INCHIESTA GUARDAMI prima parte 1/3
Due bambine scompaiono per una notte dopo aver visto video online. Da San Cataldo parte un’inchiesta sulle challenge: rischi reali, influenza dei pari, falsi allarmi e bisogno di riconoscimento nell’adolescenza connessa
Due bambine di 12 e 8 anni. Un negozio. Una notte intera trascorsa nascoste mentre fuori famiglia, comunità e forze dell’ordine le cercano.
È accaduto a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e riferito dalla Procura, le due sorelle non sarebbero state sequestrate: sarebbero entrate consapevolmente nell’esercizio commerciale approfittando della chiusura, con l’intenzione di trascorrervi la notte.
Dietro quella decisione ci sarebbe stata l’emulazione di contenuti osservati online.
L’analisi dei dispositivi, secondo quanto riferito dagli inquirenti, avrebbe riscontrato la visione reiterata da parte di una delle bambine di video dello stesso genere, alcuni capaci di raggiungere milioni di visualizzazioni. La Procura ha quindi chiesto l’archiviazione dell’indagine aperta per sequestro di persona, escludendo il coinvolgimento di terzi.
Il fatto verificato
La ricostruzione resa pubblica dagli inquirenti indica una condotta autonoma delle due minori e collega la decisione all’emulazione di contenuti online. La richiesta di archiviazione riguarda l’ipotesi di sequestro di persona. In questa inchiesta non vengono riportati i nomi delle minori perché non necessari alla comprensione della vicenda.
Potremmo fermarci qui.
Due bambine hanno visto qualcosa online e hanno provato a imitarlo. Un’altra “challenge”.
Ma forse è proprio questa parola a impedirci di vedere ciò che sta accadendo.
La sfida esisteva molto prima dei social
Bambini e adolescenti si sono sempre sfidati.
Dimostrare coraggio. Infrangere una regola. Entrare dove non si potrebbe. Resistere più degli altri. Fare qualcosa che gli adulti non avrebbero approvato.
Non sono stati TikTok, YouTube o Instagram a inventare l’emulazione.
La rete ha però modificato radicalmente la dimensione del pubblico, la velocità della diffusione e la possibilità di misurare il riconoscimento ottenuto.
La prova non avviene più necessariamente davanti a cinque amici. Può avvenire davanti a migliaia o milioni di sconosciuti.
E l’approvazione possiede numeri visibili: visualizzazioni, like, commenti, condivisioni, follower.
Il gruppo dei pari non coincide più soltanto con la classe, il quartiere o la squadra sportiva. Può diventare una comunità invisibile distribuita in tutto il mondo.
Quando il gruppo ci spinge
La psicologia dello sviluppo studia da tempo l’influenza dei pari sulle decisioni degli adolescenti.
Una ricerca sperimentale pubblicata nel 2026, condotta su 457 adolescenti olandesi tra 11 e 18 anni, ha rilevato l’influenza sia degli amici sia dei coetanei popolari sulle decisioni rischiose; nel contesto sperimentale analizzato, le scelte rischiose dei pari tendevano a essere seguite maggiormente rispetto a quelle prudenti.
Questo non significa che un adolescente imiti automaticamente ciò che vede. E soprattutto non autorizza a trasformare un singolo studio in una spiegazione universale.
Ci dice però qualcosa di importante: il comportamento degli altri conta.
Online, però, quel gruppo può diventare enorme.
Le challenge possono fare male davvero
Non tutto è allarmismo.
Una revisione sistematica della letteratura scientifica pubblicata nel 2025 ha esaminato gli studi sulle social media challenge e sui rischi per la salute.
Gli autori hanno individuato 1.651 lavori e ne hanno inclusi 54 nella revisione. Nell’89% degli articoli selezionati venivano riportate lesioni associate alle challenge studiate, comprese ustioni, avvelenamenti, danni polmonari e strangolamento. Nei lavori riguardanti casi specifici sono documentati anche danni permanenti e decessi.
La stessa revisione sottolinea tuttavia che la letteratura scientifica disponibile resta limitata.
Sarebbe quindi scorretto concludere che le challenge in generale siano pericolose.
Alcune lo sono. Molte altre no.
Quando invece la challenge la costruiamo noi
Esiste poi il problema opposto.
A volte il racconto mediatico può contribuire a trasformare un fenomeno scarsamente verificato in una gigantesca minaccia percepita.
La cosiddetta Blue Whale Challenge ne costituisce uno dei casi più studiati.
Una ricerca pubblicata nel 2026 su Sociology Lens ha ricostruito il fenomeno attraverso la categoria sociologica del moral panic, evidenziando la relazione tra affermazioni difficili da verificare, copertura sensazionalistica e diffusione internazionale della paura.
Questo impone una responsabilità anche a noi giornalisti.
Raccontare dettagliatamente una challenge significa renderla visibile. Ripeterne continuamente il nome può renderla ricercabile. Descrivere come viene eseguita può trasformare involontariamente una denuncia in un tutorial.
Una scelta editorialeL’autore ha scelto di non fornire istruzioni operative, parole chiave superflue o descrizioni dettagliate delle modalità di esecuzione delle challenge pericolose. Informare non deve significare facilitarne involontariamente l’imitazione.
Ma allora perché lo fanno?
È probabilmente la domanda che un adulto si pone osservando un ragazzo compiere qualcosa di apparentemente assurdo.
Non esiste una risposta unica.
Divertimento. Curiosità. Noia. Trasgressione. Competizione. Imitazione. Ricerca di popolarità. Appartenenza.
Non possiamo osservare un comportamento e dedurne automaticamente una fragilità psicologica o familiare.
Possiamo però osservare l’ambiente nel quale quel comportamento avviene.
Ed è un ambiente nel quale il riconoscimento è diventato continuamente visibile e quantificabile.
Io guardo qualcuno. Qualcuno guarda me. E una piattaforma conta quante persone lo stanno facendo.
Guardami
Torniamo allora per un momento dentro quel negozio siciliano.
Non sappiamo che cosa pensassero quelle due bambine. E non sarebbe corretto attribuire loro motivazioni che non hanno espresso.
Possiamo però rivolgere la domanda a noi stessi.
Una bravata? Un gioco? Un rischio?
Oppure vede qualcuno che, almeno per qualche minuto, è diventato protagonista?
È da questa domanda che nasce GUARDAMI.
Non come diagnosi sui ragazzi.
Come interrogativo rivolto agli adulti.
Perché c’è qualcosa di nuovo rispetto alle sfide della nostra adolescenza.
Dopo il primo video, qualcuno — o più precisamente un sistema di raccomandazione — contribuisce a determinare quale sarà il secondo.
Ed è qui che dobbiamo incontrare un altro protagonista della storia: l’algoritmo.
CHI STA SFIDANDO CHI?
Quando la challenge incontra l’algoritmo:feed personalizzati, raccomandazioni, attenzione e
responsabilità delle piattaforme
Fonti e documentazione
- ANSA — 22 settembre 2026. Ricostruzione delle indagini sul caso delle due sorelle di San Cataldo e dichiarazioni della Procura.
Consulta la fonte - Journal of Youth and Adolescence — 2026. Studio sperimentale sull’influenza di amici e coetanei popolari nelle decisioni rischiose degli adolescenti.
Consulta lo studio - Injury Epidemiology — 2025. Revisione sistematica della letteratura sulle social media challenge e sui rischi per la salute.
Consulta la revisione scientifica - Sociology Lens — 2026. Analisi della Blue Whale Challenge attraverso il concetto di moral panic e del ruolo della rappresentazione mediatica.
Consulta lo studio
@riproduzione riservata Francesco Mazzarella
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