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	<title>Francesco Mazzarella, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>La terra sotto i server</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Nov 2026 13:23:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[INCHIESTA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1674" height="940" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore.jpg 1674w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-300x168.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-1024x575.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-768x431.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-1170x657.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-585x328.jpg 585w" sizes="(max-width: 1674px) 100vw, 1674px" /></p>
<p>In Italia la corsa ai data center passa tra ex fabbriche, campi e valutazioni ambientali Dalle ex fabbriche ai terreni agricoli: il boom dei data center cambia la geografia degli&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1674" height="940" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore.jpg 1674w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-300x168.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-1024x575.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-768x431.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-1170x657.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola_senza_autore-585x328.jpg 585w" sizes="(max-width: 1674px) 100vw, 1674px" /></p><p><em>In Italia la corsa ai data center passa tra ex fabbriche, campi e valutazioni ambientali<br />
</em></p>
<p><em>Dalle ex fabbriche ai terreni agricoli: il boom dei data center cambia la geografia degli investimenti e delle decisioni ambientali. Un decreto negativo a Vittuone, i progetti di Rho e Pregnana e i nuovi dati ISPRA raccontano ciò che si nasconde dietro la parola «cloud»<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="fm-opening">A Vittuone, nella cintura occidentale di Milano, il futuro digitale avrebbe avuto due indirizzi: uno dentro il perimetro di una fabbrica dismessa, l’altro su un terreno agricolo. Il progetto non ha ottenuto il via libera ambientale. Ed è proprio quella decisione a raccontare una domanda che riguarda tutta l’Italia: quando una nuova infrastruttura digitale arriva sul territorio, che cosa occupa davvero?</p>
<p>Nel <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/31/la-foresta-che-scompare/">primo capitolo di questa inchiesta </a>siamo partiti da Muhos, in Finlandia, dove centinaia di ettari di bosco sono stati disboscati per preparare un grande data center. Ora attraversiamo il confine e guardiamo all’Italia. Qui il problema non si misura soltanto in alberi abbattuti: si presenta come una successione di scelte urbanistiche, terreni già compromessi, aree agricole, nuove connessioni elettriche e comunità chiamate a convivere con strutture molto grandi.</p>
<p>Non tutti i centri dati ospitano sistemi di intelligenza artificiale. Sono infrastrutture utilizzate anche per servizi cloud, archivi, commercio, pubbliche amministrazioni e reti digitali. Ma la crescita dell’AI è una delle forze che sta alimentando la richiesta di capacità di calcolo. Per questo il loro impatto materiale appartiene, a pieno titolo, all’inchiesta sul costo ambientale dell’intelligenza artificiale.</p>
<blockquote><p>Il problema non è decidere se avere o no un futuro digitale. È capire dove lo costruiremo, a quale prezzo e con quali verifiche.</p></blockquote>
<h2>Nel 2025 l’Italia ha trasformato 102 chilometri quadrati di territorio</h2>
<p>Il dato più recente è arrivato il <strong>27 ottobre 2026</strong> con il rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Nel 2025 in Italia sono stati trasformati in nuove superfici artificiali <strong>102,4 chilometri quadrati</strong> di territorio: oltre <strong>10.200 ettari</strong>, in crescita del 22,4% rispetto al 2024. Considerando i ripristini, il <strong>consumo netto è stato di circa 95 chilometri quadrati</strong>.</p>
<p>Edifici, strade, piazzali e altre superfici artificiali coprono complessivamente <strong>21.644 chilometri quadrati</strong>, il 7,19% del territorio nazionale. La Lombardia raggiunge il 12,27%, una delle percentuali più elevate d’Italia. In termini di nuova superficie trasformata nel solo 2025, però, è la Sicilia a registrare l’incremento maggiore: oltre 1.600 ettari. Questi numeri descrivono il consumo di suolo complessivo: <strong>non sono ettari attribuibili ai soli data center</strong>.</p>
<p>La distinzione è decisiva. Un’inchiesta che sommasse ogni perdita di suolo nazionale ai progetti digitali produrrebbe un’accusa impressionante, ma sbagliata. La responsabilità giornalistica comincia dal separare fenomeni che si intrecciano senza coincidere.</p>
<p>Lo stesso rapporto ISPRA introduce però un altro dato, spesso meno raccontato: <strong>oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici potenzialmente recuperabili</strong> attraverso interventi di riqualificazione e ripristino. Non significa che tutte siano disponibili o adatte a ospitare data center: occorre verificarne proprietà, bonifiche, vincoli e accessibilità alla rete elettrica. Ma la mappatura rende più concreta la domanda sulle alternative: <strong>prima di occupare nuovo suolo, abbiamo studiato fino in fondo ciò che è già stato trasformato?</strong></p>
<aside class="fm-prova" aria-label="VERIFICA: I dati ISPRA 2026">
<div class="fm-prova-categoria">VERIFICA I DATI</div>
<h3>Il rapporto ISPRA pubblicato il 27 ottobre</h3>
<p>Il comunicato riporta superfici trasformate, saldo netto, dati regionali. Il rapporto integrale e le banche dati permettono di controllare le grandezze e i territori.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2026-1/consumo-di-suolo-in-italia-oltre-2-100-km2-di-opportunita-per-ridurre-il-fenomeno" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ ISPRA — dati e definizioni</a><a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/report-snpa/consumo-di-suolo-ecosistemi-urbani-e-stato-del-territorio-edizione-2026/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ SNPA — rapporto e dati scaricabili</a></div>
</aside>
<h2>Centonove gigawatt richiesti non significano centonove gigawatt costruiti</h2>
<p>Il portale <em>Econnextion</em> di Terna registra le domande di allacciamento alla rete di trasmissione elettrica. Una rielaborazione dei dati al <strong>30 settembre 2026</strong> conta <strong>586 pratiche per data center, pari a 109 gigawatt di potenza richiesta</strong>. Quasi la metà della potenza è riferita alla Lombardia: <strong>49,3 gigawatt</strong>. Anche altre regioni, dal Piemonte al Lazio fino alla Sicilia, compaiono nella mappa delle richieste.</p>
<p>Ma una domanda di connessione non è un edificio autorizzato, non è una centrale elettrica in funzione e nemmeno una previsione affidabile dei futuri consumi. La stessa ricostruzione dei dati mostra che, in quella fotografia, soltanto <strong>16 pratiche per 1,9 gigawatt</strong> erano nella fase più avanzata denominata «STMD/Contratti». Anche questo stato non equivale, da solo, all’avvenuto completamento di tutti i permessi ambientali o edilizi.</p>
<p>Le domande possono cambiare, sovrapporsi o non arrivare a costruzione. Sono un indicatore della pressione commerciale e infrastrutturale, non la misura dei server realmente accesi. Chiamare «consumo» una potenza richiesta sarebbe confondere due grandezze diverse.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="LEGGI I NUMERI: Terna">
<div class="fm-prova-categoria">LEGGI I NUMERI</div>
<h3>Richieste di connessione, non impianti realizzati</h3>
<p>Dati Terna al 30 settembre 2026, ripartiti per area e per fase della pratica nella ricostruzione MitOS/Ariadne Labs. Il collegamento alla fonte indica anche come sono stati ottenuti.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://ariadnelabs.eu/it/guide/connessioni-terna-in-numeri.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Tabelle e metodologia</a><a href="https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/rete/econnextion" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Terna — Econnextion</a></div>
</aside>
<h2>Vittuone: l’ex fabbrica, il campo e il decreto negativo</h2>
<p>Il caso più concreto si trova a <strong>Vittuone</strong>. Il progetto «Campus DATA4 (MIL02)», proposto da <strong>Data 4 Lombardia S.p.A.</strong>, riguardava un’area complessiva di circa <strong>7,72 ettari</strong>, secondo il parere depositato dal Comune di Vanzago nel procedimento ambientale. Il piano era articolato in due fasi, con altrettanti edifici destinati ai server. Secondo la <a href="https://www.ilgiorno.it/legnano/cronaca/data-center-vittuone-p7xmuk9q" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ricostruzione del quotidiano Il Giorno del 16 ottobre</a>, il primo lotto insisteva sull’area delle ex Ceramiche Bardelli, il secondo su terreno agricolo adiacente.</p>
<p>La documentazione comunale ricostruisce una <strong>richiesta di connessione da 100 megawatt</strong>, <strong>40 gruppi elettrogeni d’emergenza a gasolio</strong> nell’assetto finale e circa <strong>7,3 chilometri di cavi interrati</strong> destinati alla nuova stazione elettrica. Sono caratteristiche progettuali, non impianti oggi in funzione.</p>
<p>Il <strong>9 ottobre 2026</strong> il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, di concerto con il Ministero della Cultura, ha concluso la Valutazione di impatto ambientale con <strong>esito negativo</strong>: decreto <strong>DM_2026-0000622</strong>. Il <a href="https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/11520" target="_blank" rel="noopener noreferrer">registro ufficiale del MASE</a> riporta data, numero ed esito negativo del decreto; il provvedimento riguarda quel progetto e quella procedura e non costituisce un divieto generale di costruire data center in Italia.</p>
<p>Il percorso dei pareri richiede una precisazione: <strong>a gennaio il Comune di Vanzago aveva espresso un parere favorevole condizionato</strong> ad alcune prescrizioni, soprattutto per il cavidotto e per opere compensative. Il successivo giudizio ministeriale di compatibilità ambientale, invece, è stato negativo. Nel comunicare l’esito, lo stesso Comune ha richiamato criticità ambientali e sanitarie emerse nell’istruttoria, con particolare attenzione alla <strong>valutazione cumulativa</strong> degli impatti in una zona dove più infrastrutture sono previste o già presenti. Non significa che siano stati accertati danni sanitari causati dal centro dati, che non è stato realizzato. Significa che la documentazione non ha consentito un giudizio favorevole di compatibilità ambientale.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="DOCUMENTI ORIGINALI: Vittuone">
<div class="fm-prova-categoria">DOCUMENTI ORIGINALI</div>
<h3>Vittuone, il progetto e il diniego</h3>
<p>Si possono consultare il fascicolo ministeriale, il numero del decreto, le osservazioni del Comune e la ricostruzione tecnica di potenza, gruppi elettrogeni e opere di connessione.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Info/11520" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Esito e date nel registro MASE — ID 13551</a> <a href="https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/11520/17425" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Fascicolo documentale</a><a href="https://comune.vanzago.mi.it/datacenter-vittuone-parere-negativo-in-via/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Comune di Vanzago — esito della VIA</a><a href="https://comune.vanzago.mi.it/wp-content/uploads/2026/03/MASE-2026-00000991-Datacenter-Vittuone-Parere-Vanzago.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Parere comunale e caratteristiche del progetto (PDF)</a></div>
</aside>
<p>Qui si incontra una prima lezione: recuperare una parte di area industriale non basta, da solo, a rendere sostenibile l’intero intervento. Bisogna considerare <em>anche</em> l’eventuale espansione sui campi, i generatori di emergenza, le linee elettriche, le emissioni, il rumore e ciò che accade quando più progetti si concentrano nello stesso territorio.</p>
<h2>Rho: una fabbrica dismessa può diventare infrastruttura digitale</h2>
<p>A pochi chilometri di distanza c’è un caso diverso. A <strong>Rho</strong>, nell’area degli ex stabilimenti <strong>Nilit e Radici</strong> di via Moscova, il Comune ha adottato il <strong>6 agosto 2026</strong> un piano attuativo per un data center proposto da Goodman Olimpia Logistics. Nella comunicazione comunale sono indicati <strong>25.000 metri quadrati</strong> di superficie edificabile massima, un’altezza fino a <strong>18 metri</strong>, <strong>90 megawatt</strong> di potenza di connessione richiesta e <strong>32 generatori</strong> di emergenza.</p>
<p>Il Comune presenta la riqualificazione di uno stabilimento abbandonato come un’opportunità e segnala circa <strong>5,6 milioni di euro</strong> di entrate previste legate all’intervento, da destinare a servizi e interventi pubblici. Almeno un terzo, secondo il piano annunciato, avrebbe finalità ecologico-ambientali. Sono importi e destinazioni <strong>previsti</strong> dall’amministrazione, non risultati già ottenuti né una prova automatica di compensazione degli impatti.</p>
<p>L’adozione urbanistica non coincide con l’autorizzazione finale. Il Comune ha pubblicato gli elaborati, prorogato al <strong>12 ottobre</strong> il termine delle osservazioni e organizzato un incontro pubblico. La compatibilità ambientale dovrà essere valutata nelle procedure competenti. È un confronto utile perché mostra come l’alternativa fra suolo agricolo e area dismessa possa diventare una scelta concreta, ma anche come il riuso richieda verifiche ambientali specifiche.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="CONFRONTA: Rho">
<div class="fm-prova-categoria">CONFRONTA</div>
<h3>Rho, piano attuativo e partecipazione</h3>
<p>I documenti dell’amministrazione distinguono l’adozione urbanistica dalle valutazioni successive e indicano superficie, potenza richiesta, compensazioni e possibilità di osservazioni dei cittadini.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://www.comune.rho.mi.it/it-it/servizi/catasto-e-urbanistica/piani-urbanistici-attuativi-864-6714-1-4c87a747120b7a2aff2473578aea3059?file=&amp;path=1457832584%2C1910225097" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Comune di Rho — atti del piano</a><a href="https://www.comune.rho.mi.it/it-it/novita/avvisi/2026/comunicati-stampa/image-data-center-di-via-moscova-scadenza-per-le-osservazioni-prorogata-al-12-ottobre-2026-402369-1-5c89ea54b5418f6d9a2455bf407bc30d" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Avviso e osservazioni dei cittadini</a></div>
</aside>
<h2>Pregnana e Vanzago: l’impatto non finisce al confine comunale</h2>
<p>La pressione non si ferma a un solo cantiere. Il <strong>5 ottobre</strong> il Comune di <strong>Vanzago</strong> ha pubblicato una ricognizione dei progetti nei comuni vicini. Nell’area ex <strong>GEFCO/Citroën</strong> di <strong>Pregnana Milanese</strong> è previsto un data center con <strong>150 megawatt di potenza elettrica di progetto</strong>. Il piano attuativo è stato approvato a luglio, mentre la valutazione ambientale costituisce una fase ulteriore. Nell’area ex <strong>IVECO</strong> un altro progetto indica <strong>90 megawatt</strong>; l’esclusione dalla Valutazione ambientale strategica del piano non equivale, automaticamente, a un’autorizzazione finale di ogni impianto e opera connessa.</p>
<p>Per Vanzago, che non ospita direttamente questi data center, la questione riguarda la vicinanza delle case, gli elettrodotti, il rumore, il calore e le emissioni dei gruppi di emergenza. Il Comune solleva inoltre la necessità di guardare all’<strong>effetto combinato dei progetti</strong>: ciò che appare limitato in una singola relazione tecnica può assumere un altro peso quando più complessi arrivano nello stesso bacino territoriale.</p>
<p>Non tutte le preoccupazioni delle amministrazioni sono danni accertati. Sono <strong>questioni da verificare nelle procedure</strong>, con studi e contraddittorio. Ma anche ignorarle sarebbe una scelta. L’ambiente non riconosce i confini amministrativi disegnati sulle mappe.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="SEGUI I PROCEDIMENTI: Pregnana">
<div class="fm-prova-categoria">SEGUI I PROCEDIMENTI</div>
<h3>Pregnana, i tre siti e le osservazioni del Comune vicino</h3>
<p>La ricognizione di Vanzago dettaglia fasi e potenze dei progetti; gli atti di Pregnana distinguono piani approvati da procedimenti ancora necessari.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://comune.vanzago.mi.it/data-center-punto-della-situazione-e-aggiornamenti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Comune di Vanzago — ricognizione</a><a href="https://comune.pregnana.mi.it/trasparenza/sezioni-trasparenza/pianificazione-e-governo-del-territorio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Comune di Pregnana — atti urbanistici</a></div>
</aside>
<h2>Una legge lombarda indica le aree dismesse come priorità</h2>
<p>La <strong>legge regionale lombarda 11 del 3 giugno 2026</strong> stabilisce tra le priorità insediative le aree di rigenerazione, dismesse, degradate o sottoutilizzate. Due deliberazioni regionali del <strong>3 agosto 2026</strong> (n. 6645 e 6646) hanno poi precisato criteri energetico-ambientali e indirizzi per i procedimenti autorizzatori. Richiama la salvaguardia delle risorse idriche, la riduzione del consumo di suolo, la biodiversità, il paesaggio, l’efficienza energetica e la possibilità di recuperare il calore disperso. Si tratta di criteri e strumenti amministrativi da applicare ai singoli procedimenti, non di un’automatica certificazione di sostenibilità.</p>
<p>Le linee guida ministeriali, riprese da Regione Lombardia, sono altrettanto chiare nell’impostazione: una valutazione ambientale deve considerare l’insieme del progetto, non soltanto le emissioni degli impianti di riserva. Suolo, paesaggio, biodiversità, acqua, salute e infrastrutture necessarie fanno parte dello stesso quadro.</p>
<p>Il punto, allora, non è contrapporre la trasformazione tecnologica alla tutela del territorio come fossero due interessi inconciliabili. È chiedere se le alternative siano state davvero valutate <strong>prima</strong> di incidere sul paesaggio e se le compensazioni siano misurabili, verificabili e proporzionate.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="LEGGI LE REGOLE: Lombardia">
<div class="fm-prova-categoria">LEGGI LE REGOLE</div>
<h3>Che cosa prevede la normativa</h3>
<p>La legge regionale e i riferimenti ambientali aiutano a capire dove finisce la scelta politica e dove comincia la verifica tecnica, obbligatoria nei casi previsti.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://www.regione.lombardia.it/ambiente-e-territorio/autorizzazione-ambientali/autorizzazione-integrata-ambientale-aia/procedimento-unico-centri-dati" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Regione Lombardia — legge e delibere attuative</a><a href="https://www.regione.lombardia.it/ambiente-e-territorio/red-procedimenti-autorizzatori-progetti-data-center" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Regione Lombardia — valutazioni e linee guida</a></div>
</aside>
<h2>Le domande a cui ogni progetto dovrebbe rispondere</h2>
<p>Da questa prima ricognizione italiana emergono almeno cinque verifiche da portare avanti, comune per comune. <strong>Dove</strong> si costruisce: su terreno già impermeabilizzato o su nuova superficie agricola? <strong>Quali alternative</strong> di localizzazione sono state confrontate? <strong>Quanta elettricità</strong> è richiesta e quali opere aggiuntive servono per collegare l’impianto? <strong>Come</strong> vengono valutati acqua, calore, rumore, generatori di emergenza e impatti cumulativi? E infine: <strong>chi verifica</strong>, dopo la costruzione, che gli impegni ambientali vengano davvero rispettati?</p>
<p>Non sono domande ostili alla tecnologia. Sono le stesse domande che aiutano a riconoscere un investimento responsabile e a distinguerlo da una promessa non sufficientemente documentata. Permettono anche alle comunità di discutere su atti e dati, invece che su paure o slogan.</p>
<h2>La nuvola, quando atterra, incontra una comunità</h2>
<p>Un centro dati può portare investimenti, riutilizzare superfici abbandonate e ospitare servizi utili. Può anche chiedere nuove infrastrutture, modificare il paesaggio e produrre pressioni ambientali da prevenire e controllare. Le due cose non si escludono a priori. Vanno misurate caso per caso.</p>
<p>Il decreto di Vittuone dimostra che il procedimento di valutazione può arrivare a dire «no». Il progetto di Rho mostra che esistono strade di riuso industriale, da esaminare comunque con attenzione. Le osservazioni di Vanzago ricordano che chi vive accanto a un’infrastruttura ne condivide gli effetti anche senza ospitarla nei propri confini.</p>
<blockquote><p>Un futuro digitale non diventa sostenibile soltanto perché è nuovo. Lo diventa quando è capace di rendere conto delle sue conseguenze.</p></blockquote>
<p>La domanda, alla fine, torna al nostro schermo. Quando chiediamo all’intelligenza artificiale di scrivere, calcolare, tradurre o creare, vediamo la risposta. Ma dietro quella risposta esistono luoghi abitati, paesaggi, scelte pubbliche e private. Sono persone e territori che meritano di essere presenti nel racconto di ciò che chiamiamo progresso.</p>
<aside class="fm-serie">
<div class="fm-serie-label">IL PREZZO DELLA NUVOLA · INCHIESTA IN SETTE PARTI</div>
<h3>Dal bosco finlandese ai territori italiani</h3>
<p><strong>Parte 1/7 — <a href="https://www.paeseitaliapress.it/inchieste/2026/10/31/il-prezzo-della-nuvola-1-foresta-google-finlandia-datacenter/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La foresta che scompare</a>.</strong> L’inchiesta su Muhos, Google, il disboscamento e le verifiche ambientali.</p>
<p><strong>Parte 2/7 — La terra sotto i server.</strong> Le trasformazioni in Italia, i progetti e le procedure da seguire.</p>
<p>Nei prossimi capitoli continueremo a verificare il costo materiale delle infrastrutture digitali, senza confondere progetti, effetti stimati e impatti accertati.</p>
</aside>
<div class="fm-nota">
<h2>Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Ci siamo abituati a discutere del futuro dell’intelligenza artificiale come se la questione principale fosse capire fin dove arriveranno le macchine. È una domanda importante, ma rischia di farci dimenticare il presente.</p>
<p>Il presente è fatto anche di un campo che potrebbe non essere più coltivato, di uno stabilimento che può tornare a vivere, di un’amministrazione che deve decidere, di una persona che vorrebbe conoscere le conseguenze prima di scoprirle dalla finestra di casa.</p>
<p>Questa inchiesta non nasce per chiedere di fermare ogni innovazione. Nasce dalla convinzione che <strong>il progresso abbia bisogno di responsabilità, di trasparenza e di comunità che possano comprendere e partecipare</strong>. Se vogliamo che l’intelligenza artificiale sia davvero al servizio delle persone, non possiamo cominciare dimenticando la terra su cui poggia.</p>
</div>
<section class="fm-fonti">
<h2>Fonti e documenti per verificare</h2>
<p>Documentazione pubblica esaminata fino al 6 novembre 2026. Gli stati dei progetti possono cambiare: le date indicate si riferiscono agli atti citati, non certificano l’assenza di atti successivi.</p>
<ol>
<li><a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2026-1/consumo-di-suolo-in-italia-oltre-2-100-km2-di-opportunita-per-ridurre-il-fenomeno" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ISPRA, comunicato e risultati del rapporto Consumo di suolo 2026</a> (27 ottobre 2026).</li>
<li><a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/report-snpa/consumo-di-suolo-ecosistemi-urbani-e-stato-del-territorio-edizione-2026/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">SNPA, rapporto integrale, indicatori e dati regionali 2025</a>.</li>
<li><a href="https://ariadnelabs.eu/it/guide/connessioni-terna-in-numeri.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ariadne Labs / MitOS, elaborazione dei dati Terna sulle richieste di connessione</a> (dati al 30 settembre 2026).</li>
<li><a href="https://va.mite.gov.it/it-IT/Oggetti/Documentazione/11520/17425" target="_blank" rel="noopener noreferrer">MASE, fascicolo VIA «Campus DATA4 (MIL02) Vittuone», ID 13551</a>; decreto DM_2026-0000622, esito negativo del 9 ottobre 2026.</li>
<li><a href="https://comune.vanzago.mi.it/wp-content/uploads/2026/03/MASE-2026-00000991-Datacenter-Vittuone-Parere-Vanzago.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comune di Vanzago, parere nel procedimento VIA Vittuone</a> (7 gennaio 2026, PDF).</li>
<li><a href="https://comune.vanzago.mi.it/datacenter-vittuone-parere-negativo-in-via/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comune di Vanzago, comunicazione dell’esito negativo</a> (27 ottobre 2026).</li>
<li><a href="https://www.comune.rho.mi.it/it-it/servizi/catasto-e-urbanistica/piani-urbanistici-attuativi-864-6714-1-4c87a747120b7a2aff2473578aea3059?file=&amp;path=1457832584%2C1910225097" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comune di Rho, deposito e osservazioni sul piano ATU 4</a> (22 settembre 2026), con il <a href="https://www.comune.rho.mi.it/it-it/novita/avvisi/2026/comunicati-stampa/adottato-dalla-giunta-orlandi-il-piano-attuativo-per-un-data-center-in-via-moscova-398267-1-580a73490d931fce2d5ccb3559f8f38f" target="_blank" rel="noopener noreferrer">comunicato del 6 agosto 2026</a>.</li>
<li><a href="https://comune.vanzago.mi.it/data-center-punto-della-situazione-e-aggiornamenti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comune di Vanzago, stato dei progetti di Pregnana e criticità territoriali</a> (5 ottobre 2026).</li>
<li><a href="https://comune.pregnana.mi.it/trasparenza/sezioni-trasparenza/pianificazione-e-governo-del-territorio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comune di Pregnana Milanese, pianificazione e atti pubblici</a>.</li>
<li><a href="https://www.regione.lombardia.it/ambiente-e-territorio/autorizzazione-ambientali/autorizzazione-integrata-ambientale-aia/procedimento-unico-centri-dati" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Regione Lombardia, legge 3 giugno 2026 n. 11 e delibere attuative</a> e <a href="https://www.regione.lombardia.it/ambiente-e-territorio/red-procedimenti-autorizzatori-progetti-data-center" target="_blank" rel="noopener noreferrer">linee guida sulle valutazioni ambientali dei data center</a>.</li>
</ol>
<p><em>Metodo:</em> sono separati i dati statistici nazionali, le pratiche di connessione, gli interventi solo progettati, gli atti urbanistici e i giudizi ambientali. Le osservazioni delle amministrazioni sono attribuite e non presentate come danni accertati. Il reportage non comprende sopralluoghi né interviste dirette agli operatori; eventuali dichiarazioni o documenti nuovi potranno aggiornare la ricostruzione.</p>
</section>
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		<title>La foresta che scompare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 12:58:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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<p>330 ettari disboscati per un data center Google. La polizia indaga In Finlandia un progetto di infrastruttura digitale ha trasformato centinaia di ettari di bosco prima della conclusione delle valutazioni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1672" height="941" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola.jpg 1672w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/11/il_prezzo_della_nuvola-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1672px) 100vw, 1672px" /></p><p><em>330 ettari disboscati per un data center Google. La polizia indaga</em></p>
<p>In Finlandia un progetto di infrastruttura digitale ha trasformato centinaia di ettari di bosco prima della conclusione delle valutazioni ambientali. Gli interventi sono stati fermati e la polizia ha aperto un’indagine. Le immagini satellitari, i documenti delle autorità e la risposta di Google permettono al lettore di verificare i fatti.</p>
<p class="fm-byline">31 ottobre 2026 · di <strong>Francesco Mazzarella</strong> ·</p>
<p>Copertina originale della serie «Il prezzo della nuvola», parte 1/7: elaborazione illustrativa, non una fotografia del sito Google a Muhos. Le immagini satellitari autentiche sono consultabili nei collegamenti «Guarda e confronta».</p>
<p class="fm-opening">Muhos, Finlandia settentrionale. Dove fino a pochi mesi fa si estendeva una foresta, oggi una vasta superficie è stata disboscata per preparare la costruzione di un grande centro dati.</p>
<p>Non è un progetto marginale. Google, attraverso la società finlandese Tuike Finland Oy, prevede di costruire nove edifici destinati a infrastrutture digitali e relativi impianti di supporto. La <a href="https://www.ymparisto.fi/fi/osallistu-ja-vaikuta/ymparistovaikutusten-arviointi/palvelinkeskus-muhos" target="_blank" rel="noopener noreferrer">documentazione della valutazione ambientale</a> descrive un’area di progetto di circa <strong>571 ettari</strong>. Di questi, secondo quanto Google ha confermato alla televisione pubblica finlandese Yle, <strong>330 ettari di bosco sono stati disboscati</strong>. Non è la misura della superficie già cementificata o di quella che lo sarà in futuro.</p>
<p>L’ecologista Mari Annala, dell’Associazione finlandese per la conservazione della natura, ha stimato in circa <strong>250.000 gli alberi abbattuti</strong>, secondo il <a href="https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2026/oct/22/finland-google-felling-trees-datacentre" target="_blank" rel="noopener noreferrer">reportage del Guardian del 22 ottobre</a>. È una stima attribuita agli ambientalisti, non il risultato di un censimento ufficiale.</p>
<p>Siamo abituati a pensare all’intelligenza artificiale come a una realtà immateriale: una risposta sullo schermo, un algoritmo, una voce che arriva dal telefono. Ma i servizi digitali e i sistemi di AI richiedono edifici, apparecchiature, reti elettriche e sistemi di raffreddamento.</p>
<blockquote><p>Il cloud non è una nuvola. Ha fondamenta, occupa territorio e consuma risorse.</p></blockquote>
<h2>Prima e dopo: le immagini raccontano la trasformazione</h2>
<p>L’organizzazione di analisi geospaziale Vertical52, in collaborazione con Otter News, ha messo a confronto immagini del satellite europeo Sentinel-2 del <strong>30 settembre 2025</strong> e del <strong>18 ottobre 2026</strong>. Nella prima prevale la vegetazione; nella seconda appaiono ampie superfici private della precedente copertura.</p>
<p>Attraverso l’indice di vegetazione NDVI, Vertical52 stima una perdita di vegetazione di circa <strong>347 ettari</strong> a Muhos. La cifra non è direttamente sovrapponibile ai 330 ettari comunicati da Google: la prima è una misura ricavata dalla variazione osservata via satellite, la seconda è la superficie forestale disboscata dichiarata dall’azienda.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="GUARDA E CONFRONTA: Il bosco nel 2025 e nel 2026">
<div class="fm-prova-categoria">GUARDA E CONFRONTA</div>
<h3>Il bosco nel 2025 e nel 2026</h3>
<p>Apri l’animazione satellitare originale, osserva il territorio e consulta il metodo di rilevazione. Le immagini restano sul sito dei rispettivi autori.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://vertical52.org/en/lab/finland-google-data-centers" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Confronto satellitare e metodologia — Vertical52</a>   <a href="https://yle.fi/a/74-20250334" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Riprese aeree e cronologia — Yle</a></div>
</aside>
<p>Non sono immagini decorative. Sono documenti che consentono al lettore di verificare la trasformazione del paesaggio e di distinguere ciò che vediamo dalle interpretazioni che ne diamo.</p>
<h2>Tredici miliardi per l’espansione digitale in Finlandia</h2>
<p>Il 9 settembre 2026 Google ha annunciato un programma di <strong>13 miliardi di euro</strong> di investimenti in Finlandia per il 2027 e il 2028, relativo a centri dati e infrastrutture di supporto. L’annuncio riguarda più località — tra cui Hamina, Kajaani, Muhos e Vaala — e non significa che l’intera somma sia destinata a Muhos.</p>
<p>Nella <a href="https://blog.google/innovation-and-ai/infrastructure-and-cloud/global-network/google-ai-commitment-to-finland/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">comunicazione ufficiale</a> l’azienda collega il programma alla crescente domanda di capacità di calcolo e all’AI. Le istituzioni finlandesi hanno evidenziato i possibili effetti positivi in termini di lavoro, attività economica e gettito fiscale: un contesto ricostruito anche da <a href="https://yle.fi/a/74-20245301" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Yle</a>. Sono benefici da valutare, ma non sostituiscono la verifica degli impatti locali.</p>
<p><strong>Quali conseguenze ambientali siamo disposti ad accettare per realizzare queste opportunità? E chi ha il compito di valutarle prima che le trasformazioni diventino irreversibili?</strong></p>
<h2>I lavori prima della conclusione delle valutazioni</h2>
<p>Nel settembre 2026 le associazioni ambientaliste finlandesi hanno contestato l’estensione delle opere avviate mentre le procedure di valutazione dell’impatto ambientale erano ancora aperte.</p>
<p>Il <strong>6 ottobre 2026</strong> la Lupa- ja valvontavirasto, l’autorità finlandese per autorizzazioni e vigilanza, ha chiesto a Tuike Finland di sospendere gli interventi preparatori capaci di modificare significativamente l’ambiente nei siti di Muhos e Kajaani-Otanmäki, in attesa del completamento delle valutazioni. Il provvedimento riguarda il taglio degli alberi, la rimozione del terreno superficiale, gli scavi, le strade e gli interventi di drenaggio.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="VERIFICA: La richiesta ufficiale del 6 ottobre">
<div class="fm-prova-categoria">VERIFICA</div>
<h3>La richiesta ufficiale del 6 ottobre</h3>
<p>Il documento spiega perché le opere preparatorie possono ridurre l’efficacia preventiva della valutazione ambientale.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://api.sttinfo.fi/tiedote/72390663/lupa-ja-valvontavirasto-kehottaa-tuike-finland-oyta-keskeyttamaan-muhoksen-ja-kajaanin-datakeskushankkeiden-valmistelutoimet?publisherId=69821631" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Documento dell’autorità finlandese</a>   <a href="https://www.ymparisto.fi/fi/osallistu-ja-vaikuta/ymparistovaikutusten-arviointi/palvelinkeskus-muhos" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Fascicolo ambientale di Muhos</a></div>
</aside>
<p>Il <strong>14 ottobre</strong> l’azienda ha comunicato di aver sospeso i lavori preparatori, come riportato nel <a href="https://www.sttinfo.fi/tiedote/72435808/lupa-ja-valvontavirasto-vaatii-tuike-finland-oylta-toimenpiteita?publisherId=69821631" target="_blank" rel="noopener noreferrer">successivo comunicato dell’autorità</a>. La valutazione ambientale non è un timbro da apporre alla fine: serve a conoscere le conseguenze prima di decidere e a confrontare le alternative. Se un territorio è già stato profondamente modificato, quella funzione può indebolirsi.</p>
<h2>Nove chilometri di fossi: il problema è anche l’acqua</h2>
<p>Il rapporto fra data center e ambiente non si esaurisce nel numero degli alberi. Nel <a href="https://www.sttinfo.fi/tiedote/72435808/lupa-ja-valvontavirasto-vaatii-tuike-finland-oylta-toimenpiteita?publisherId=69821631" target="_blank" rel="noopener noreferrer">comunicato del 22 ottobre</a> l’autorità ha precisato che la comunicazione di drenaggio presentata dalla società il 18 settembre prevedeva circa <strong>nove chilometri di nuovi fossi</strong>, in gran parte già realizzati. Secondo l’autorità, la comunicazione avrebbe dovuto precedere i lavori di almeno sessanta giorni.</p>
<p>Il sito si trova in un’area influenzata da materiali geologici contenenti solfuri, inclusi scisti neri. Scavi e drenaggi possono favorirne l’ossidazione, aumentando l’acidità e la concentrazione di metalli nelle acque. I dati trasmessi dall’azienda mostrano, secondo l’autorità, modificazioni compatibili con fenomeni di acidificazione.</p>
<p>Non si può concludere da questo che sia già stato accertato un danno ambientale permanente o che ogni alterazione idrica dipenda dal cantiere. È però una criticità concreta che richiede monitoraggio. L’autorità ha ritenuto necessaria un’autorizzazione ai sensi della normativa sulle acque e ha chiesto un piano dettagliato di gestione idrica, con monitoraggio indipendente, entro il <strong>5 novembre 2026</strong>.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="VERIFICA: Il provvedimento sulle acque">
<div class="fm-prova-categoria">VERIFICA</div>
<h3>Il provvedimento sulle acque</h3>
<p>Consulta i riferimenti ai fossi, agli scisti neri, ai rischi di acidificazione e alla scadenza per il piano idrico.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://www.sttinfo.fi/tiedote/72435808/lupa-ja-valvontavirasto-vaatii-tuike-finland-oylta-toimenpiteita?publisherId=69821631" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Prescrizioni ufficiali del 22 ottobre</a></div>
</aside>
<p>Nel medesimo documento è richiesta una verifica relativa a un sito di riproduzione e riposo della <em>Rana arvalis</em> (in finlandese <em>viitasammakko</em>), anfibio protetto. La richiesta di verifica non equivale a un accertamento di danno alla specie, ma ricorda che una foresta non è soltanto un insieme di tronchi: è un sistema di suolo, acqua e relazioni biologiche.</p>
<h2>Il 29 ottobre si apre l’indagine della polizia</h2>
<p>Giovedì <strong>29 ottobre 2026</strong> la polizia di Oulu ha annunciato un’indagine preliminare relativa ai lavori preparatori di Muhos. Secondo la <a href="https://yle.fi/a/74-20254086" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ricostruzione in inglese di Yle</a>, il procedimento comprende le segnalazioni relative al possibile danno ambientale e approfondimenti sulla gestione del drenaggio e delle acque.</p>
<p>Siamo nella fase delle indagini. <strong>Non esiste una sentenza che accerti la responsabilità penale</strong> di Google, della società coinvolta o di persone specifiche. La differenza fra un’ipotesi investigativa e un fatto giudiziariamente accertato è essenziale.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="VERIFICA: Il procedimento e i suoi limiti">
<div class="fm-prova-categoria">VERIFICA</div>
<h3>Il procedimento e i suoi limiti</h3>
<p>Puoi leggere il comunicato originale in finlandese; se il sito della polizia limita l’accesso, la ricostruzione di Yle è disponibile anche in inglese.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://poliisi.fi/-/poliisi-on-aloittanut-rikostutkinnan-tuike-finland-oy-n-muhoksen-datakeskushankkeen-valmisteleviin-toihin-liittyen" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Polizia finlandese — comunicato</a>   <a href="https://yle.fi/a/74-20254086" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Yle News — ricostruzione in inglese</a></div>
</aside>
<h2>Google: scuse, sospensione dei lavori e impegni</h2>
<p>Il responsabile di Google in Finlandia, <strong>Antti Järvinen</strong>, ha espresso pubblicamente le proprie scuse e sostenuto che le attività erano state avviate sulla base dell’interpretazione della normativa disponibile all’azienda. Ha dichiarato che Google aveva dialogato con autorità ed esperti e ha negato l’intenzione di anticipare deliberatamente la valutazione ambientale.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="CONFRONTA: La posizione dell’azienda">
<div class="fm-prova-categoria">CONFRONTA</div>
<h3>La posizione dell’azienda</h3>
<p>Leggi le dichiarazioni riportate da Yle e la presentazione ufficiale del progetto di Muhos.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://yle.fi/a/74-20251367" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Intervista al responsabile Google Finland — Yle</a>   <a href="https://datacenters.google/locations/muhos/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Scheda ufficiale Google — Muhos</a></div>
</aside>
<p>Google ha annunciato anche iniziative per la biodiversità, compresa la piantumazione di alberi su circa 130 ettari, secondo quanto riportato dal <a href="https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2026/oct/22/finland-google-felling-trees-datacentre" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Guardian</a>. Si tratta di impegni dei quali occorrerà verificare la realizzazione, le specie coinvolte e i risultati nel tempo.</p>
<p>Piantare alberi può contribuire al ripristino ambientale, ma non significa ricostituire immediatamente le funzioni ecologiche di un bosco preesistente. Allo stesso modo, le prospettive di recupero del calore o riciclo dei materiali presentate da Google non cancellano automaticamente il consumo di territorio: sono dimensioni diverse da misurare separatamente.</p>
<h2>Il confronto possibile: il data center nell’ex cartiera</h2>
<p>C’è un precedente utile all’interno della stessa esperienza finlandese di Google. A <strong>Hamina</strong> la società ha sviluppato un data center nell’area di un’ex cartiera, mostrando che alcune infrastrutture possono nascere anche dal riutilizzo di siti già industrializzati.</p>
<aside class="fm-prova" aria-label="CONFRONTA: Un’altra scelta di localizzazione">
<div class="fm-prova-categoria">CONFRONTA</div>
<h3>Un’altra scelta di localizzazione</h3>
<p>La scheda Google su Hamina permette di approfondire il recupero dell’ex area industriale. Non dimostra che ogni data center possa essere realizzato in questo modo, ma apre una verifica sulle alternative.</p>
<div class="fm-prova-links"><a href="https://datacenters.google/locations/hamina-finland/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Google Data Centers — Hamina</a>   <a href="https://www.ymparisto.fi/fi/osallistu-ja-vaikuta/ymparistovaikutusten-arviointi/palvelinkeskus-muhos" target="_blank" rel="noopener noreferrer">↗ Alternative nel fascicolo ambientale di Muhos</a></div>
</aside>
<p>Recuperare una superficie già industrializzata non è privo di costi ambientali. Ma costruire in un’area dismessa e trasformare una foresta non sono decisioni equivalenti. È quindi legittimo chiedere quali alternative siano state esaminate per Muhos, quali condizioni economiche ed energetiche abbiano orientato la scelta e quali soluzioni siano state scartate.</p>
<h2>Il territorio appartiene anche a chi lo abita</h2>
<p>Investimenti di questa portata coinvolgono imprese, amministrazioni locali, autorità di controllo e governo. Coinvolgono però anche le comunità che vivono nei territori interessati, con aspettative di occupazione e sviluppo ma anche domande sull’acqua, sui boschi e sul paesaggio.</p>
<p>Nel <a href="https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2026/oct/22/finland-google-felling-trees-datacentre" target="_blank" rel="noopener noreferrer">reportage del Guardian da Muhos e Otanmäki</a> si trovano fotografie e testimonianze raccolte sul posto. Si tratta di voci attribuite ai rispettivi intervistati, non di dichiarazioni ottenute direttamente da questa redazione. Ascoltarle serve a comprendere le prospettive locali, non a sostituire i dati scientifici o gli accertamenti amministrativi.</p>
<blockquote><p>La domanda non è scegliere astrattamente tra progresso e natura. È sapere chi decide, su quali prove e con quali responsabilità.</p></blockquote>
<h2>La domanda che resta</h2>
<p>I data center non servono soltanto all’intelligenza artificiale: ospitano anche servizi cloud, archivi e piattaforme digitali. Ma costituiscono un’infrastruttura fondamentale per molti sistemi di AI, e la crescita della domanda di calcolo contribuisce ai nuovi investimenti.</p>
<p>Quando usiamo un servizio digitale ne vediamo il risultato sullo schermo. Non vediamo il suolo occupato dai server, le risorse richieste per costruirli, l’energia consumata o l’acqua necessaria ai diversi sistemi di raffreddamento. È questa distanza fra esperienza digitale e infrastruttura materiale che la nostra inchiesta vuole attraversare.</p>
<p>Ci domandiamo se, un giorno, le macchine potranno pensare autonomamente e forse sviluppare forme di coscienza. Sono interrogativi legittimi. Ma mentre discutiamo di ciò che potrebbero diventare, dovremmo guardare anche a ciò che <strong>noi stiamo già facendo per costruirle</strong>.</p>
<p>A Muhos la foresta è stata disboscata. Sono state realizzate opere di drenaggio. L’autorità ha chiesto lo stop ai lavori e la polizia ha aperto un’indagine. Sono fatti del presente, documentabili e controllabili.</p>
<blockquote><p>La questione non è soltanto quanto diventerà intelligente l’intelligenza artificiale. È quanto sapremo essere responsabili noi mentre la costruiamo.</p></blockquote>
<aside class="fm-serie">
<div class="fm-serie-label">IL PREZZO DELLA NUVOLA · SETTE PARTI</div>
<h3>La prossima inchiesta: Italia, terra per i data center</h3>
<p><strong>Parte 2/7 · Sabato 7 novembre 2026.</strong> Quali territori italiani sono destinati ai centri dati? Quanta superficie agricola o naturale viene trasformata? Quali alternative esistono nelle aree industriali dismesse?</p>
<p>Seguiremo anche gli sviluppi di Muhos, a partire dalla scadenza del 5 novembre per il piano di gestione delle acque.</p>
</aside>
<section class="fm-nota">
<h2>Nota dell’autore</h2>
<p><em>Questa inchiesta nasce da una convinzione: non possiamo parlare del futuro dell’intelligenza artificiale senza interrogarci sulle conseguenze che le nostre scelte tecnologiche producono già oggi.</em></p>
<p><em>Non si tratta di contrapporre la natura all’innovazione, ma di riconoscere che ogni scelta tecnologica è anche una scelta ambientale, economica e sociale.</em></p>
<p><em>La relazione fra umanità e tecnologia non si esaurisce nel rapporto con gli strumenti che utilizziamo. Comprende il territorio che trasformiamo, le comunità che coinvolgiamo e le risorse che consegneremo alle generazioni future.</em></p>
<p><em>Rendere visibile questa relazione è il primo passo per assumerne la responsabilità.</em></p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong><br />
<small>Giornalista e facilitatore relazionale</p>
<p></small></p>
<h2>Metodo, fonti e documentazione</h2>
<p>Questa è una <strong>ricostruzione documentale</strong>: non sono state realizzate interviste dirette né verifiche sul posto dall’autore. Le cifre sui 330 ettari disboscati provengono dalle dichiarazioni Google riportate da Yle; i 347 ettari di perdita di vegetazione sono una stima satellitare di Vertical52; i 250.000 alberi sono una stima degli ambientalisti citata dal Guardian. Le responsabilità penali sono ancora da accertare.</p>
<p>Le immagini e i video restano sui siti che li hanno pubblicati: in questo articolo non vengono riprodotte fotografie di terzi. Ogni collegamento si apre in un’altra scheda. Fonti e documenti consultati il 31 ottobre 2026.</p>
<ol>
<li><a href="https://api.sttinfo.fi/tiedote/72390663/lupa-ja-valvontavirasto-kehottaa-tuike-finland-oyta-keskeyttamaan-muhoksen-ja-kajaanin-datakeskushankkeiden-valmistelutoimet?publisherId=69821631" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lupa- ja valvontavirasto — Stop ai lavori, 6 ottobre 2026</a></li>
<li><a href="https://www.sttinfo.fi/tiedote/72435808/lupa-ja-valvontavirasto-vaatii-tuike-finland-oylta-toimenpiteita?publisherId=69821631" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Lupa- ja valvontavirasto — Prescrizioni sulle acque, 22 ottobre 2026</a></li>
<li><a href="https://poliisi.fi/-/poliisi-on-aloittanut-rikostutkinnan-tuike-finland-oy-n-muhoksen-datakeskushankkeen-valmisteleviin-toihin-liittyen" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Polizia finlandese — Indagini preliminari, 29 ottobre 2026</a></li>
<li><a href="https://www.ymparisto.fi/fi/osallistu-ja-vaikuta/ymparistovaikutusten-arviointi/palvelinkeskus-muhos" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Portale ambientale finlandese — Fascicolo di Muhos</a></li>
<li><a href="https://vertical52.org/en/lab/finland-google-data-centers" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Vertical52 — Confronto satellitare e metodologia</a></li>
<li><a href="https://yle.fi/a/74-20250334" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Yle — Documentazione video e cronologia</a></li>
<li><a href="https://yle.fi/a/74-20254086" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Yle News — Indagine preliminare del 29 ottobre</a></li>
<li><a href="https://yle.fi/a/74-20251367" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Yle News — Dichiarazioni di Google Finland</a></li>
<li><a href="https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2026/oct/22/finland-google-felling-trees-datacentre" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Guardian — Reportage da Muhos, 22 ottobre</a></li>
<li><a href="https://blog.google/innovation-and-ai/infrastructure-and-cloud/global-network/google-ai-commitment-to-finland/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Google — Investimenti in Finlandia, 9 settembre</a></li>
<li><a href="https://datacenters.google/locations/muhos/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Google — Presentazione del progetto Muhos</a></li>
<li><a href="https://datacenters.google/locations/hamina-finland/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Google — Precedente di Hamina</a></li>
</ol>
<p><small> </small></p>
</section>
<section class="fm-fonti">
<h2></h2>
</section>
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		<title>Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 10:48:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/adolescenti-rivolta-dietro-lo-schermo-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
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<p><strong>Prima delle vetrine infrante c’erano dei ragazzi.</strong></p>
<p>Prima delle immagini degli scontri, delle cariche della polizia, dei negozi devastati, c’erano giovani che avevano deciso di uscire di casa e raggiungere una piazza. Alcuni per protestare contro il costo della vita, altri per esprimere una rabbia difficile da contenere, altri ancora, forse, semplicemente perché lì avrebbero incontrato qualcuno con cui condividere un’esperienza.</p>
<p>Non possiamo conoscere le motivazioni di ciascuno. E sarebbe profondamente sbagliato attribuire a tutti le responsabilità di chi ha scelto la violenza.</p>
<p>Ma quanto accaduto a Milano, Torino e Bologna il 17 ottobre 2026 ci consegna una domanda che rischia di rimanere sepolta sotto le macerie della cronaca.</p>
<blockquote><p>Che cosa cercano quei ragazzi quando decidono di appartenere a una piazza?</p></blockquote>
<p>E soprattutto: che cosa non hanno trovato altrove?</p>
<h2>Le piazze e le domande rimaste senza risposta</h2>
<p>Le manifestazioni contro il carovita, diffuse anche attraverso i social dalla mobilitazione «Italia in Piazza», hanno coinvolto migliaia di persone.</p>
<p>A Milano gli scontri più gravi, con danneggiamenti e saccheggi, hanno interessato il centro cittadino. A Torino alcuni organizzatori hanno tentato di contenere gruppi che assumevano comportamenti aggressivi. A Bologna si sono verificati violenti confronti con le forze dell’ordine nell’area della stazione.</p>
<p>Tra le persone fermate e arrestate figurano numerosi minorenni. È uno degli elementi che maggiormente interrogano, al di là della gravità delle singole azioni.</p>
<p>Le responsabilità individuali dovranno essere accertate dalla magistratura, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.</p>
<p>La risposta istituzionale si è concentrata sulla sicurezza e sull’accertamento delle responsabilità. Proteggere le persone, tutelare chi lavora e garantire il diritto a manifestare pacificamente sono compiti irrinunciabili.</p>
<p>Ma una società non può limitarsi a intervenire quando il disagio si trasforma in violenza. <strong>Dovrebbe anche domandarsi che cosa accade prima.</strong></p>
<p>Le proteste nascevano da rivendicazioni riconoscibili: il carovita, le difficoltà economiche delle famiglie, le condizioni della scuola, i servizi pubblici, le prospettive di lavoro.</p>
<p>Non sappiamo quanto queste difficoltà abbiano inciso sui comportamenti dei singoli protagonisti degli scontri. Sappiamo però che le nuove generazioni crescono osservando il mondo degli adulti: ne ascoltano le preoccupazioni, ne percepiscono le contraddizioni, ne sperimentano le aspettative. E spesso devono trovare da sole il linguaggio per raccontare ciò che vivono.</p>
<h2>Le voci dei ragazzi: essere ascoltati, trovare un posto</h2>
<p>Ci sono testimonianze che aiutano ad andare oltre le immagini della violenza. Il 20 ottobre, il giornalista Youssef Taby ha raccolto per il Fatto Quotidiano le parole di alcuni giovani presenti nelle piazze milanesi.</p>
<div class="testimonianza"><strong>Y. / 14 anni</strong>Il ragazzo, nato in Italia da una famiglia di origini egiziane, racconta di aver visto su TikTok i video delle convocazioni e di essersi avvicinato alla manifestazione anche per curiosità, per cambiare la routine quotidiana e condividere qualche video. Nel suo racconto emerge anche il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, insieme ad altri ragazzi.&nbsp;</p>
</div>
<p>È una testimonianza, non la spiegazione di ciò che hanno vissuto tutti i partecipanti. Ma aiuta a comprendere che in una stessa piazza possono incontrarsi motivazioni economiche, desideri di partecipazione, curiosità e ricerca di riconoscimento.</p>
<p>Un’altra prospettiva arriva da Gaia, sedici anni, tra le organizzatrici milanesi di «Italia in Piazza», intervistata da Open il 21 ottobre.</p>
<div class="testimonianza"><strong>Gaia / 16 anni</strong>Gaia racconta come l’iniziativa abbia preso forma attraverso una comunità costruita sui social e come i giovani abbiano individuato rivendicazioni comuni: costo della vita, condizioni scolastiche, accesso alla sanità, stipendi e affitti. La giovane distingue la mobilitazione pacifica dalle violenze che hanno coinvolto altri gruppi.&nbsp;</p>
</div>
<p>Le due testimonianze non raccontano la stessa esperienza, ma mostrano qualcosa che merita attenzione: la piazza può rappresentare contemporaneamente uno spazio di partecipazione civile e un luogo nel quale cercare riconoscimento.</p>
<p>Ridurre tutto alla violenza significherebbe cancellare questa complessità. Ignorare la violenza significherebbe, invece, non rispettare chi l’ha subita.</p>
<h2>Il bisogno di appartenere non è un problema giovanile</h2>
<p>L’appartenenza è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Non riguarda soltanto gli adolescenti. Attraversa tutte le età e accompagna la nostra esistenza.</p>
<p>Abbiamo bisogno di riconoscerci negli occhi di qualcuno, di sapere che la nostra presenza conta, che la nostra voce può essere ascoltata, che esiste un luogo nel quale non dobbiamo continuamente dimostrare di meritare attenzione.</p>
<p>Gli psicologi Roy Baumeister e Mark Leary, nello studio «The Need to Belong», pubblicato nel 1995 sulla rivista Psychological Bulletin, hanno esaminato il bisogno di costruire e mantenere relazioni interpersonali stabili, positive e significative come motivazione umana fondamentale.</p>
<p>Non basta stare fisicamente insieme. L’appartenenza richiede continuità, reciprocità e riconoscimento.</p>
<p>Una folla può offrire immediatamente sensazioni intense: la forza del numero, il riconoscersi in uno slogan, il muoversi insieme, il percepire una separazione tra un «noi» e un «loro».</p>
<p>Per un adolescente, soprattutto quando sta costruendo la propria identità, queste esperienze possono assumere un significato particolare. Ma sentirsi parte di una folla non significa necessariamente aver trovato un luogo nel quale essere conosciuti, accolti e accompagnati.</p>
<blockquote><p>Si può essere insieme a migliaia di persone e continuare a sentirsi profondamente soli.</p></blockquote>
<p>È questo il paradosso che merita di essere esplorato.</p>
<h2>La rete ci connette. Ma chi ci riconosce?</h2>
<p>Le convocazioni delle manifestazioni sono circolate attraverso piattaforme come TikTok. Un video, un messaggio condiviso, un invito a raggiungere una piazza possono oggi mobilitare persone che non si conoscono e che non appartengono ad alcuna organizzazione tradizionale.</p>
<p>Non è necessariamente un fenomeno negativo. La rete può ampliare la partecipazione, offrire voce a chi ne ha poca, consentire ai giovani di organizzarsi e promuovere iniziative sociali importanti.</p>
<p>Ma la facilità della connessione non garantisce la profondità della relazione.</p>
<p>La studiosa Sherry Turkle, nel libro «Alone Together», ha approfondito le contraddizioni tra connessione tecnologica e vita relazionale, interrogandosi su come la disponibilità continua di contatti possa convivere con esperienze di solitudine.</p>
<p>La questione non è contrapporre il mondo digitale a quello reale. Le relazioni che nascono online possono essere autentiche e profonde.</p>
<p>Il problema emerge quando la connessione viene scambiata per riconoscimento e quando la visibilità diventa il principale metro del valore personale.</p>
<blockquote><p>Essere visualizzati non significa essere visti.</p></blockquote>
<p>Ricevere una reazione non significa necessariamente essere ascoltati. Avere migliaia di contatti non equivale a possedere relazioni capaci di sostenerci nei momenti difficili.</p>
<p>In questo contesto, anche l’adesione a una mobilitazione può rispondere a bisogni differenti. C’è chi vuole cambiare una situazione ingiusta. Chi cerca uno spazio di espressione. Chi desidera condividere un’esperienza collettiva. E chi può lasciarsi trascinare da dinamiche di gruppo che finiscono per prevalere sulle intenzioni iniziali.</p>
<p>Non sono condizioni equivalenti e non devono essere confuse. Ma ci aiutano a comprendere perché una piazza possa diventare qualcosa di più di un luogo fisico. Può diventare uno spazio nel quale cercare un’identità.</p>
<h2>Quando il gruppo diventa più importante della persona</h2>
<p>La psicologia sociale ci ricorda che il comportamento individuale può modificarsi all’interno di un gruppo. Non perché le persone perdano inevitabilmente la capacità di scegliere, ma perché l’identità collettiva può influenzare ciò che viene percepito come accettabile, desiderabile o necessario.</p>
<p>Il bisogno di essere riconosciuti può portare ad assumere atteggiamenti che, individualmente, non avremmo scelto. La ricerca di approvazione può trasformarsi in conformismo. Il desiderio di partecipare può diventare paura di essere esclusi.</p>
<p>In alcune circostanze, il gruppo può persino attribuire un significato positivo a comportamenti distruttivi.</p>
<p>La psicologa e psicoanalista Laura Pigozzi, intervistata da Open il 20 ottobre, ha proposto di leggere parte delle violenze giovanili alla luce di un sentimento di impotenza. Distruggere può apparire, in questa interpretazione, un modo disfunzionale per sperimentare un potere che nella vita quotidiana si percepisce di non avere.</p>
<p>È una possibile chiave di lettura, non una diagnosi dei ragazzi coinvolti.</p>
<p>Questo non elimina la responsabilità personale. La violenza non diventa giustificabile perché viene commessa insieme ad altri.</p>
<p>Ma comprenderne i meccanismi significa riconoscere che l’educazione alla responsabilità non si costruisce soltanto attraverso divieti e sanzioni. Si costruisce anche offrendo esperienze nelle quali sia possibile appartenere senza dover rinunciare alla propria coscienza.</p>
<p>È questa la differenza tra un gruppo che ingloba e una comunità che accoglie. Il primo può chiedere di adeguarsi. La seconda dovrebbe permettere di esistere nella propria unicità.</p>
<h2>Dove sono gli adulti?</h2>
<p>Davanti alle immagini degli scontri, una delle reazioni più immediate è chiedersi dove fossero i genitori. È una domanda comprensibile, ma rischia di diventare una scorciatoia.</p>
<p>Le famiglie hanno responsabilità educative importanti. Tuttavia, nessuna famiglia educa da sola.</p>
<p>L’identità di un adolescente si costruisce attraversando ambienti differenti: la casa, la scuola, gli amici, lo sport, le associazioni, i quartieri e gli spazi digitali. Ognuno di questi luoghi può contribuire a creare appartenenza oppure alimentare esclusione.</p>
<p>Per questo la domanda dovrebbe essere più ampia.</p>
<p>Dove sono gli adulti capaci di ascoltare senza giudicare immediatamente? Dove sono gli spazi nei quali i ragazzi possono esprimere la propria rabbia senza essere abbandonati alla rabbia stessa? Dove possono sperimentare che il conflitto non deve necessariamente trasformarsi in distruzione?</p>
<p>E dove possono incontrare persone capaci di riconoscere le loro domande, anche quando vengono espresse in modo confuso, provocatorio o difficile?</p>
<p>Non si tratta di idealizzare i giovani né di attribuire agli adulti ogni responsabilità. Si tratta di riconoscere che l’educazione è una responsabilità condivisa.</p>
<p>E che una comunità educante non nasce per intervenire soltanto quando qualcosa si rompe. <strong>Dovrebbe esserci anche prima.</strong></p>
<h2>La differenza tra essere accolti ed essere utilizzati</h2>
<p>C’è un rischio che merita particolare attenzione. Quando il bisogno di appartenenza non trova risposte significative, può diventare terreno fertile per chi offre identità semplici, contrapposizioni assolute e appartenenze costruite contro qualcuno.</p>
<p>Non significa che questo sia necessariamente accaduto nelle tre città. Servirebbero elementi specifici per sostenerlo.</p>
<p>Ma il meccanismo è conosciuto: sentirsi parte di un gruppo può diventare più importante delle finalità per le quali quel gruppo esiste.</p>
<p>L’appartenenza, allora, non viene costruita attorno a un progetto, ma attorno a un nemico. Non si sta insieme per realizzare qualcosa, ma per opporsi a qualcuno.</p>
<p>È una differenza che riguarda i movimenti sociali, ma anche le comunità, la politica, le organizzazioni e persino le relazioni quotidiane.</p>
<p>Una vera appartenenza non dovrebbe richiedere la rinuncia al pensiero critico. Dovrebbe invece rendere possibile il confronto, accogliere il dissenso, aiutare le persone a riconoscere la propria responsabilità.</p>
<p>Perché un gruppo che offre riconoscimento soltanto a condizione di obbedire non sta necessariamente costruendo una comunità. Può semplicemente sostituire una forma di solitudine con una nuova dipendenza.</p>
<h2>Non basta condannare. Non basta comprendere.</h2>
<p>Di fronte ai fatti di Milano, Torino e Bologna, condannare le violenze è necessario. Chi ha danneggiato, aggredito o saccheggiato deve rispondere delle proprie azioni secondo la legge, nel rispetto delle garanzie previste anche per i minorenni.</p>
<p>Ma sarebbe insufficiente pensare che la sola risposta repressiva possa affrontare tutte le questioni emerse. Dall’altra parte, comprendere il disagio non significa trasformarlo in una giustificazione.</p>
<p>Tra queste due posizioni esiste uno spazio educativo e sociale che merita di essere abitato. È lo spazio nel quale possiamo chiedere responsabilità senza rinunciare all’ascolto. Nel quale possiamo riconoscere la sofferenza senza negare il danno provocato agli altri. Nel quale possiamo intervenire sulle conseguenze e, contemporaneamente, cercare di comprenderne le condizioni.</p>
<p>Le piazze non raccontano soltanto ciò che alcuni giovani hanno fatto. Ci obbligano anche a interrogarci sulle opportunità di partecipazione che la società mette loro a disposizione. E su quanto siano realmente accessibili, credibili e significative.</p>
<h2>Una società capace di connettere, ma sa ancora costruire comunità?</h2>
<p>Forse è questa la domanda più profonda che attraversa gli avvenimenti di questi giorni. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare. Possiamo raggiungere chiunque, quasi ovunque, in qualsiasi momento.</p>
<p>Ma non sempre abbiamo sviluppato con la stessa attenzione la capacità di ascoltarci, di accompagnarci e di riconoscerci reciprocamente.</p>
<p>Non possiamo dedurre dagli scontri che un’intera generazione sia priva di relazioni. Sarebbe una generalizzazione ingiusta, soprattutto verso i moltissimi giovani che ogni giorno costruiscono esperienze positive di partecipazione, solidarietà e cittadinanza.</p>
<p>Proprio queste esperienze dovrebbero diventare parte del racconto. Le scuole che aprono spazi di confronto. Le associazioni che restituiscono protagonismo ai ragazzi. Gli educatori che attraversano i quartieri. Le comunità che non aspettano l’emergenza per incontrare i giovani.</p>
<p>Sono realtà spesso meno visibili di una vetrina infranta, ma altrettanto importanti per comprendere il Paese.</p>
<p>Milano, Torino e Bologna ci hanno mostrato immagini di violenza che non possiamo ignorare. Ma sarebbe una sconfitta del giornalismo, prima ancora che della politica, lasciare che quelle immagini occupassero tutto lo spazio della nostra attenzione.</p>
<p>Perché dietro ogni schermo c’è una persona. Dietro ogni appartenenza c’è una storia. E dietro ogni ragazzo, anche quando compie scelte sbagliate, esiste una possibilità di futuro che non possiamo smettere di interrogare.</p>
<blockquote><p>La vera domanda non è soltanto perché alcuni ragazzi abbiano scelto di scendere in quelle piazze. È anche quali luoghi, relazioni e comunità siamo capaci di costruire affinché possano sentirsi parte della società senza dover gridare per essere riconosciuti.</p></blockquote>
<section class="nota">
<h2>Nota editoriale | Francesco Mazzarella</h2>
<p>Quando guardo le immagini delle piazze di Milano, Torino e Bologna non riesco a fermarmi alle vetrine infrante.</p>
<p>Vedo la violenza, che non giustifico. Vedo la paura di chi si è trovato coinvolto, il lavoro delle forze dell’ordine, i commercianti che hanno subito danni.</p>
<p>Ma sento anche il bisogno di interrogarmi su ciò che quelle immagini non riescono a mostrarci.</p>
<p>Mi domando che cosa significhi, oggi, per un ragazzo, sentirsi parte di qualcosa. Dove trovi ascolto. Chi gli restituisca il valore della sua presenza. Quali adulti siano disposti a condividere con lui un pezzo di strada, anche quando diventa faticoso.</p>
<p>Da anni mi occupo di comunicazione e relazioni. E continuo a convincermi che il nostro problema non sia la mancanza di strumenti per comunicare, ma la difficoltà di trasformare la comunicazione in incontro.</p>
<p>Abbiamo imparato a essere raggiungibili. Molto meno, forse, a essere disponibili.</p>
<p>A mostrare ciò che facciamo. Non sempre a raccontare ciò che viviamo.</p>
<p>A cercare consenso. Non necessariamente a costruire fiducia.</p>
<p>Eppure nessuna persona cresce davvero soltanto perché qualcuno la segue su uno schermo.</p>
<p>Cresciamo quando qualcuno ci riconosce, quando possiamo sbagliare senza essere identificati per sempre con il nostro errore, quando incontriamo relazioni capaci di chiederci responsabilità senza negarci la possibilità di cambiare.</p>
<p>Non è una questione che riguarda soltanto i giovani. Riguarda tutti noi.</p>
<p>Perché <strong>una società nella quale le persone devono fare rumore per sentirsi viste è una società che deve interrogarsi sulla qualità del proprio ascolto.</strong></p>
<p>E forse il compito più urgente non è insegnare ai ragazzi soltanto come stare insieme. È tornare, adulti e giovani, a costruire luoghi nei quali sia possibile appartenere senza smettere di essere sé stessi.</p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong><br />
<em>Giornalista e facilitatore relazionale</em></p>
<article class="fm-editoriale">
<section class="fonti">
<h2>Fonti e riferimenti</h2>
<p>Le testimonianze riportate provengono dalle testate indicate e non sono interviste realizzate direttamente da lafrecciaweb.it</p>
<ul>
<li><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/17/a-milano-lancio-di-sassi-e-cariche-della-polizia-feriti-e-fermati.-scontri-a-torino_a783ef65-c2c2-4fb9-8d99-7c64d791f43c.html">ANSA, 17 ottobre 2026 — Cronaca delle manifestazioni</a></li>
<li><a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/10/scontri-a-milano-bologna-e-torino-tensioni-ai-cortei-italia-in-piazza-76170fe9-277f-4e9e-8949-dd573cafa67d.html">RaiNews — Proteste nelle tre città</a></li>
<li><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/20/scontri-milano-giovani-periferia-notizie/8543655/">Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre — Voci dei ragazzi</a></li>
<li><a href="https://www.open.online/2026/10/21/milano-proteste-generazione-precariato-smantellamento-servizi-italia-in-piazza-scontri-rivendicazioni-violenza/">Open, 21 ottobre — Intervista a Gaia</a></li>
<li><a href="https://www.open.online/2026/10/20/scontri-milano-violenze-giovani-intervista-psicologa-pigozzi/">Open, 20 ottobre — Laura Pigozzi</a></li>
<li><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/7777651/">Baumeister e Leary, The Need to Belong, 1995</a></li>
<li>Sherry Turkle, Alone Together, Basic Books, 2011.</li>
</ul>
</section>
</article>
</section>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/22/dietro-lo-schermo-il-bisogno-di-appartenere/">Dietro lo schermo, il bisogno di appartenere</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<item>
		<title>Amoris laetitia, dieci anni dopo: dalla famiglia da accompagnare alla famiglia che partecipa</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/18/amoris-laetitia-dieci-anni-dopo-dalla-famiglia-da-accompagnare-alla-famiglia-che-partecipa/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=amoris-laetitia-dieci-anni-dopo-dalla-famiglia-da-accompagnare-alla-famiglia-che-partecipa</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 09:19:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[Amoris laetitia]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa cattolica]]></category>
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		<category><![CDATA[discernimento]]></category>
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		<category><![CDATA[Papa Francesco]]></category>
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		<category><![CDATA[Sinodo 2024]]></category>
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<p>L&#8217;omelia di Leone XIV e il Sinodo 2024 rilanciano una domanda decisiva: le famiglie sono soltanto destinatarie della pastorale o protagoniste della vita della Chiesa? EDITORIALE DI ANALISI &#124; FAMIGLIA&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/18/amoris-laetitia-dieci-anni-dopo-dalla-famiglia-da-accompagnare-alla-famiglia-che-partecipa/">Amoris laetitia, dieci anni dopo: dalla famiglia da accompagnare alla famiglia che partecipa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<div class="mh-meta entry-meta">
<div>EDITORIALE DI ANALISI | FAMIGLIA E SINODALITÀ</div>
<p class="fm-pip-sottotitolo">L’omelia di Leone XIV, il messaggio conclusivo e il Documento finale del Sinodo 2024 riportano al centro una questione decisiva: le famiglie sono soltanto destinatarie della pastorale o possono contribuire a costruirla?</p>
<div class="fm-pip-firma">di <strong>fr@ncesco Mazzarella</strong> | 17 ottobre 2026</div>
<div class="fm-pip-corpo-articolo">
<p>Dieci anni dopo <em>Amoris laetitia</em>, la questione non riguarda soltanto il modo in cui la Chiesa parla della famiglia, ma il posto che le famiglie occupano nella sua vita.</p>
<p>Il 14 ottobre 2026, in Piazza San Pietro, il cardinale Luis Antonio Tagle ha presieduto la celebrazione eucaristica conclusiva dell’incontro per il decennale dell’esortazione apostolica di Papa Francesco, leggendo l’omelia preparata da Leone XIV.</p>
<p>Al centro della riflessione del Pontefice si trovano l’amore coniugale, l’educazione degli affetti, la stabilità del matrimonio, l’apertura alla vita e la spiritualità familiare. Ma emerge anche un’altra attenzione: quella verso le persone che attraversano situazioni difficili, fragilità e crisi, chiamate a trovare nella comunità cristiana sostegno e protezione dai pregiudizi.</p>
<p>Un’indicazione che acquista ulteriore significato se letta insieme al messaggio conclusivo dell’incontro, datato 13 ottobre. In quel testo Leone XIV auspica che le famiglie partecipino attivamente alla vita delle Chiese locali e contribuiscano al discernimento sulle strade da percorrere.</p>
<p>È un passaggio che merita di essere approfondito.</p>
<p>Perché fra accompagnare una famiglia e riconoscerla come soggetto attivo della comunità esiste una differenza sostanziale.</p>
<p><strong>Ed è proprio in questa differenza che si può individuare una delle principali sfide pastorali del prossimo futuro.</strong></p>
<h2>Leone XIV e Francesco: una continuità da comprendere</h2>
<p>Sarebbe riduttivo leggere l’omelia di Leone XIV come un ritorno alla sola difesa dell’ideale matrimoniale, contrapponendola all’attenzione di Papa Francesco per le fragilità.</p>
<p>I documenti disponibili non sostengono una simile interpretazione.</p>
<p>Già nel messaggio del 19 marzo 2026, in occasione del decimo anniversario di <em>Amoris laetitia</em>, Leone XIV aveva richiamato esplicitamente il valore del discernimento sinodale che aveva accompagnato la nascita dell’esortazione.</p>
<p>Il Pontefice aveva inoltre sottolineato la necessità di continuare ad approfondire l’insegnamento di Francesco, richiamando il capitolo VIII, dedicato all’accompagnamento, al discernimento e all’integrazione della fragilità.</p>
<p>L’omelia del 14 ottobre sviluppa prevalentemente la dimensione spirituale ed educativa della famiglia, mentre il messaggio conclusivo valorizza il contributo delle famiglie stesse alla vita ecclesiale.</p>
<p>Si tratta di testi diversi per finalità e contenuti, che devono essere considerati nel loro insieme.</p>
<p>Non emerge una contrapposizione dichiarata tra i due Pontefici. E non vi sono elementi sufficienti per attribuire a Leone XIV una modifica della disciplina relativa alle situazioni matrimoniali particolari.</p>
<p>La questione giornalisticamente più interessante è dunque un’altra: <strong>come si traduce nella vita delle comunità questa continuità dichiarata?</strong></p>
<h2>Amoris laetitia: non tutte le storie sono uguali</h2>
<p>Quando Papa Francesco pubblicò <em>Amoris laetitia</em>, il 19 marzo 2016, uno degli elementi maggiormente discussi riguardò il rapporto fra la dottrina sul matrimonio e le situazioni familiari che non corrispondono pienamente all’ideale sacramentale.</p>
<p>Il capitolo VIII dell’esortazione, tuttavia, non può essere ridotto alla sola questione dei divorziati che vivono una nuova unione.</p>
<p>Il suo orizzonte è più ampio: riconoscere la complessità delle vicende personali e familiari, senza rinunciare alla proposta cristiana del matrimonio.</p>
<p>Al paragrafo 297 Francesco scrive: «Si tratta di integrare tutti».</p>
<p>Non è una dichiarazione di indifferenza rispetto alle scelte delle persone. È l’indicazione di un metodo pastorale che non può esaurirsi nella classificazione delle situazioni.</p>
<p>Il paragrafo 298 distingue esplicitamente condizioni familiari differenti, ricordando che una nuova unione consolidata nel tempo, con figli e responsabilità assunte, non coincide necessariamente con altre vicende matrimoniali caratterizzate da circostanze diverse.</p>
<p>Il paragrafo 299 affronta poi una questione ancora più concreta: la possibilità di superare, attraverso il discernimento, alcune forme di esclusione dalla partecipazione alla vita liturgica, pastorale, educativa e istituzionale.</p>
<p>Questa indicazione non elimina le distinzioni previste dall’insegnamento e dalla disciplina ecclesiale. Chiede però che siano considerate alla luce delle storie personali, delle responsabilità, della coscienza e dell’effettiva possibilità di integrazione.</p>
<p>È una prospettiva che impedisce di trasformare una condizione matrimoniale nell’unica definizione possibile di una persona.</p>
<p>Una persona separata o divorziata non è soltanto la sua separazione. Chi vive una nuova unione non può essere descritto esclusivamente attraverso la fine del matrimonio precedente.</p>
<p>Esistono responsabilità genitoriali, percorsi di fede, capacità professionali, disponibilità al servizio, relazioni costruite e contributi che possono arricchire la comunità.</p>
<p>Riconoscerli non significa negare la complessità delle situazioni. Significa considerare la persona nella sua interezza.</p>
<h2>Il discernimento non è un’autorizzazione automatica</h2>
<p>Uno dei temi più delicati introdotti da <em>Amoris laetitia</em> riguarda l’eventuale accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia per persone divorziate che vivono una nuova unione.</p>
<p>Su questo punto è necessario evitare semplificazioni.</p>
<p>Il Dicastero per la Dottrina della Fede, nella risposta del 25 settembre 2023 ai quesiti del cardinale Dominik Duka, ha chiarito che l’esortazione apre, in determinati casi, alla possibilità dell’accesso ai sacramenti attraverso un adeguato discernimento personale e pastorale, considerando anche le circostanze che possono attenuare la responsabilità individuale.</p>
<p>Non si tratta di un permesso generalizzato, né di una soluzione automatica.</p>
<p>È un percorso che richiede accompagnamento, formazione della coscienza e valutazione delle situazioni concrete.</p>
<p>L’omelia di Leone XIV del 14 ottobre non entra specificamente in questa materia. Non sarebbe dunque corretto attribuirle decisioni o chiarimenti che il testo non contiene.</p>
<p>Resta invece attuale una domanda più ampia: quanto le comunità sono preparate ad accompagnare davvero questi percorsi, senza trasformare il discernimento in una formalità o, all’opposto, in un giudizio anticipato?</p>
<h2>Il Sinodo 2024: dall’ascolto alla corresponsabilità</h2>
<p>La riflessione sulla famiglia si inserisce in un processo ecclesiale più vasto.</p>
<p>Il Documento finale della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, approvato il 26 ottobre 2024, dedica ampio spazio alla partecipazione dei fedeli, al discernimento comunitario e alla responsabilità nei processi decisionali.</p>
<p>Il paragrafo 77 invita ad ampliare le opportunità di partecipazione dei laici e delle laiche, anche nei processi di discernimento e nelle responsabilità ecclesiali.</p>
<p>Il paragrafo 87 richiama la necessità di coinvolgere l’intero Popolo di Dio nell’ascolto, nel confronto e nell’elaborazione delle decisioni.</p>
<p>La corresponsabilità, dunque, non viene presentata come una semplice concessione organizzativa, ma come una dimensione della vita ecclesiale.</p>
<p>Il documento precisa, al tempo stesso, che la competenza decisionale propria dei pastori rimane distinta dalla partecipazione dei fedeli. La sinodalità non cancella le responsabilità previste dalla struttura della Chiesa, ma chiede che siano esercitate attraverso autentici processi di ascolto e discernimento.</p>
<p>Il paragrafo 94 introduce un criterio particolarmente impegnativo: la credibilità del cammino sinodale richiede cambiamenti concreti nelle pratiche ecclesiali.</p>
<p>È qui che il messaggio conclusivo di Leone XIV del 13 ottobre 2026 incontra direttamente il percorso del Sinodo.</p>
<p>Se le famiglie sono chiamate a contribuire al discernimento delle Chiese locali, occorre domandarsi quali strumenti rendano effettiva questa partecipazione.</p>
<p>Non basta organizzare incontri in cui qualcuno ascolta e qualcun altro racconta.</p>
<p>È necessario comprendere come le esperienze ascoltate entrino nei processi di elaborazione pastorale, in che modo influenzino le decisioni e attraverso quali strumenti sia possibile verificarne gli esiti.</p>
<p>Queste sono domande di attuazione, non richieste di superamento della struttura ecclesiale.</p>
<h2>La differenza tra essere accolti e appartenere</h2>
<p>Ogni comunità vive attraverso le proprie relazioni.</p>
<p>L’accoglienza può esprimersi in un saluto, in un invito, nella disponibilità all’ascolto. L’appartenenza, però, richiede qualcosa di ulteriore: il riconoscimento della persona come parte della vita comune.</p>
<p>Dal punto di vista relazionale, sentirsi accolti non coincide necessariamente con il sentirsi riconosciuti.</p>
<p>Una persona può partecipare a una celebrazione senza percepire di avere uno spazio autentico nella comunità. Può essere invitata a raccontare la propria esperienza senza che questa contribuisca realmente alla riflessione collettiva.</p>
<p>Si tratta di possibilità, non di una descrizione generalizzata delle parrocchie o dei movimenti ecclesiali. Esistono esperienze differenti, che richiederebbero un’indagine specifica per essere documentate e confrontate.</p>
<p>Proprio per questo occorre evitare due errori opposti: immaginare che tutte le comunità siano escludenti oppure presumere che ogni dichiarazione di accoglienza corrisponda automaticamente a una prassi inclusiva.</p>
<p>Il criterio di verifica non può essere soltanto ciò che una comunità afferma di voler essere.</p>
<p>Occorre osservare anche come costruisce le relazioni, come ascolta le storie delle persone e come riconosce i loro contributi.</p>
<p>Per le famiglie che attraversano separazioni, nuove unioni, difficoltà economiche, lutti, solitudine o situazioni di violenza, l’accompagnamento richiede inoltre attenzione a bisogni molto differenti.</p>
<p>Le risposte non possono essere identiche, perché identiche non sono le esperienze.</p>
<h2>Una sfida anche per associazioni e movimenti ecclesiali</h2>
<p>Il richiamo alla partecipazione riguarda non soltanto le parrocchie e le diocesi, ma anche le associazioni e i movimenti ecclesiali.</p>
<p>Nel Documento finale del Sinodo 2024 viene riconosciuto il contributo che ordini religiosi, associazioni, movimenti e nuove comunità possono offrire allo sviluppo di una Chiesa sinodale.</p>
<p>Ma questo riconoscimento apre inevitabilmente una riflessione sulle pratiche interne.</p>
<p>Come vengono individuate le persone chiamate ad assumere responsabilità? Quale spazio esiste per il confronto? Come vengono valorizzate le competenze? Quanto incidono realmente le esperienze personali e familiari nei processi di discernimento?</p>
<p>Non sono domande rivolte contro una particolare realtà ecclesiale.</p>
<p>Riguardano la coerenza tra una visione della Chiesa fondata sulla comunione e i comportamenti organizzativi attraverso cui tale visione prende forma.</p>
<p>Anche le strutture nate per custodire un carisma possono aver bisogno di verificare periodicamente se le proprie modalità operative continuino a favorirne la vitalità.</p>
<p>È una questione che riguarda la capacità delle istituzioni di rimanere fedeli alla propria missione senza diventare autoreferenziali.</p>
<h2>Dieci anni dopo: ciò che resta da verificare</h2>
<p>I documenti ufficiali permettono di individuare una linea abbastanza chiara.</p>
<p><em>Amoris laetitia</em> ha valorizzato l’accompagnamento e il discernimento delle situazioni familiari.</p>
<p>Il Sinodo del 2024 ha sviluppato il tema della partecipazione e della corresponsabilità ecclesiale.</p>
<p>Leone XIV, nei messaggi del 2026 e nell’omelia del 14 ottobre, ha ribadito la necessità di approfondire e attuare l’insegnamento di Francesco, riconoscendo alle famiglie un ruolo attivo nella missione della Chiesa.</p>
<p><strong>Questi sono gli elementi documentati.</strong></p>
<p>Resta invece da verificare quanto tali orientamenti abbiano trasformato le pratiche concrete delle diocesi, delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti.</p>
<p>Per rispondere servirebbero testimonianze, documenti pastorali, esperienze verificabili e un confronto fra differenti realtà ecclesiali.</p>
<p>Senza questo lavoro non sarebbe corretto affermare che l’attuazione sia fallita. Ma non sarebbe neppure sufficiente considerarla compiuta per il solo fatto che i documenti ne ribadiscono la necessità.</p>
<p><strong>La sfida del prossimo decennio potrebbe essere proprio questa: passare dalla formulazione dei principi alla verifica delle relazioni e dei processi che quei principi dovrebbero generare.</strong></p>
<p>Una famiglia può avere bisogno di essere sostenuta. Ma può anche avere qualcosa da insegnare, da proporre e da donare alla comunità.</p>
<p>Riconoscere questa reciprocità significa superare l’idea di una pastorale in cui alcuni sono sempre chiamati a guidare e altri soltanto a ricevere.</p>
<p>Non per cancellare la diversità delle vocazioni e delle responsabilità, ma per riconoscere che la comunione ecclesiale cresce anche attraverso il contributo di chi vive esperienze differenti.</p>
<p>Dieci anni dopo <em>Amoris laetitia</em>, dunque, la domanda non è semplicemente se la Chiesa abbia imparato a parlare con maggiore attenzione delle famiglie.</p>
<p>È se stia imparando a costruire la propria vita <strong>anche insieme alle famiglie, nelle loro storie concrete</strong>.</p>
<p>Perché una comunità non diventa necessariamente più umana quando moltiplica le dichiarazioni di accoglienza.</p>
<p>Lo diventa quando le persone possono riconoscersi reciprocamente, contribuire al cammino comune e sperimentare che la loro presenza non è soltanto tollerata, ma considerata significativa.</p>
</div>
<aside class="fm-pip-nota-editoriale" aria-label="Nota editoriale dell'autore">
<h2>Nota editoriale | fr@ncesco Mazzarella</h2>
<p>C’è una differenza che considero fondamentale tra essere accolti e sentirsi parte.</p>
<p>Possiamo accogliere una persona senza conoscerla veramente. Possiamo ascoltare la sua storia senza permettere che ci interroghi. Possiamo persino accompagnarla continuando a considerarla soltanto qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto.</p>
<p>La relazione, invece, comincia a diventare reciproca quando riconosciamo che anche l’altro può contribuire a trasformare il nostro modo di vedere, comprendere e costruire la comunità.</p>
<p>Questo vale nelle famiglie, nelle relazioni personali, nelle istituzioni e, naturalmente, nella Chiesa.</p>
<p>Credo che <em>Amoris laetitia</em> abbia aperto un cammino che non può essere misurato soltanto attraverso il numero di incontri organizzati, i documenti prodotti o le dichiarazioni pubbliche.</p>
<p>La sua fecondità dovrebbe emergere anche dalla qualità delle relazioni e dalla possibilità concreta di costruire comunità nelle quali le persone non vengano ridotte alla propria condizione familiare, ai propri errori o alle proprie fragilità.</p>
<p>La fedeltà a un ideale non dovrebbe rendere invisibili le persone. Al contrario, dovrebbe aiutarci a incontrarle con maggiore profondità.</p>
<p>E la sinodalità, se vuole essere qualcosa di più di un linguaggio ecclesiale, deve misurarsi con questa realtà.</p>
<p>Non si tratta di chiedere una Chiesa senza regole o senza responsabilità distinte. Si tratta di domandarsi se le regole, le strutture e le responsabilità vengano vissute come strumenti di comunione oppure, talvolta, come confini che impediscono di riconoscere pienamente l’altro.</p>
<p>Per questo considero importante l’invito di Leone XIV a coinvolgere le famiglie nel discernimento.</p>
<p>Perché partecipare non significa soltanto essere presenti.</p>
<p>Significa poter offrire il proprio piccolo pezzo di esperienza, responsabilità e umanità alla costruzione di qualcosa che appartiene a tutti.</p>
<p>E forse la domanda da cui ripartire è proprio questa:</p>
<p><strong>Siamo davvero disponibili a lasciarci cambiare dall’incontro con le storie che diciamo di voler accompagnare?</strong></p>
<p><strong>fr@ncesco Mazzarella</strong><br />
<em>Giornalista e comunicatore relazionale</em></p>
</aside>
<section class="fm-pip-fonti" aria-label="Fonti documentali ufficiali">
<h2>Fonti documentali ufficiali</h2>
<ol>
<li><strong>Papa Leone XIV.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/homilies/2026/documents/20261014-messa-amoris-laetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Omelia per la Santa Messa nel X anniversario di Amoris laetitia, 14 ottobre 2026</a>.</li>
<li><strong>Papa Leone XIV.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2026/documents/20261013-messaggio-fine-incontro-amorislaetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Messaggio al termine dell’incontro per il decimo anniversario di Amoris laetitia, 13 ottobre 2026</a>.</li>
<li><strong>Papa Leone XIV.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2026/documents/20260319-messaggio-amorislaetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Messaggio per il decimo anniversario di Amoris laetitia, 19 marzo 2026</a>.</li>
<li><strong>Papa Francesco.</strong> <a href="https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20160319_amoris-laetitia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Amoris laetitia, 19 marzo 2016, in particolare capitolo VIII, nn. 297–305</a>.</li>
<li><strong>Sinodo dei Vescovi.</strong> <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20241026_doc-final-sinodo2024-chiesa-sinodale_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Documento finale «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione», 26 ottobre 2024, nn. 65, 77, 87, 90 e 94</a>.</li>
<li><strong>Dicastero per la Dottrina della Fede.</strong> <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_pro_20230925_risposte-card-duka_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Risposte al cardinale Dominik Duka sui divorziati in nuova unione, 25 settembre 2023</a>.</li>
</ol>
<p>Il testo distingue i contenuti dei documenti ufficiali dalle valutazioni e dalle domande editoriali dell’autore. Le prassi pastorali locali richiederebbero un’indagine empirica specifica.</p>
<p>&nbsp;</p>
</section>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/18/amoris-laetitia-dieci-anni-dopo-dalla-famiglia-da-accompagnare-alla-famiglia-che-partecipa/">Amoris laetitia, dieci anni dopo: dalla famiglia da accompagnare alla famiglia che partecipa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>GUARDAMI / 3 — Oltre il controllo: educare, proteggere e ricostruire fiducia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 13:22:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/GUARDAMI-Parte-3-fiducia-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla famiglia alla scuola, dalle piattaforme alle istituzioni: proteggere i minori non significa soltanto impedire i pericoli, ma costruire relazioni nelle quali chiedere aiuto sia possibile GUARDAMI. Oltre il controllo:&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/17/guardami-3-oltre-il-controllo-educare-proteggere-e-ricostruire-fiducia/">GUARDAMI / 3 — Oltre il controllo: educare, proteggere e ricostruire fiducia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<h1>GUARDAMI. Oltre il controllo: educare, proteggere e ricostruire fiducia</h1>
<p>Dalla famiglia alla scuola, dalle piattaforme alle istituzioni: proteggere i minori non significa soltanto impedire i pericoli, ma costruire relazioni nelle quali chiedere aiuto sia possibile. Il capitolo conclusivo dell’inchiesta GUARDAMI.</p>
<p>17 ottobre 2026 · di Francesco Mazzarella</p>
<p><strong>E se il problema fosse anche il modo in cui guardiamo i ragazzi?</strong></p>
<p>Abbiamo iniziato questa inchiesta raccontando due bambine che avevano trascorso una notte nascoste in un negozio di San Cataldo, dopo aver osservato contenuti online. Abbiamo proseguito entrando in un mondo molto più oscuro: quello delle reti criminali capaci di trasformare la fiducia degli adolescenti in ricatto, manipolazione e violenza.</p>
<p>Ora dobbiamo affrontare una domanda forse ancora più difficile: <strong>che cosa possiamo fare perché tutto questo non accada? E che cosa dobbiamo fare quando è già accaduto?</strong></p>
<p>La risposta più immediata sembra essere sempre la stessa: controllare di più. Controllare il telefono, le amicizie, gli orari, ciò che viene pubblicato, guardato e commentato.</p>
<p>Sono preoccupazioni comprensibili. Esistono limiti necessari, strumenti di protezione indispensabili e situazioni nelle quali intervenire tempestivamente è un preciso dovere degli adulti.</p>
<p>Ma c’è una differenza sostanziale tra proteggere una persona e ridurre ogni suo spazio di autonomia.</p>
<p>Un adolescente può vivere in una casa piena di regole, frequentare una scuola attenta alla disciplina e utilizzare uno smartphone sottoposto a limitazioni. E tuttavia non sentirsi libero di raccontare ciò che gli sta accadendo.</p>
<p><strong>La sicurezza tecnica può ridurre alcuni rischi. Non garantisce, da sola, che un ragazzo trovi qualcuno disposto ad ascoltarlo.</strong> Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire.</p>
<h2>La fiducia non nasce durante un’emergenza</h2>
<p>Immaginiamo un adolescente che abbia condiviso qualcosa di personale con una persona conosciuta online. All’inizio c’era una conversazione. Forse un’amicizia, un gruppo, una sensazione di appartenenza. Poi qualcosa è cambiato. Sono arrivate richieste indesiderate, pressioni, minacce. Quella relazione è diventata un luogo dal quale è difficile uscire.</p>
<p>A questo punto il ragazzo deve prendere una decisione: chiedere aiuto. Ma chiedere aiuto significa anche raccontare agli adulti ciò che aveva tenuto nascosto. Esporsi al giudizio, affrontare possibili reazioni, ammettere di aver avuto fiducia nella persona sbagliata.</p>
<p>E se teme di perdere il telefono, essere rimproverato o umiliato, il silenzio può sembrargli meno pericoloso della verità.</p>
<p>Non è soltanto una nostra interpretazione. Nelle proprie <a href="https://www.unicef.org/parenting/child-care/supporting-child-negative-online-experience" target="_blank" rel="noopener noreferrer">indicazioni per le famiglie</a>, l’UNICEF osserva che una reazione rabbiosa o immediatamente punitiva può scoraggiare ulteriori richieste di aiuto.</p>
<p>Il principio è semplice, ma impegnativo: la prima risposta dell’adulto deve contribuire a mettere in sicurezza il minore, non aumentare la sua paura.</p>
<p>La fiducia, però, non si improvvisa quando arriva un’emergenza. Si costruisce nelle conversazioni ordinarie. Nel modo in cui ascoltiamo un errore. Nella capacità di riconoscere un’emozione senza trasformarla subito in una lezione. Nella disponibilità a conoscere gli ambienti digitali frequentati dai ragazzi senza considerarli automaticamente inutili o pericolosi.</p>
<blockquote><p><strong>Un adulto affidabile non è quello che promette di non intervenire mai. È quello che interviene per proteggere senza usare la vulnerabilità di un ragazzo contro di lui.</strong></p></blockquote>
<h2>La ricerca: educare alla sicurezza è una responsabilità condivisa</h2>
<p>Nel 2025 l’UNICEF e l’Università di Oxford hanno avviato un lavoro, insieme ad altri partner di ricerca, dedicato alla genitorialità nell’era digitale, con particolare attenzione alla prevenzione dello sfruttamento e dell’abuso sessuale dei minori facilitati dalle tecnologie.</p>
<p>Il progetto <a href="https://www.unicef.org/documents/parenting-digital-age" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Parenting for the Digital Age</em></a> comprende una sintesi delle evidenze e consultazioni con esperti provenienti da organizzazioni internazionali, istituzioni, università, aziende tecnologiche e realtà informate dall’esperienza delle vittime.</p>
<p>Questo approccio mette in discussione un’abitudine diffusa: pensare che basti trasferire ai ragazzi informazioni sui pericoli della rete.</p>
<p>Spesso gli adulti progettano interventi per i ragazzi senza coinvolgerli davvero. Decidono quali piattaforme siano pericolose, quali comportamenti siano appropriati e quali regole debbano essere rispettate. I ragazzi diventano destinatari delle decisioni, raramente interlocutori nella loro costruzione.</p>
<p>Ma una protezione pensata senza ascoltare chi dovrebbe proteggere rischia di non riconoscere i problemi reali.</p>
<p>È necessario conoscere anche ciò che i giovani sperimentano come positivo: amicizie, creatività, partecipazione, scoperta di interessi, possibilità di parlare con persone che condividono le loro esperienze.</p>
<p>Se descriviamo tutta la vita digitale come una minaccia, rischiamo di non comprendere perché continui a essere così importante.</p>
<h2>La voce dei ragazzi: chiedono presenza, non soltanto regole</h2>
<p>Il 30 settembre 2026, durante la presentazione della <a href="https://www.garanteinfanzia.org/relazione-al-parlamento-marina-terragni-serve-una-rivoluzione-della-cura/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Relazione al Parlamento 2025 dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza</a>, è emersa una richiesta particolarmente significativa.</p>
<p>Una rappresentante della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi ha letto una lettera indirizzata agli adulti, chiedendo maggiore presenza, fiducia e responsabilità.</p>
<blockquote><p>«Vorremmo la presenza emotiva e fisica nei momenti importanti della vita».</p></blockquote>
<p>Non è la richiesta di un mondo privo di regole. È la domanda di una relazione nella quale non si debba diventare un’emergenza per ottenere attenzione.</p>
<p>Nella stessa occasione, l’Autorità garante Marina Terragni ha richiamato la necessità di una rivoluzione della cura, ponendo al centro l’interdipendenza e il valore delle relazioni umane.</p>
<p>Questa prospettiva merita di essere presa sul serio, senza trasformarla in una spiegazione unica e semplicistica delle difficoltà adolescenziali.</p>
<p>Nessuna ricerca autorizza a sostenere che una famiglia poco presente produca automaticamente una vittima di manipolazione online. Gli abusi possono colpire anche ragazzi che vivono in contesti familiari accoglienti e attenti.</p>
<p>Ma una rete di relazioni affidabili può offrire più possibilità di riconoscere un problema, parlarne e trovare protezione. E questo sposta la questione dalla sorveglianza individuale alla responsabilità collettiva.</p>
<h2>Le piattaforme non possono scaricare la sicurezza sulle famiglie</h2>
<p>C’è però un rischio nel nostro ragionamento. Parlare di fiducia e relazione può diventare un modo involontario per attribuire tutta la responsabilità ai genitori e agli insegnanti. Sarebbe sbagliato.</p>
<p>Una famiglia non progetta gli algoritmi che suggeriscono contenuti. Non decide come funzionano le segnalazioni. Non stabilisce quanto sia semplice per uno sconosciuto contattare un minore, inserirlo in un gruppo o continuare a raggiungerlo dopo un blocco.</p>
<p>Queste scelte appartengono anche alle aziende tecnologiche.</p>
<p>Il 14 luglio 2025 la Commissione europea ha pubblicato gli <a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/commission-publishes-guidelines-protection-minors" target="_blank" rel="noopener noreferrer">orientamenti per la protezione dei minori</a> nell’ambito del Digital Services Act.</p>
<p>Le raccomandazioni comprendono impostazioni più protettive della riservatezza, sistemi di raccomandazione più sicuri, maggiore controllo sulle interazioni, strumenti di blocco e segnalazione accessibili e limitazioni alle funzionalità progettate per favorire un utilizzo eccessivo.</p>
<p>Occorre distinguere correttamente i piani: il Digital Services Act impone specifici obblighi di tutela dei minori alle piattaforme interessate; gli <a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/dsa-guidelines" target="_blank" rel="noopener noreferrer">orientamenti della Commissione sono invece raccomandazioni non vincolanti</a> e non rendono automaticamente obbligatoria ogni misura suggerita.</p>
<blockquote><p><strong>La sicurezza non dovrebbe dipendere soltanto dalla capacità di un adolescente di difendersi da un ambiente progettato da altri.</strong></p></blockquote>
<p>Non è sufficiente mettere a disposizione un pulsante per segnalare un abuso. Bisogna domandarsi quanto sia comprensibile, che cosa accada dopo la segnalazione, se la persona continui a essere esposta a minacce e se esistano modalità di intervento tempestive.</p>
<p>La responsabilità delle piattaforme non sostituisce quella degli adulti. Ma nemmeno può essere sostituita da essa.</p>
<h2>La scuola: dalla giornata di sensibilizzazione alla responsabilità quotidiana</h2>
<p>Anche in Italia esistono strumenti normativi che meritano attenzione. La <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024-05-17;70" target="_blank" rel="noopener noreferrer">legge 17 maggio 2024, n. 70</a>, ha rafforzato il quadro per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo, intervenendo sulla legge 71 del 2017.</p>
<p>Tra le disposizioni figura la previsione di un codice interno di prevenzione e contrasto in ciascun istituto scolastico e di un tavolo permanente di monitoraggio con rappresentanti degli studenti, degli insegnanti, delle famiglie ed esperti.</p>
<p>È un passaggio importante. Ma l’esistenza di una disposizione normativa non coincide necessariamente con la sua piena attuazione.</p>
<p>La domanda giornalistica, quindi, non può fermarsi a ciò che la legge prevede. Dovremmo sapere quanti istituti abbiano reso effettivamente operativi questi strumenti, come vengano formati gli insegnanti, quanto siano conosciute dagli studenti le procedure di segnalazione e quali percorsi vengano attivati dopo un episodio di violenza.</p>
<p>Un incontro annuale sul cyberbullismo può sensibilizzare. Difficilmente, da solo, può costruire un ambiente nel quale uno studente sappia con certezza a chi rivolgersi quando qualcosa non va.</p>
<p>Servono adulti riconoscibili, procedure comprensibili, continuità educativa e interventi capaci di coinvolgere anche il gruppo dei pari.</p>
<p><strong>La prevenzione non dovrebbe essere un evento nel calendario scolastico. Dovrebbe diventare una responsabilità ordinaria della comunità educativa.</strong></p>
<h2>Quando la violenza è già accaduta</h2>
<p>C’è un aspetto ancora più delicato. Che cosa succede dopo?</p>
<p>Dopo la denuncia, dopo l’intervento delle autorità, dopo l’eventuale rimozione dei contenuti, dopo la fine di un rapporto di ricatto.</p>
<p>Interrompere una violenza è indispensabile. Ma non equivale automaticamente a cancellarne le conseguenze.</p>
<p>Un adolescente può continuare a provare paura, vergogna, rabbia, sfiducia. Può temere che i contenuti tornino a circolare o che altri vengano a conoscenza di quanto accaduto.</p>
<p>La risposta, quindi, non può essere soltanto investigativa o tecnologica. Occorrono, quando necessari, sostegno psicologico qualificato, continuità nelle relazioni di fiducia e un accompagnamento che rispetti i tempi e i bisogni della persona.</p>
<p>È importante anche evitare che la vittima sia costretta a raccontare ripetutamente i fatti a persone diverse senza una reale necessità.</p>
<p>Le <a href="https://www.unicef.org/parenting/child-care/supporting-child-negative-online-experience" target="_blank" rel="noopener noreferrer">indicazioni UNICEF</a> insistono sull’ascolto non giudicante, sul sostegno alla persona e sulla ricerca di assistenza professionale quando necessario.</p>
<p>Ricostruire la fiducia significa anche restituire alla persona il diritto di non essere identificata per sempre con la violenza subita.</p>
<p><strong>Un ragazzo non è il suo errore. E una vittima non è la violenza che ha attraversato.</strong></p>
<h2>Proteggere concretamente: gli strumenti esistono</h2>
<p>In Italia, bambini, adolescenti e adulti possono rivolgersi alla linea gratuita <strong>1.96.96 di <a href="https://azzurro.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Telefono Azzurro</a></strong>, attiva 24 ore su 24, per ricevere ascolto e supporto.</p>
<p>Per situazioni di emergenza che coinvolgono minori è disponibile il servizio <strong>114 Emergenza Infanzia</strong>. In presenza di un pericolo immediato è possibile chiamare il <strong>112</strong>.</p>
<p>Per sospetti reati online, minacce e ricatti, è importante rivolgersi alle forze dell’ordine, anche attraverso la Polizia Postale.</p>
<p>In caso di ricatto sessuale online, non bisogna pagare o cedere ad altre richieste. È importante interrompere il contatto con chi minaccia, preservare le informazioni utili per la segnalazione senza diffondere materiale intimo o illecito e ottenere tempestivamente assistenza.</p>
<p>Esiste inoltre <a href="https://takeitdown.ncmec.org/it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Take It Down</em></a>, il servizio gratuito del National Center for Missing &amp; Exploited Children, disponibile anche in italiano.</p>
<p>Consente di generare sul proprio dispositivo un’impronta digitale di immagini intime realizzate quando la persona era minorenne, senza trasferire l’immagine al servizio. Le piattaforme partecipanti possono utilizzare tale impronta per individuare copie corrispondenti e limitarne la diffusione.</p>
<p>Non è una garanzia di cancellazione completa da Internet, ma rappresenta uno strumento concreto.</p>
<p>In particolare, <strong>nessuno dovrebbe scaricare, inoltrare o procurarsi immagini sessualmente esplicite di minori soltanto per effettuare una segnalazione.</strong></p>
<div>
<h3>Se un minore ha bisogno di aiuto</h3>
<ul>
<li><strong>1.96.96</strong> — <a href="https://azzurro.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Telefono Azzurro</a>, ascolto e supporto</li>
<li><strong>114</strong> — Emergenza Infanzia</li>
<li><strong>112</strong> — emergenze e pericolo immediato</li>
<li><a href="https://takeitdown.ncmec.org/it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Take It Down</a> — contrasto alla diffusione di immagini intime di minori</li>
</ul>
</div>
<h2>Il diritto alla sicurezza e il diritto di partecipare</h2>
<p>Nel <a href="https://www.ohchr.org/en/documents/general-comments-and-recommendations/general-comment-no-25-2021-childrens-rights-relation" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Commento generale n. 25 del 2021</a>, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha chiarito che i diritti dei bambini e degli adolescenti devono essere rispettati anche nell’ambiente digitale.</p>
<p>Questo significa tutelare la sicurezza e la riservatezza, ma anche riconoscere il diritto all’informazione, all’espressione e alla partecipazione.</p>
<p>Non si tratta di scegliere tra libertà e protezione come se fossero necessariamente incompatibili. Si tratta di progettare ambienti nei quali possano convivere.</p>
<p>Un divieto può essere giustificato quando è proporzionato a un rischio reale e all’età del minore. Ma nessun divieto, da solo, insegna a riconoscere una relazione manipolatoria, a distinguere una richiesta legittima da una coercizione o a costruire un rapporto sano con la tecnologia.</p>
<p>Per questo educare richiede anche la possibilità di discutere, sperimentare progressivamente l’autonomia e comprendere le conseguenze delle proprie decisioni.</p>
<p>Il digitale non è un luogo separato dalla vita. È uno degli ambienti nei quali la vita contemporanea prende forma. E non possiamo pretendere di educare a viverci limitandoci a rimanerne fuori.</p>
<h2>GUARDAMI: tre storie, una responsabilità</h2>
<p>Questa inchiesta è nata da un fatto di cronaca. Due bambine, un negozio, una notte trascorsa nascoste.</p>
<p>Abbiamo provato a comprendere il desiderio di essere protagonisti, il bisogno di riconoscimento e il ruolo dei contenuti digitali.</p>
<p>Poi abbiamo incontrato l’altra faccia della rete: gruppi criminali capaci di sfruttare la fiducia, trasformare l’appartenenza in dominio e utilizzare il ricatto come strumento di violenza.</p>
<p>Ora torniamo al punto di partenza. Perché il problema non riguarda soltanto ciò che i ragazzi guardano. Riguarda anche <strong>come vengono guardati</strong>.</p>
<p>Se vengono considerati persone capaci di partecipare alla costruzione delle regole oppure soltanto soggetti da controllare. Se gli adulti sanno ascoltare prima di giudicare. Se le scuole sono ambienti nei quali una richiesta di aiuto trova risposte. Se le piattaforme mettono la sicurezza prima della convenienza economica quando le due entrano in conflitto. E se le istituzioni sanno trasformare norme e dichiarazioni in strumenti realmente accessibili.</p>
<p>La domanda da cui siamo partiti era: <strong>perché un adolescente desidera così tanto essere guardato?</strong></p>
<p>Forse dobbiamo concludere con una domanda diversa.</p>
<blockquote><p><strong>Quando un ragazzo ci dice «guardami», siamo capaci di riconoscere una persona, anziché vedere soltanto un problema da risolvere?</strong></p></blockquote>
<p>Perché proteggere non significa impossessarsi della libertà di qualcuno. Significa costruire le condizioni perché quella libertà possa crescere senza essere consegnata alla violenza.</p>
<p>E quando qualcosa va storto, significa lasciare aperta una strada per tornare. Una strada fatta di ascolto, responsabilità, giustizia e fiducia.</p>
<aside>
<h2>Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Ho voluto costruire <em>GUARDAMI</em> come un percorso in tre parti perché sono convinto che raccontare un fenomeno non significhi soltanto descriverne gli aspetti più inquietanti. Significa anche interrogarci sul nostro modo di comprenderlo e sulle responsabilità che ne derivano.</p>
<p>Nelle prime due puntate abbiamo incontrato comportamenti rischiosi e forme di violenza estremamente gravi. Sarebbe stato facile concludere questa inchiesta chiedendo più divieti, più controlli e più sorveglianza. Sarebbe stata una risposta parziale.</p>
<p>Non perché i limiti siano inutili. Tutt’altro. Ci sono situazioni nelle quali proteggere richiede decisioni ferme e interventi immediati.</p>
<p>Ma continuo a pensare che non si possa educare qualcuno alla libertà limitandosi a esercitare potere su di lui.</p>
<p>Da giornalista sento il dovere di documentare i fatti e distinguere ciò che è accertato dalle interpretazioni. Da comunicatore relazionale mi interrogo anche su ciò che quei fatti raccontano della qualità dei nostri legami. E credo che proprio qui si trovi una responsabilità che riguarda tutti noi.</p>
<p>Un adolescente deve poter sapere che, anche quando sbaglia, anche quando si vergogna, anche quando ha paura, esiste qualcuno disposto ad ascoltarlo e ad aiutarlo senza trasformare la sua vulnerabilità in una colpa.</p>
<p>Le piattaforme hanno responsabilità tecniche e giuridiche. Le istituzioni hanno obblighi di tutela. La scuola e le famiglie hanno responsabilità educative. Nessuna di queste responsabilità può sostituire le altre.</p>
<p>Vorrei che questa inchiesta lasciasse soprattutto un interrogativo.</p>
<p><strong>Stiamo educando i nostri ragazzi a fidarsi di noi, oppure soltanto a non farsi scoprire?</strong></p>
<p>Perché la vera prevenzione non comincia quando installiamo un controllo sul telefono. Comincia molto prima, quando costruiamo una relazione nella quale dire la verità non significhi rischiare di perdere anche l’unico luogo in cui cercare aiuto.</p>
<p>Francesco Mazzarella<br />
<small>Giornalista · Comunicatore relazionale</small></p>
</aside>
<section>
<h2>GUARDAMI — Le tre puntate</h2>
<p><strong>Parte 1 — 26 settembre 2026</strong><br />
<a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/26/guardami-la-notte-nel-negozio-e-quel-bisogno-di-trasformarsi-in-protagonisti1/">La notte nel negozio e quel bisogno di trasformarsi in protagonisti</a></p>
<p><strong>Parte 2 — 10 ottobre 2026</strong><br />
<a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/10/guardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minoriguardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minori/">Quando la rete diventa una prigione: ricatto, violenza e controllo sui minori</a></p>
<p><strong>Parte 3 — 17 ottobre 2026</strong><br />
Oltre il controllo: educare, proteggere e ricostruire fiducia</p>
<article class="pip-inchiesta-guardami">
<section>
<h2>Fonti e documentazione</h2>
<ol>
<li><a href="https://www.unicef.org/documents/parenting-digital-age" target="_blank" rel="noopener noreferrer">UNICEF e Università di Oxford, <em>Parenting for the Digital Age</em></a>, 2025.</li>
<li><a href="https://www.garanteinfanzia.org/relazione-al-parlamento-marina-terragni-serve-una-rivoluzione-della-cura/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, presentazione Relazione al Parlamento 2025</a>, 30 settembre 2026.</li>
<li><a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/commission-publishes-guidelines-protection-minors" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Commissione europea, orientamenti per la protezione dei minori ai sensi del DSA</a>, 14 luglio 2025.</li>
<li><a href="https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/dsa-guidelines" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Commissione europea, natura e applicazione degli orientamenti DSA</a>.</li>
<li><a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2024-05-17;70" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Normattiva, legge 17 maggio 2024, n. 70</a>.</li>
<li><a href="https://www.unicef.org/parenting/child-care/supporting-child-negative-online-experience" target="_blank" rel="noopener noreferrer">UNICEF Parenting, <em>How to support your child through a negative online experience</em></a>.</li>
<li><a href="https://www.ohchr.org/en/documents/general-comments-and-recommendations/general-comment-no-25-2021-childrens-rights-relation" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, Commento generale n. 25</a>, 2021.</li>
<li><a href="https://azzurro.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Telefono Azzurro, servizi di ascolto e tutela</a>.</li>
<li><a href="https://takeitdown.ncmec.org/it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">NCMEC, <em>Take It Down</em></a>.</li>
</ol>
<p><strong>Nota metodologica.</strong> La terza parte utilizza documenti istituzionali, fonti normative e indicazioni di organizzazioni di tutela dei minori. Le riflessioni sulla fiducia e sulle responsabilità relazionali costituiscono interpretazioni editoriali, distinte dai fatti e dalle disposizioni documentate. Non vengono riportate testimonianze attribuite a minori non intervistati né divulgati contenuti che possano esporre le vittime a ulteriori rischi.</p>
<p>Francesco Mattarella @Riproduzione riservata</p>
</section>
</article>
</section>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/17/guardami-3-oltre-il-controllo-educare-proteggere-e-ricostruire-fiducia/">GUARDAMI / 3 — Oltre il controllo: educare, proteggere e ricostruire fiducia</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 09:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari dall&#8217;Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/">Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover.jpg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/gaza-ricostruzione-cover-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><em>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari dall&#8217;Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa della vita quotidiana</em></p>
<p>di Francesco Mazzarella</p>
<article class="pip-editoriale" lang="it">
<header><strong>EDITORIALE | ESTERI — 15 ottobre 2026</strong></p>
<h1>Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</h1>
<p><strong>Le merci commerciali attraverso i canali israeliani si fermano mentre proseguono alcuni ingressi umanitari  dall’Egitto. Israele e operatori palestinesi si accusano reciprocamente. La crisi mostra quanto sia fragile la ripresa della vita quotidiana.</strong></p>
<p><em>di Francesco Mazzarella</em></p>
</header>
<p>A Gaza, la ricostruzione non si misura soltanto contando gli edifici rimessi in piedi. Si misura anche dalla possibilità di acquistare del pane, trovare un indumento per l’inverno, procurarsi il necessario per una famiglia. È in questi gesti quotidiani che una comunità comincia a recuperare autonomia dopo la devastazione.</p>
<p>Il 15 ottobre 2026 arriva un nuovo segnale della fragilità di questo processo. Le merci commerciali hanno smesso di entrare attraverso i canali di approvvigionamento israeliani, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane e confermato dagli operatori palestinesi del trasporto. Restano invece segnalati ingressi di aiuti umanitari e di merci provenienti dall’Egitto.</p>
<p>La distinzione è essenziale. Non siamo di fronte alla conferma di una chiusura assoluta di ogni rifornimento, ma a un’interruzione che interessa una componente fondamentale dell’economia quotidiana della Striscia.</p>
<h2>Due versioni, una conseguenza concreta</h2>
<p>Il COGAT, organismo israeliano incaricato del coordinamento delle attività civili nei territori palestinesi, sostiene che i commercianti di Gaza abbiano sospeso il coordinamento delle importazioni a seguito di richieste economiche avanzate da Hamas.</p>
<p>Secondo la ricostruzione israeliana, sarebbe stato richiesto un pagamento di 10.000 shekel per camion e una quota delle vendite in contanti.</p>
<p>Hamas e gli organismi governativi di Gaza contestano la descrizione di queste somme come imposte obbligatorie. I rappresentanti dei trasportatori palestinesi, inoltre, attribuiscono alle restrizioni israeliane la responsabilità dell’interruzione.</p>
<p>Le ricostruzioni restano contrapposte. Non disponiamo di elementi indipendenti sufficienti per stabilire quale versione descriva completamente le cause della sospensione.</p>
<p>Ma una cosa emerge con chiarezza: quando i flussi commerciali si interrompono, sono le famiglie a subirne le possibili conseguenze.</p>
<h2>Gli aiuti sono indispensabili. Ma non sostituiscono una società che funziona</h2>
<p>Gli aiuti umanitari sono fondamentali per la sopravvivenza della popolazione. Eppure una società non può ricostruirsi soltanto attraverso la distribuzione di beni di emergenza.</p>
<p>Un mercato funzionante consente alle persone di scegliere, ai commercianti di lavorare, alle famiglie di organizzare la propria vita. Permette, almeno in parte, di uscire dalla condizione di dipendenza assoluta.</p>
<p>La portavoce del Norwegian Refugee Council, Shaina Low, ha ricordato ad Associated Press che il settore umanitario non può soddisfare da solo tutti i bisogni della popolazione e che il funzionamento dei mercati resta necessario.</p>
<p>Non è soltanto una questione economica. È una questione di dignità e di capacità di decidere della propria quotidianità.</p>
<h2>Il problema era già visibile</h2>
<p>Nel rapporto dell’11 settembre, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, OCHA, aveva documentato una situazione commerciale estremamente fragile.</p>
<p>Tra il 31 agosto e il 6 settembre erano stati registrati 881 carichi commerciali raccolti nella Striscia dal settore privato. Il 28% trasportava beni non essenziali, mentre i prezzi dei prodotti di base restavano molto elevati rispetto al periodo precedente all’ottobre 2023.</p>
<p>Il rapporto sottolineava inoltre la vulnerabilità di un sistema logistico concentrato su pochi punti di accesso.</p>
<p>La sospensione segnalata oggi si inserisce dunque in un contesto già compromesso. Non crea da sola tutte le difficoltà, ma rischia di aggravare squilibri esistenti.</p>
<h2>Una scuola aperta non basta, se intorno manca la vita</h2>
<p>Nei mesi scorsi abbiamo raccontato i tentativi di restituire ai bambini di Gaza luoghi e occasioni per imparare, anche tra le macerie.</p>
<p>Quelle esperienze conservano tutto il loro valore.</p>
<p>Ma la ricostruzione educativa non può essere separata dalle condizioni materiali delle famiglie. Un bambino ha bisogno di una scuola, certamente. Ha bisogno anche di cibo, di un riparo adeguato, di vestiti e di adulti che possano provvedere alla vita quotidiana.</p>
<p>La scuola rappresenta una possibilità di futuro. Il funzionamento dei mercati e dei servizi rende quel futuro più concretamente abitabile.</p>
<p>Non si tratta di contrapporre gli aiuti umanitari al commercio, ma di riconoscere che entrambi svolgono funzioni necessarie e differenti.</p>
<h2>La domanda che resta aperta</h2>
<p>Le prossime ore diranno se la sospensione sarà temporanea o se produrrà conseguenze più durature.</p>
<p>Sarà necessario verificare quanti camion entreranno effettivamente, quali merci saranno disponibili, come cambieranno i prezzi e se verranno adottate misure per ripristinare i flussi.</p>
<p>Non possiamo ancora parlare di un nuovo collasso alimentare provocato da questi due giorni di interruzione. Possiamo però riconoscere il rischio che una situazione già precaria subisca un ulteriore peggioramento.</p>
<p>La ricostruzione di Gaza non riguarda soltanto ciò che si deve portare dentro la Striscia. Riguarda anche la possibilità di restituire alle persone le condizioni per vivere, lavorare, scegliere e costruire relazioni sociali.</p>
<p><strong>Perché un territorio non torna a vivere quando riceve soltanto ciò che gli serve per sopravvivere. Torna a vivere quando i suoi abitanti possono ricominciare a costruire il proprio domani.</strong></p>
<section class="nota-editoriale" aria-labelledby="nota-fm">
<hr />
<h2 id="nota-fm">Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Raccontare Gaza attraverso il numero dei camion può essere necessario. Ma non è sufficiente.</p>
<p>Dietro ogni rifornimento interrotto ci sono persone che cercano di organizzare una giornata normale in condizioni tutt’altro che normali.</p>
<p>Mi colpisce soprattutto questa contraddizione: parliamo di ricostruzione, di scuole, di futuro, mentre perfino la possibilità di acquistare ciò che serve rimane esposta a decisioni e conflitti che le famiglie non possono controllare.</p>
<p>La solidarietà è indispensabile. Ma non dovrebbe trasformarsi in una condizione permanente di dipendenza.</p>
<p>Ricostruire significa anche restituire libertà quotidiana: la possibilità di scegliere, lavorare, educare i figli e immaginare qualcosa oltre l’emergenza.</p>
<p>È lì, nella vita ordinaria che prova a ricominciare, che si misura la concretezza della pace.</p>
<p><strong>Francesco Mazzarella</strong></p>
</section>
<section class="fonti" aria-labelledby="fonti-articolo">
<hr />
<h2 id="fonti-articolo">Fonti e documentazione</h2>
<ol>
<li><a href="https://apnews.com/article/744d4b8c005b20d94ce6fc952a63e063" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Associated Press, 15 ottobre 2026</a> — Sospensione degli ingressi commerciali e conseguenze per la popolazione.</li>
<li><a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-says-commercial-goods-no-longer-entering-gaza-after-merchants-suspend-2026-10-15/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters, 15 ottobre 2026</a> — Dichiarazioni del COGAT, posizione palestinese e distinzione tra flussi commerciali e umanitari.</li>
<li><a href="https://www.aa.com.tr/en/middle-east/gaza-government-denies-imposing-fees-on-trucks-demands-entry-of-600-daily/4090071" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Anadolu Agency, 15 ottobre 2026</a> — Posizione dell’ufficio stampa governativo di Gaza.</li>
<li><a href="https://www.ochaopt.org/content/humanitarian-situation-report-11-september-2026" target="_blank" rel="noopener noreferrer">OCHA, Humanitarian Situation Report, 11 settembre 2026</a> — Dati sul commercio, prezzi e vulnerabilità logistiche.</li>
</ol>
</section>
</article>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/16/gaza-non-bastano-gli-aiuti-senza-mercati-e-rifornimenti-la-ricostruzione-resta-sospesa/">Gaza, non bastano gli aiuti: senza mercati e rifornimenti la ricostruzione resta sospesa</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Da Wojtyła a Leone XIV: quando un Papa non nasconde la propria fragilità</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/12/da-wojtyla-a-leone-xiv-quando-un-papa-non-nasconde-la-propria-fragilita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=da-wojtyla-a-leone-xiv-quando-un-papa-non-nasconde-la-propria-fragilita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 13:19:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[autorevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[fragilità di un papa]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[Papa leone XIV]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Wojtyla]]></category>
		<category><![CDATA[riservatezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p>
<p>L’annuncio dell’intervento al polmone di Leone XIV richiama la testimonianza di Giovanni Paolo II. Due momenti profondamente diversi, un interrogativo comune: può l’autorità mostrarsi fragile senza perdere autorevolezza? Una riflessione&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/12/da-wojtyla-a-leone-xiv-quando-un-papa-non-nasconde-la-propria-fragilita/">Da Wojtyła a Leone XIV: quando un Papa non nasconde la propria fragilità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1664" height="936" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa.jpg 1664w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/papa-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1664px) 100vw, 1664px" /></p><p><strong><em>L’annuncio dell’intervento al polmone di Leone XIV richiama la testimonianza di Giovanni Paolo II. Due momenti profondamente diversi, un interrogativo comune: può l’autorità mostrarsi fragile senza perdere autorevolezza? Una riflessione sulla malattia, sulla comunicazione e sul diritto di restare umani.</em></strong></p>
<p class="pip-intro">bastato un minuto, al termine dell’Angelus di domenica 11 ottobre, per aprire una riflessione che va molto oltre le condizioni di salute del Pontefice.</p>
<p>Papa Leone XIV ha <a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/angelus/2026/documents/20261011-angelus.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">annunciato personalmente ai fedeli </a>che dovrà sottoporsi a un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo polmonare, individuato durante alcuni controlli.</p>
<p>Lo ha fatto con poche parole, senza particolari enfasi, senza trasformare la notizia in un evento drammatico.</p>
<p>Ha spiegato che il nodulo è circoscritto, individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. Ha comunicato di aver accolto il consiglio dei medici e di aver deciso di sottoporsi all’operazione nei prossimi giorni.</p>
<p>Poi ha ringraziato i fedeli, affidandosi alla loro preghiera.</p>
<p>Non sappiamo quale sia la natura del nodulo. Non è stata comunicata una diagnosi definitiva e, proprio per questo, ogni interpretazione medica sarebbe prematura.</p>
<p>Ma c’è già un fatto sul quale vale la pena soffermarsi.</p>
<div class="pip-evidenza"><strong>Il Papa ha scelto di raccontare personalmente una propria condizione di vulnerabilità.</strong></div>
<p>Non ha atteso che altri parlassero al suo posto. Non ha presentato la salute come una questione incompatibile con la sua responsabilità. Ha semplicemente condiviso ciò che riteneva giusto far conoscere.</p>
<p>E questo gesto richiama inevitabilmente un’altra immagine, rimasta nella memoria di milioni di persone.</p>
<h2>La lezione silenziosa di Wojtyła</h2>
<p>Chi ha vissuto gli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II ricorda un uomo progressivamente segnato dalla malattia.</p>
<p>Il passo diventato incerto. La mano tremante. La fatica di parlare. I movimenti sempre più difficili.</p>
<p>Un uomo che aveva attraversato il mondo con un’energia straordinaria e che, lentamente, si trovava a fare i conti con i limiti del proprio corpo.</p>
<p>Wojtyła non scomparve dalla vita pubblica per evitare che quei limiti fossero visibili.</p>
<p>Continuò, fin dove gli fu possibile, a incontrare le persone, a partecipare alle celebrazioni, a mostrarsi.</p>
<p>Nel marzo 2005, durante gli ultimi giorni del suo pontificato, il mondo vide un Papa che cercava di parlare e non riusciva più a farlo.</p>
<p>La benedizione silenziosa della Pasqua di quell’anno rimane una delle immagini più forti della sua storia.</p>
<p>Era il 27 marzo. Pochi giorni dopo, il 2 aprile, Giovanni Paolo II sarebbe morto.</p>
<p>Quel silenzio non cancellava la sua responsabilità pastorale. Ne mostrava, piuttosto, una dimensione che spesso dimentichiamo: anche l’uomo chiamato a guidare una comunità mondiale conserva tutta la vulnerabilità della condizione umana.</p>
<p>Anni dopo, nel 2009, il cardinale Tarcisio Bertone, <a href="https://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2009/documents/rc_seg-st_20091112_visita-gpii-parlam_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ricordando Wojtyła davanti al Parlamento italiano </a>, affermò che il Pontefice non aveva mai fatto mistero della propria malattia.</p>
<p>E Benedetto XVI, nel suo <a href="https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">discorso alla Curia romana del dicembre 2005 </a>, parlò della lezione lasciata dal predecessore dalla «cattedra della sofferenza e del silenzio».</p>
<p>È una definizione che aiuta a comprendere quel pontificato, senza bisogno di idealizzare il dolore.</p>
<p>Perché Wojtyła non fu autorevole in quanto malato.</p>
<p><strong>Rimase una persona degna di ascolto anche quando la malattia limitò le capacità attraverso le quali aveva esercitato la propria missione.</strong></p>
<p>E la differenza è sostanziale.</p>
<h2>Leone XIV: la forza di una comunicazione semplice</h2>
<p>Il confronto con Leone XIV non deve farci dimenticare che siamo davanti a due vicende molto diverse.</p>
<p>Giovanni Paolo II attraversò un lungo e progressivo deterioramento delle condizioni fisiche. Leone XIV ha comunicato la necessità di un intervento per una condizione individuata precocemente, della quale non conosciamo ancora la diagnosi.</p>
<p>Sarebbe improprio sovrapporre le due situazioni, immaginare sviluppi o cercare analogie cliniche che non esistono.</p>
<p>Il collegamento riguarda un’altra dimensione: il modo di comunicare la vulnerabilità.</p>
<p>Wojtyła la rese visibile soprattutto attraverso il proprio corpo.</p>
<p>Leone XIV, in questa circostanza, ha scelto di raccontarla attraverso le parole.</p>
<p>Due forme differenti di presenza pubblica.</p>
<p>Nel primo caso, un’esperienza di malattia prolungata che diventò parte integrante dell’immagine del pontificato.</p>
<p>Nel secondo, una comunicazione preventiva, personale e misurata.</p>
<p>Ciò che accomuna le due esperienze non è il dolore, ma la possibilità di non considerare la fragilità un elemento da nascondere necessariamente.</p>
<p>È significativo anche un altro aspetto dell’annuncio di Leone XIV: il riferimento esplicito ai medici e alla decisione di seguire le loro indicazioni.</p>
<p>Un Papa che parla della propria salute riconoscendo il valore della competenza sanitaria non compie soltanto un gesto personale.</p>
<p>Comunica, attraverso il proprio esempio, che affidarsi alla medicina non è una diminuzione della fede né un cedimento dell’autonomia.</p>
<div class="pip-evidenza">La fiducia nella scienza e la dimensione spirituale possono convivere senza essere poste in contrapposizione.</div>
<h2>Quando la fragilità incontra il potere</h2>
<p>Viviamo in una società che continua a rappresentare l’autorità attraverso alcuni attributi ricorrenti: sicurezza, efficienza, controllo, capacità di decidere, assenza di esitazioni.</p>
<p>Da un dirigente a un leader politico, da un responsabile di comunità a una figura religiosa, ci aspettiamo frequentemente che chi guida sappia essere forte.</p>
<p>E talvolta finiamo per confondere la forza con l’invulnerabilità.</p>
<p>La malattia incrina questa rappresentazione.</p>
<p>Ci ricorda che nessun ruolo mette al riparo dal limite umano.</p>
<div class="pip-domanda">Ma siamo davvero certi che una persona diventi meno autorevole quando riconosce di non poter controllare tutto?</div>
<p>La domanda riguarda anche il nostro modo di costruire e vivere le relazioni.</p>
<p>Un’autorità che non può mai mostrarsi fragile rischia di diventare distante.</p>
<p>Chi la esercita può sentirsi obbligato a nascondere paure, dubbi, stanchezza e difficoltà per continuare a essere riconosciuto.</p>
<p>E chi la osserva può finire per attribuirle caratteristiche che nessun essere umano possiede.</p>
<p>Il problema non è soltanto personale.</p>
<p>È culturale e, spesso, organizzativo.</p>
<p><strong>Quando una struttura pretende che chi la guida sia sempre forte, rischia di costruire un’immagine dell’autorità che allontana dalla realtà delle persone.</strong></p>
<p>Il gesto di Leone XIV permette di interrogare anche le comunità ecclesiali.</p>
<p>Sappiamo riconoscere la vulnerabilità di chi ha una responsabilità? Oppure la consideriamo qualcosa che deve rimanere invisibile per non indebolire l’istituzione?</p>
<p>E, soprattutto, sappiamo accompagnare chi attraversa una difficoltà senza trasformarla immediatamente in un giudizio sulla sua capacità di continuare a servire?</p>
<h2>Il rischio di trasformare la sofferenza in un modello obbligatorio</h2>
<p>C’è però un punto sul quale credo sia necessario fermarsi.</p>
<p>Raccontare pubblicamente la propria malattia può essere una testimonianza di libertà.</p>
<p>Ma non deve diventare un obbligo.</p>
<p>La scelta di Giovanni Paolo II di continuare a mostrarsi e quella di Leone XIV di rendere nota la propria situazione sanitaria non autorizzano a pretendere lo stesso comportamento da chiunque.</p>
<p>La malattia appartiene alla sfera più delicata della vita personale.</p>
<p>C’è chi desidera condividerla e chi ha bisogno di viverla nel riserbo. Chi trova conforto nelle relazioni pubbliche e chi preferisce proteggere uno spazio intimo.</p>
<p>Nessuna di queste scelte, da sola, misura il coraggio, la fede o la dignità di una persona.</p>
<p>Sarebbe sbagliato costruire una nuova retorica secondo la quale il malato debba necessariamente mostrarsi, parlare, essere esempio per gli altri o attribuire alla propria sofferenza un significato edificante.</p>
<p>La sofferenza non rende automaticamente migliori.</p>
<p>E soprattutto non deve diventare una prestazione spirituale.</p>
<p>Giovanni Paolo II aveva affrontato profondamente il tema nella lettera apostolica <a href="https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1984/documents/hf_jp-ii_apl_11021984_salvifici-doloris.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Salvifici doloris</em> </a>del 1984, proponendo una lettura cristiana della sofferenza umana.</p>
<p>Ma proprio perché quella riflessione appartiene a un’esperienza di fede, non può trasformarsi in una richiesta rivolta indistintamente a tutti.</p>
<p>La dignità non nasce dalla capacità di sopportare il dolore in maniera esemplare.</p>
<div class="pip-evidenza">Appartiene alla persona anche quando ha paura, protesta, si scoraggia, chiede aiuto o semplicemente non vuole raccontare ciò che sta vivendo.</div>
<h2>Il compito della comunicazione: informare senza invadere</h2>
<p>L’annuncio di Leone XIV pone anche una questione giornalistica.</p>
<p>Quando una persona pubblica comunica un problema di salute, dove finisce il diritto all’informazione e dove comincia il diritto alla riservatezza?</p>
<p>Nel caso di un Pontefice esiste certamente un interesse pubblico a conoscere le condizioni che potrebbero incidere sull’esercizio delle sue responsabilità.</p>
<p>Ma questo interesse non autorizza diagnosi a distanza, speculazioni o invasioni della sfera privata.</p>
<p>C’è una differenza tra spiegare ciò che è stato comunicato e cercare di riempire ogni spazio lasciato vuoto.</p>
<p>È una differenza che il giornalismo dovrebbe saper custodire.</p>
<p>Anche le parole che scegliamo contano.</p>
<p>Un annuncio sanitario può essere raccontato come un dramma imminente, come una prova di eroismo oppure, più semplicemente, come un fatto umano che merita attenzione e rispetto.</p>
<p>La notizia non ha bisogno di essere ingigantita per essere importante.</p>
<p>Riconoscere il valore comunicativo del gesto di Leone XIV non significa conoscere già l’esito dell’intervento né attribuirgli intenzioni che non ha dichiarato.</p>
<p>Significa osservare ciò che è accaduto, distinguere i fatti dalle interpretazioni e lasciare che il lettore possa formulare il proprio giudizio.</p>
<h2>La dignità di essere uomini, prima ancora che figure pubbliche</h2>
<p>Forse è questo l’aspetto più interessante del filo che possiamo riconoscere tra Wojtyła e Leone XIV.</p>
<p>Prima di essere simboli, rappresentanti di un’istituzione o riferimenti spirituali, sono persone.</p>
<p>Uomini che, come tutti, hanno un corpo, una storia, una salute da custodire e una vulnerabilità con cui confrontarsi.</p>
<p>Non dobbiamo dimenticarlo quando li ammiriamo.</p>
<p>E nemmeno quando li critichiamo.</p>
<p>Perché il riconoscimento della fragilità non diminuisce la possibilità di esercitare responsabilità, né impedisce di essere valutati per le proprie decisioni.</p>
<p>Una persona può essere vulnerabile e continuare a rispondere delle proprie scelte.</p>
<p>Può avere bisogno di cure e conservare la propria autorevolezza.</p>
<p>Può chiedere aiuto senza perdere la dignità.</p>
<p>E può anche decidere di fermarsi quando le circostanze lo richiedono.</p>
<p>Non è necessario trasformare ogni limite in un’impresa da superare.</p>
<p>Forse una delle forme più mature di responsabilità consiste proprio nel riconoscere quando abbiamo bisogno degli altri.</p>
<p>Giovanni Paolo II lo ha mostrato, negli ultimi anni, attraverso una presenza sempre più faticosa.</p>
<p>Leone XIV, oggi, lo racconta attraverso una comunicazione semplice e diretta.</p>
<p>Il loro messaggio non è identico, così come non sono identiche le circostanze.</p>
<p>Ma entrambi ci invitano a mettere in discussione un’immagine del potere che spesso dimentica l’umanità di chi lo esercita.</p>
<div class="pip-finale"><strong>Perché la fragilità non è il contrario dell’autorevolezza. </strong>È una dimensione della condizione umana che neppure l’autorità può cancellare.</div>
<aside class="pip-nota">
<h2>Nota editoriale — Francesco Mazzarella</h2>
<p>Non credo che la malattia debba essere trasformata in una lezione per gli altri. Chi soffre non ha il dovere di insegnarci qualcosa, né quello di essere forte o di apparire sereno.</p>
<p>Eppure, quando una persona che ha grandi responsabilità sceglie liberamente di condividere la propria vulnerabilità, quel gesto può aiutarci a rivedere il modo in cui guardiamo agli altri.</p>
<p>Ho sempre trovato profondamente umana l’immagine di Giovanni Paolo II che, negli ultimi giorni, cercava di parlare senza riuscirci.</p>
<p>Non perché quella sofferenza fosse bella. Non lo era.</p>
<p>Ma perché ci poneva davanti a una persona che continuava a essere riconoscibile e degna di ascolto anche quando il suo corpo non le permetteva più di comunicare come prima.</p>
<p>Oggi, ascoltando le parole di Leone XIV, ritrovo una domanda che riguarda tutti noi, nelle nostre famiglie, nelle comunità, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni quotidiane.</p>
<p><strong>Sappiamo continuare a riconoscere il valore di una persona anche quando non riesce più a corrispondere all’immagine di forza che ci siamo costruiti di lei?</strong></p>
<p>Forse il primo passo non è imparare a essere invulnerabili, ma costruire relazioni nelle quali non sia necessario fingere di esserlo.</p>
<p class="pip-nota-firma">fr@ncesco</p>
</aside>
<div class="pip-firma"><strong>Francesco Mazzarella</strong><br />
Giornalista e comunicatore relazionale<br />
Paese Italia Press</div>
<section class="pip-fonti">
<h3>Fonti e documentazione</h3>
<ul>
<li><a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/angelus/2026/documents/20261011-angelus.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Santa Sede — Angelus di Leone XIV, 11 ottobre 2026 </a>. Dichiarazione originale del Pontefice.</li>
<li><a href="https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/pope-leo-says-will-undergo-surgery-small-growth-lung-2026-10-11/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Reuters — Pope Leo says he will undergo surgery for small growth on lung </a>. 11 ottobre 2026.</li>
<li><a href="https://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2009/documents/rc_seg-st_20091112_visita-gpii-parlam_it.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Santa Sede — Cardinale Tarcisio Bertone, commemorazione di Giovanni Paolo II </a>. 12 novembre 2009.</li>
<li><a href="https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2005/december/documents/hf_ben_xvi_spe_20051222_roman-curia.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Santa Sede — Benedetto XVI, discorso alla Curia romana </a>. 22 dicembre 2005.</li>
<li><a href="https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1984/documents/hf_jp-ii_apl_11021984_salvifici-doloris.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giovanni Paolo II — Lettera apostolica Salvifici doloris </a>. 11 febbraio 1984.</li>
<li><a href="https://www.rainews.it/amp/video/2025/03/ventanni-dalla-morte-di-papa-wojtyla-lultima-apparizione-alla-finestra-senza-riuscire-a-parlare-3fe4b81b-eda3-42f7-b521-901bace86b5a.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">RaiNews — L’ultima apparizione pubblica di Giovanni Paolo II </a>. Documentazione audiovisiva.</li>
</ul>
<p class="pip-avvertenza">Le informazioni sanitarie riportate si riferiscono esclusivamente ai dati resi pubblici e disponibili al 12 ottobre 2026. Non vengono formulate ipotesi diagnostiche sulla natura del nodulo polmonare.</p>
<p>Francesco Mazzarella @Riproduzione riservata</p>
</section>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/12/da-wojtyla-a-leone-xiv-quando-un-papa-non-nasconde-la-propria-fragilita/">Da Wojtyła a Leone XIV: quando un Papa non nasconde la propria fragilità</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>GUARDAMI / 2 — Quando la rete diventa una prigione: ricatto, violenza e controllo sui minori</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/10/guardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minoriguardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minori/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=guardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minoriguardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minori</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 16:32:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1600" height="900" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2.jpg 1600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2-1024x576.jpg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2-768x432.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2-1170x658.jpg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/INCHIESTA_GUARDAMI_Parte_2_di_3_v2-585x329.jpg 585w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></p>
<p>Dalla condanna di Rohan Rane in Francia alla confessione giudiziaria di Prasan Nepal negli Stati Uniti: due sviluppi in quarantotto ore rivelano il funzionamento delle reti criminali che trasformano la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/10/guardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minoriguardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minori/">GUARDAMI / 2 — Quando la rete diventa una prigione: ricatto, violenza e controllo sui minori</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<h1>GUARDAMI. Quando la rete diventa una prigione</h1>
<p>Dalla condanna in Francia al procedimento negli Stati Uniti: dentro le reti criminali che trasformano il bisogno di appartenenza in ricatto, violenza e controllo sui minori</p>
<article class="pip-inchiesta-guardami"><strong>Ci sono ragazzi che cercano di farsi guardare. E ci sono adulti e gruppi criminali che aspettano proprio quel momento per impossessarsi del loro sguardo, della loro fiducia, della loro libertà.</strong></p>
<p>Nella prima parte di GUARDAMI siamo partiti da San Cataldo, in Sicilia. Due bambine avevano trascorso una notte nascoste in un negozio, dopo aver osservato video online. Avevamo provato a comprendere il rapporto fra imitazione, rischio, appartenenza e riconoscimento.</p>
<p>Quella vicenda non presentava, sulla base degli elementi resi pubblici dagli investigatori, evidenze di una coercizione organizzata.</p>
<p>Oggi incontriamo una realtà completamente diversa.</p>
<p>Non più soltanto una scelta rischiosa ispirata a ciò che si vede sullo schermo. Ma persone che utilizzano gli ambienti digitali per individuare minori vulnerabili, conquistarne la fiducia, ricattarli e costringerli a comportamenti sempre più violenti e degradanti.</p>
<p>Non è corretto confondere le challenge con queste organizzazioni criminali. Sarebbe però altrettanto sbagliato non osservare un elemento che attraversa entrambe le questioni: il ruolo che lo sguardo degli altri, l’appartenenza a un gruppo e la ricerca di riconoscimento possono assumere nella vita digitale.</p>
<h2>Parigi, 9 ottobre: una condanna che riguarda il mondo intero</h2>
<p>Venerdì 9 ottobre 2026, a Parigi, Rohan Rane, cittadino indiano di 29 anni, è stato condannato a vent’anni di reclusione per gravi crimini commessi ai danni di minorenni attraverso una rete online.</p>
<p>Secondo quanto ricostruito nel procedimento, Rane amministrava un gruppo denominato CVLT sulla piattaforma Discord. Attraverso minacce, coercizione e ricatti, adolescenti venivano spinte a produrre materiale sessualmente violento e a compiere atti di autolesionismo.</p>
<p>Tra le vittime individuate nel procedimento figuravano anche bambine di appena dodici anni.</p>
<p>Il processo, celebrato a porte chiuse per la tutela delle persone coinvolte, rappresenta un passaggio importante nel riconoscimento giudiziario di una criminalità che agisce attraverso comunità digitali transnazionali.</p>
<p>Ma il dato forse più inquietante non riguarda soltanto la gravità dei singoli reati.</p>
<p><strong>Riguarda la capacità di trasformare un ambiente apparentemente dedicato alla conversazione in uno strumento di dominio.</strong></p>
<p>Un luogo nel quale la relazione non serve più a incontrare qualcuno, ma a controllarlo.</p>
<h2>Stati Uniti: il caso della rete 764</h2>
<p>Il giorno precedente, l’8 ottobre, negli Stati Uniti, Prasan Nepal, ventunenne conosciuto online con lo pseudonimo di Trippy, si è dichiarato colpevole di associazione finalizzata allo sfruttamento sessuale di minori.</p>
<p>Secondo il Dipartimento di Giustizia americano, Nepal ricopriva un ruolo di vertice nella rete 764, un’organizzazione descritta dalle autorità come appartenente all’estremismo violento nichilista.</p>
<p>La rete operava attraverso strumenti di comunicazione online, utilizzando manipolazione, estorsione e pressione psicologica per sfruttare minorenni e altre persone vulnerabili.</p>
<p>La dichiarazione di colpevolezza non equivale ancora a una sentenza sulla pena: il procedimento prevede la decisione del giudice il 5 marzo 2027. Nepal rischia una pena compresa fra quindici e trent’anni di reclusione.</p>
<p>Le autorità americane descrivono una struttura capace di operare oltre i confini nazionali e di coinvolgere più soggetti in condotte criminali coordinate.</p>
<p>CVLT e 764 non devono essere considerate automaticamente un’unica organizzazione. Presentano tuttavia caratteristiche operative simili, inserite in un ecosistema di comunità violente online che gli investigatori seguono da anni.</p>
<h2>Come si trasforma una relazione in una prigione</h2>
<p>Il Federal Bureau of Investigation ha descritto pubblicamente il funzionamento di questi gruppi: l’avvicinamento può avvenire attraverso social network, videogiochi e piattaforme di messaggistica. Il contatto può presentarsi inizialmente come un’amicizia, una comunità o una possibilità di appartenenza.</p>
<p>Successivamente possono comparire richieste personali, pressioni, minacce di diffusione di materiale privato e imposizioni sempre più pesanti.</p>
<p>È una dinamica di controllo progressivo.</p>
<p>La relazione diventa asimmetrica: una persona accumula informazioni, potere e strumenti di ricatto; l’altra perde progressivamente la possibilità percepita di sottrarsi.</p>
<p>Non bisogna immaginare necessariamente un adolescente ingenuo. Né attribuire automaticamente alle vittime problematiche familiari o psicologiche.</p>
<p>La manipolazione può utilizzare bisogni umani ordinari: essere accettati, sentirsi parte di qualcosa, avere qualcuno con cui parlare, custodire un segreto condiviso.</p>
<p><strong>Il problema non nasce dal bisogno di relazione. Nasce quando qualcuno trasforma quel bisogno in uno strumento di potere.</strong></p>
<h2>La dimensione internazionale: non è un fenomeno confinato</h2>
<p>Nel febbraio 2026, l’FBI di Boston ha comunicato che oltre 350 soggetti collegati a queste reti violente online erano oggetto di indagine negli Stati Uniti e che tutti i 56 uffici territoriali dell’agenzia erano coinvolti.</p>
<p>Questo numero riguarda soggetti investigati, non persone tutte condannate. Non può quindi essere utilizzato come cifra dei colpevoli o come stima complessiva dei membri delle reti.</p>
<p>Il 6 ottobre 2026, anche la polizia federale canadese ha reso noto l’arresto di un diciottenne del Saskatchewan, avvenuto il 24 settembre, nell’ambito di un’indagine su presunte attività legate alla rete 764. Le accuse devono naturalmente essere valutate nel procedimento giudiziario.</p>
<p>La convergenza degli elementi provenienti da Francia, Stati Uniti e Canada mostra una dimensione transnazionale del fenomeno.</p>
<p>Una comunità criminale online non ha bisogno di condividere un luogo fisico. Può costruire legami, imporre gerarchie ed esercitare violenza attraverso connessioni distribuite tra Paesi diversi.</p>
<h2>Discord e la responsabilità delle piattaforme</h2>
<p>Il caso francese ha riportato al centro dell’attenzione Discord, piattaforma nata soprattutto per la comunicazione fra comunità di videogiocatori e successivamente utilizzata in molti altri ambiti.</p>
<p>Discord non coincide con i gruppi criminali che vi operano. Milioni di persone la utilizzano per attività perfettamente legittime.</p>
<p>La questione riguarda la capacità delle piattaforme di individuare, prevenire e interrompere comportamenti criminali all’interno dei propri ambienti digitali.</p>
<p>Il 14 settembre 2026, l’associazione francese e-Enfance, responsabile del servizio nazionale 3018, aveva segnalato 138 casi relativi a Discord nei primi sei mesi dell’anno, contro 44 in tutto il 2025.</p>
<p>Nell’analisi dei contenuti segnalati dall’associazione, soltanto il 33% risultava rimosso. Si tratta di dati del monitoraggio di e-Enfance, non di una misurazione generale di tutti i contenuti pubblicati sulla piattaforma.</p>
<p>L’associazione ha anche evidenziato difficoltà tecniche nelle procedure di segnalazione e interventi che, in alcuni casi, hanno richiesto diversi giorni.</p>
<p>È un problema che va oltre una singola azienda.</p>
<p>Quanto deve essere difficile segnalare un abuso? Quali informazioni possiamo realisticamente chiedere a un adolescente sotto ricatto? Quanto tempo può passare prima che un ambiente pericoloso venga chiuso?</p>
<p>La sicurezza non può essere affidata soltanto alla capacità di una vittima di utilizzare correttamente uno strumento tecnico.</p>
<h2>La questione che riguarda gli adulti</h2>
<p>Quando raccontiamo episodi come questi, la tentazione è spesso quella di concentrare tutto sull’uso dello smartphone.</p>
<p>Vietare. Controllare. Limitare. Sorvegliare.</p>
<p>Misure di protezione possono essere necessarie, soprattutto quando esiste un rischio concreto. Ma non sostituiscono la relazione educativa, né le responsabilità delle piattaforme e delle istituzioni.</p>
<p>Un ragazzo sotto ricatto potrebbe non chiedere aiuto proprio perché teme la reazione degli adulti.</p>
<p>Può avere paura di essere punito, giudicato, umiliato, privato dei propri strumenti digitali o ritenuto responsabile di quanto gli sta accadendo.</p>
<p>Per questo la prima risposta di un adulto dovrebbe essere capace di distinguere il comportamento rischioso dalla violenza subita.</p>
<p>Una vittima non diventa responsabile del ricatto perché ha inizialmente accordato fiducia, condiviso informazioni o commesso un errore.</p>
<p>Se una persona racconta una situazione di coercizione, occorre ascoltarla senza colpevolizzarla, proteggerla, conservare gli elementi utili alle indagini senza diffondere materiale illecito o intimo, e rivolgersi tempestivamente alle autorità competenti.</p>
<p>In Italia, in presenza di reati online, è possibile rivolgersi alla Polizia Postale attraverso i canali ufficiali della Polizia di Stato. Se esiste un pericolo immediato, il <strong>numero unico di emergenza è il 112</strong>.</p>
<h2>Dal bisogno di essere visti al diritto di essere protetti</h2>
<p>GUARDAMI è iniziata con una domanda: che cosa cercano bambini e adolescenti quando desiderano diventare protagonisti davanti a un pubblico digitale?</p>
<p>Questa seconda parte mostra il lato più oscuro della risposta.</p>
<p>Esistono organizzazioni capaci di riconoscere quella ricerca di appartenenza e di usarla per instaurare rapporti di dominio.</p>
<p>Ma sarebbe un errore trasformare ogni relazione digitale in un sospetto, ogni comunità online in una minaccia o ogni desiderio di visibilità in un sintomo di fragilità.</p>
<p>La tecnologia può offrire opportunità autentiche di incontro, espressione e costruzione di comunità.</p>
<p>La differenza sta nella qualità della relazione e nelle condizioni di sicurezza che la rendono possibile.</p>
<p><strong>Una relazione sana non chiede di annullare la propria libertà per continuare ad appartenere.</strong></p>
<p>Non impone il silenzio attraverso la paura. Non misura la fiducia sulla disponibilità a subire violenza. Non pretende che un segreto sia più importante della dignità di una persona.</p>
<p>Ecco allora la domanda che questa inchiesta lascia agli adulti, alle piattaforme e alle istituzioni.</p>
<p>Non soltanto: sappiamo che cosa guardano i nostri figli?</p>
<p>Ma soprattutto: <strong>quando qualcuno prova a sottrarre loro la libertà, siamo ancora persone alle quali sentono di poterlo raccontare?</strong></p>
<aside>GUARDAMI | Le puntate dell’inchiesta</p>
<p><strong>Parte 1 — 26 settembre 2026</strong><br />
<a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/26/guardami-la-notte-nel-negozio-e-quel-bisogno-di-trasformarsi-in-protagonisti1/">La notte nel negozio e quel bisogno di trasformarsi in protagonisti</a></p>
<p><strong>Parte 2 — 10 ottobre 2026</strong><br />
Quando la rete diventa una prigione</p>
<p><strong>Parte 3 — 17 ottobre 2026</strong><br />
Oltre il controllo: educare, proteggere e ricostruire fiducia.</p>
</aside>
<section>
<h2>Nota editoriale</h2>
<p><em>Ci sono notizie che, mentre le scrivi, ti costringono a interrogarti anche sul modo in cui scegli di raccontarle.</em></p>
<p><em>Questa è una di quelle.</em></p>
<p><em>Di fronte alla violenza esercitata contro i minori attraverso la rete, sarebbe facile cercare parole capaci di provocare indignazione, accumulare dettagli e costruire un racconto che lasci il lettore senza fiato.</em></p>
<p><em>Ma il compito del giornalismo non è trasformare il dolore in spettacolo. È renderlo comprensibile, documentarlo e individuare le responsabilità.</em></p>
<p><em>Per questo abbiamo scelto di non descrivere le violenze nei particolari e di non riprodurre i meccanismi operativi dei ricatti. La gravità di ciò che è accaduto emerge già con sufficiente chiarezza dai documenti giudiziari.</em></p>
<p><em>C’è però una riflessione che considero indispensabile.</em></p>
<p><em>Continuiamo a parlare molto dei pericoli della rete e forse ancora troppo poco della qualità delle relazioni che costruiamo, dentro e fuori dagli schermi.</em></p>
<p><em>Un adolescente dovrebbe sapere che nessun errore, nessuna fotografia condivisa, nessuna fiducia mal riposta gli fa perdere il diritto a essere ascoltato e protetto.</em></p>
<p><em>E un adulto dovrebbe sapere che educare non significa soltanto stabilire regole, ma rendere possibile il ritorno alla relazione anche quando qualcosa è andato storto.</em></p>
<p><em>Il problema non è scegliere fra tecnologia e umanità. È impedire che la tecnologia diventi un luogo nel quale l’umanità possa essere sottratta senza che nessuno se ne accorga.</em></p>
<p><em>La domanda, alla fine, è anche per noi: siamo disposti a guardare davvero i ragazzi, prima di chiedere loro di smettere di guardare uno schermo?</em></p>
<p>Francesco Mazzarella<br />
Giornalista · Comunicatore relazionale</p>
</section>
<section>
<h2>Fonti e documentazione</h2>
<p>Le fonti sono consultabili direttamente. I dati e gli sviluppi giudiziari sono aggiornati al 10 ottobre 2026.</p>
<ol>
<li><strong>Le Monde — 9 ottobre 2026.</strong><br />
Condanna di Rohan Rane a vent’anni di reclusione per le violenze commesse contro minorenni attraverso CVLT.<br />
<a href="https://www.lemonde.fr/societe/article/2026/10/09/rohan-rane-un-etudiant-nihiliste-violent-condamne-a-20-ans-de-reclusion-criminelle-pour-avoir-impose-des-tortures-sexuelles-a-des-mineures-sur-internet_6790630_3224.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consulta l’articolo</a></li>
<li><strong>U.S. Department of Justice — 8 ottobre 2026.</strong><br />
Dichiarazione di colpevolezza di Prasan Nepal nella vicenda della rete 764.<br />
<a href="https://www.justice.gov/usao-dc/pr/leader-global-violent-extremist-network-764-pleads-guilty-conspiracy-sexually-exploit" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comunicato ufficiale</a></li>
<li><strong>FBI Boston — 19 febbraio 2026.</strong><br />
Allerta sulle reti online estremiste e sulle indagini in corso negli Stati Uniti.<br />
<a href="https://www.fbi.gov/contact-us/field-offices/boston/news/fbi-boston-warns-of-nihilistic-violent-extremists-targeting-children-and-vulnerable-victims-online" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consulta l’allerta FBI</a></li>
<li><strong>FBI — 6 marzo 2025.</strong><br />
Allerta sulle reti violente online e sui meccanismi di coercizione e sfruttamento delle vittime.<br />
<a href="https://www.fbi.gov/investigate/cyber/alerts/2025/violent-online-networks-target-vulnerable-and-underage-populations-across-the-united-states-and-around-the-globe" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Documento ufficiale</a></li>
<li><strong>Association e-Enfance / 3018 — 14 settembre 2026.</strong><br />
Dati sui 138 casi segnalati relativi a Discord e sulle criticità della moderazione.<br />
<a href="https://e-enfance.org/discord-le-3018-alerte-sur-une-explosion-des-violences-visant-les-mineurs/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rapporto dell’associazione</a></li>
<li><strong>Association e-Enfance / 3018 — 8 ottobre 2026.</strong><br />
Analisi delle dinamiche di sextorsion, manipolazione ed estremismo cybercriminale.<br />
<a href="https://e-enfance.org/mouvance-extremiste-sextorsion-discord-ce-que-les-signalements-du-3018-revelent-des-violences-sur-mineurs/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Approfondimento ufficiale</a></li>
<li><strong>Royal Canadian Mounted Police — 6 ottobre 2026.</strong><br />
Comunicato relativo all’arresto di un sospettato in un’indagine collegata alla rete 764.<br />
<a href="https://rcmp.ca/en/news/2026/10/4357580" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Comunicato della polizia canadese</a></li>
</ol>
</section>
<footer><strong>Nota metodologica.</strong> Questa inchiesta distingue i fatti accertati da quelli oggetto di procedimento, le condanne dalle dichiarazioni di colpevolezza e le accuse ancora da giudicare. I gruppi citati non rappresentano la generalità delle comunità digitali. I meccanismi relazionali descritti sono una lettura interpretativa, non una diagnosi delle singole vittime. Per tutelare i minori, non vengono pubblicati contenuti traumatici né indicazioni operative sulle pratiche criminali.</p>
</footer>
</article>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/10/guardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minoriguardami-2-quando-la-rete-diventa-una-prigione-ricatto-violenza-e-controllo-sui-minori/">GUARDAMI / 2 — Quando la rete diventa una prigione: ricatto, violenza e controllo sui minori</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Non vietateci la rete, aiutateci a cambiarla: dalla Spagna la sfida dei giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 11:24:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="654" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-1024x568.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-768x426.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-1170x649.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-585x325.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>In Spagna sette gruppi di giovani lanciano AURA, un progetto che trasforma le sfide digitali in partecipazione, responsabilità e cura delle relazioni Sette gruppi di adolescenti hanno avviato a Madrid&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/09/non-vietateci-la-rete-aiutateci-a-cambiarla-dalla-spagna-la-sfida-dei-giovani/">Non vietateci la rete, aiutateci a cambiarla: dalla Spagna la sfida dei giovani</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="654" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-300x166.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-1024x568.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-768x426.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-1170x649.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/10/IMG_5917-585x325.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><em>In Spagna sette gruppi di giovani lanciano AURA, un progetto che trasforma le sfide digitali in partecipazione, responsabilità e cura delle relazioni</em></p>
<div class="pip-occhiello"></div>
<p class="pip-sommario">Sette gruppi di adolescenti hanno avviato a Madrid AURA, un percorso per trasformare il benessere digitale in iniziative concrete. Tra sfide collaborative, educazione e protagonismo giovanile, una risposta costruttiva ai rischi delle piattaforme social.</p>
<p>C’è una domanda che attraversa il dibattito sull’educazione digitale e che raramente viene rivolta direttamente ai ragazzi: <strong>e se foste proprio voi a indicarci come rendere la rete un luogo migliore?</strong></p>
<p>Siamo abituati a parlare degli adolescenti soprattutto quando qualcosa va storto. Una sfida pericolosa diventa virale, un episodio di cyberbullismo finisce nelle cronache, un ragazzo rimane intrappolato in una relazione digitale violenta. Ci interroghiamo sulle responsabilità delle piattaforme, sui controlli parentali, sull’opportunità di vietare gli smartphone.</p>
<p>Sono questioni serie, che richiedono risposte altrettanto serie.</p>
<p>Ma dalla Spagna arriva una storia che prova a cambiare il punto di osservazione. Non perché neghi i rischi, ma perché parte da una convinzione diversa: <strong>i giovani possono essere parte della soluzione, non soltanto destinatari delle nostre preoccupazioni.</strong></p>
<p>Si chiama <strong>AURA – Bienestar Digital</strong> ed è un progetto educativo che ha appena mosso i primi passi a Madrid.</p>
<h2>Sette gruppi, una sfida da affrontare insieme</h2>
<p>Dal 2 al 4 ottobre 2026, Casa Don Bosco, nella capitale spagnola, ha ospitato il primo incontro di AURA.</p>
<p>Sette gruppi di adolescenti e giovani, provenienti da Siviglia, León, Vigo, Cartagena, Alcoy e Madrid, si sono ritrovati insieme ai propri educatori per interrogarsi sul rapporto con il mondo digitale.</p>
<p>Il progetto è promosso dalla Coordinadora Estatal de Plataformas Sociales Salesianas e dalla Confederación Don Bosco de Centros Juveniles, con la collaborazione di Salesianos Comunicación. Coinvolge giovani tra i 14 e i 18 anni in un percorso che proseguirà durante l’anno educativo, fino al 2027.</p>
<p>Non un convegno nel quale gli adulti spiegano ai ragazzi che cosa non devono fare. Piuttosto, un laboratorio nel quale le esperienze personali diventano il punto di partenza per costruire qualcosa insieme.</p>
<p>E proprio la prima attività racconta molto dello spirito dell’iniziativa.</p>
<h2>Il codice che nessuno poteva recuperare da solo</h2>
<p>La sera del 2 ottobre, i partecipanti sono stati coinvolti nell’<em>Operación Código Aura</em>.</p>
<p>Una sfida collaborativa: recuperare i frammenti di un codice costruito attorno a cinque principi fondamentali per vivere il digitale.</p>
<p>La cura, il rispetto, la verità, la responsabilità e la dignità di ogni persona.</p>
<p>Ma c’era una condizione: <strong>nessun gruppo poteva completare la missione da solo.</strong></p>
<p>Per riuscirci era necessario collaborare, ascoltarsi, mettere insieme ciò che ciascuno aveva trovato.</p>
<p>Al termine è arrivato il messaggio che gli organizzatori hanno scelto come sintesi dell’esperienza:</p>
<blockquote><p>«Il Codice Aura non cambia la rete. La cambiano le persone che decidono di viverlo».</p></blockquote>
<p>Da quell’esperienza sono nati gli <em>Agentes Aura</em>, i giovani chiamati a portare avanti il progetto nei rispettivi territori.</p>
<p>È un dettaglio educativo tutt’altro che secondario.</p>
<p>La sfida, in questo caso, non serve a dimostrare chi è più coraggioso, chi osa di più o chi riesce a ottenere maggiore visibilità.</p>
<p>Serve a scoprire che un obiettivo può essere raggiunto soltanto riconoscendo il contributo degli altri.</p>
<p><strong>La stessa dinamica della challenge, che in alcuni contesti digitali può alimentare competizione ed emulazione, viene utilizzata per generare cooperazione.</strong></p>
<p>Non è una garanzia che ogni comportamento futuro cambierà. È però un modo concreto di sperimentare un’altra forma di appartenenza.</p>
<h2>Capire come le piattaforme catturano la nostra attenzione</h2>
<p>Durante la seconda giornata, i ragazzi hanno affrontato una questione centrale nella vita digitale contemporanea: il funzionamento delle piattaforme.</p>
<p>Perché continuiamo a scorrere contenuti anche quando avevamo deciso di fermarci? Come vengono progettati gli ambienti digitali per mantenere viva la nostra attenzione? Quanto siamo davvero consapevoli del tempo che trascorriamo davanti agli schermi?</p>
<p>Gli incontri hanno preso avvio dalle esperienze dei partecipanti, confrontando modi differenti di vivere social network e dispositivi digitali.</p>
<p>È stata presentata anche <strong>BackToLife</strong>, un’applicazione sviluppata da giovani con l’obiettivo di ridurre gli elementi delle piattaforme che favoriscono un utilizzo eccessivo.</p>
<p>Il resoconto degli organizzatori non fornisce ancora risultati indipendenti sull’efficacia dell’applicazione. La sua presenza all’incontro mostra però una possibilità: trasformare una preoccupazione condivisa in un progetto ideato direttamente dai ragazzi.</p>
<p>È una prospettiva che merita attenzione.</p>
<p>Perché educare al digitale non può significare soltanto insegnare a riconoscere un pericolo. Significa anche comprendere gli strumenti, sviluppare senso critico e acquisire la capacità di scegliere.</p>
<h2>Che cosa vogliamo far crescere?</h2>
<p>La domenica, i partecipanti hanno lavorato su grandi murales collettivi.</p>
<p>Sono emersi problemi conosciuti: disinformazione, cyberbullismo, gestione del tempo trascorso online. Ma anche opportunità, relazioni da custodire e comportamenti da promuovere.</p>
<p>Le riflessioni sono confluite nella rappresentazione di un albero collettivo, accompagnato da una domanda: <em>che cosa vogliamo far crescere?</em></p>
<p>È forse l’immagine più interessante dell’intero incontro.</p>
<p>Di fronte al digitale possiamo limitarci a individuare ciò che deve essere tagliato, impedito o controllato. Oppure possiamo domandarci anche quali esperienze desideriamo coltivare.</p>
<p>Le due esigenze non si escludono.</p>
<p>La protezione dei minori rimane una responsabilità degli adulti, delle istituzioni e delle piattaforme. Non può essere trasferita sulle spalle degli adolescenti.</p>
<p>Ma proteggerli non significa necessariamente escluderli dalle decisioni che riguardano il loro mondo.</p>
<h2>Dall’incontro ai territori: la prova più importante</h2>
<p>AURA non si conclude con il fine settimana madrileno.</p>
<p>Ogni gruppo è tornato nel proprio territorio con il compito di progettare e realizzare iniziative di sensibilizzazione e prevenzione rivolte ad altri giovani.</p>
<p>Il percorso prevede quattro fasi:<strong>sensibilizzazione, progettazione, realizzazione e valutazione.</strong></p>
<p>Gli educatori accompagneranno i gruppi durante l’anno, sostenendo le iniziative senza sostituirsi ai ragazzi nelle scelte. È previsto un incontro conclusivo nel giugno 2027 per presentare i risultati del lavoro svolto.</p>
<p>Qui occorre mantenere una distinzione importante.</p>
<p><strong>AURA è un’esperienza avviata, non ancora un risultato dimostrato.</strong></p>
<p>Non disponiamo di dati che consentano di affermare che il progetto abbia già ridotto il cyberbullismo, migliorato il benessere psicologico o modificato stabilmente le abitudini digitali dei partecipanti.</p>
<p>Questi effetti andranno eventualmente misurati nel tempo.</p>
<p>Ciò che possiamo documentare oggi è un metodo educativo che attribuisce ai giovani un ruolo attivo e che affida alla relazione, anziché al solo controllo, una parte importante del percorso di crescita.</p>
<p>Ed è proprio questo a rendere la notizia interessante.</p>
<h2>La sfida più difficile: fidarsi dei ragazzi</h2>
<p>C’è una contraddizione che attraversa spesso il nostro modo di parlare delle nuove generazioni.</p>
<p>Chiediamo agli adolescenti di diventare responsabili, ma talvolta fatichiamo a riconoscere loro uno spazio reale di responsabilità.</p>
<p>Li invitiamo a sviluppare pensiero critico, ma siamo tentati di offrire soltanto risposte già confezionate.</p>
<p>Denunciamo l’isolamento prodotto da alcune esperienze digitali, ma non sempre costruiamo occasioni nelle quali possano sentirsi ascoltati e riconosciuti.</p>
<p>AURA prova a muoversi in un’altra direzione.</p>
<p>Non elimina i problemi. Non sostituisce le necessarie regole di sicurezza. Non assolve le piattaforme dalle loro responsabilità.</p>
<p>Propone però qualcosa che rischiamo di dimenticare: <strong>il digitale non è soltanto un insieme di dispositivi, algoritmi e applicazioni. È anche uno spazio nel quale le persone cercano riconoscimento, costruiscono legami e imparano a stare con gli altri.</strong></p>
<p>E se questi legami possono essere feriti, possono anche essere educati, custoditi e trasformati.</p>
<section class="pip-nota-editoriale" aria-labelledby="pip-nota-aura">
<h2 id="pip-nota-aura">Nota editoriale — fr@ncesco Mazzarella</h2>
<p>C’è una differenza profonda tra insegnare a un ragazzo a difendersi dal mondo digitale e accompagnarlo a diventare una persona capace di abitarlo responsabilmente.</p>
<p>La prima strada è necessaria, ma da sola non basta. La seconda richiede qualcosa di più impegnativo: fiducia, ascolto, tempo e disponibilità degli adulti a condividere una parte del percorso.</p>
<p>Nel nostro lavoro giornalistico abbiamo raccontato come il bisogno di essere visti possa diventare una vulnerabilità, soprattutto quando qualcuno lo utilizza per manipolare, isolare o esercitare potere.</p>
<p>Ma quello stesso bisogno di riconoscimento può trovare una risposta completamente diversa.</p>
<p>Può diventare partecipazione. Può generare responsabilità. Può trasformarsi nella scoperta che la propria presenza ha valore non per il numero di visualizzazioni ottenute, ma per ciò che riesce a costruire insieme agli altri.</p>
<p>È qui che colloco il significato più profondo della tecnorelazione: non adattare semplicemente le persone alla tecnologia, ma fare in modo che la tecnologia rimanga al servizio della relazione umana.</p>
<p>AURA è ancora una promessa da verificare nei risultati. E sarebbe sbagliato presentarla come una soluzione già raggiunta.</p>
<p>Ma è una promessa che vale la pena seguire.</p>
<p>Perché forse la domanda educativa più importante non è soltanto come impedire ai ragazzi di farsi male nella rete.</p>
<p>È anche <strong>quali occasioni stiamo offrendo loro per imparare a prendersi cura degli altri, dentro e fuori dagli schermi.</strong></p>
<p class="pip-firma">fr@ncesco Mazzarella</p>
</section>
<section class="pip-fonti" aria-labelledby="pip-fonti-aura">
<h2 id="pip-fonti-aura">Fonti e documentazione</h2>
<ol>
<li>Coordinadora Estatal de Plataformas Sociales Salesianas, resoconto dell’incontro AURA, 6 ottobre 2026. <a href="https://psocialessalesianas.org/blog/2026/10/06/encuentro-aura-bienestar-digital-madrid-2026/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consulta la fonte</a></li>
<li>Proyecto AURA – Bienestar Digital, presentazione ufficiale del percorso educativo. <a href="https://psocialessalesianas.org/aura/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Consulta il progetto</a></li>
<li>Salesianos España, documentazione sul protagonismo giovanile e sul benessere digitale. <a href="https://salesianos.info/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sito ufficiale</a></li>
</ol>
<p><em>Nota metodologica: le informazioni sull’incontro provengono prevalentemente dalle comunicazioni degli organizzatori. Le valutazioni educative sono analisi editoriali e non costituiscono risultati scientificamente misurati.</em></p>
</section>
<div class="mh-meta entry-meta"></div>
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		<title>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/7-ottobre-tre-anni-dopo-ricordare-la-strage-senza-smettere-di-vedere-laltro/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=7-ottobre-tre-anni-dopo-ricordare-la-strage-senza-smettere-di-vedere-laltro</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Mazzarella]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 19:33:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[7 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[ostaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Strage]]></category>
		<category><![CDATA[vittime]]></category>
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<p>7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone&#8230;</p>
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<div class="fm-subtitle">Israele ricorda le circa 1.200 persone uccise nell’attacco guidato da Hamas del 2023 e le 251 persone rapite. Tre anni dopo, gli ostaggi sono tornati, ma le ferite restano aperte. E Gaza porta le conseguenze devastanti della guerra che ne è seguita. Ricordare una vittima non dovrebbe richiedere di cancellarne un’altra</div>
<div>
<div class="fm-editor-note">
<div class="fm-note-title">Nota editoriale</div>
<p>Ho scelto di scrivere questo articolo perché, a tre anni dal 7 ottobre, sento il rischio che persino la memoria sia diventata un luogo nel quale siamo chiamati a schierarci.</p>
<p>Ricordare la strage compiuta da Hamas non significa dimenticare Gaza. Guardare ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza non significa cancellare le vittime israeliane del 7 ottobre.</p>
<p>Non voglio mettere sullo stesso piano storie, fatti e responsabilità differenti. Voglio provare a fare qualcosa che oggi sembra molto più difficile: <strong>tenere insieme lo sguardo sulle persone</strong>.</p>
<p>Perché quando il dolore dell’altro diventa accettabile soltanto se appartiene alla parte che sentiamo vicina, abbiamo già perso qualcosa della nostra umanità.</p>
<p>Questo articolo nasce da qui. Non dalla ricerca di un’equidistanza, ma dal tentativo di non diventare indifferenti davanti a nessuna vittima.</p>
<p class="fm-signature">Francesco Mazzarella</p>
</div>
<p class="fm-opening">Alle 6.29 del mattino, tre anni fa, cominciò tutto.</p>
<p>Le sirene. I razzi. Gli uomini armati che attraversavano il confine. Le case dei kibbutz. Il festival Nova. Le persone che correvano, quelle che cercavano un riparo, quelle che telefonavano ai familiari.</p>
<p>Poi i morti.</p>
<p>Circa 1.200 persone furono uccise nell’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Altre 251 furono prese in ostaggio e portate nella Striscia di Gaza.</p>
<p>Numeri ripetuti così tante volte da correre il rischio più terribile: che diventino soltanto numeri.</p>
<p>Ma dietro 1.200 ci sono vite interrotte. Dietro 251 ci sono persone e famiglie che hanno atteso per mesi, e in alcuni casi per anni, una liberazione, una notizia, il ritorno di un corpo.</p>
<p>Questa mattina, esattamente alle 6.29, il presidente israeliano Isaac Herzog e la moglie Michal hanno acceso una candela commemorativa a Gerusalemme. A Kfar Aza, uno dei kibbutz travolti dall’attacco, gli abitanti hanno ricordato in silenzio le persone uccise.</p>
<p>Tre anni dopo, gli ostaggi del 7 ottobre non sono più trattenuti a Gaza. Ma questo non significa che quella storia sia conclusa.</p>
<h2>Una strage non ha bisogno di un “ma”</h2>
<p>Forse bisogna ricominciare proprio da qui.</p>
<p>Il 7 ottobre fu una strage.</p>
<p>Civili furono assassinati nelle loro case. Giovani furono uccisi mentre partecipavano a un festival. Famiglie furono distrutte. Uomini, donne, bambini e anziani furono rapiti.</p>
<p>Non serve aggiungere immediatamente un “ma”.</p>
<p>Non serve cercare una frase che attenui quella realtà.</p>
<p>La memoria delle vittime merita uno spazio nel quale possa semplicemente essere memoria.</p>
<p>Ed è possibile farlo senza trasformarla in uno strumento politico.</p>
<p>Perché riconoscere fino in fondo il dolore israeliano non significa approvare automaticamente tutto ciò che è accaduto dopo.</p>
<p>Esattamente come riconoscere fino in fondo il dolore palestinese non significa giustificare ciò che accadde il 7 ottobre.</p>
<p>Sembrerebbe una distinzione elementare.</p>
<p>Tre anni dopo scopriamo quanto sia diventata difficile.</p>
<h2>Poi venne Gaza</h2>
<p>Dopo il 7 ottobre è arrivata la guerra.</p>
<p>E anche qui i numeri rischiano di proteggerci dalla realtà anziché raccontarcela.</p>
<p>Secondo le autorità sanitarie della Striscia, più di 74.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della guerra. UNICEF riferisce che almeno 1,3 milioni di persone risultano ancora sfollate e che il 97,5 per cento delle scuole di Gaza è danneggiato o distrutto.</p>
<p>Un cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non ha chiuso la guerra. Gli attacchi sono continuati e la ricostruzione procede con enorme difficoltà.</p>
<p>Abbiamo raccontato anche bambini che tornano a studiare tra le macerie.</p>
<p>Non perché Gaza sia tornata alla normalità.</p>
<p>Proprio perché non lo è.</p>
<p>Una tenda trasformata in aula può essere contemporaneamente una luce di speranza e la misura esatta della tragedia che l’ha resa necessaria.</p>
<h2>Quando persino il dolore diventa una scelta di campo</h2>
<p>Forse una delle conseguenze più profonde di questi tre anni è che abbiamo imparato a dividere persino il dolore.</p>
<p>Se ricordiamo i morti del 7 ottobre, qualcuno domanda immediatamente: «E Gaza?».</p>
<p>Se raccontiamo i bambini morti o le famiglie sfollate a Gaza, qualcun altro risponde: «E il 7 ottobre?».</p>
<p>Come se esistesse una bilancia.</p>
<p>Come se il dolore di una madre israeliana potesse diminuire quello di una madre palestinese.</p>
<p>O viceversa.</p>
<blockquote><p>Non dovremmo chiederci quale dolore pesa di più. Dovremmo domandarci quando abbiamo cominciato ad avere bisogno dell’identità di una vittima prima di decidere se commuoverci.</p></blockquote>
<p>Israeliana. Palestinese. Ebrea. Musulmana.</p>
<p>Prima ancora di queste parole ce n’è un’altra:</p>
<p><strong>persona.</strong></p>
<h2>Ricordare significa anche chiedere responsabilità</h2>
<p>La memoria, però, non può diventare soltanto commemorazione.</p>
<p>Tre anni dopo, in Israele continua una domanda che non si è chiusa: come è stato possibile che l’attacco del 7 ottobre avvenisse con quelle dimensioni?</p>
<p>Anche oggi familiari delle vittime e manifestanti hanno chiesto un’inchiesta indipendente sulle responsabilità e sulle falle di sicurezza che precedettero l’attacco. Il governo di Benjamin Netanyahu ha finora resistito alla richiesta di una commissione indipendente.</p>
<p>Quali segnali furono sottovalutati? Quali errori furono commessi? Chi doveva proteggere quelle comunità?</p>
<p>Sono domande che non indeboliscono la memoria delle vittime.</p>
<p>La rendono adulta.</p>
<p>Perché ricordare significa anche impedire che ciò che è accaduto venga consegnato soltanto alla ritualità delle cerimonie.</p>
<p>E la stessa esigenza di responsabilità deve attraversare ciò che è avvenuto dopo.</p>
<p>Ogni guerra produce decisioni. Ogni decisione produce conseguenze. E ogni conseguenza che riguarda la vita dei civili deve poter essere documentata e valutata secondo i fatti e il diritto, non secondo l’appartenenza.</p>
<h2>Tre anni dopo</h2>
<p>Forse il modo più difficile di ricordare il 7 ottobre è anche il più semplice.</p>
<p>Fermarsi davanti a chi non c’è più.</p>
<p>Senza chiedergli da quale parte della storia si trovasse.</p>
<p>Senza usarlo per dimostrare qualcosa.</p>
<p>Senza trasformare il suo corpo in un argomento.</p>
<p>Ricordare i ragazzi del Nova Festival. Le famiglie dei kibbutz. Gli ostaggi.</p>
<p>E poi avere ancora abbastanza umanità per guardare un bambino palestinese che entra in una scuola costruita sotto una tenda.</p>
<p>Non perché le storie siano uguali.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Non perché le responsabilità siano indistinguibili.</p>
<p>Non lo sono.</p>
<p>Ma perché <strong>la dignità di una persona non cambia quando cambia il lato del confine nel quale è nata.</strong></p>
<p>Tre anni dopo, forse la domanda che il 7 ottobre continua a consegnarci non riguarda soltanto Israele, Hamas o Gaza.</p>
<p>Riguarda noi.</p>
<blockquote><p>Quanto dolore dell’altro siamo ancora capaci di guardare senza sentirlo come una minaccia al nostro?</p></blockquote>
<p>Se per ricordare una vittima abbiamo bisogno di dimenticarne un’altra, allora qualcosa, dentro di noi, quella guerra lo ha già conquistato.</p>
<p>E forse la memoria può cominciare proprio dal gesto contrario:</p>
<p><strong>ricordare senza cancellare.</strong></p>
<div class="fm-sources">
<h3>Fonti</h3>
<p><strong>Reuters, 7 ottobre 2026</strong> — “Israelis mark three years since Hamas attack that set off Gaza assault”. Dati sull’attacco del 7 ottobre 2023, commemorazioni, richiesta di un’inchiesta indipendente e situazione nella Striscia di Gaza.</p>
<p><strong>Presidenza dello Stato di Israele, 7 ottobre 2026</strong> — comunicazione ufficiale sull’accensione della candela commemorativa alle ore 6.29 da parte del presidente Isaac Herzog e della First Lady Michal Herzog.</p>
<p><strong>National Insurance Institute of Israel, ottobre 2026</strong> — dati ufficiali relativi alle vittime civili, agli ostaggi e alle persone riconosciute come vittime di atti ostili dal 7 ottobre 2023.</p>
<p><strong>UNICEF, 2026</strong> — Humanitarian Action for Children, State of Palestine: dati aggiornati su minori, sfollamento e danni alle strutture scolastiche nella Striscia di Gaza.</p>
</div>
<div class="fm-copyright">© Riproduzione riservata – Francesco Mazzarella</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/10/07/7-ottobre-tre-anni-dopo-ricordare-la-strage-senza-smettere-di-vedere-laltro/">7 ottobre, tre anni dopo: ricordare la strage senza smettere di vedere l’altro</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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