Jacopo Ortis e l’eternità del nulla. Il tragico come destino

Il coraggio d’amare e l’orgoglio della Patria. Questo è Jacopo. Questo è Foscolo. Questo è oltre Abelardo ed Eloisa. Oltre Werther. Oltre Rousseau. È l’eternità del nulla che si fa destino.

di Pierfranco Bruni

Mi trovo nella notte fonda di San Lorenzo del Vallo.  Imposte chiuse. Luce della lampadina sul comodino. Leggo e scrivo. Jacopo è con me. Le Lettere mi hanno lasciato un inciso profondo. Dunque. Jacopo Ortis è un personaggio metafora che porta sulla scena il destino di un amore tragico. Il suicidio è il senso di tutto. Perché è l’estrema disperazione di un amore impossibile. Quando gli amori diventano impossibili abbandonano la storia e si fanno destino. In fondo Jacopo è destino. Le Ultime lettere sono il racconto di questo destino all’interno di un contesto storico in cui la perdita della Patria diventa una ferita lacerante.

Gli amori impossibili sono frontiera, confine, limite. Non hanno orizzonte. L’orizzonte è l’immaginazione dell’immaginabile. Foscolo crea una trasparenza inevitabile tra il suo senso del tragico e il tramonto di un amore che non ha crepuscolo ma soltanto fine. La fine non è soltanto la fine dell’amore. È la fine della vita. Il suicidio non è delirio. È fine. Lo squarcio del petto con il pugnale.

Il sopportabile è nell’uomo mediocre. Ugo Jacopo non può essere un abitante della mediocrità. Ugo conosce la morte in esilio. Jacopo lo squarcio. Non entro nel genere letterario degli epistolari. Mi interessa altro. Appunto il tragico nella disperazione. La disperazione nel nulla. L’eternità del nulla si pone.

Qui sta il cuore. Ma anche l’anima.

Non si pone con Abelardo ed Eloisa. Qui è in atto sì un amore impossibile ma c’è una componente fortemente teologica. La si vuole chiamare così? Ma l’orizzonte c’è. In Foscolo no. Ci sono i Sepolcri. Ma i Sepolcri sono i custodi della morte. O meglio del corpo inerme. Un gorgo definitivo. In Foscolo la morte è un atto fatale. In Abelardo ed Eloisa l’atto fatale non c’è.

Il mito di Eloisa verrà ripreso da Rousseau. Siamo in altri contesti. Foscolo non accoglie il razionalismo fenomenico di Rousseau. Forse quello piuttosto spirituale quando non diventa concetto. Il coraggio e l’orgoglio sono componenti di Jacopo. Il coraggio d’amare e l’orgoglio della Patria. Due coraggi che si saldano in un unico pugnale.

Non c’è ascesi spirituale come in Abelardo ed Eloisa nel cui epistolario si legge appunto in una lettera di Eloisa ad Abelardo: “Come solo tu puoi farmi soffrire, così solo tu puoi rasserenarmi e consolarmi”. La rassegnazione e la consolazione. Due forme romantiche che poco mi appartengono.

In Jacopo non c’è assolutamente consolazione. Non c’è rasserenamento. C’è soltanto lacerazione. La consolazione è cristiana. La lacerazione è foscoliana. Eloisa può essere consolata perché il suo amore impossibile ha un cielo. Ha il chiostro. Ha Dio come destinatario ultimo. Il suo amore si fa preghiera. L’amore di Jacopo non ha chiostro. Non ha Dio. Ha solo il sepolcro. E il sepolcro non consola. Custodisce. Cistodire è vivere.

In Foscolo c’è il mito. Tutto sembra trasfigurarsi. Si legge: “Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti”. È il momento della divinizzazione dell’amore. Per un attimo Jacopo si fa dio. Ma è un attimo. Un attimo che non salva. Perché dopo quel bacio divino viene la storia che tradisce. Viene Teresa che deve sposare Odoardo. Viene l’Italia venduta a Campoformio. Il bacio divino si infrange contro la storia umana. E allora non resta che il pugnale.

Abelardo ed Eloisa sono il Cantico dei Cantici. Jacopo e Teresa sono sempre tragico in disperazione. Nel Cantico l’amore è forte come la morte. In Foscolo l’amore è vinto dalla morte. Nel Cantico c’è un giardino chiuso, una fonte sigillata. In Foscolo c’è un giardino aperto che viene devastato.

Rousseau è altro nonostante si sforzi di penetrare un amore impossibile. La sua Giulia è pedagogia. È teoria. La sua Eloisa è ragione che vuole farsi passione. Non ci riesce.

In un tale contesto la sublimazione del Werther di Goethe è una pagina drammatica. Non ha nulla di comparabile con Jacopo. Anche se la comparazione è stata fatta per due secoli.

Werther si suicida unicamente per amore. È un’altra storia. Un altro destino. L’amore impossibile per Carlotta non ha le stigmate di quello di Foscolo. Nel primo c’è un dolore tutto esistenziale. Nel secondo il tradimento della Patria è oltre. Il primo cerca un tentativo di salvezza. Il secondo non intravede proprio alcun segno di salvezza.

Werther è borghese che soffre perché non può avere la donna borghese. Jacopo è italiano che soffre perché non può avere la Patria e non può avere la donna. Il suo è un doppio tradimento. La Patria tradita da Napoleone e la donna tradita dal contratto sociale. Odoardo è il contratto. Teresa è l’amore. Odoardo vince perché il contratto vince sempre nella società dei mediocri. Jacopo perde perché l’amore perde sempre nella società dei mediocri.

Insomma sono anche inutili tali comparazioni. D’altronde non mi interessano. Foscolo è oltre. Sempre. In Abelardo ed Eloisa c’è il dramma. In Werther c’è la morte per un amore impossibile. In Foscolo c’è quel senso tragico che nasce dalla rivolta in un tempo di sconfinamenti politici. Campoformio è tragico nella identità nazionale. È Giuda che vende. È la Patria come Cristo tradito.

Jacopo Ortis conosce il tempo delle illusioni. Conosce lo scavo del tradimento. L’infedeltà del morire oltre la storia. Conosce il destino. Conosce l’urlo terribile della lacerazione del cuore.

Werther si uccide con un colpo di pistola alla testa. Gesto moderno. Gesto nordico. Gesto che spegne il pensiero. Jacopo si squarcia il petto con il pugnale. Gesto antico. Gesto romano. Gesto greco. Gesto che apre il cuore. Werther vuole smettere di pensare. Jacopo vuole mostrare il cuore lacerato. Sono due teologie della morte opposte.

Werther dirà nel suo addio: “Sono cariche… Battono le dodici! Così sia dunque… Carlotta! Carlotta, addio! Addio”. È addio d’amante. È addio a una donna. È forte malinconico gesto.

Jacopo invece: “Teresa è innocente. — Ora tu accogli l’anima mia”. Anima! È un  addio metafisico. Non dice addio a Teresa. Dice accogli l’anima mia. A chi lo dice? Non a Teresa. Non a Dio. Lo dice al Nulla. All’eternità del nulla. È la frase più tragica della letteratura italiana. È filosofia.

Ultima frase tra Abelardo ed Eloisa: “Il Signore sia con tutti voi. Addio in Cristo, spose di Cristo. Sposo mio, addio per sempre”. È teologia e religiosità.

È tutto chiaro. Dunque. O no? Allora.
In Abelardo ed Eloisa c’è l’addio in Cristo. C’è un per sempre che è in Cristo. In Jacopo c’è un per sempre che è nel nulla. In Werther c’è un per sempre che è nella notte.

Foscolo muore in esilio a Turnham Green. Povero. Solo. Con la figlia Mary. Goethe muore nel suo letto a Weimar, ministro, celebre, probabilmente di infarto, con la frase “Più luce”. La diversità della loro fine si consuma non solo nei personaggi ma anche nella vita degli scrittori. Werther muore come muore un uomo che ha amato troppo una donna. Jacopo muore come muore un uomo che ha amato troppo la Patria e una donna insieme. E quando si ama troppo la Patria e una donna insieme, l’unico esito è lo squarcio.

Il coraggio d’amare e l’orgoglio della Patria. Questo è Jacopo. Questo è Foscolo. Questo è oltre Abelardo ed Eloisa. Oltre Werther. Oltre Rousseau. È l’eternità del nulla che si fa destino. È la lacerazione del cuore che si fa storia ma non resta tale. Perché in fondo Jacopo è destino. Lascio cadere il libro. Abbandono la penna e il quaderno dalla copertina nera. Jacopo,  comunque, non smette di restarmi accanto.

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