Dopo il rilascio di milioni di pagine da parte del Dipartimento di Giustizia americano, il caso Epstein non si chiude: si sposta. Ora sotto osservazione non c’è solo il sistema costruito attorno al finanziere condannato, ma il modo in cui lo Stato decide cosa mostrare, cosa oscurare e cosa lasciare ancora nell’ombra
Aggiornamento del dossier:questo articolo prosegue il lavoro d’inchiesta “Epstein Files, il potere sotto scossa”, ponendo al centro non il sensazionalismo dei nomi, ma il rapporto tra potere, vittime, archivi pubblici, trasparenza e responsabilità istituzionale.

Ci sono storie che non finiscono con la morte del loro protagonista. Anzi, a volte cominciano davvero proprio dopo. Perché quando muore l’uomo resta il sistema. Quando si spegne il corpo resta l’archivio. Quando il colpevole non può più parlare, cominciano a parlare le carte, gli omissis, le agende, le email, i voli, i silenzi, le protezioni, le stanze attraversate da persone che oggi preferirebbero non ricordare.Il caso Jeffrey Epstein appartiene a questa categoria. Non è più soltanto la vicenda di un uomo ricco, potente, condannato per reati sessuali e morto in carcere nel 2019. È diventato qualcosa di più profondo e più inquietante: una prova pubblica sulla capacità delle democrazie di guardare dentro le proprie zone oscure senza trasformare la verità in spettacolo, senza usare la trasparenza come propaganda, senza proteggere i potenti dietro la complessità degli archivi.
Questa nuova puntata nasce come aggiornamento del dossier “Epstein Files, il potere sotto scossa”, perché negli ultimi mesi il caso ha cambiato forma. Non siamo più soltanto davanti alla domanda: “Chi frequentava Epstein?”. Siamo davanti a una domanda più grave: chi controlla oggi la verità su Epstein?
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha creato una sezione ufficiale, la Epstein Library, che raccoglie i materiali pubblicati in risposta all’Epstein Files Transparency Act. La pagina ufficiale del DOJ risulta aggiornata al 7 maggio 2026 e avverte che alcuni contenuti possono includere descrizioni di violenza sessuale. Lo stesso sito precisa che la biblioteca verrà aggiornata nel caso in cui vengano identificati ulteriori documenti da rilasciare. [Fonte: U.S. Department of Justice, Epstein Library]
È un dato importante, ma non basta. Perché un archivio pubblico non è automaticamente un archivio comprensibile. E una massa enorme di documenti non coincide, da sola, con la verità.
Milioni di pagine non sono automaticamente verità
Secondo il comunicato ufficiale del Dipartimento di Giustizia del 30 gennaio 2026, il DOJ ha pubblicato quasi 3,5 milioni di pagine responsive in applicazione dell’Epstein Files Transparency Act. [Fonte: DOJ, comunicato del 30 gennaio 2026]
Associated Press ha riportato che il rilascio comprendeva oltre 3 milioni di pagine, più di 2.000 video e circa 180.000 immagini. Una quantità impressionante, presentata come uno dei più grandi rilasci documentali legati al caso Epstein. [Fonte: Associated Press]
Ma qui sta il nodo: la quantità non è automaticamente trasparenza. Può essere un’apertura, certo. Può rappresentare un passo necessario. Ma può anche diventare una montagna documentale dentro cui il cittadino comune si perde, mentre chi conosce i meccanismi del potere sa esattamente dove guardare, cosa evitare, cosa lasciare nell’ambiguità.
Il problema non è solo ciò che è stato pubblicato. È anche ciò che è stato oscurato, ritirato, corretto, non reso disponibile o reso disponibile in modo difficilmente consultabile. La trasparenza, quando arriva tardi e in massa, rischia di diventare una forma di amministrazione dell’opacità.
Quando anche la trasparenza finisce sotto controllo
Il nuovo elemento istituzionale è forse il più rilevante. Il 23 aprile 2026, l’Office of the Inspector General del Dipartimento di Giustizia ha annunciato un audit sulla conformità del DOJ all’Epstein Files Transparency Act. L’obiettivo preliminare dichiarato è valutare i processi con cui il Dipartimento ha identificato, oscurato e rilasciato i documenti in suo possesso.[Fonte: DOJ Office of the Inspector General]
In altre parole: ora non sono sotto esame solo i file Epstein. È sotto esame anche il modo in cui lo Stato li ha gestiti.
Questo è il punto politico e morale più importante. Non basta dire: “Abbiamo pubblicato”. Bisogna chiedere: come avete scelto? Chi ha deciso gli omissis? Quali criteri sono stati usati? Quali documenti restano fuori? Chi protegge le vittime e chi, invece, rischia ancora una volta di proteggere i potenti?
Secondo CBS News, il watchdog interno del Dipartimento sta esaminando la gestione della pubblicazione dopo problemi legati al rilascio e alla redazione di alcuni documenti. [Fonte: CBS News]
Non sono dettagli secondari. Quando si parla di vittime, potere e giustizia, l’errore amministrativo può diventare una seconda ferita. Se un nome viene esposto senza criterio, si produce danno. Se un dato viene oscurato senza spiegazione, si produce sospetto. Se un archivio viene pubblicato senza strumenti adeguati di lettura, la trasparenza rischia di diventare solo un gesto formale.
Il rischio del sensazionalismo e il dovere delle domande
Dentro questa nuova fase, il rischio è duplice.
Da un lato c’è il rischio del sensazionalismo: cercare solo i nomi famosi, trasformare ogni contatto, ogni foto, ogni email in una condanna pubblica. È un rischio giornalisticamente grave. La presenza di una persona in un documento, in una rubrica, in una foto o in una comunicazione non equivale automaticamente a responsabilità penale.
Questo va detto con forza, soprattutto se si vuole fare giornalismo serio e non caccia mediatica.
Dall’altro lato, però, c’è il rischio opposto: usare questa prudenza necessaria per neutralizzare ogni domanda pubblica. Perché se un uomo condannato per reati sessuali ha continuato ad avere accesso a reti finanziarie, relazionali, politiche e diplomatiche, allora la domanda è legittima: chi sapeva? chi ha continuato a frequentare? chi ha minimizzato? chi ha permesso che il sistema continuasse a respirare?
La nuova documentazione non chiude questa domanda. La rafforza.
Il caso Lutnick e la domanda sui rapporti dopo la condanna
Un aggiornamento significativo riguarda Howard Lutnick, Segretario al Commercio degli Stati Uniti. Reuters ha riportato che Lutnick ha testimoniato il 6 maggio 2026 davanti a una commissione della Camera sui suoi rapporti con Epstein, dichiarando di non ricordare perché lui e la sua famiglia pranzarono sull’isola privata di Epstein nel 2012. La vicenda è rilevante perché Lutnick aveva in passato sostenuto di aver preso le distanze da Epstein anni prima. [Fonte: Reuters]
Anche Associated Press ha ricostruito la testimonianza a porte chiuse, sottolineando le reazioni politiche differenti: da una parte chi ha parlato di collaborazione, dall’altra chi ha accusato Lutnick di evasività e contraddizioni.[Fonte: Associated Press]
Il punto, qui, non è trasformare la presenza in un file in una condanna. Sarebbe scorretto. Il punto è un altro: quanto il sistema sociale, economico e politico ha davvero preso le distanze da Epstein dopo la sua condanna del 2008?
Questa è una domanda pubblica. Non riguarda soltanto le eventuali responsabilità individuali, ma la qualità delle reti di potere. Perché il potere non si misura solo da ciò che fa apertamente. Si misura anche da ciò che continua a tollerare quando ormai non può più dire di non sapere.
Le note dal carcere e la fragilità della custodia della verità
Un altro elemento recente riguarda una nota attribuita a Epstein dopo il primo presunto tentativo di suicidio in carcere, nel luglio 2019. Associated Press ha riportato che una nota resa pubblica in un procedimento separato non sarebbe emersa attraverso il rilascio dei file del DOJ, ma tramite un’altra vicenda giudiziaria. [Fonte: Associated Press]
Successivamente, AP ha riferito che esperti di grafia hanno individuato somiglianze tra quella nota e un’altra trovata dopo la morte di Epstein, pur precisando che non è possibile attribuirla con certezza assoluta senza campioni autentici comparativi sufficienti. [Fonte: Associated Press]
È un dettaglio delicato. Non autorizza scorciatoie complottiste. Non consente di costruire verità alternative senza prove. Ma riapre domande sul modo in cui furono custoditi documenti, prove, comunicazioni e condizioni carcerarie attorno a uno dei detenuti più sensibili degli ultimi decenni.
Anche qui, la questione non va affrontata con il gusto morboso del mistero. Il punto non è inseguire l’ennesima teoria. Il punto è chiedere perché, attorno a un uomo che poteva portare con sé informazioni devastanti su reti di potere globali, ogni passaggio sembri segnato da opacità, mancanze, ritardi, falle, documenti che emergono altrove, versioni incomplete.
Le vittime non devono scomparire dietro i nomi del potere
Il caso Epstein, oggi, assomiglia sempre meno a un fascicolo giudiziario chiuso e sempre più a uno specchio deformante del potere contemporaneo. Dentro ci sono la finanza, la politica, le relazioni internazionali, la filantropia, l’intrattenimento, le istituzioni, le corti, i media.
Ma soprattutto ci sono le vittime.
Ed è da qui che bisognerebbe sempre ricominciare.
Perché ogni volta che il caso Epstein viene raccontato solo attraverso i nomi dei potenti, le vittime rischiano di scomparire un’altra volta. Diventano sfondo. Diventano pretesto. Diventano la porta emotiva attraverso cui entrare in una stanza che poi viene occupata interamente dal potere.
E invece la domanda vera dovrebbe restare questa: quante vite sono state attraversate, ferite, manipolate, comprate, spostate, silenziate perché un sistema potesse continuare a funzionare?
La trasparenza, se vuole essere tale, non può limitarsi a pubblicare file. Deve restituire dignità. Deve rendere comprensibile. Deve proteggere chi ha subito. Deve distinguere tra responsabilità, contatti, complicità, superficialità, omertà, abuso di potere. Deve evitare che l’archivio diventi un labirinto e che il labirinto diventi una nuova forma di impunità.
La trasparenza sotto processo
Questa è la nuova puntata del dossier: la trasparenza sotto processo.
Perché il caso Epstein non è più solo il racconto di ciò che un uomo ha fatto. È il racconto di ciò che molti hanno permesso. È il racconto di ciò che alcune istituzioni hanno visto tardi, o hanno scelto di non vedere abbastanza. È il racconto di un potere che non sempre ha bisogno di ordini espliciti: a volte gli basta il silenzio educato di chi organizza, riceve, accompagna, archivia, cancella, oscura, rimanda.
E allora la domanda finale non è se i file Epstein contengano finalmente tutta la verità. La domanda è più dura: una verità consegnata a pezzi, piena di omissis, dispersa in milioni di pagine, può ancora essere chiamata trasparenza?
Forse sì, se diventa l’inizio di un lavoro serio. Forse no, se resta solo una gigantesca operazione di rilascio documentale, buona per dire “abbiamo fatto tutto” mentre il cuore del sistema resta intatto.
Il giornalismo, davanti a questa materia, ha una responsabilità enorme. Non deve sostituirsi ai tribunali. Non deve condannare per suggestione. Non deve alimentare la fame di scandalo. Ma non deve nemmeno abbassare lo sguardo davanti alle stanze del potere. Deve tenere insieme rigore e umanità, prudenza e coraggio, documenti e domande.
Perché il caso Epstein continua a parlarci non solo del male commesso, ma della facilità con cui il male può essere reso elegante, amministrato, normalizzato, protetto da indirizzi prestigiosi, amicizie influenti, voli privati, fondazioni, segreterie, eventi, silenzi.
E forse è proprio qui che questo aggiornamento del dossier trova il suo senso più profondo: non nella pretesa di avere l’ultima parola, ma nella necessità di non lasciare che l’ultima parola appartenga agli omissis.
Fonti consultate
- U.S. Department of Justice – Epstein Library. Pagina ufficiale dei materiali pubblicati in risposta all’Epstein Files Transparency Act, aggiornata al 7 maggio 2026.
https://www.justice.gov/epstein - U.S. Department of Justice – Comunicato stampa del 30 gennaio 2026. “Department of Justice Publishes 3.5 Million Responsive Pages in Compliance with the Epstein Files Transparency Act”.
https://www.justice.gov/opa/pr/department-justice-publishes-35-million-responsive-pages-compliance-epstein-files - U.S. Department of Justice – DOJ Disclosures. Sezione con documentazione correlata, lettere al Congresso e materiali ufficiali.
https://www.justice.gov/epstein/doj-disclosures - DOJ Office of the Inspector General – Audit sulla conformità all’Epstein Files Transparency Act. Audit annunciato il 23 aprile 2026 sui processi di identificazione, redazione e rilascio dei documenti.
https://oig.justice.gov/ongoing-work/audit-department-justices-compliance-epstein-files-transparency-act - Associated Press – rilascio dei documenti Epstein.Ricostruzione del rilascio di oltre 3 milioni di pagine, più di 2.000 video e circa 180.000 immagini.
https://apnews.com/article/epstein-files-justice-department-trump-ed743598c320b94bd9d91631618678d9 - Reuters – testimonianza di Howard Lutnick. Articolo del 6 maggio 2026 sulla testimonianza davanti alla commissione della Camera e sui rapporti con Epstein.
https://www.reuters.com/world/us/lutnick-testifies-he-cant-recall-why-his-family-lunched-epsteins-island-2026-05-06/ - Associated Press – testimonianza Lutnick.Ricostruzione delle reazioni politiche alla testimonianza a porte chiuse.
https://apnews.com/article/c701e3342c851c6142148a289265179c - Associated Press – nota attribuita a Epstein. Articolo sulla nota collegata al periodo del primo presunto tentativo di suicidio.
https://apnews.com/article/jeffrey-epstein-suicide-note-5297f49736e625a06d0db3c7b737b997 - Associated Press – analisi grafologica delle note. Articolo sulle somiglianze grafiche tra la nota emersa e altri scritti attribuiti a Epstein.
https://apnews.com/article/ed67aedee5d8c1aff1b862e2aeb399ba - CBS News – revisione del watchdog DOJ. Servizio sulla revisione interna legata alla gestione del rilascio dei file Epstein.
https://www.cbsnews.com/texas/video/doj-watchdog-reviewing-errors-in-release-of-epstein-case-files/
@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

