Parigi e Lourdes. La presenza carismatica di Leone XIV. L’amore e la vita come dono

Tra San Paolo e Agostino, la riflessione di Pierfranco Bruni sul viaggio di un Pontefice che mette l’uomo prima della tecnica e la fragilità al centro

Parigi. Luci fioche. Giungo con un volo da Roma. Aeroporto affollato. Affollatissimo. Parigi è sempre una festa, diceva Hemingway. Ma io mi trovo qui per altro. Allora entro nel cuore.

Papa Leone XIV a Parigi rilegge San Paolo. Ma non il Paolo soltanto della carità, ma anche del bene di Dio. Perché il bene è insostituibile nel rispetto del diritto alla vita. Una chiave di lettura che pone al centro l’aborto e il fine vita. Finalmente un Pontefice che pone al centro il rispetto della vita senza tatticismi.

Dice che il diritto a vivere “costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano”. Non è una frase retorica. È il rovesciamento del relativismo giuridico che ha dominato gli ultimi decenni attraverso parole che riportano alla tradizione che è quella paolina oltre al suo Agostino.

La sottolineatura sta nel cuore di una società sopraffatta dal relativismo e dalla supponenza delle cose sulla persona. Viviamo in un tempo in cui l’avere ha sostituito l’essere, in cui l’algoritmo misura, calcola, classifica, ma non comprende. La persona non può e non deve essere indifferente di fronte ai grandi problemi che la modernità presenta. Non può delegare alla tecnica la sua coscienza.

Proprio per questo Leone XIV usa parole forti sulle quali si era già soffermato nella sua prima Enciclica. Ripeterà a Parigi, nella capitale dell’Europa che fu dei Lumi e che oggi cerca nuovi lumi: “L’essere umano non deve essere legato ai numeri. L’intelligenza artificiale deve essere al servizio dell’uomo. La rivoluzione digitale non deve incatenare ma deve liberare”.

È un passaggio decisivo. Il Papa non demonizza la tecnologia, la evangelizza. Chiede che resti strumento e non diventi destino. Insiste sul buono e sul senso della bontà intrinseci nell’uomo, su quella legge naturale che nessuna macchina potrà mai scrivere.

“La questione del rispetto della dignità umana e dei diritti e delle libertà fondamentali che derivano dalla natura umana si pone in ogni epoca e deve accompagnare l’evoluzione della società e il progresso tecnico”. Un richiamo preciso che va verso l’impegno del cristiano e quindi c’è bisogno di una testimonianza pubblica, non intimistica, non rinchiusa in sacrestia.

Ed è qui il recupero paolino di Leone XIV. Non un Paolo edulcorato, ridotto a icona della solidarietà o a precursore del buonismo, ma il Paolo dell’agape come bene oggettivo, come verità che salva, come carità che è giustizia. Il bene non è un’opinione, non è negoziabile, non è una preferenza culturale. È fondativo. Senza il bene, il diritto si fa procedura vuota, la democrazia si fa conta di voti, la libertà si fa arbitrio.

Per questo il Papa lega insieme bioetica e tecnologia, in un unico sguardo. La difesa della vita nascente e morente e la difesa della libertà umana di fronte alla dittatura dell’algoritmo sono lo stesso combattimento. In entrambi i casi è in gioco l’irriducibilità della persona a cosa, a dato, a numero, a costo, a scarto. L’aborto e l’eutanasia, così come la riduzione dell’uomo a profilo digitale, nascono dalla stessa radice: l’idea che l’uomo valga solo se produce, se è efficiente, se è desiderato.

Questa è la vera rottura con il politicamente corretto. Non una chiusura, ma un’apertura radicale alla realtà.

Il tema della guerra è uno dei punti di riferimento e su questo la sua motivazione porta alla scuola come modello educativo fondante per una nuova fraternità in cui “il mondo abbia la vita” perché dove c’è guerra non c’è amore e la sua esortazione è a non rassegnarsi davanti alle ingiustizie.

In un monito robusto, il Papa sottolinea che: “La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi”.

Qui non ci troviamo soltanto a leggere la parola di un Pontefice ma di una profonda umanità carismatica che legge la modernità con gli strumenti sociologici e antropologici ma anche con lo sguardo profetico che va oltre la modernità. Chiama in causa la volontà ponendo l’attenzione sulla conoscenza della realtà. Infatti insiste sul fatto della conoscenza nel momento in cui afferma: “Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana”.

Paolo e Agostino sono un intreccio consistente. Lo sguardo rivolto ai giovani ha una valenza primaria. L’essere umano è la condizione umana in un mosaico in cui non è l’ambiente il centro ma l’antropologia in sé: “L’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica”. Fino a toccare il linguaggio più paolino possibile usando un concetto indelebile che ruota intorno alle Lettere paoline in cui la perseveranza è sentiero e invito a “perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile”. Non al di là del bene. Ma sempre dentro e con il bene.

Da Parigi, con queste parole ancora negli occhi, sono andato a Lourdes. Perché ciò che a Parigi è stato detto, a Lourdes diventa carne.

Eccomi. Lourdes.
Lourdes è ptrghiera.
Mancavo da molto tempo. Sono tornato a Lourdes dopo anni lunghi. Non è un ritorno soltanto in una geografia cristiana. È un ritorno interiore. Perché Lourdes non si spiega. Si abita. Bisogna starci dentro per comprenderla.

Ai piedi dei Pirenei, il Gave scorre con una fretta sacra, quasi avesse paura di fermarsi. La roccia di Massabielle è nera, bagnata, povera. Non ha nulla di monumentale. Eppure tutto accade lì. Dal 1858, da quella bella Signora apparsa a Bernadette.

Mi sono fermato a lungo davanti alla Grotta. Non è grande. È scavata, consumata dalle mani, dalle ginocchia, dalle preghiere di milioni di persone. Sopra, nella nicchia, la Madonna bianca. Sotto, la sorgente che Bernadette scavò con le mani sporche di fango. Quel fango è diventato acqua. Quell’acqua è diventata sacralità. Non promette miracoli. Promette presenza.

Ho visto la gente chinarsi, toccare la roccia con una devozione che non è superstizione ma appartenenza. La roccia è liscia dove tutti la toccano. Come levigata dal dolore.

Ho camminato poi nella Prairie, quella immensa spianata che sembra non finire mai, davanti alla basilica sotterranea di San Pio X. Ho visto ciò che si vede solo a Lourdes. Ci sono centinaia di sedie a rotelle allineate non ai margini, ma al centro. Ho visto fazzoletti quadrati e rettangolari lunghi come striscioni colorati sventolare a mo’ di bandiere di una patria altra. Ho sentito l’odore della cera con la fiammella che si mescola all’acqua fredda della sorgente. Ho toccato quell’acqua. Fredda come i giorni d’inverno nel mio paese in Calabria. E scava dentro. Ma resta.

È qui che ho riascoltato Leone XIV. Non è un Papa che consola soltanto. È un Papa che pensa. Agostiniano fino nel profondo. Prevost porta in sé la lacerazione della Città di Dio. Quella città degli uomini che pesa, misura, scarta, mentre la Città di Dio accoglie, trasfigura, salva.

A Parigi aveva detto che l’uomo non deve essere ridotto a numero. A Lourdes lo ha mostrato. Ha detto una frase che da sola vale un trattato teologico. Ha sottolineato che a Lourdes nessuna fragilità viene respinta. Ha guardato i malati, le stampelle, le lacrime nascoste e ha detto che quello è il luogo per eccellenza dell’amore di Dio. Non il luogo del miracolo automatico, ma il luogo dove la vita ritrova la sua sacralità perché è accolta come dono.

A Parigi aveva parlato di diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto. A Lourdes ha detto: “Siete nel cuore della Chiesa, il vostro ruolo è insostituibile”. Non è pietismo. È teologia. È la Chiesa che impara dai suoi malati a essere missionaria di speranza. È la dottrina di Parigi che diventa carne a Lourdes.

Poi viene la sera. E Lourdes diventa luce. La processione aux flambeaux è qualcosa che non si può descrivere se non la si vive. Migliaia di ceri accesi, alzati verso il cielo, che scendono dalla Basilica alla Grotta. Il rosario recitato in dieci lingue. L’Ave Maria cantata e il Gave che fa da eco. Ogni fiammella è una fragilità che non viene respinta. Ogni fiammella è una storia. Ho visto un’intera famiglia spingere la sedia di un padre e cantare con le lacrime agli occhi. Lì ho capito cosa intendeva Leone quando a Parigi parlava di sacralità della vita. La vita ha la sua sacralità e non la si può determinare.

Il vento intanto scompigliava i capelli. Un vento di tramontana che scendeva dai Pirenei, fresco, quasi pungente. Ma le fiamme non si spegnevano. Suonavano le campane. E il suono era armonia pura. Ho riletto in quel vento Agostino. La vita eterna non come favola, ma come promessa solida, ottenuta dalla Croce e offerta ogni giorno nel battesimo. Spetta a noi non ostacolarla.

Ripartire da Lourdes vuol dire suscitare la gioia della speranza proprio nel cuore della prova. Quale luogo più bello, più carismatico, più devozionale? È sembrato un sogno. Non lo è. È una realtà fattasi devozione. I colori sventolano ancora. Ogni lontananza si trasforma in luce. Non è la luce che guarisce. È la luce che trasfigura. È la luce di Lourdes.

Questa è la mia Lourdes ritrovata con la presenza di un Papa che sa stringere in una unica voce la conversione di Paolo e quella di Agostino nel nome delle Lettere che si fanno Confessione. Ho lasciato Lourdes e mi sono incamminato con gli echi delle parole del Pontefice. La vita è magnificenza perché è dono.

Domani rientro in Italia. Porto con me Parigi che pensa e Lourdes che abita. Tra qualche giorno sarò nel mio giardino in Calabria. Dopo aver camminato nella devozione, ricco di ricordi, resto a fumare sotto la palma che è diventata più alta della casa.

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