Il 3 ottobre 1993 moriva a Sarajevo, colpito da un cecchino sul ponte Vrbanja. Prima di diventare un simbolo dell’impegno nonviolento, Gabriele Moreno Locatelli era stato frate francescano rinnovato. Il ricordo personale di un tratto di strada percorso insieme negli anni della giovinezza
3 ottobre 2026 – (gpc) Ci sono persone che attraversano la nostra vita e che il trascorrere degli anni non riesce a consegnare definitivamente al passato. Moreno Locatelli, per me, è una di queste.
Lo conobbi quando eravamo giovani e lui era ancora un frate francescano rinnovato. Aveva assunto il nome di fra Gabriele e per un periodo visse a Corleone, dove i Frati Minori Rinnovati hanno casa nel vecchio carcere, trasformato in convento e luogo di fraternità.
Di quegli anni conservo ricordi semplici e bellissimi.
Moreno amava profondamente la natura. Spesso viveva nel bosco, nella semplicità e nell’essenzialità francescana, insieme al suo inseparabile amico e confratello fra Agnello. Erano giovani, pieni di entusiasmo, con quella radicalità che portava a prendere sul serio la povertà di Francesco d’Assisi e a cercare Dio nella fraternità, nella natura e soprattutto nell’incontro con gli ultimi.
Con Moreno ho percorso un pezzo della mia giovinezza. Abbiamo condiviso momenti belli, esperienze che allora forse non immaginavamo sarebbero rimaste così profondamente impresse nella memoria. Oggi, a distanza di tanti anni, ripensare a lui significa ritrovare il volto di quel giovane frate, prima ancora dell’uomo che il mondo avrebbe conosciuto per il suo impegno per la pace.
Moreno Locatelli era nato il 3 maggio 1959 a Canzo, in provincia di Como. Dopo il biennio di ragioneria aveva iniziato a lavorare come operaio metallurgico. Frequentava assiduamente l’oratorio e militava nell’Azione Cattolica quando, a diciannove anni, maturò la decisione di entrare tra i Frati Minori Rinnovati.
Per sette anni condivise la vita francescana e il servizio ai poveri in diverse parti d’Italia e anche a Parigi. Poi la sua strada prese una direzione diversa. Lasciato l’abito religioso, non abbandonò ciò che quell’esperienza aveva seminato dentro di lui: l’attenzione verso gli ultimi, l’accoglienza, la condivisione.
Tornato alla vita laicale, continuò infatti a occuparsi dei più poveri attraverso l’associazione CasAperta. A Brescia contribuì a ristrutturare una casa ricevuta in comodato dai Carmelitani scalzi, trasformandola in un luogo di accoglienza per profughi, immigrati e anziani.
Poi arrivò la guerra nella ex Jugoslavia.
L’incontro con l’associazione Beati i costruttori di pace segnò un’altra tappa decisiva della sua vita. Moreno scelse di non osservare quella tragedia da lontano. Nel dicembre del 1992 partecipò a una manifestazione a Sarajevo per chiedere una soluzione pacifica al conflitto. Tornò ancora in Bosnia con l’iniziativa “Si vive una sola pace – Mir Sada”.
Nella Sarajevo assediata non cercava gesti eroici. Faceva ciò che aveva imparato a fare da giovane: stare accanto alle persone. Portava viveri, distribuiva la posta, aiutava anziani, ammalati e quanti erano rimasti soli dentro l’incubo della guerra.
Il 3 ottobre 1993, insieme a padre Angelo Cavagna, Luigi Ceccato, Luca Berti e Pier Luigi Ontanetti, decise di attraversare il ponte Vrbanja sul fiume Miljacka, uno dei luoghi simbolo della divisione della città.
Portavano una corona di fiori da deporre nel luogo in cui era stata uccisa Suada Dilberović, giovane vittima dei primi giorni della guerra, e del pane da offrire ai soldati delle parti contrapposte.
Fiori e pane.
Due segni disarmati davanti alla violenza delle armi.
Durante l’attraversamento Moreno venne raggiunto dai colpi sparati da un cecchino. Fu soccorso e sottoposto a due interventi chirurgici, ma non sopravvisse.
Aveva trentaquattro anni.
Di quelle ultime ore è rimasta anche una domanda che dice molto dell’uomo che avevo conosciuto tanti anni prima. Il suo pensiero, nonostante fosse gravemente ferito, andò agli altri:
«Stanno tutti bene?»
Oggi Sarajevo conserva la memoria di Gabriele Moreno Locatelli. Una strada nel quartiere di Grbavica porta il suo nome e una lapide sul ponte ricorda quel giovane italiano che volle attraversare una linea di guerra portando del pane.
Anche in Italia il suo gesto è stato ricordato: nel 2011 gli è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova e successivamente il suo nome è stato ricordato anche nel Bosco dei Giusti di Solaro.
Ma nel giorno dell’anniversario della sua morte, il mio pensiero torna inevitabilmente più indietro.
Prima di Sarajevo.
Prima del ponte.
Prima che Moreno diventasse per molti il volto di un uomo morto tentando di costruire la pace.
Io lo ricordo giovane, con il saio francescano. Lo ricordo a Corleone, in quel vecchio carcere diventato convento. Lo ricordo nel bosco, immerso nella natura, insieme a fra Agnello. Ricordo i momenti belli trascorsi insieme e quella stagione della nostra giovinezza nella quale abbiamo condiviso un pezzo di strada.
Forse, ripensandoci oggi, tra quel giovane frate che cercava la semplicità nel bosco di Corleone e l’uomo che tanti anni dopo attraversava un ponte di Sarajevo con del pane in mano non c’è poi tanta distanza.
C’è lo stesso desiderio di fraternità.
E c’è una vita che, pur cambiando strade, ha continuato a cercare l’uomo, soprattutto quello più fragile.
A trentatré anni dalla sua morte, questo è il Moreno che desidero ricordare.
Non soltanto l’uomo caduto su un ponte di Sarajevo, ma l’amico di un tratto della mia giovinezza.
E forse è proprio questo il privilegio più grande di averlo conosciuto: poter dire che, prima di diventare memoria e testimonianza di pace, Moreno è stato un compagno di strada. (GPC)
Foto da Internet
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