BIANCA GARUFI: alla conquista di una prosa incendiaria

Saggio critico di Marialaura Simeone, pubblicato da Les Flâneurs Edizioni nella collana «Le innominate», è stato proposto al Premio Strega 2026 da Giuseppe Lupo. Il volume attraversa la personalità e la scrittura di Bianca Garufi, il rapporto con Cesare Pavese e il romanzo Un fuoco grande, restituendo centralità alla sua voce di scrittrice, poetessa e intellettuale, già riconosciuta per il suo valore, oltre le letture imposte dal patriarcato letterario

di Tiziana Santoro

Marialaura Simeone ha impreziosito la collana “Le innominate”, a cura di Les Flâneurs Edizioni, con un inedito saggio critico dedicato a Bianca Garufi uscito il 16 gennaio è stato proposto al Premio Strega 2026 da Giuseppe Lupo.

Per l’occasione la professoressa Simeone ha scelto un titolo evocativo “Un fuoco grande”, citando espressamente il romanzo scritto a quattro mani da Cesare Pavese e da Bianca Garufi.

L’opera è stata concepita tra la fine del ’45 e l’inizio del ’46 e pubblicata postuma nel 1959 su iniziativa di Italo Calvino per omaggiare l’amico Cesare nel decennale della sua morte per suicidio. Lo stesso Calvino aveva presentato al pubblico Un fuoco grande come un’opera inedita di Cesare Pavese, adombrando Bianca Garufi, confinandola al ruolo di amica del più illustre poeta.

Italo Calvino aveva intuito lo sperimentalismo di questo “romanzo partecipato” in cui confluiscono i pensieri e le personalità dei protagonisti Gianni e Silvia, ma anche si manifestano le diverse sensibilità dei celebri amanti. In merito allo stile, si avverte la distanza che intercorre tra il più esperto Pavese e una sfidante e acerba Garufi, incline a rapportarsi alla pari con il celebre scrittore.

Marialaura Simeone, attraverso la sua narrazione, compie una missione politica: tentare il superamento di quel “patriarcato letterario”, che fatica a riconoscere e forse anche ad intuire la complessità artistica delle donne.

Quasi totalmente assenti nei libri di letteratura, poco celebrate, in certe situazioni addirittura dimenticate, le “innominate” sono al massimo muse, amanti, protette e ancelle dei più celebri colleghi.

Bianca Garufi – Cesare Pavese

Basta uno sguardo al carteggio intercorso tra Bianca Garufi e Cesare Pavese per capire che “la bellissima coppia discorde” non subisce il condizionamento di alcuna soggezione psicologica della Garufi nei confronti di Pavese. Nonostante qualche slancio paternalistico del poeta, emerge la personalità di una donna che non si armonizza, né è disposta a sintonizzarsi sulle frequenze dell’ amante.

Bianca Garufi non rinuncia ad essere in tutto e per tutto se stessa.

Lo stesso Pavese nel suo carteggio esalta il “caos vitale” di Bianca come fonte di amore per la vita.

Nell’ottavo capitolo di un Fuoco Grande, la complessità della sensibilità della Garufi è affidata a Silvia: falco immobile nell’aria, chiusa, oscurata, un pozzo nero. Ancestrale come la sua terra, mistica, avvolta da un’aurea di mistero, si nutre dei segreti dell’esistenza, cammina sul baratro della morte, si autodetermina attraverso la conflittualità con la madre e respinge con gelido distacco il dolore per un figlio mai riconosciuto.

La prosa della Garufi, certamente differiva dallo stile razionale, solido e analitico del coprotagonista Gianni, alterego di Pavese, perché era più intimamente connessa alla sua personalità: evocativa, introspettiva, passionale, in perenne ricerca di uno scontro emotivo attraverso cui autodeterminare se stessa. La divergenza di stile tra i due autori è l’espressione di quella discordia che pone su piani differenti la complessità di genere nella sua manifestazione più estrema.

La struttura narrativa anch’essa procede per capitoli alterni, sullo sfondo di due paesaggi anch’essi antitetici: la metropoli con il suo ordine e la disciplina, Maratea avvolta dalla violenta espressività del suo paesaggio aspro.

Rigoroso Gianni e istintiva Silvia si osservano e rimandano all’altro ogni riflesso di sé, attraverso il dialogo emergono il piglio investigativo del primo e la contrastante oscurità interiore dell’altra.

Gli autori  in un gioco di ruoli provano a proiettarsi l’uno nella dimensione dell’altra e procedono nella stesura a quattro mani inviandosi, per corrispondenza, i singoli capitoli.

Quando la dissonanza è giunta al culmine, qualcosa tra i due si è irrimediabilmente rotta. La collaborazione si arresta all’undicesimo capitolo.

Diversi anni dopo Bianca Garufi ha seguito la sua strada: non più amante di Cesare Pavese, ma poetessa, scrittrice, traduttrice, psicanalista e femminista dallo spiccato carisma e talento.

Fuoco grande non ha mai smesso di alimentare la fiamma della creatività della Garufi, che ha deciso di riappropriarsene, proseguendone lo sviluppo da sola. Così è nato il romanzo Fossile, in cui le voci dei protagonisti sono entrambe affidate a lei. Poco lusinghiero il giudizio di Calvino che liquida l’opera con l’espressione “tranquilla mediocrità”.

Difficile intuire cosa abbia urtato la sensibilità del critico, probabilmente l’atto compiuto dalla Garufi di sostituirsi a Pavese nella riscrittura dei dialoghi di Gianni, sarà apparsa irriverente e inopportuna. Tuttavia è proprio questa la cifra distintiva di Bianca Garufi: buttarsi a capofitto in questo forte sentire, in un sentire incendiario che l’ha condotta alla conquista di una prosa personale, appassionata, a tratti spigolosa, meritevole di attenzione e riconoscimento di stima.

Photo cover: Bianca Garufi; Marialaura Simeone; volume

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