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La maternità della Chiesa nell’età adulta dell’umanità

Francesco Mazzarella

La Chiesa non sarà madre perché protegge il passato, ma perché sa generare figli e figlie di Dio dentro la complessità del presente, con la forza del Vangelo, la sapienza della Tradizione e la tenerezza di una verità che non umilia

Ci sono parole che nella vita ecclesiale non possono essere ridotte a immagine devota o a formula retorica. Una di queste è certamente la parola maternità. Dire che la Chiesa è madre non significa usare un linguaggio sentimentale per addolcire la sua presenza nella storia. Significa dire qualcosa di essenziale sulla sua natura. La Chiesa è madre perché genera alla fede, nutre con la Parola e i sacramenti, accompagna nella crescita, corregge senza annientare, custodisce senza possedere. Non esiste anzitutto per amministrare apparati, presidiare confini o difendere sé stessa, ma per far nascere Cristo nelle coscienze e nelle relazioni umane.È questa la grande intuizione della Tradizione, ripresa con forza anche dal Vaticano II, quando Lumen gentium parla della Chiesa come “madre nostra”. Ma proprio qui emerge la domanda più seria del nostro tempo. Come può la Chiesa offrire oggi la sua maternità in un’umanità che si è evoluta, che pensa in modo più critico, che vive libertà più ampie, che abita la tecnica, la globalizzazione, la complessità affettiva e culturale, e che spesso diffida di ogni autorità percepita come distante o invasiva?

La risposta non può essere nostalgica. Non basta ripetere che la Chiesa è madre; occorre mostrare come questa maternità possa essere ancora evangelicamente vera e umanamente credibile. Il Concilio, nella Gaudium et spes, non parte dalla paura del mondo moderno, ma dalla decisione di rivolgersi agli uomini e alle donne del proprio tempo per illuminare il mistero dell’uomo e cooperare alla ricerca di risposte ai problemi del presente. Ed è qui che la maternità della Chiesa ritrova il suo fondamento: non nell’adattarsi servilmente al mondo, ma nel servire l’uomo alla luce di Cristo.

In realtà, la maternità ecclesiale non è un’invenzione tardiva. È iscritta già nella rivelazione biblica. Il Dio della Scrittura, pur trascendendo ogni immagine semplicemente umana, non teme di lasciarsi raccontare con tratti materni. Isaia mette sulle labbra di Dio parole disarmanti: “Si dimentica forse una donna del suo bambino?… Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. E ancora: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”. Qui la maternità non è debolezza. È fedeltà viscerale, memoria che non abbandona, capacità di custodire anche quando l’altro si smarrisce.

“Si dimentica forse una donna del suo bambino?… Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.”

Isaia 49,15

Se la Chiesa è sacramento della presenza di Dio nella storia, non può essere madre in un altro modo: sarà madre se saprà rendere visibile questa memoria che non scarta, questa cura che non si ritira, questa consolazione che non umilia. La grande tentazione, però, è confondere la maternità con il controllo. E qui bisogna essere netti. Una madre vera non genera per possedere. Non alleva figli dipendenti per sentirsi indispensabile. Non trattiene per paura di perdere il proprio ruolo. Genera per far vivere. Educa per rendere liberi. Accompagna per aiutare a stare in piedi.

Quando la Chiesa dimentica questo e trasforma la sua autorità in sorveglianza, la sua cura in paternalismo, la sua identità in autosufficienza, smette di essere madre e rischia di diventare un sistema. Papa Francesco, in Evangelii gaudium, richiama proprio questo punto quando descrive la Chiesa come una madre dal cuore aperto, casa aperta del Padre, e mette in guardia da una pastorale che si comporta da controllore della grazia invece che da facilitatrice dell’incontro con Dio.

Qui si gioca un punto decisivo: una Chiesa madre non ha come prima missione la conservazione di sé, ma la generazione della vita dell’altro.

Se la Chiesa è madre, non può avere come scopo primario la semplice conservazione di sé. La maternità è per sua natura generativa. Fa spazio alla vita dell’altro. Per questo la maternità della Chiesa oggi si misurerà soprattutto nella sua capacità di formare coscienze adulte, non di produrre dipendenze religiose. Benedetto XVI, riprendendo il Catechismo e san Cipriano, ricordava che la fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede e che la Chiesa è la Madre di tutti i credenti.

In questo senso, la celebre affermazione di san Cipriano, “non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come Madre”, va compresa bene. Non è una frase di possesso identitario, né una parola da usare come clava apologetica. È il riconoscimento di una verità spirituale: nessuno si genera da solo alla vita cristiana. Nessuno si dà da sé il Vangelo, il battesimo, l’Eucaristia, la comunione dei santi. La fede è ricevuta, custodita, trasmessa in un corpo vivo che la precede.

“Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre.”

San Cipriano

Ma se questo è vero, allora bisogna aggiungere subito un altro passaggio: una Chiesa madre, oggi, non può più parlare all’umanità come se fosse spiritualmente minorenne. L’uomo contemporaneo è più esposto, più frammentato, più vulnerabile di quanto spesso appaia, ma è anche più consapevole, più interrogante, meno disponibile ad accettare parole senza testimonianza. E forse proprio qui si decide la credibilità della Chiesa.

Non nel rinunciare alla verità, ma nel saperla offrire senza durezza sterile. Non nel dissolvere la dottrina, ma nel mostrarne la capacità di illuminare la vita concreta. Non nel semplificare brutalmente la complessità umana, ma nel discernere come il Vangelo possa incarnarsi dentro di essa. Papa Francesco invita a rallentare il passo, a guardare negli occhi, ad ascoltare, ad accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. Questa è una parola pastorale, ma prima ancora è una parola teologica: Dio non salva l’uomo dall’esterno, lo raggiunge dentro la sua storia.

È esattamente ciò che vediamo in Cristo. Gesù non esercita una paternità o una autorità astratta. Il suo modo di stare davanti alle persone ha una forza profondamente generativa, e in questo senso anche materna. Non banalizza il male, ma non comincia mai dalla pietra. Non cancella la verità, ma la offre come possibilità di rinascita. Alla donna adultera dona prima la salvezza dalla lapidazione, poi l’appello a una vita nuova. Alla samaritana non nega il disordine, ma apre un dialogo che la restituisce alla verità di sé. A Zaccheo entra in casa prima ancora che l’uomo dimostri di meritare qualcosa.

La Chiesa sarà madre per il nostro tempo solo se accetterà fino in fondo questo stile di Cristo: una verità che salva, non che schiaccia; una misericordia che rialza, non che copre superficialmente; una prossimità che apre futuro. Per questo la maternità della Chiesa oggi passa necessariamente dall’ascolto. Non da un ascolto di facciata, ma da un ascolto reale delle ferite dell’umano contemporaneo.

Solitudini affettive, fragilità educative, famiglie segnate da rotture, giovani connessi ma interiormente spaesati, adulti stanchi, anziani invisibili, persone che portano domande profonde e spesso non trovano luoghi in cui dirle senza sentirsi giudicate in anticipo. La Gaudium et spes si apre proprio con quella scelta decisiva che resta profetica: assumere come proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi”. Se la Chiesa vuole essere madre, non può osservare il dolore da lontano. Deve lasciarsene toccare.

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi… sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo.”

Gaudium et spes, 1

Naturalmente tutto questo non significa arrendersi al relativismo. Una madre vera non coincide con una figura permissiva che non distingue più il bene dal male. La maternità autentica è insieme tenera ed esigente. Proprio perché ama, non rinuncia a indicare il bene. Ma il modo in cui lo indica cambia tutto. La maternità ecclesiale non può consistere in una pedagogia della paura. Deve essere una pedagogia della verità amata e resa amabile.

Anche qui il riferimento a Maria è decisivo. Maria è madre perché accoglie la Parola, la lascia crescere in sé, la offre al mondo, resta sotto la croce, non si sostituisce mai al Figlio ma ne custodisce la presenza. In lei la Chiesa contempla il proprio volto più puro: generare Cristo senza possederlo, servire il mistero senza manipolarlo, restare fedele anche quando non tutto è chiaro.

C’è poi un punto che oggi non può essere eluso. Una madre credibile sa anche riconoscere quando ha ferito. La Chiesa non perde la sua maternità quando chiede perdono; la ritrova. In un tempo in cui molte persone percepiscono le istituzioni come chiuse, difensive o autoreferenziali, la conversione ecclesiale è parte integrante della sua testimonianza. La Chiesa non si tradisce quando riconosce le proprie rigidità, i clericalismi, le chiusure, gli abusi di potere o di coscienza: si tradirebbe semmai se li negasse per salvare un’immagine di sé.

Una madre che non sa fare verità sulle proprie ombre non genera fiducia; una madre che attraversa la verità con umiltà torna a essere casa. Alla fine, allora, la questione si fa molto semplice e molto alta insieme. La Chiesa potrà offrire la sua maternità all’umanità evoluta non se tenterà di riportarla indietro, ma se saprà starle accanto evangelicamente. Non se pretenderà sudditanza, ma se formerà libertà. Non se alzerà muri identitari per paura del mondo, ma se renderà presente Cristo come chiave, centro e fine della vicenda umana.

La maternità della Chiesa non è un residuo del passato. È una necessità del futuro. Perché l’uomo contemporaneo, pur evoluto, pur tecnologicamente potente, pur critico e autonomo, non ha smesso di aver bisogno di nascere alla vita vera. E nessun progresso tecnico potrà sostituire una parola che genera, una comunione che sostiene, una misericordia che rialza, una verità che orienta. In fondo, anche oggi, continua ad aver bisogno di una madre.

Riferimenti ecclesiali e teologici richiamati nel testo

Lumen gentiumGaudium et spesEvangelii gaudium 46–49; san Cipriano, De catholicae ecclesiae unitate; Benedetto XVI, Udienza generale del 31 ottobre 2012; riferimento a Maria Madre della Chiesa.

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