In Italia la corsa ai data center passa tra ex fabbriche, campi e valutazioni ambientali
Dalle ex fabbriche ai terreni agricoli: il boom dei data center cambia la geografia degli investimenti e delle decisioni ambientali. Un decreto negativo a Vittuone, i progetti di Rho e Pregnana e i nuovi dati ISPRA raccontano ciò che si nasconde dietro la parola «cloud»
A Vittuone, nella cintura occidentale di Milano, il futuro digitale avrebbe avuto due indirizzi: uno dentro il perimetro di una fabbrica dismessa, l’altro su un terreno agricolo. Il progetto non ha ottenuto il via libera ambientale. Ed è proprio quella decisione a raccontare una domanda che riguarda tutta l’Italia: quando una nuova infrastruttura digitale arriva sul territorio, che cosa occupa davvero?
Nel primo capitolo di questa inchiesta siamo partiti da Muhos, in Finlandia, dove centinaia di ettari di bosco sono stati disboscati per preparare un grande data center. Ora attraversiamo il confine e guardiamo all’Italia. Qui il problema non si misura soltanto in alberi abbattuti: si presenta come una successione di scelte urbanistiche, terreni già compromessi, aree agricole, nuove connessioni elettriche e comunità chiamate a convivere con strutture molto grandi.
Non tutti i centri dati ospitano sistemi di intelligenza artificiale. Sono infrastrutture utilizzate anche per servizi cloud, archivi, commercio, pubbliche amministrazioni e reti digitali. Ma la crescita dell’AI è una delle forze che sta alimentando la richiesta di capacità di calcolo. Per questo il loro impatto materiale appartiene, a pieno titolo, all’inchiesta sul costo ambientale dell’intelligenza artificiale.
Il problema non è decidere se avere o no un futuro digitale. È capire dove lo costruiremo, a quale prezzo e con quali verifiche.
Nel 2025 l’Italia ha trasformato 102 chilometri quadrati di territorio
Il dato più recente è arrivato il 27 ottobre 2026 con il rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Nel 2025 in Italia sono stati trasformati in nuove superfici artificiali 102,4 chilometri quadrati di territorio: oltre 10.200 ettari, in crescita del 22,4% rispetto al 2024. Considerando i ripristini, il consumo netto è stato di circa 95 chilometri quadrati.
Edifici, strade, piazzali e altre superfici artificiali coprono complessivamente 21.644 chilometri quadrati, il 7,19% del territorio nazionale. La Lombardia raggiunge il 12,27%, una delle percentuali più elevate d’Italia. In termini di nuova superficie trasformata nel solo 2025, però, è la Sicilia a registrare l’incremento maggiore: oltre 1.600 ettari. Questi numeri descrivono il consumo di suolo complessivo: non sono ettari attribuibili ai soli data center.
La distinzione è decisiva. Un’inchiesta che sommasse ogni perdita di suolo nazionale ai progetti digitali produrrebbe un’accusa impressionante, ma sbagliata. La responsabilità giornalistica comincia dal separare fenomeni che si intrecciano senza coincidere.
Lo stesso rapporto ISPRA introduce però un altro dato, spesso meno raccontato: oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici potenzialmente recuperabili attraverso interventi di riqualificazione e ripristino. Non significa che tutte siano disponibili o adatte a ospitare data center: occorre verificarne proprietà, bonifiche, vincoli e accessibilità alla rete elettrica. Ma la mappatura rende più concreta la domanda sulle alternative: prima di occupare nuovo suolo, abbiamo studiato fino in fondo ciò che è già stato trasformato?
Centonove gigawatt richiesti non significano centonove gigawatt costruiti
Il portale Econnextion di Terna registra le domande di allacciamento alla rete di trasmissione elettrica. Una rielaborazione dei dati al 30 settembre 2026 conta 586 pratiche per data center, pari a 109 gigawatt di potenza richiesta. Quasi la metà della potenza è riferita alla Lombardia: 49,3 gigawatt. Anche altre regioni, dal Piemonte al Lazio fino alla Sicilia, compaiono nella mappa delle richieste.
Ma una domanda di connessione non è un edificio autorizzato, non è una centrale elettrica in funzione e nemmeno una previsione affidabile dei futuri consumi. La stessa ricostruzione dei dati mostra che, in quella fotografia, soltanto 16 pratiche per 1,9 gigawatt erano nella fase più avanzata denominata «STMD/Contratti». Anche questo stato non equivale, da solo, all’avvenuto completamento di tutti i permessi ambientali o edilizi.
Le domande possono cambiare, sovrapporsi o non arrivare a costruzione. Sono un indicatore della pressione commerciale e infrastrutturale, non la misura dei server realmente accesi. Chiamare «consumo» una potenza richiesta sarebbe confondere due grandezze diverse.
Vittuone: l’ex fabbrica, il campo e il decreto negativo
Il caso più concreto si trova a Vittuone. Il progetto «Campus DATA4 (MIL02)», proposto da Data 4 Lombardia S.p.A., riguardava un’area complessiva di circa 7,72 ettari, secondo il parere depositato dal Comune di Vanzago nel procedimento ambientale. Il piano era articolato in due fasi, con altrettanti edifici destinati ai server. Secondo la ricostruzione del quotidiano Il Giorno del 16 ottobre, il primo lotto insisteva sull’area delle ex Ceramiche Bardelli, il secondo su terreno agricolo adiacente.
La documentazione comunale ricostruisce una richiesta di connessione da 100 megawatt, 40 gruppi elettrogeni d’emergenza a gasolio nell’assetto finale e circa 7,3 chilometri di cavi interrati destinati alla nuova stazione elettrica. Sono caratteristiche progettuali, non impianti oggi in funzione.
Il 9 ottobre 2026 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, di concerto con il Ministero della Cultura, ha concluso la Valutazione di impatto ambientale con esito negativo: decreto DM_2026-0000622. Il registro ufficiale del MASE riporta data, numero ed esito negativo del decreto; il provvedimento riguarda quel progetto e quella procedura e non costituisce un divieto generale di costruire data center in Italia.
Il percorso dei pareri richiede una precisazione: a gennaio il Comune di Vanzago aveva espresso un parere favorevole condizionato ad alcune prescrizioni, soprattutto per il cavidotto e per opere compensative. Il successivo giudizio ministeriale di compatibilità ambientale, invece, è stato negativo. Nel comunicare l’esito, lo stesso Comune ha richiamato criticità ambientali e sanitarie emerse nell’istruttoria, con particolare attenzione alla valutazione cumulativa degli impatti in una zona dove più infrastrutture sono previste o già presenti. Non significa che siano stati accertati danni sanitari causati dal centro dati, che non è stato realizzato. Significa che la documentazione non ha consentito un giudizio favorevole di compatibilità ambientale.
Qui si incontra una prima lezione: recuperare una parte di area industriale non basta, da solo, a rendere sostenibile l’intero intervento. Bisogna considerare anche l’eventuale espansione sui campi, i generatori di emergenza, le linee elettriche, le emissioni, il rumore e ciò che accade quando più progetti si concentrano nello stesso territorio.
Rho: una fabbrica dismessa può diventare infrastruttura digitale
A pochi chilometri di distanza c’è un caso diverso. A Rho, nell’area degli ex stabilimenti Nilit e Radici di via Moscova, il Comune ha adottato il 6 agosto 2026 un piano attuativo per un data center proposto da Goodman Olimpia Logistics. Nella comunicazione comunale sono indicati 25.000 metri quadrati di superficie edificabile massima, un’altezza fino a 18 metri, 90 megawatt di potenza di connessione richiesta e 32 generatori di emergenza.
Il Comune presenta la riqualificazione di uno stabilimento abbandonato come un’opportunità e segnala circa 5,6 milioni di euro di entrate previste legate all’intervento, da destinare a servizi e interventi pubblici. Almeno un terzo, secondo il piano annunciato, avrebbe finalità ecologico-ambientali. Sono importi e destinazioni previsti dall’amministrazione, non risultati già ottenuti né una prova automatica di compensazione degli impatti.
L’adozione urbanistica non coincide con l’autorizzazione finale. Il Comune ha pubblicato gli elaborati, prorogato al 12 ottobre il termine delle osservazioni e organizzato un incontro pubblico. La compatibilità ambientale dovrà essere valutata nelle procedure competenti. È un confronto utile perché mostra come l’alternativa fra suolo agricolo e area dismessa possa diventare una scelta concreta, ma anche come il riuso richieda verifiche ambientali specifiche.
Pregnana e Vanzago: l’impatto non finisce al confine comunale
La pressione non si ferma a un solo cantiere. Il 5 ottobre il Comune di Vanzago ha pubblicato una ricognizione dei progetti nei comuni vicini. Nell’area ex GEFCO/Citroën di Pregnana Milanese è previsto un data center con 150 megawatt di potenza elettrica di progetto. Il piano attuativo è stato approvato a luglio, mentre la valutazione ambientale costituisce una fase ulteriore. Nell’area ex IVECO un altro progetto indica 90 megawatt; l’esclusione dalla Valutazione ambientale strategica del piano non equivale, automaticamente, a un’autorizzazione finale di ogni impianto e opera connessa.
Per Vanzago, che non ospita direttamente questi data center, la questione riguarda la vicinanza delle case, gli elettrodotti, il rumore, il calore e le emissioni dei gruppi di emergenza. Il Comune solleva inoltre la necessità di guardare all’effetto combinato dei progetti: ciò che appare limitato in una singola relazione tecnica può assumere un altro peso quando più complessi arrivano nello stesso bacino territoriale.
Non tutte le preoccupazioni delle amministrazioni sono danni accertati. Sono questioni da verificare nelle procedure, con studi e contraddittorio. Ma anche ignorarle sarebbe una scelta. L’ambiente non riconosce i confini amministrativi disegnati sulle mappe.
Una legge lombarda indica le aree dismesse come priorità
La legge regionale lombarda 11 del 3 giugno 2026 stabilisce tra le priorità insediative le aree di rigenerazione, dismesse, degradate o sottoutilizzate. Due deliberazioni regionali del 3 agosto 2026 (n. 6645 e 6646) hanno poi precisato criteri energetico-ambientali e indirizzi per i procedimenti autorizzatori. Richiama la salvaguardia delle risorse idriche, la riduzione del consumo di suolo, la biodiversità, il paesaggio, l’efficienza energetica e la possibilità di recuperare il calore disperso. Si tratta di criteri e strumenti amministrativi da applicare ai singoli procedimenti, non di un’automatica certificazione di sostenibilità.
Le linee guida ministeriali, riprese da Regione Lombardia, sono altrettanto chiare nell’impostazione: una valutazione ambientale deve considerare l’insieme del progetto, non soltanto le emissioni degli impianti di riserva. Suolo, paesaggio, biodiversità, acqua, salute e infrastrutture necessarie fanno parte dello stesso quadro.
Il punto, allora, non è contrapporre la trasformazione tecnologica alla tutela del territorio come fossero due interessi inconciliabili. È chiedere se le alternative siano state davvero valutate prima di incidere sul paesaggio e se le compensazioni siano misurabili, verificabili e proporzionate.
Le domande a cui ogni progetto dovrebbe rispondere
Da questa prima ricognizione italiana emergono almeno cinque verifiche da portare avanti, comune per comune. Dove si costruisce: su terreno già impermeabilizzato o su nuova superficie agricola? Quali alternative di localizzazione sono state confrontate? Quanta elettricità è richiesta e quali opere aggiuntive servono per collegare l’impianto? Come vengono valutati acqua, calore, rumore, generatori di emergenza e impatti cumulativi? E infine: chi verifica, dopo la costruzione, che gli impegni ambientali vengano davvero rispettati?
Non sono domande ostili alla tecnologia. Sono le stesse domande che aiutano a riconoscere un investimento responsabile e a distinguerlo da una promessa non sufficientemente documentata. Permettono anche alle comunità di discutere su atti e dati, invece che su paure o slogan.
La nuvola, quando atterra, incontra una comunità
Un centro dati può portare investimenti, riutilizzare superfici abbandonate e ospitare servizi utili. Può anche chiedere nuove infrastrutture, modificare il paesaggio e produrre pressioni ambientali da prevenire e controllare. Le due cose non si escludono a priori. Vanno misurate caso per caso.
Il decreto di Vittuone dimostra che il procedimento di valutazione può arrivare a dire «no». Il progetto di Rho mostra che esistono strade di riuso industriale, da esaminare comunque con attenzione. Le osservazioni di Vanzago ricordano che chi vive accanto a un’infrastruttura ne condivide gli effetti anche senza ospitarla nei propri confini.
Un futuro digitale non diventa sostenibile soltanto perché è nuovo. Lo diventa quando è capace di rendere conto delle sue conseguenze.
La domanda, alla fine, torna al nostro schermo. Quando chiediamo all’intelligenza artificiale di scrivere, calcolare, tradurre o creare, vediamo la risposta. Ma dietro quella risposta esistono luoghi abitati, paesaggi, scelte pubbliche e private. Sono persone e territori che meritano di essere presenti nel racconto di ciò che chiamiamo progresso.
Nota editoriale — Francesco Mazzarella
Ci siamo abituati a discutere del futuro dell’intelligenza artificiale come se la questione principale fosse capire fin dove arriveranno le macchine. È una domanda importante, ma rischia di farci dimenticare il presente.
Il presente è fatto anche di un campo che potrebbe non essere più coltivato, di uno stabilimento che può tornare a vivere, di un’amministrazione che deve decidere, di una persona che vorrebbe conoscere le conseguenze prima di scoprirle dalla finestra di casa.
Questa inchiesta non nasce per chiedere di fermare ogni innovazione. Nasce dalla convinzione che il progresso abbia bisogno di responsabilità, di trasparenza e di comunità che possano comprendere e partecipare. Se vogliamo che l’intelligenza artificiale sia davvero al servizio delle persone, non possiamo cominciare dimenticando la terra su cui poggia.
Fonti e documenti per verificare
Documentazione pubblica esaminata fino al 6 novembre 2026. Gli stati dei progetti possono cambiare: le date indicate si riferiscono agli atti citati, non certificano l’assenza di atti successivi.
- ISPRA, comunicato e risultati del rapporto Consumo di suolo 2026 (27 ottobre 2026).
- SNPA, rapporto integrale, indicatori e dati regionali 2025.
- Ariadne Labs / MitOS, elaborazione dei dati Terna sulle richieste di connessione (dati al 30 settembre 2026).
- MASE, fascicolo VIA «Campus DATA4 (MIL02) Vittuone», ID 13551; decreto DM_2026-0000622, esito negativo del 9 ottobre 2026.
- Comune di Vanzago, parere nel procedimento VIA Vittuone (7 gennaio 2026, PDF).
- Comune di Vanzago, comunicazione dell’esito negativo (27 ottobre 2026).
- Comune di Rho, deposito e osservazioni sul piano ATU 4 (22 settembre 2026), con il comunicato del 6 agosto 2026.
- Comune di Vanzago, stato dei progetti di Pregnana e criticità territoriali (5 ottobre 2026).
- Comune di Pregnana Milanese, pianificazione e atti pubblici.
- Regione Lombardia, legge 3 giugno 2026 n. 11 e delibere attuative e linee guida sulle valutazioni ambientali dei data center.
Metodo: sono separati i dati statistici nazionali, le pratiche di connessione, gli interventi solo progettati, gli atti urbanistici e i giudizi ambientali. Le osservazioni delle amministrazioni sono attribuite e non presentate come danni accertati. Il reportage non comprende sopralluoghi né interviste dirette agli operatori; eventuali dichiarazioni o documenti nuovi potranno aggiornare la ricostruzione.
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