“Da cosa nasce cosa”

È possibile continuare un elenco costruito da uno dei più grandi artisti, designer e grafici del XX secolo senza peccare di presunzione? O meglio, può l’ultimo degli ammiratori di un maestro come Bruno Munari reinterpretare a modo suo un paragrafo di un libro fondamentale come Da cosa nasce cosa? Visto che l’operazione è poco più che un gioco, magari sì. Tuttavia, se dovesse sembrarvi un atto d’arroganza, mi rimetterò alla clemenza della corte.

Di Francesco Galletta

In famiglia siamo degli ammiratori talmente sfegatati di Bruno Munari da avere non una, ma ben due copie del libro “Da cosa nasce cosa”, uno di quei volumi che non devono mai mancare nella biblioteca personale di un architetto, di un grafico, di un designer o più in generale di un progettista.

La mia copia d’architetto, del 1983, sulla copertina goffrata color rosso arancio ha l’immagine di quell’incredibile attrezzo per vetrinisti che riassume cinque funzioni in una. Il volume che appartiene a mia figlia, che fa la grafica multimediale, è un’edizione del 2019 con uno sfondo bianco, un albero in silhouette e la scritta Munari in evidenza, ma senza più l’attrezzo.

“Da cosa nasce cosa” non è un manuale; è l’archetipo dei manuali.

Fondamentalmente è una lezione senza tempo di metodo progettuale, ovvero il disvelamento di una struttura. Non a caso trova il suo punto di partenza nelle regole del metodo cartesiano, elaborate da René Descartes nel 1637.

Quei principi che una volta interiorizzati non hanno più bisogno di essere enunciati, perché emergeranno sempre naturalmente nell’azione di progetto. Saper progettare, infatti, secondo Munari significa mettere in campo «una serie di operazioni necessarie, disposte in un ordine logico, dettato dall’esperienza».

Sostanzialmente è la ricerca della soluzione a un problema.

Il testo fa emergere chiaramente la «distinzione» tra il «progettista romantico che ha un’idea “geniale” e che cerca di costringere la tecnica a realizzare qualcosa di estremamente difficoltoso, costoso e poco pratico ma bello» e un «progettista professionista che ha un metodo progettuale, grazie al quale il suo lavoro viene svolto con precisione, sicurezza e senza perdite di tempo».

La distinzione tra un design giusto e uno bello è un caposaldo della metodologia di Munari; un principio che l’autore esprime, per esempio, anche attraverso quell’idea molto pop di associare il metodo di progetto alla forma logica di una ricetta gastronomica, cioè allo schema necessario per preparare qualsiasi cibo.

Utilizzando le stesse parole dell’autore, alle quali nulla può essere aggiunto né tolto: «progettare un risotto verde o una pentola per cuocere lo stesso riso, richiede l’uso di un metodo che aiuterà a risolvere il problema».Di conseguenza, nel caso del risotto «non si può […] mettere il riso nella pentola senza aver messo prima l’acqua». Insomma, il metodo, la procedura e l’ordine logico delle cose devono sempre precedere l’azione puramente creativa.

Si può essere d’accordo con questa impostazione oppure no, è ovvio.

Soprattutto in un mondo come l’attuale, così distante da quegli anni di prima edizione del volume. Un tempo non molto esteso in termini cronologici, ma amplissimo se consideriamo l’immensità dei mezzi oggi a disposizione negli ambiti della comunicazione, della progettazione e della rappresentazione.

Scorrendo il libro, la parte che alla prima lettura mi aveva stupito di più, in quell’epoca ormai lontanissima, fu il paragrafo Compasso d’oro a ignoti, che si sviluppa dalla pagina centonove in avanti. Per me fu una vera scoperta.

Munari espone l’elenco ordinato di alcuni oggetti d’uso comune dal design giusto, rispondenti «a funzioni necessarie». Produzioni che non hanno avuto bisogno di seguire le mode e che non esprimono quel lusso già descritto nei suoi connotati peggiori qualche pagina prima. Ma soprattutto sono esempi ancora attuali di buona progettazione, dovuti incredibilmente ad autori del tutto ignoti.

In questa galleria di compassi d’oro poco mediatici, gli oggetti che mi hanno attirato di più sono: il leggio a tre piedi per orchestrali, il lucchetto per serrande, la sdraio da spiaggia, il già citato multi attrezzo da vetrinista e l’immarcescibile lampada da garage, ancora oggi usata tantissimo da elettrauto e meccanici.

Bisogna dire, però, che Munari non si limita a un semplice elenco di oggetti perché per ognuno di essi costruisce una cartella analitica con tutte le voci necessarie alla loro conoscenza. Dalle dimensioni al peso; dal materiale alla tecnica di produzione; dal costo all’imballaggio. E ancora: la funzionalità, le finiture, l’uso dichiarato, la manovrabilità, l’ergonomia.

È l’insieme di quelle voci, quindi, che obbediscono ovviamente a una struttura logica, a dare a quei prodotti il preciso connotato di opere progettate secondo i crismi di metodo enunciati dall’autore.

Ed è proprio questo elenco ad aver stimolato, dopo tanti anni, la mia curiosità. Mi sono chiesto, infatti, se fosse stato possibile continuarlo, aggiungendo altri oggetti d’uso quotidiano e d’ignoto design.

Il mio, ovviamente, è poco più che un gioco; solo un guardarsi intorno seguendo le orme del Maestro. Nulla di irriverente o pretenzioso. Semplicemente un provarci. In fondo, se il titolo del volume è Da cosa nasce cosa, è quasi doveroso che ognuno di noi si senta spinto a continuare quella strada già tracciata.

Altrettanto ovviamente, però, non potrò creare le schede analitiche di Munari, intanto perché non è questa la sede per farlo, ma soprattutto per il fatto che nella mia scelta degli oggetti c’è già l’interiorizzazione dei principi di metodo del libro e dell’autore. In verità, devo specificare che quasi tutti i prodotti del mio elenco hanno una paternità accertata, ma ignota sia alla gente comune, sia, in parte, proprio agli specialisti. È avvenuto, infatti, che in questi casi gli autori sono stati persino sopraffatti dalle loro stesse creature, diventate talmente comuni da farci credere che siano esistite da sempre.

Ovviamente, per scoprire gli inventori ho fatto ricorso al web, con tutte le cautele sulle fonti che ciò comporta.

Nel campo della produzione di bevande, per esempio, mi sono venuti in mente due tipi di chiusura. Il tappo a corona e quello meccanico, in qualche modo antitetici.

Il primo, ideato a quanto pare da William Painter nel 1892 e ampiamente utilizzato ancora oggi nella produzione birraria, consiste in una lamina circolare ripiegata a corona, accompagnata a una guarnizione che serve a sigillare la bottiglia. Perfetto prima dell’apertura, risulta meno utilizzabile dopo, se non si è finito ancora di bere.

Di contro il secondo, inventato nella sua forma originaria da Charles de Quillfeldt nel 1875 e successivamente rielaborato da altri in epoche successive, ha proprio nella possibilità di aprire e chiudere, ovvero nel costante riutilizzo, la sua migliore caratteristica. L’originale, composto da un tappo in porcellana associato a una guarnizione staccabile, era collegato a un complesso meccanismo a filo di ferro sagomato che funziona a scatto. Il suo problema maggiore? L’invecchiamento progressivo della guarnizione e l’allentamento del meccanismo, ma sostanzialmente è un oggetto che funziona bene nel tempo. Ovviamente le bottiglie devono avere i fori d’alloggiamento.

Il tappo a corona si porta dietro la tappatrice (di cui sconosco l’inventore), che al di là di tutte le possibili varianti formali, mantiene inalterato il sistema di chiusura della lamina e la formazione della corona mediante un meccanismo a pressione azionato da un braccio, a volte accompagnato da un blocco.

Sempre nello stesso ambito, ma per un uso inverso, ricordiamo il cavatappi per tappi in sughero; soprattutto quello che sembra un omino che alza e abbassa le braccia. Una forma alla quale nessun designer ha mai potuto rinunciare, vista la sua necessità come meccanismo di base che associa forma e funzione. L’invenzione originaria è del reverendo Samuel Henshall, sul finire del XVIII secolo circa.

La spilla da balia, la graffetta e l’anello portachiavi mi fanno pensare, invece, a degli oggetti imparentati. Alla base dei loro meccanismi c’è la piegatura del materiale di cui sono costituiti. Se li dovessi classificare secondo la loro semplicità li dovrei elencati a partire dall’ultimo.

L’anello è quello tendenzialmente meno modificabile. Non sembra aver avuto un inventore. Il suo problema di fondo è la difficoltà di far coincidere, nella stessa azione, l’apertura dell’oggetto e l’atto di metterci dentro le chiavi senza produrre una deformazione permanente. Un prodotto quindi non sempre funzionale in condizioni dinamiche.

La graffetta, invece, ha due inventori: Samuel Fay, ma soprattutto Johan Vaaler che tra il 1899 e il 1901 mise a punto una forma a piega squadrata che potremmo definire proto graffetta. È un oggetto talmente semplice rispetto alla sua funzione che mi sono sempre chiesto come abbiano fatto a pensarci solo all’inizio del Novecento.

La spilla da balia, ideata da Walter Hunt nel 1849, ha una nonna nobile nella fibula d’epoca romana. La mia ammirazione per quest’oggetto singolare, in questo caso è assoluta. Il doppio giro del sottile filo d’acciaio che permette alla parte appuntita (l’ardiglione) di rimanere in tensione così da poter essere alloggiata nella testa o disincagliata secondo necessità, è un capolavoro di tecnica dentro una forma e un uso elementari. Senza dimenticare che nel suo stato di inutilizzo, a differenza di un qualsiasi ago o spillo, può essere riposta ovunque in sicurezza, al limite anche nelle stesse parti che dovrebbe unire. Ricordiamo poi che nel 1916 James H. Boye depositò un nuovo brevetto molto simile a quello di Hunt, ma senza mutare la sostanza dell’oggetto, tanto era semplice e immediato il precedente.

Finora ho messo insieme dei prodotti molto piccoli e, a uno sguardo superficiale, quasi elementari rispetto alla sdraio, al leggio o alla lampada che troviamo in Da cosa nasce cosa. In verità, i metodi di progettazione seguono possibilmente lo stesso concetto teorico pratico e le difficoltà di progettazione non crescono esponenzialmente con la grandezza degli oggetti, benché sia evidente che un albero a camme resti ovviamente molto più complesso di una spilla da balia.

Non dimentichiamo, però, che nel formulare il mio elenco sono entrati in campo la riconoscibilità dell’aspetto formale del prodotto, la linearità delle scelte del progettista e il mantenimento dell’utilizzo dell’oggetto come meccanismo elementare di base in un tempo lunghissimo che va oltre le epoche e l’evolvere delle tecnologie.

E in questo senso, il CD con la sua ascesa la successiva caduta libera nel mercato della riproduzione digitale dell’audio video, potrebbe essere il diretto testimone, per opposto, del mio ragionamento.

Salto, per brevità alcuni prodotti che rientravano in un mio primo elenco più ampio, come il morsetto, il filtro a molla del tè, il supporto per l’armonica, la pinzatrice, la zip e la fascetta metallica per tubi, per soffermarmi invece su altri tre oggetti: la tanica metallica, la sedia da regista e il cartone delle uova.

La tanica metallica, con capacità da 20 litri, è costituita da una lamiera stampata e irrigidita da nervature in una tipica forma squadrata con i manici in alto e una grande apertura. Costruita a partire dal 1936 per l’esercito tedesco, già nel corso della Seconda Guerra Mondiale ha avuto diversi adattamenti che l’hanno condotta alla sua forma definitiva. Per capire l’importanza di questo oggetto bisogna andare a vedere come venivano trasportati i liquidi in precedenza. Inoltre, è uno dei tanti prodotti che nacquero per esigenze militari, soprattutto in quel periodo, per trasferirsi poi, in modo quasi naturale, nel mercato e negli usi civili.

La sedia da regista, invece, è il perfetto alter ego della sdraio di Munari. Il modello originario era in legno di faggio e tessuto sfilabile. Pieghevole, trasportabile, leggera, con i braccioli, la sedia non è mai cambiata più di tanto, anche per il fatto che abbinava la stretta funzionalità a una forma precisa. Oggi è diventata talmente iconica, anche nel suo significato simbolico, da essere immediatamente riconoscibile. Persino nella sua variabile a quattro piedi o al modello in alluminio.

Infine, un oggetto semplicissimo e quasi insostituibile: il cartone delle uova, inventato nel 1911 da Joseph Coyle.

Un tizio che ragionando istintivamente come farà Munari settant’anni dopo, cercò la soluzione “giusta” a un problema reale: la protezione delle uova che venivano continuamente rotte dentro i panieri da trasporto.

Il successivo cambiamento del materiale da costruzione dal cartone alla plastica, non ha modificato il presupposto di principio e di metodo del progetto, che era e resta la creazione di un contro guscio protettivo che si adatti alla forma del contenuto, proteggendolo.

Benché quel cambiamento abbia influito sui costi, sulle tecniche di produzione e, in tempi attuali, su un diverso smaltimento del rifiuto. Per quanto, in un’ottica di riciclo, sottolineerei come paradossalmente anche quel modello iniziale contenesse ante litteram il riutilizzo del prodotto. Come vidi fare, per esempio, a un gruppo di ragazzi grandi del mio quartiere – quand’ero appena tredicenne – che foderarono con i cartoni delle uova, come fossero dei pannelli anecoici, l’interno di un mezzo rudere di campagna usato come sala prove per il loro gruppo musicale.

In conclusione, i modelli che ho scelto, a mio avviso dimostrano un teorema molto caro a Munari: quanto sia molto più difficile togliere il superfluo a un oggetto, asciugandone la forma sino ai minimi termini, rispetto a quanto sia infinitamente più facile aggiungervi l’inutile e, volendo, il costoso. E in effetti la spilla da balia, la tanica, il cartone delle uova, il tappo a corona, la sedia da regista, nella loro variabile complessità (o semplicità) dell’idea di progetto, hanno comunque la caratteristica comune di non voler essere né più né meno di ciò che sono.

Un insieme dal “design giusto” che però, alla luce del tempo, travalica il semplice concetto di funzionalità. In linea, a mio parere, con l’idea di Munari che da cosa nasce cosa.

 

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