Lettera per chi confonde le piazze. A mo’ di un giornale di bordo

Dalle assemblee degli anni Settanta alle mobilitazioni nate sui social, Pierfranco Bruni riflette sulla trasformazione della piazza: luogo della parola e del confronto, ma anche spazio in cui il dissenso può essere confuso con la violenza. Tra ricordi personali e richiami ad Arendt, Canetti, Pasolini e Debord, l’autore interroga il ruolo della scuola, delle famiglie e della politica. Al centro, l’invito a non omologare i giovani, a distinguere chi manifesta da chi distrugge e a coltivare un pensiero autonomo attraverso lo studio e le letture

 

Mi trovo dall’alba con le ombre ancora nel buio a sfogliare giornali di anni passati, anni Settanta, e libri di Giampaolo Pansa e Franco Ferrarotti insieme a Ronchey e Giorgio Bocca che scrivono appunto degli anni 1978 e oltre e prima.

Sono a casa, ottobre 2026. Poltrona. Braccio ancora fratturato. Ore quattro e trenta, luce in una nebbia di sigari fumati. Altre pile di libri nel corridoio. Sul tavolo invece aperti Canetti, Massa e potere, Debord, La società dello spettacolo, Pasolini, Scritti corsari, e Arendt, Vita activa. E anche Marcuse di un tempo finito ma non del tutto insieme ai libri di Scruton e di Eliade.

Rifletto avendo il quotidiano Avvenire aperto sulla pagina Agorà. Non vi dico l’articolo che leggo. Anzi sì. Un articolo su Eliade. Allora si può comprendere bene data e articolo. Ottimo Eliade e sempre preciso e utilissimo a conoscerlo profondamente.

Comunque. Penso alla piazza. Pensate. Riflettiamo un poco. Pensate un poco a come è fatta una piazza. Quattro angoli, almeno, la piazza quadrata. Da questi angoli possono uscire quattro cortei. Tre autorizzati e uno no. Ma giungono purtroppo tutti al centro.

Questa è l’architettura che mi interessa. Non la cronaca. L’architettura antropologica. Ci sono anche le piazze tonde e a forma triangolare. Quella di San Paolo era molto diversa. Vicina sempre all’Areopago dove pronunciò il famoso discorso del “Dio Sconosciuto” (1).

Dunque.
Veniamo al punto sintesi di tutto.

Tre cortei sono con richieste e proposte di ascolto e di confronto diretto con le forze politiche, con la società e anche con noi vecchi o anziani, come vogliono chiamarci, e va tutto bene. Sono la piazza come la intendeva Hannah Arendt: “spazio dell’apparire, dove la parola diventa azione” (2). Dove si sta insieme per dire qualcosa che da soli non si può dire. Polizia attenta dappertutto e vigile, anche a cavallo oltre che con i mezzi blindati, e droni che riprendono dall’alto. Confronto con la politica e, come sempre, c’è una politica che ascolta e una che fa finta di ascoltare.

Ci sono anche le belle piazze di de Chirico. Non le dimentico. Restano nei miei studi e nelle sue opere. Quelle metafisiche che amo più di tutte le altre. Eccomi nel vizio dell’intellettuale inorganico o eretico o completamente anticonformista.

Riprendo.

Poi c’è il quarto angolo.

Pensate a una piazza immensa, piena di grandi firme e negozi ricchi di tutto e con una libreria che è parte integrante di una catena di editoria specifica ma completa. Il quarto angolo sembra ancora muto ma le forze dell’ordine, sospettose, lo tengono sotto controllo e all’improvviso, come alieni terreni e volanti, spuntano come branchi gruppi di incappucciati in nero con spranghe e bastoni e cominciano a spezzare tutto e a menare duro e di brutto su tutto.

Qui finisce Arendt e comincia Canetti (3). Non più massa che si raccoglie, ma branco che si scatena. Canetti diceva che il branco ha bisogno di una preda e di una direzione. Qui la preda è la vetrina, la direzione è nessuna. È massa senza scopo, è potenza senza potere. È il capro espiatorio di cui parlava René Girard: si colpisce la cosa perché non si sa colpire il destino (4).

Le forze dell’ordine che fanno. I poliziotti si difendono con cariche e lancio di lacrimogeni, mentre oggi dei candelotti piovono dappertutto e qualcuno colpisce anche la luna ancora non avvistata in cielo. I branchi si sparpagliano e si infiltrano negli altri tre cortei autorizzati. La confusione è enorme. Non si comprende nulla. Si caricano a vicenda.

E no, non è come la contestazione dei miei anni Settanta in una Roma di fuoco quotidiano. Anche quelle erano rischiose, ma diverse da queste. Le nostre nascevano da assemblee dure e discusse, con contraddittorio, con verbali, con fatica della parola (5). Duravano ore. Si votava. Si perdeva. Queste nascono dai social che non hanno sguardi e contraddittorio, che non hanno corpo. Questa è la mutazione che Giampaolo Pansa aveva già intuito quando scriveva che il Sessantotto era finito in un intreccio tra memoria e rimozione e che il terrorismo aveva spezzato il filo tra generazione e storia (6). E Franco Ferrarotti ci ricordava che la piazza degli anni Settanta era ancora comunità di destino, non folla di occasione (7). Oggi è folla senza destino, come direbbe Alberoni, è folla senza forma, come direbbe Gustave Le Bon riletto da Scruton.

Debord lo aveva previsto: “Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” (8). La piazza di oggi è rappresentazione di piazza, non piazza. Roger Scruton ci ha insegnato che senza appartenenza e senza casa non c’è piazza che tenga, c’è solo spazio lacerato e desiderio di appartenenza tradito (9). E Mircea Eliade ci ricorda che senza centro sacro e senza rito la piazza diventa profana e si dissolve (10). Augusto Del Noce avrebbe aggiunto che senza tradizione la rivoluzione diventa conformismo rovesciato (11).

Comunque.
In piazza non si comprende più nulla. Un putiferio, scontri, vetrine rotte, rappresaglia. Persino nelle librerie scaraventano giù tutto ma non prendono alcun libro. Strano eppure sono studenti. Invece felpe, pantaloni, scarpe, sci. Sci. Ironia o sarcasmo il mio?

Io invece entravo nelle librerie per impossessarmi di qualche libro. A pensarci bene molti romanzi li mettevo sotto il maglione e l’eskimo in quegli anni universitari. A pensarci bene il romanzo “Eutanasia di un amore” di Giorgio Saviane l’ho preso, rubato, nel periodo in cui i magazzini La Standa vendevano libri e sotto gli occhi del commesso che ha fatto finta proprio di nulla e uscendo mi ha semplicemente detto: “Buona lettura e che sia utile”. Altri tempi. Era il 1974 1976. Avevo diciotto anni o vent’anni e rubare un libro era ancora un atto di fame culturale, non di rapina vera e propria ma era pur sempre un reato. Certo un gesto sempre da condannare rigorosamente e mai da consigliare assolutamente. Oggi si ruba la felpa perché il libro non serve più. Questa è la differenza antropologica che Pasolini chiamava mutazione che ora è diventata omologazione (12). E Francesco Alberoni la chiamava movimento senza istituzione, che muore in se stesso se non diventa comunità vera (13).

Nota di bordo.
Ore diciannove.
Fuori buio. Ho acceso la luce.
Il dolore al braccio si fa sentire. Prendo l’ennesimo Brufen.

Allora.

A parte questo pensiero, più che altro legato alla nostalgia e alla malinconia di un vecchio “zanzanuto”, come mi dice la mia Rebecca, ora ci sono le piazze di oggi. Alla fine non si capisce più niente. Persino manichini dappertutto come in un film surrealista.

Come finisce la faccenda. Non si sa. Con uno stucchevole discorso che bisogna capire e parlare con i giovani. Ma chi deve parlarci. Nelle scuole c’è una protezione al dialogo a mille tra docenti seri, e ce ne sono, e allievi e famiglie comprese problematiche. La scuola protegge se non fa ideologia. Custodisce e apre. Alcuni docenti seri non indottrinati lo fanno.
Le Università. Quando arrivano all’università sono già entrati in un’altra età. La fascia di chi contesta e spacca si è enormemente abbassata. Se si pensa che i leader sono ragazzi di dodici, tredici anni.
Insomma. Vogliamo essere realisti.

Certo, bisogna ascoltarli, i giovani. Quali. Quelli dei tre angoli della piazza o quello dell’ultimo angolo o tutti insieme. Se noi adulti, la politica, dobbiamo ascoltarli, vuol dire che la scuola è fallita nel suo obiettivo educativo, le famiglie anche. Da chi devono o dovrebbero essere ascoltati.
Dallo psicologo?

Qui è il nodo filosofico. Sennett diceva che la città è il luogo dove si impara a vivere con gli estranei (14). La piazza era il luogo dell’estraneo che diventa prossimo. Oggi è il luogo del prossimo che diventa estraneo, perché non c’è più il rito che media. Elias Canetti ancora: senza rito la massa diventa branco. Senza limite la libertà diventa furia (15). Alberto Ronchey lo aveva capito già nel millenovecentosettantasette quando parlava di fattore K e di acculturazione disgiunta (16). E Giorgio Bocca diceva che la piazza italiana è sempre stata teatro e insieme confessionale, e quando perde il confessionale resta solo il teatro (17). Nel teatro c’è anche l’improvvisazione e l’imprevedibile.

Ma dai…
Non bisogna strumentalizzare in nome della democrazia, così li detronizziamo. Li rendiamo a volte marionette. Molti lo sono eteroguidati. O mi sbaglio? Forse. Non voglio essere petulante. Ascoltiamo pure, tanto il terzo gruppo e gli infiltrati ascolteranno sempre altri, come era ai miei tempi.
Qui è il rischio maggiore e più pericoloso.

Resto qui, con la mia voce scomunicata che torna a cercare una casa, con il caffè freddo e il fumo del sigaro che invade la stanza nel silenzio e tra carte sparse e ritagli di giornali e di tempo.

Pensate con il Pensiero. Non con il pensare del pensiero degli altri. Pensate alle esigenze vere e concrete e non dite sempre non c’è futuro. Ormai spesso si parla di giovani senza futuro. Ma non sono le piazze invase a dare il futuro. Molti di questi giovani sanno guardare altro e oltre. Si informano. Leggono. Sanno parlare un italiano corretto. Molti hanno già idee precise e obiettivi precisi. Ne conosco tantissimi. Altri invece no. Non nascondiamoci dietro i profili bassi.

Non massifichiamo.
Non omologhiamo.
Non generalizziamo.

Guardiamo non solo ai giovani come disagio giovanile di un’età che tutti abbiamo vissuto. Per fare una semplice comparazione. Ai miei tempi alcuni hanno sposato la lotta armata. Tantissimi altri no. E qui mi fermo per non correre il rischio di essere visto come un vecchio bacucco che ripete le sue retoriche.

Mi rivolgo a loro.
Giovani nostri di una Generazione Z che non significa nulla quella Z anzi potrebbe significare anche una contraddizione.
Generazione Zero… Non voglio provocare ma a essere anche un po’ critici… e riflessivi.
Attenzione.
Pensiamo tutti con la nostra intelligenza e con il vero Pensiero che nasce dallo studio, dalle letture e soprattutto dal nostro Essere. Ma attenzione. C’è una differenza tra il 12 14 enne e il giovane che frequenta l’università. Sono due mondi. C’è una differenza tra i tre angoli della piazza e il quarto angolo. Qui dal discorso educativo e pedagogico si passa a ben altro.
Il resto lo vedremo vivendo se c’è concesso…

P.S. Riferimenti e circostanze sono puramente casuali e metafisici e fuori da indicazioni precise.

NOTE

(1) Atti degli Apostoli, 17, 22 31, discorso di Paolo all’Areopago di Atene, traduzione CEI 2008, “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annuncio”. Testo fondamentale per la categoria di piazza come luogo dell’annuncio e del confronto tra Logos e mito, tra parola che interroga e parola che si espone.
(2) Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, traduzione di Sergio Finzi, capitolo V, sull’azione come rivelazione dell’identità nello spazio pubblico.
(3) Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 1981, traduzione di Furio Jesi, sul branco e sulla muta di lacerazione.
(4) René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987, traduzione di Christine Diez e Federico Bovoli, sulla violenza mimetica e sulla vittima come fondamento del disordine collettivo.
(5) Differenza tra assemblea e assembramento, categoria pedagogica dell’autore. L’assemblea presuppone regola, parola, ascolto e voto. L’assembramento presuppone accumulo e esposizione.
(6) Giampaolo Pansa, Carte false, Rizzoli, Milano 1986, e Il sangue dei vinti, Sperling e Kupfer, Milano 2003, sulla fine della continuità generazionale tra Sessantotto e anni di piombo e sulla rimozione della memoria come categoria storiografica.
(7) Franco Ferrarotti, Vite di periferia, Mondadori, Milano 1991, e Manuale di sociologia, Laterza, Bari 1968, sul concetto di coesistenza come destino condiviso e non come occasione.
(8) Guy Debord, La società dello spettacolo, Buchet Chastel, Parigi 1967, traduzione italiana di Pasquale Stanziale, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2001, tesi 1.
(9) Roger Scruton, Dove siamo. La natura dell’appartenenza, Cortina, Milano 2020, traduzione di Maurizio Botturi, e Come essere conservatori, Ares, Milano 2018, sul concetto di oikophilia, amore per la casa comune, e sulla piazza come dimora civile.
(10) Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino 1984, traduzione di Edoardo Fadini, e Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, Torino 1984, capitolo sull’asse del mondo e sullo spazio sacro come centro che fonda.
(11) Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1978, e L’interpretazione transpolitica della storia contemporanea, Guida, Napoli 1982, sulla rivoluzione come tradimento della tradizione e come conformismo rovesciato.
(12) Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975, sulla mutazione antropologica degli italiani, dalla fame alla omologazione.
(13) Francesco Alberoni, Movimento e istituzione, Il Mulino, Bologna 1977, e Stato nascente, Il Mulino, Bologna 1968, sul movimento come solidarietà e sulla sua morte quando non genera istituzione.
(14) Richard Sennett, Il declino dell’uomo pubblico, Bompiani, Milano 1977, traduzione di Glauco Arneri, sulla città come apprendimento della convivenza con l’estraneo.
(15) Categoria del limite come fondamento pedagogico, tema centrale del libro. Il limite come condizione educativa, non come repressione. Riferimento a Romano Guardini e a Pierfranco Bruni, Il patto violato.
(16) Alberto Ronchey, Fattore K, Corriere della Sera, 30 marzo 1977, e Atlante ideologico, Garzanti, Milano 1973, sul divario tra modernizzazione tecnologica e arretratezza civile e culturale come chiave degli anni Settanta.
(17) Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari 1973, e Il provinciale, Mondadori, Milano 1962, e scritti su La Repubblica, anni Ottanta, sulla piazza italiana come teatro e confessionale laico.

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