Voi fate i cani, noi facciamo i figli

Tra denatalità, immigrazione e identità, l’Italia discute di chi verrà dopo mentre nascono sempre meno bambini: la crisi demografica mette a confronto paure collettive e realtà dei numeri

La frase, bisogna ammetterlo, è di quelle che ti arrivano addosso mentre stai pensando a tutt’altro.

«Voi fate i cani, noi facciamo i figli».

A pronunciarla, con assoluta tranquillità, è stato un fruttivendolo egiziano che vive e lavora a Roma. Di fronte a lui, un mio amico italiano, dirigente di una multinazionale, uomo di successo, curriculum internazionale, stipendio dignitoso e, soprattutto, una vita sentimentale organizzata con quella prudenza tipica dell’uomo occidentale contemporaneo: prima la carriera, poi la casa, poi il mutuo, poi un figlio, poi anche un cane.

Il fruttivendolo, invece, aveva evidentemente saltato qualche passaggio.

Non so se avesse studiato demografia. Probabilmente no. Ma aveva studiato la vita. E, soprattutto, aveva capito una cosa che in Italia sembra essere diventata materia da convegno: per avere un futuro bisogna prima avere qualcuno che venga al mondo.

Ed è qui che comincia il nostro magnifico cortocircuito nazionale.

Perché esiste un genere di dibattito italiano che ha il fascino ipnotico di un cane che si rincorre la coda: quello sulla cosiddetta “sostituzione etnica”.

Ci sono persone che passano ore a discutere, sui social e nei talk show, di chi occuperà l’Italia fra cinquanta o cento anni.

«L’Italia deve restare italiana!» «Non possiamo farci sostituire!» «Bisogna difendere la nostra identità!» Tutto molto nobile.

Peccato che, nel frattempo, qualcuno dovrebbe occuparsi di un dettaglio piuttosto imbarazzante: fare gli italiani.

Nel 2024, infatti, in Italia sono nati 369.944 bambini. La fecondità è scesa a 1,18 figli per donna, il valore più basso mai registrato. Insomma, mentre noi discutiamo animatamente su chi potrebbe sostituirci nel futuro, il futuro medesimo sembra essersi messo in lista d’attesa.

È un po’ come prenotare un tavolo al ristorante per centoventi persone e poi presentarsi da soli. «Gli altri?» «Eh, vediamo. Forse arrivano.»

«Quando?» «Non lo sappiamo. Intanto abbiamo prenotato.»

Il problema è che la demografia non funziona così.

Non puoi lamentarti che qualcuno stia occupando il tavolo se tu non hai invitato nessuno.

E qui arriva la parte più surreale.

Perché spesso le ragioni per cui gli italiani fanno pochi figli sono assolutamente comprensibili: precarietà del lavoro, costo delle abitazioni, difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, servizi insufficienti, maternità sempre più tardiva. Sono esattamente alcuni dei fattori che l’Istat individua nel suo rapporto sulla natalità.

Poi però, invece di discutere seriamente di queste cose, noi preferiamo discutere di chi nascerà. È una forma di programmazione strategica davvero originale.

Prima non facciamo il bambino. Poi ci preoccupiamo di chi sarà il bambino.

È come non piantare l’orto e passare l’estate a litigare con il vicino perché potrebbe raccogliere i pomodori. Nel frattempo, però, accade qualcosa di molto meno teorico. Nel 2024, il 21,8% dei bambini nati in Italia aveva almeno un genitore straniero. E oltre 50 mila sono nati da due genitori entrambi stranieri.

Non è una “invasione”. È demografia.

E la demografia, a differenza dei talk show, non ha opinioni.

Conta. Registra. Aspetta.

E alla fine presenta il conto. Peraltro, c’è un’altra ironia.

Molti degli adulti di origine straniera che oggi fanno lavori che gli italiani considerano poco desiderabili — nei mercati, nei ristoranti, nei cantieri, nell’assistenza, nei trasporti, nella logistica — stanno crescendo figli che frequentano le nostre scuole, parlano italiano, giocano a calcio nei nostri campetti e, magari, tifano per la stessa squadra del figlio dell’italianissimo vicino di casa.

Tra vent’anni, alcuni di quei bambini saranno medici. Altri ingegneri. Altri imprenditori. Altri insegnanti. Altri continueranno a vendere frutta. E qualcuno, probabilmente, sarà anche ministro.

La cittadinanza e l’integrazione, naturalmente, sono questioni politiche e giuridiche complesse e non si possono ridurre alla semplice equazione “fare figli = diventare italiani”. Ma c’è un dato demografico che rimane: una parte crescente delle nuove generazioni nasce in famiglie con almeno un genitore straniero.

E allora torniamo alla frase del fruttivendolo.

«Voi fate i cani, noi facciamo i figli.»

Forse non voleva fare un trattato di sociologia. Forse stava semplicemente prendendo in giro il mio amico. Ma dentro quella battuta c’è una fotografia abbastanza spietata dell’Italia contemporanea.

Noi abbiamo trasformato il cane in un figlio. Con tanto di passeggino.

Toelettatura. Veterinario. Cucce termiche. Profilo Instagram. E compleanno con torta personalizzata.

Per carità: nessun problema con i cani. Sono meravigliosi. Il problema nasce quando poi, davanti al calo demografico, ci chiediamo dove siano finiti i bambini.

Potrebbero essere a casa. A scuola. Al parco. Da qualche parte.

Solo che, per adesso, statisticamente sono meno numerosi di quanto ci piacerebbe. E quindi eccoci qui: un Paese sempre più vecchio, con sempre meno nascite, che discute con grandissima preoccupazione di chi potrebbe “sostituirlo”.

Nel frattempo, al 1° gennaio 2026, i residenti di cittadinanza straniera erano circa 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. La popolazione italiana continuava invece a diminuire.

E l’Istat prevede che, senza cambiamenti nelle dinamiche demografiche, la popolazione residente italiana possa scendere fino a circa 54,7 milioni entro il 2050.

Quindi forse la domanda non è soltanto: «Chi ci sostituirà?»

La domanda preliminare sarebbe: «Noi, esattamente, chi pensavamo di lasciare?»

Perché per difendere una cultura, una lingua, una tradizione, una cucina, un’identità nazionale — qualunque significato vogliamo dare a queste parole — serve qualcuno che erediti tutto questo.

E per ereditare qualcosa bisogna prima nascere. Il fruttivendolo egiziano, probabilmente, non aveva letto nessun rapporto dell’Istat.

Ma mentre vendeva mele, arance e pomodori aveva capito una cosa elementare: la demografia non si fa con i post su Facebook.

Si fa con i figli.

E noi italiani, almeno su questo, abbiamo sviluppato una strategia innovativa.

Facciamo meno figli. Adottiamo più cani. Poi discutiamo animatamente di chi occuperà l’Italia nel 2100.

Che, a pensarci bene, è un po’ come preoccuparsi di chi vincerà la partita di domenica mentre stiamo ancora cercando di capire dove abbiamo messo il pallone.

Alla fine, forse, aveva ragione lui.

Voi fate i cani.

Noi facciamo i figli.

E magari, fra qualche decennio, saranno proprio quei figli — italiani, egiziani, rumeni, marocchini, albanesi, italiani-egiziani, italiani-rumeni, italiani-marocchini, o semplicemente italiani e basta — a guardarci da lontano e chiedersi come diavolo abbiamo fatto a passare tutto quel tempo a discutere su chi sarebbe venuto dopo di noi.

Mentre noi non riuscivamo nemmeno a metterci d’accordo su chi dovesse portare fuori il cane.

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