, secondo questa lettura, aumentano il peso delle decisioni prese dalle leadership dei partiti.
Nel resoconto stenografico del Senato emerge con chiarezza la distanza fra le due impostazioni. Da una parte Lisei sostiene che il nuovo sistema consenta finalmente ai cittadini di conoscere il candidato premier e di scegliere i candidati attraverso le preferenze. Dall’altra, gli esponenti dell’opposizione ribattono che il voto popolare non coincide semplicemente con la scelta del capo del Governo e che il principio fondamentale delle elezioni parlamentari dovrebbe essere la possibilità per gli elettori di determinare chi li rappresenterà nelle Camere.
Il nodo politico, dunque, non è soltanto la presenza o l’assenza delle preferenze. È il rapporto tra elettori, partiti e parlamentari.
La domanda decisiva diventa quanto spazio rimanga alla scelta dell’elettore quando il primo candidato della lista è già garantito dal partito, quando una parte dei seggi viene assegnata attraverso meccanismi collegati al premio di maggioranza e quando la competizione per le preferenze riguarda soltanto una parte dei candidati.
Da questo punto di vista la posizione della maggioranza è difficilmente contestabile su un aspetto. Il sistema approvato oggi introduce effettivamente una possibilità di scelta che l’attuale legge elettorale non prevede. Ma è altrettanto difficile contestare l’obiezione dell’opposizione secondo cui questa non coincide con una piena restituzione all’elettore della scelta dei parlamentari.
Per questo la formula più corretta per descrivere quanto è avvenuto oggi al Senato non è né «le preferenze sono tornate» senza ulteriori precisazioni, né «le preferenze non esistono». La definizione più precisa è quella di un sistema misto, nel quale una parte dei candidati sarà scelta attraverso le preferenze e un’altra parte resterà legata alle decisioni dei partiti.
La differenza non è semantica. È la differenza tra poter scegliere alcuni candidati e poter scegliere tutti i propri rappresentanti.
Il voto di oggi ha inoltre un significato politico interno alla maggioranza. FdI, che aveva fatto delle preferenze uno dei propri cavalli di battaglia, ha accettato il compromesso con Lega e Forza Italia pur rinunciando alla preferenza estesa anche ai capilista. La scelta dimostra che, davanti alla possibilità di una spaccatura della coalizione, ha prevalso l’accordo complessivo sulla legge elettorale.
Il centrodestra può quindi rivendicare una vittoria politica. Ha mantenuto l’impianto concordato e ha evitato che il voto sulle preferenze producesse una frattura nella coalizione. L’opposizione può rivendicare a sua volta di avere posto il tema della scelta effettiva degli eletti e di avere costretto la maggioranza a confrontarsi con la contraddizione tra il ritorno delle preferenze e la permanenza dei capilista bloccati.
Anche per questo la giornata del 10 settembre non può essere letta soltanto come un voto tecnico.
È una partita sul modello di rappresentanza che il Parlamento italiano vuole consegnare alle prossime elezioni.
Il voto finale del Senato sul provvedimento è previsto per il 15 settembre. Se il testo verrà modificato rispetto a quello approvato dalla Camera, dovrà tornare a Montecitorio.
La questione resta quindi aperta. Ma su una cosa il voto di oggi consente già di essere molto chiari. Giorgia Meloni può dire legittimamente che le preferenze tornano. L’opposizione può altrettanto legittimamente replicare che non tornano per tutti. Entrambe le affermazioni contengono una parte di verità, ma la seconda mette in evidenza il punto decisivo che lo slogan della maggioranza tende a lasciare in ombra.
Gli elettori riavranno una possibilità di scelta che era stata loro sottratta. Non riavranno però, almeno secondo il testo approvato oggi, la possibilità di scegliere tutti i parlamentari che li rappresenteranno.
Una differenza che misura il vero significato politico del voto del Senato.
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