Disinformazione, deepfake e responsabilità dei giornalisti al centro delle tre giornate promosse dall’UCSI ad Assisi, alla Scuola di giornalismo Giancarlo Zizola. Il sociologo dell’Università di Messina si confronta con il professore spagnolo Roberto Barbeito sulla crisi della democrazia e sul ruolo di un’informazione verificata
di Mimma Cucinotta
Assisi, 1 nov. 2026 – La verità è diventata una questione decisiva per la tenuta delle democrazie. Nell’ecosistema digitale, dove notizie, immagini e dichiarazioni circolano con una velocità senza precedenti, distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito è sempre più difficile. L’intelligenza artificiale amplia le possibilità di accesso alla conoscenza, ma rende anche più sofisticati gli strumenti della manipolazione. A essere messa alla prova non è soltanto l’affidabilità delle fonti, ma la capacità delle persone di orientarsi, comprendere e scegliere.
È da questa prospettiva che Francesco Pira, professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina, ha affrontato il tema ad Assisi, nell’ambito della Scuola di giornalismo Giancarlo Zizola 2026, una tre giorni ( 30 ottobre – 1 novembre 2026) promossa dall’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI ) presieduta da Vincenzo Varagona , dedicata a “Al servizio della Democrazia. Istruzioni per giornalisti liberi”. Sociologo e studioso dei processi comunicativi, originario di Licata (Agrigento) e consigliere nazionale UCSI, Pira ha tenuto il laboratorio “Le nuove narrazioni disintermediate. IA e social media tra disinformazione e verità nascoste“.
Nel corso della Scuola ha inoltre moderato il confronto con Roberto Barbeito, professore dell’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, dedicato alle trasformazioni della comunicazione e alle loro ricadute sulla vita democratica. Un’occasione per approfondire questioni che riguardano direttamente il futuro dell’informazione e la responsabilità di chi la produce.
A margine dell’incontro, ne abbiamo parlato con il sociologo Francesco Pira.
Professore, perché oggi il rapporto tra intelligenza artificiale, informazione e democrazia è diventato così urgente?
Perché stiamo vivendo una trasformazione profonda delle modalità con cui riceviamo, elaboriamo e condividiamo le informazioni. L’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie, ma introduce anche nuovi rischi. Non si tratta soltanto della possibilità di produrre contenuti falsi, ma del cambiamento delle condizioni nelle quali si forma la nostra percezione della realtà.
Il Future Risks Report 2026 di AXA-Ipsos restituisce un quadro significativo. La ricerca, condotta coinvolgendo 4.345 esperti in 62 Paesi e territori e 24 mila cittadini in 19 Paesi, rileva una crescente preoccupazione per l’aumento delle crisi. Tra i rischi indicati dagli esperti, l’intelligenza artificiale e i big data occupano il primo posto. Anche i cittadini mostrano una forte apprensione per queste trasformazioni.
È una questione che richiama le riflessioni di Ulrich Beck sulla società del rischio. Le innovazioni producono possibilità nuove, ma anche conseguenze che non sempre siamo in grado di prevedere e governare. Oggi la sfida consiste nel comprendere come utilizzare le tecnologie senza rinunciare alla responsabilità umana.
Lei richiama spesso il concetto di infosfera elaborato da Luciano Floridi. Che cosa cambia nel nostro rapporto con la verità quando viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni?
Il concetto di infosfera è fondamentale perché ci aiuta a comprendere che l’informazione non è qualcosa che semplicemente ci raggiunge dall’esterno. È diventata l’ambiente nel quale viviamo, lavoriamo, costruiamo relazioni e prendiamo decisioni.
Floridi ci invita a considerare che la verità fattuale, pur essendo indispensabile, non è sufficiente. Conta anche il modo in cui le informazioni vengono selezionate, ordinate, contestualizzate e presentate. Un fatto può essere autentico, ma una sua rappresentazione parziale o decontestualizzata può produrre una percezione distorta.
Il falso, inoltre, non compete soltanto sul terreno dei fatti. Spesso riesce a imporsi facendo leva sulle emozioni, sulle paure e sui pregiudizi. Occorre distinguere l’emozione dall’emotivismo. La prima può parlare al cuore e richiamare valori profondi; il secondo tende a sollecitare le reazioni più immediate, facendo leva sulla pancia delle persone.
Durante la sua relazione ad Assisi ha richiamato anche la trasformazione delle abitudini informative. Qual è oggi il rapporto tra cittadini, media tradizionali e piattaforme digitali?
La relazione con le notizie è profondamente cambiata, soprattutto tra i più giovani. I media tradizionali conservano livelli di fiducia superiori rispetto alle fonti online, ma questo non significa che siano ancora il principale punto di accesso all’informazione per tutte le fasce d’età.
Molti giovani incontrano le notizie mentre scorrono i contenuti sui social network. Spesso non cercano una testata, non entrano direttamente nel sito di un giornale e non seguono un percorso informativo stabile. La notizia arriva dentro un flusso di video, immagini, commenti e messaggi.
Anche i motori di ricerca stanno cambiando. Google, per esempio, non si limita più a proporre un elenco di collegamenti, ma offre risposte generate dall’intelligenza artificiale. Questo pone una questione importante per il giornalismo: se il lettore si ferma alla risposta elaborata dal sistema, quale spazio rimane per il lavoro delle redazioni, per la verifica delle fonti e per l’approfondimento?
Il rischio è che si indebolisca ulteriormente la mediazione professionale. Eppure proprio quella mediazione è necessaria per distinguere una notizia verificata da un contenuto semplicemente plausibile.
I giovani sono particolarmente esposti a questo cambiamento. Quali strumenti possono aiutarli a sviluppare uno sguardo critico?
Non dobbiamo limitarci a rimproverare i giovani perché utilizzano i social o perché si informano attraverso i video. Dobbiamo comprendere il loro linguaggio e accompagnarli verso un uso consapevole degli strumenti digitali.
La media literacy, cioè l’educazione ai media, deve diventare parte integrante della formazione. Occorre insegnare a riconoscere le fonti, verificare le informazioni, individuare i contenuti manipolati e comprendere il funzionamento degli algoritmi.
È importante cominciare presto, già nella scuola. In alcuni Paesi, come la Norvegia, l’educazione al giornalismo e alla lettura critica delle notizie viene affrontata anche con i bambini. È una strada da seguire. Non basta mettere a disposizione le tecnologie: bisogna fornire alle persone gli strumenti per comprenderle.
Nel suo lavoro di ricerca ha elaborato, insieme ad Andrea Altinier, l’Esagono delle Fake News. Quali sono i suoi elementi e perché è utile per comprendere la diffusione delle notizie false?
L’Esagono delle Fake News individua sei elementi che aiutano a comprendere la forza di diffusione dei contenuti falsi: appeal, viralità, velocità, crossmedialità, flusso e impatto.
L’appeal riguarda la capacità di un contenuto di attirare l’attenzione, facendo leva sulle emozioni e sui pregiudizi di conferma. La viralità è favorita da messaggi brevi, netti, coinvolgenti, che non lasciano spazio al dubbio. La velocità permette alla notizia falsa di circolare prima che quella corretta riesca a raggiungere il pubblico.
La crossmedialità descrive il passaggio dei contenuti da una piattaforma all’altra, con il rischio che vengano ripresi e rilanciati anche da chi dovrebbe verificarli. Il flusso è il rumore di fondo nel quale le informazioni si confondono e si moltiplicano. Infine, l’impatto riguarda gli effetti concreti sulla percezione delle persone, sui consumi, sulle scelte e persino sul voto.
È importante anche distinguere tra disinformazione e misinformazione. La prima presuppone la produzione e la diffusione intenzionale di contenuti falsi; la seconda riguarda la condivisione inconsapevole di informazioni errate. Le conseguenze possono essere entrambe gravi, ma le responsabilità sono differenti.
I deepfake – termine nato dall’unione di deep learning (apprendimento profondo) e fake (falso) per definire un falso digitale realizzato con l’intelligenza artificiale, così realistico da poter essere scambiato per vero – rappresentano forse una delle manifestazioni più insidiose dell’intelligenza artificiale generativa. Qual è il pericolo maggiore?
Il problema non riguarda più soltanto la possibilità di creare un video falso, una voce contraffatta o un’immagine mai esistita. Siamo entrati in una fase nella quale diventa sempre più difficile autenticare ciò che vediamo e ascoltiamo.
I deepfake possono essere utilizzati per far apparire vero ciò che è falso, ma anche per ottenere il risultato opposto: far credere che sia falso qualcosa che è realmente accaduto. È un passaggio particolarmente pericoloso. Se una persona può negare l’autenticità di un video vero sostenendo che sia stato generato artificialmente, viene messa in discussione la stessa possibilità di fare affidamento sulle prove.
Non dobbiamo pensare che esista uno strumento automatico in grado di risolvere ogni problema. La tecnologia può aiutare nell’individuazione delle manipolazioni, ma la verifica richiede competenze, fonti attendibili e un lavoro professionale. Per il giornalismo, la questione dell’autenticazione diventa centrale.
Ad Assisi ha moderato il confronto con Roberto Barbeito, dell’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid. Quali aspetti sono emersi dal dialogo sul caso spagnolo?
Il confronto con il professor Barbeito ha consentito di ampliare lo sguardo, mettendo in relazione esperienze e contesti diversi. La crisi dell’informazione e la trasformazione dello spazio pubblico non riguardano un singolo Paese. Sono fenomeni che attraversano le società europee e che interrogano direttamente la qualità della democrazia.
Il punto centrale è comprendere come le nuove forme di comunicazione incidano sulla partecipazione, sulla fiducia nelle istituzioni e sulla possibilità di costruire un confronto pubblico fondato su informazioni attendibili. Le piattaforme hanno ampliato le occasioni di espressione, ma la moltiplicazione delle voci non garantisce automaticamente una maggiore qualità del dibattito.
La democrazia ha bisogno di cittadini informati e di uno spazio pubblico nel quale le differenze possano confrontarsi senza che la manipolazione sostituisca l’argomentazione.
Nel suo intervento ha richiamato anche il problema della frattura sociale e della perdita di fiducia. Quanto pesa questo fenomeno sulla convivenza democratica?
Pesa moltissimo. Nel rapporto AXA-Ipsos emerge una percezione significativa della divisione sociale: il 63 per cento degli intervistati ritiene che il proprio Paese sia diviso, mentre soltanto una quota molto più ridotta lo considera unito da valori comuni.
Quando viene meno la fiducia, diventa più difficile riconoscere un terreno condiviso. Le persone finiscono per affidarsi a fonti che confermano le proprie convinzioni e possono allontanarsi progressivamente da chi ha opinioni differenti.
Anthony Giddens ha dedicato riflessioni importanti alla fiducia nei sistemi esperti. Nelle società contemporanee dipendiamo da conoscenze e competenze che non possiamo verificare direttamente in ogni momento. Per questo la credibilità delle istituzioni, degli esperti e dei professionisti dell’informazione è essenziale. Se viene meno, si indebolisce anche la possibilità di affrontare insieme i problemi collettivi.
L’intelligenza artificiale sta trasformando anche il mondo del lavoro. Quali cambiamenti dobbiamo aspettarci e quali responsabilità accompagnano questa transizione?
L’intelligenza artificiale sta modificando professioni, competenze e organizzazione del lavoro. Non possiamo limitarci a considerarla una minaccia o, al contrario, una soluzione capace di risolvere ogni problema. Dobbiamo interrogarci sulle conseguenze sociali della trasformazione e sulla distribuzione delle opportunità.
Il progresso tecnologico deve essere accompagnato da politiche di formazione e inclusione. Non possiamo accettare una società nella quale le nuove tecnologie producano ulteriori disuguaglianze, favorendo soltanto chi possiede già strumenti economici e culturali per utilizzarle.
L’intelligenza artificiale può offrire opportunità importanti anche alle persone con disabilità, agli studenti autistici e a chi ha difficoltà di accesso alla conoscenza. Ma perché questo accada servono investimenti, attenzione e responsabilità. La tecnologia deve contribuire ad allargare le possibilità delle persone, non a restringerle.
Quale responsabilità spetta oggi ai giornalisti? Come possono difendere la qualità dell’informazione in un sistema che impone aggiornamenti continui e premia la velocità?
Il giornalismo è sottoposto a una pressione enorme. Siamo immersi in un ciclo di aggiornamento continuo, nel quale sembra che ogni notizia debba essere pubblicata immediatamente. Ma il metodo “intanto pubblichiamo, poi si vede” è inaccettabile.
Il tempo della verifica non è tempo perso. È una condizione essenziale del lavoro giornalistico. Occorre recuperare il tempo del pensiero e della lettura approfondita, investire nelle inchieste, verificare le fonti e non cedere alla tentazione del sensazionalismo.
Anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle redazioni richiede regole chiare. Bisogna definire protocolli, dichiarare quando e come vengono utilizzati strumenti generativi e mantenere la responsabilità editoriale in capo ai professionisti. La trasparenza sui processi di produzione e verifica delle notizie è parte integrante della credibilità.
Serve inoltre una collaborazione più stretta tra giornalisti, ricercatori, educatori e associazioni professionali. La complessità dei fenomeni non può essere affrontata in solitudine.
Professore per chiudere questo spazio che ci ha riservato, perché sostiene che la verità è un bene comune?
Perché la verità non riguarda soltanto il rapporto individuale con le informazioni. Riguarda la possibilità di vivere insieme, di prendere decisioni consapevoli e di partecipare alla vita democratica. Quando la realtà viene manipolata sistematicamente, si indebolisce la fiducia e diventa più difficile costruire un confronto.
Non dobbiamo idealizzare il passato. Anche il giornalismo tradizionale ha avuto limiti, errori e omissioni. Ma non dobbiamo neppure sottovalutare ciò che oggi è in gioco. La crisi della verità non nasce dalla mancanza di informazioni, bensì dalla trasformazione delle condizioni in cui esse vengono prodotte, diffuse e ricevute.
Non dobbiamo preoccuparci soltanto della sopravvivenza del giornalismo. Dobbiamo comprendere che oggi i giornalisti sono fondamentali per la convivenza democratica. Il loro compito è verificare, approfondire, ricostruire i fatti e offrire ai cittadini gli strumenti per orientarsi.
La verità è un bene comune perché nessuna società può dirsi libera se i suoi cittadini non hanno la possibilità di conoscere i fatti e di formarsi un giudizio. È una responsabilità che riguarda i professionisti dell’informazione, ma anche le piattaforme, le istituzioni, le scuole e ciascuno di noi.
La Scuola di giornalismo UCSI di Assisi ha offerto, attraverso gli incontri e i laboratori, un’occasione di riflessione su queste responsabilità.
Un percorso promosso dall’Unione cattolica stampa italiana (UCSI), guidata dal presidente nazionale Vincenzo Varagona, con il contributo della vicepresidente Maria Luisa Sgobba e del vicepresidente Domenico Interdonato. Al centro, la necessità di un giornalismo libero, competente e consapevole del proprio ruolo nella società.
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