Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere

Milano, Torino, Bologna. Oltre gli scontri e la violenza, le voci dei ragazzi interrogano una società capace di connettere, ma non sempre di costruire relazioni e futuro

Prima delle vetrine infrante c’erano dei ragazzi.

Prima delle immagini degli scontri, delle cariche della polizia, dei negozi devastati, c’erano giovani che avevano deciso di uscire di casa e raggiungere una piazza. Alcuni per protestare contro il costo della vita, altri per esprimere una rabbia difficile da contenere, altri ancora, forse, semplicemente perché lì avrebbero incontrato qualcuno con cui condividere un’esperienza.

Non possiamo conoscere le motivazioni di ciascuno. E sarebbe profondamente sbagliato attribuire a tutti le responsabilità di chi ha scelto la violenza.

Ma quanto accaduto a Milano, Torino e Bologna il 17 ottobre 2026 ci consegna una domanda che rischia di rimanere sepolta sotto le macerie della cronaca.

Che cosa cercano quei ragazzi quando decidono di appartenere a una piazza?

E soprattutto: che cosa non hanno trovato altrove?

Le piazze e le domande rimaste senza risposta

Le manifestazioni contro il carovita, diffuse anche attraverso i social dalla mobilitazione «Italia in Piazza», hanno coinvolto migliaia di persone.

A Milano gli scontri più gravi, con danneggiamenti e saccheggi, hanno interessato il centro cittadino. A Torino alcuni organizzatori hanno tentato di contenere gruppi che assumevano comportamenti aggressivi. A Bologna si sono verificati violenti confronti con le forze dell’ordine nell’area della stazione.

Tra le persone fermate e arrestate figurano numerosi minorenni. È uno degli elementi che maggiormente interrogano, al di là della gravità delle singole azioni.

Le responsabilità individuali dovranno essere accertate dalla magistratura, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.

La risposta istituzionale si è concentrata sulla sicurezza e sull’accertamento delle responsabilità. Proteggere le persone, tutelare chi lavora e garantire il diritto a manifestare pacificamente sono compiti irrinunciabili.

Ma una società non può limitarsi a intervenire quando il disagio si trasforma in violenza. Dovrebbe anche domandarsi che cosa accade prima.

Le proteste nascevano da rivendicazioni riconoscibili: il carovita, le difficoltà economiche delle famiglie, le condizioni della scuola, i servizi pubblici, le prospettive di lavoro.

Non sappiamo quanto queste difficoltà abbiano inciso sui comportamenti dei singoli protagonisti degli scontri. Sappiamo però che le nuove generazioni crescono osservando il mondo degli adulti: ne ascoltano le preoccupazioni, ne percepiscono le contraddizioni, ne sperimentano le aspettative. E spesso devono trovare da sole il linguaggio per raccontare ciò che vivono.

Le voci dei ragazzi: essere ascoltati, trovare un posto

Ci sono testimonianze che aiutano ad andare oltre le immagini della violenza. Il 20 ottobre, il giornalista Youssef Taby ha raccolto per il Fatto Quotidiano le parole di alcuni giovani presenti nelle piazze milanesi.

Y. / 14 anniIl ragazzo, nato in Italia da una famiglia di origini egiziane, racconta di aver visto su TikTok i video delle convocazioni e di essersi avvicinato alla manifestazione anche per curiosità, per cambiare la routine quotidiana e condividere qualche video. Nel suo racconto emerge anche il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, insieme ad altri ragazzi. 

È una testimonianza, non la spiegazione di ciò che hanno vissuto tutti i partecipanti. Ma aiuta a comprendere che in una stessa piazza possono incontrarsi motivazioni economiche, desideri di partecipazione, curiosità e ricerca di riconoscimento.

Un’altra prospettiva arriva da Gaia, sedici anni, tra le organizzatrici milanesi di «Italia in Piazza», intervistata da Open il 21 ottobre.

Gaia / 16 anniGaia racconta come l’iniziativa abbia preso forma attraverso una comunità costruita sui social e come i giovani abbiano individuato rivendicazioni comuni: costo della vita, condizioni scolastiche, accesso alla sanità, stipendi e affitti. La giovane distingue la mobilitazione pacifica dalle violenze che hanno coinvolto altri gruppi. 

Le due testimonianze non raccontano la stessa esperienza, ma mostrano qualcosa che merita attenzione: la piazza può rappresentare contemporaneamente uno spazio di partecipazione civile e un luogo nel quale cercare riconoscimento.

Ridurre tutto alla violenza significherebbe cancellare questa complessità. Ignorare la violenza significherebbe, invece, non rispettare chi l’ha subita.

Il bisogno di appartenere non è un problema giovanile

L’appartenenza è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Non riguarda soltanto gli adolescenti. Attraversa tutte le età e accompagna la nostra esistenza.

Abbiamo bisogno di riconoscerci negli occhi di qualcuno, di sapere che la nostra presenza conta, che la nostra voce può essere ascoltata, che esiste un luogo nel quale non dobbiamo continuamente dimostrare di meritare attenzione.

Gli psicologi Roy Baumeister e Mark Leary, nello studio «The Need to Belong», pubblicato nel 1995 sulla rivista Psychological Bulletin, hanno esaminato il bisogno di costruire e mantenere relazioni interpersonali stabili, positive e significative come motivazione umana fondamentale.

Non basta stare fisicamente insieme. L’appartenenza richiede continuità, reciprocità e riconoscimento.

Una folla può offrire immediatamente sensazioni intense: la forza del numero, il riconoscersi in uno slogan, il muoversi insieme, il percepire una separazione tra un «noi» e un «loro».

Per un adolescente, soprattutto quando sta costruendo la propria identità, queste esperienze possono assumere un significato particolare. Ma sentirsi parte di una folla non significa necessariamente aver trovato un luogo nel quale essere conosciuti, accolti e accompagnati.

Si può essere insieme a migliaia di persone e continuare a sentirsi profondamente soli.

È questo il paradosso che merita di essere esplorato.

La rete ci connette. Ma chi ci riconosce?

Le convocazioni delle manifestazioni sono circolate attraverso piattaforme come TikTok. Un video, un messaggio condiviso, un invito a raggiungere una piazza possono oggi mobilitare persone che non si conoscono e che non appartengono ad alcuna organizzazione tradizionale.

Non è necessariamente un fenomeno negativo. La rete può ampliare la partecipazione, offrire voce a chi ne ha poca, consentire ai giovani di organizzarsi e promuovere iniziative sociali importanti.

Ma la facilità della connessione non garantisce la profondità della relazione.

La studiosa Sherry Turkle, nel libro «Alone Together», ha approfondito le contraddizioni tra connessione tecnologica e vita relazionale, interrogandosi su come la disponibilità continua di contatti possa convivere con esperienze di solitudine.

La questione non è contrapporre il mondo digitale a quello reale. Le relazioni che nascono online possono essere autentiche e profonde.

Il problema emerge quando la connessione viene scambiata per riconoscimento e quando la visibilità diventa il principale metro del valore personale.

Essere visualizzati non significa essere visti.

Ricevere una reazione non significa necessariamente essere ascoltati. Avere migliaia di contatti non equivale a possedere relazioni capaci di sostenerci nei momenti difficili.

In questo contesto, anche l’adesione a una mobilitazione può rispondere a bisogni differenti. C’è chi vuole cambiare una situazione ingiusta. Chi cerca uno spazio di espressione. Chi desidera condividere un’esperienza collettiva. E chi può lasciarsi trascinare da dinamiche di gruppo che finiscono per prevalere sulle intenzioni iniziali.

Non sono condizioni equivalenti e non devono essere confuse. Ma ci aiutano a comprendere perché una piazza possa diventare qualcosa di più di un luogo fisico. Può diventare uno spazio nel quale cercare un’identità.

Quando il gruppo diventa più importante della persona

La psicologia sociale ci ricorda che il comportamento individuale può modificarsi all’interno di un gruppo. Non perché le persone perdano inevitabilmente la capacità di scegliere, ma perché l’identità collettiva può influenzare ciò che viene percepito come accettabile, desiderabile o necessario.

Il bisogno di essere riconosciuti può portare ad assumere atteggiamenti che, individualmente, non avremmo scelto. La ricerca di approvazione può trasformarsi in conformismo. Il desiderio di partecipare può diventare paura di essere esclusi.

In alcune circostanze, il gruppo può persino attribuire un significato positivo a comportamenti distruttivi.

La psicologa e psicoanalista Laura Pigozzi, intervistata da Open il 20 ottobre, ha proposto di leggere parte delle violenze giovanili alla luce di un sentimento di impotenza. Distruggere può apparire, in questa interpretazione, un modo disfunzionale per sperimentare un potere che nella vita quotidiana si percepisce di non avere.

È una possibile chiave di lettura, non una diagnosi dei ragazzi coinvolti.

Questo non elimina la responsabilità personale. La violenza non diventa giustificabile perché viene commessa insieme ad altri.

Ma comprenderne i meccanismi significa riconoscere che l’educazione alla responsabilità non si costruisce soltanto attraverso divieti e sanzioni. Si costruisce anche offrendo esperienze nelle quali sia possibile appartenere senza dover rinunciare alla propria coscienza.

È questa la differenza tra un gruppo che ingloba e una comunità che accoglie. Il primo può chiedere di adeguarsi. La seconda dovrebbe permettere di esistere nella propria unicità.

Dove sono gli adulti?

Davanti alle immagini degli scontri, una delle reazioni più immediate è chiedersi dove fossero i genitori. È una domanda comprensibile, ma rischia di diventare una scorciatoia.

Le famiglie hanno responsabilità educative importanti. Tuttavia, nessuna famiglia educa da sola.

L’identità di un adolescente si costruisce attraversando ambienti differenti: la casa, la scuola, gli amici, lo sport, le associazioni, i quartieri e gli spazi digitali. Ognuno di questi luoghi può contribuire a creare appartenenza oppure alimentare esclusione.

Per questo la domanda dovrebbe essere più ampia.

Dove sono gli adulti capaci di ascoltare senza giudicare immediatamente? Dove sono gli spazi nei quali i ragazzi possono esprimere la propria rabbia senza essere abbandonati alla rabbia stessa? Dove possono sperimentare che il conflitto non deve necessariamente trasformarsi in distruzione?

E dove possono incontrare persone capaci di riconoscere le loro domande, anche quando vengono espresse in modo confuso, provocatorio o difficile?

Non si tratta di idealizzare i giovani né di attribuire agli adulti ogni responsabilità. Si tratta di riconoscere che l’educazione è una responsabilità condivisa.

E che una comunità educante non nasce per intervenire soltanto quando qualcosa si rompe. Dovrebbe esserci anche prima.

La differenza tra essere accolti ed essere utilizzati

C’è un rischio che merita particolare attenzione. Quando il bisogno di appartenenza non trova risposte significative, può diventare terreno fertile per chi offre identità semplici, contrapposizioni assolute e appartenenze costruite contro qualcuno.

Non significa che questo sia necessariamente accaduto nelle tre città. Servirebbero elementi specifici per sostenerlo.

Ma il meccanismo è conosciuto: sentirsi parte di un gruppo può diventare più importante delle finalità per le quali quel gruppo esiste.

L’appartenenza, allora, non viene costruita attorno a un progetto, ma attorno a un nemico. Non si sta insieme per realizzare qualcosa, ma per opporsi a qualcuno.

È una differenza che riguarda i movimenti sociali, ma anche le comunità, la politica, le organizzazioni e persino le relazioni quotidiane.

Una vera appartenenza non dovrebbe richiedere la rinuncia al pensiero critico. Dovrebbe invece rendere possibile il confronto, accogliere il dissenso, aiutare le persone a riconoscere la propria responsabilità.

Perché un gruppo che offre riconoscimento soltanto a condizione di obbedire non sta necessariamente costruendo una comunità. Può semplicemente sostituire una forma di solitudine con una nuova dipendenza.

Non basta condannare. Non basta comprendere.

Di fronte ai fatti di Milano, Torino e Bologna, condannare le violenze è necessario. Chi ha danneggiato, aggredito o saccheggiato deve rispondere delle proprie azioni secondo la legge, nel rispetto delle garanzie previste anche per i minorenni.

Ma sarebbe insufficiente pensare che la sola risposta repressiva possa affrontare tutte le questioni emerse. Dall’altra parte, comprendere il disagio non significa trasformarlo in una giustificazione.

Tra queste due posizioni esiste uno spazio educativo e sociale che merita di essere abitato. È lo spazio nel quale possiamo chiedere responsabilità senza rinunciare all’ascolto. Nel quale possiamo riconoscere la sofferenza senza negare il danno provocato agli altri. Nel quale possiamo intervenire sulle conseguenze e, contemporaneamente, cercare di comprenderne le condizioni.

Le piazze non raccontano soltanto ciò che alcuni giovani hanno fatto. Ci obbligano anche a interrogarci sulle opportunità di partecipazione che la società mette loro a disposizione. E su quanto siano realmente accessibili, credibili e significative.

Una società capace di connettere, ma sa ancora costruire comunità?

Forse è questa la domanda più profonda che attraversa gli avvenimenti di questi giorni. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare. Possiamo raggiungere chiunque, quasi ovunque, in qualsiasi momento.

Ma non sempre abbiamo sviluppato con la stessa attenzione la capacità di ascoltarci, di accompagnarci e di riconoscerci reciprocamente.

Non possiamo dedurre dagli scontri che un’intera generazione sia priva di relazioni. Sarebbe una generalizzazione ingiusta, soprattutto verso i moltissimi giovani che ogni giorno costruiscono esperienze positive di partecipazione, solidarietà e cittadinanza.

Proprio queste esperienze dovrebbero diventare parte del racconto. Le scuole che aprono spazi di confronto. Le associazioni che restituiscono protagonismo ai ragazzi. Gli educatori che attraversano i quartieri. Le comunità che non aspettano l’emergenza per incontrare i giovani.

Sono realtà spesso meno visibili di una vetrina infranta, ma altrettanto importanti per comprendere il Paese.

Milano, Torino e Bologna ci hanno mostrato immagini di violenza che non possiamo ignorare. Ma sarebbe una sconfitta del giornalismo, prima ancora che della politica, lasciare che quelle immagini occupassero tutto lo spazio della nostra attenzione.

Perché dietro ogni schermo c’è una persona. Dietro ogni appartenenza c’è una storia. E dietro ogni ragazzo, anche quando compie scelte sbagliate, esiste una possibilità di futuro che non possiamo smettere di interrogare.

La vera domanda non è soltanto perché alcuni ragazzi abbiano scelto di scendere in quelle piazze. È anche quali luoghi, relazioni e comunità siamo capaci di costruire affinché possano sentirsi parte della società senza dover gridare per essere riconosciuti.

Nota editoriale | Francesco Mazzarella

Quando guardo le immagini delle piazze di Milano, Torino e Bologna non riesco a fermarmi alle vetrine infrante.

Vedo la violenza, che non giustifico. Vedo la paura di chi si è trovato coinvolto, il lavoro delle forze dell’ordine, i commercianti che hanno subito danni.

Ma sento anche il bisogno di interrogarmi su ciò che quelle immagini non riescono a mostrarci.

Mi domando che cosa significhi, oggi, per un ragazzo, sentirsi parte di qualcosa. Dove trovi ascolto. Chi gli restituisca il valore della sua presenza. Quali adulti siano disposti a condividere con lui un pezzo di strada, anche quando diventa faticoso.

Da anni mi occupo di comunicazione e relazioni. E continuo a convincermi che il nostro problema non sia la mancanza di strumenti per comunicare, ma la difficoltà di trasformare la comunicazione in incontro.

Abbiamo imparato a essere raggiungibili. Molto meno, forse, a essere disponibili.

A mostrare ciò che facciamo. Non sempre a raccontare ciò che viviamo.

A cercare consenso. Non necessariamente a costruire fiducia.

Eppure nessuna persona cresce davvero soltanto perché qualcuno la segue su uno schermo.

Cresciamo quando qualcuno ci riconosce, quando possiamo sbagliare senza essere identificati per sempre con il nostro errore, quando incontriamo relazioni capaci di chiederci responsabilità senza negarci la possibilità di cambiare.

Non è una questione che riguarda soltanto i giovani. Riguarda tutti noi.

Perché una società nella quale le persone devono fare rumore per sentirsi viste è una società che deve interrogarsi sulla qualità del proprio ascolto.

E forse il compito più urgente non è insegnare ai ragazzi soltanto come stare insieme. È tornare, adulti e giovani, a costruire luoghi nei quali sia possibile appartenere senza smettere di essere sé stessi.

Francesco Mazzarella
Giornalista e facilitatore relazionale

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