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	<title>Pierfranco Bruni saggista, antropologo, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Oltre le Colonne: ierofania, labirinto e il tempo del mito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 12:03:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Ierofania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Untitled-design.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Untitled-design.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Untitled-design-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>&#160; Pierfranco Bruni Ritornare o partire. Tornare o ripartire. La grande manifestazione del viaggio ha uno spazio tra il ricordare o perdere il ricordo. Il sacro va oltre il mito?&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/16/oltre-le-colonne-ierofania-labirinto-e-il-tempo-del-mito/">Oltre le Colonne: ierofania, labirinto e il tempo del mito</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>Pierfranco Bruni</p>
<p>Ritornare o partire. Tornare o ripartire. La grande manifestazione del viaggio ha uno spazio tra il ricordare o perdere il ricordo. Il sacro va oltre il mito? O attraversa tutto il percorso delle ierofanie? Scrive Mircea Eliade: «Ogni ierofania è soltanto un tentativo fallito di rivelare il mistero della coincidenza uomo-Dio». È la frase soglia. Eliade non descrive religioni. Descrive un limite. Il sacro si manifesta, ma non si consegna. Ogni epifania è frammento, è crepa nella pietra del tempo. L’uomo guarda, e nel guardare resta separato. Da qui nasce la via. Non è una via dogmatica. È via del mito. Una via che va oltre le Colonne d’Ercole, oltre il “non plus ultra” romano. Perché il mito non conosce confini. Si veste di archetipi e li attraversa. E l’archetipo per eccellenza, nel Mediterraneo, ha due nomi: Ulisse ed Enea.</p>
<p>Insiste una profonda metafisica del nostos. Ulisse è ritorno. È il cerchio. È il nostos come legge cosmica. Parte per tornare. Combatte per ritrovare. Il suo viaggio è discesa nel labirinto del mondo per risalire alla stessa pietra di casa. Itaca non è geografia. È stato dell’anima. È la coincidenza cercata, quella che l’ierofania promette e non mantiene mai del tutto. Ulisse vuole ricomporre l’uomo con il suo luogo, l’uomo con il suo tempo, l’uomo con sé. Per questo il suo mito è metafisica. Perché dice: anche dopo mostri, canti, abissi, c’è un punto da cui sei venuto e a cui puoi tornare. Il tempo è trascinatore della memoria. Ti porta via, ma ti riconsegna, se hai il coraggio di ricordare. Ulisse è dunque l’uomo che non accetta l’oblio. È l’uomo che fa del ricordo una bussola. Il sacro, per lui, è la soglia di casa riaperta.</p>
<p>L&#8217;alba ha sempre una profezia da raccontare e da trascrivere lungo le ore. Dunque. Accanto al cerchio c’è la linea. Accanto al nostos c’è l’esodo. Enea guarda la città in fiamme. Troia brucia. Non torna. Va. Porta sulle spalle il padre e per mano il figlio. Porta le radici e la profezia. Se Ulisse è metafisica del ritorno, Enea è profezia di un’alba nuova dopo la terribile notte. Il suo viaggio non è circolare. È fondativo. È sacro perché è sacrificio: lasciare il già dato per generare il non ancora. Enea è l’uomo che accetta l’imprevedibilità del destino. Non chiede di tornare. Chiede di cominciare. E nel suo cominciare c’è tutta la tragedia del Mediterraneo: si fonda una civiltà sulle ceneri di un’altra. Il tempo, qui, non restituisce. Spinge. È freccia, non cerchio. E il sacro si rivela non come casa, ma come promessa.</p>
<p>La vita come metafora trova nel labirinto un viaggio chiaramente non lineare. Eliade non fa trattato di religioni. Fa archeologia dell’anima. E la sua metafora fondamentale è il labirinto. Ma il labirinto è il tempo stesso. Ha vie che si biforcano, vicoli ciechi, ritorni improvvisi. L’uomo vi entra credendo di cercare Dio e trova sé. Vi entra credendo di uscire e scopre che l’uscita è un’altra entrata. Ulisse attraversa il labirinto e vuole uscirne per tornare al centro. Enea attraversa il labirinto e accetta di non avere più un centro, ma di doverne fondare uno. In entrambi, però, il labirinto è pensiero che dovrebbe condurre al sacro pur sapendo che non è un punto da raggiungere. È un cammino da abitare. È via verso l’incredibile e l’indefinibile. Non definizione. Bensì tensione.</p>
<p>Ci sono sempre due riferimenti che definiscono il vento del mito. La memoria e il destino. Due percorsi molto cari a Cesare Pavese. Il tempo è dunque duplice. È memoria che trascina indietro, è destino che spinge avanti. La memoria è Ulisse: ti lega alla pietra, al focolare, al nome. Il destino è Enea: ti strappa, ti brucia, ti obbliga a rifondare. Tra i due venti l’uomo mediterraneo è stato pensato. Noi siamo figli di quel vento doppio. Portiamo Itaca nel cuore e Lavinio negli occhi. Portiamo il cerchio e la linea. Portiamo il padre sulle spalle e il desiderio di casa nel petto. Ed è qui che l’ierofania “fallisce” e riesce insieme. Fallisce perché non ci dà mai Dio intero. Riesce perché ci dà l’uomo intero, in cammino tra ritorno e fondazione. Pavese, proprio attraverso Eliade, aveva individuato e vissuto tutto ciò.</p>
<p>Pavese cercava un approdo con Omero. Ma incontrò anche il sacro. Cammino e approdo. Non si tratta dunque di religione codificata. Si tratta di via sacra. Eliade è realmente riferimento. Una via che comincia dove finiscono le Colonne, dove l’uomo smette di misurare e inizia a navigare. Una via dove il mito non spiega, ma accompagna. Dove l’archetipo non chiude, ma apre. Eliade ci consegna questo: il sacro è esperienza di limite. E il limite, nel mito, ha il volto di Ulisse che torna e di Enea che parte. Pavese abitò tra i due. Tra il cerchio della memoria e la città in fiamme della storia. Tra il nostos e la profezia. Interessa l&#8217;uomo delle macerie. Ovvero la modernità. E finché cammineremo nel labirinto del tempo, portando con noi radici e futuro, ogni ierofania, anche se “fallita”, sarà comunque luce. Perché ci ricorderà che l’uomo non è fatto per possedere il mistero. È fatto per attraversarlo. Pavese cercò di attraversarlo e rimase incagliato nella palude del giorno. Il muto gorgo nel quale la luce si era persa nel troppo buio.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-126297 size-large" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/aa0b0a8c-89b8-48d5-acea-96dc6fb3b763-683x1024.jpeg" alt="" width="683" height="1024" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/aa0b0a8c-89b8-48d5-acea-96dc6fb3b763-683x1024.jpeg 683w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/aa0b0a8c-89b8-48d5-acea-96dc6fb3b763-200x300.jpeg 200w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/aa0b0a8c-89b8-48d5-acea-96dc6fb3b763-768x1152.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/aa0b0a8c-89b8-48d5-acea-96dc6fb3b763-585x878.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/aa0b0a8c-89b8-48d5-acea-96dc6fb3b763.jpeg 1170w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></p>
<p>IEROFANIA – Sulle vie del sacro è una rassegna culturale itinerante promossa dal Ministero della Cultura che, da luglio a settembre 2026, attraversa sei siti archeologici italiani con un programma di mostre, incontri, spettacoli, concerti, visite guidate e letture dedicate al rapporto tra patrimonio, memoria e sacro.</p>
<p>Tra gli appuntamenti principali, sabato 1° agosto a Lecce, al Castello di Carlo V, si terrà l’incontro “Sacro popolare”, con la partecipazione di Pierfranco Bruni, Corneliu Cîrstocea, Oronzo Cilli, Anita Guarnieri, Annarita Miglietta, Laura Marchetti e Vincenzo Santoro, moderato da Fulvia Toscano. La serata proseguirà all’Anfiteatro Romano con il concerto dell’Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna. Il 2 agosto sono in programma la visita guidata al Santuario di Iside e la lettura scenica “Pietre che cantano” dedicata a Pier Paolo Pasolini. A Locri, il 19 e 20 settembre, la rassegna proporrà il vernissage della mostra Archetype, il dialogo “Il canto del Creato. Sulle tracce di Francesco”, al quale parteciperà anche Pierfranco Bruni, spettacoli, visite guidate e un nuovo appuntamento con “Pietre che cantano” accompagnato da musica dal vivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DA ISTANBUL AI CAMINI DELLE FATE. Ascoltare ha il cerchio dei sufi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 04:03:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1381" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869-300x202.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869-1024x691.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869-768x518.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869-1920x1295.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869-1170x789.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/a9a7a9c9-79be-4b59-9d39-0da277a4b869-585x394.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Sono partito dal mare.  Ho lasciato la vela a Istanbul.  Sono arrivato tra le pietre.  Eppure non mi sono mai mosso. Perché il vero viaggio non è da Istanbul alla&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Sono partito dal mare.  Ho lasciato la vela a Istanbul.  Sono arrivato tra le pietre.  Eppure non mi sono mai mosso. Perché il vero viaggio non è da Istanbul alla Cappadocia.   È da fuori a dentro. Quando abiti il tempo, ogni luogo diventa casa. Pierfranco Bruni<img decoding="async" class="size-medium wp-image-111566 alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/Piove-su-Istanbul-Pierfranco-Bruni-678x381-1-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/Piove-su-Istanbul-Pierfranco-Bruni-678x381-1-300x169.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/Piove-su-Istanbul-Pierfranco-Bruni-678x381-1-585x329.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/10/Piove-su-Istanbul-Pierfranco-Bruni-678x381-1.jpg 678w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p></blockquote>
<p>Ascoltare è ubbidienza delle ore. C&#8217;e sempre un’ancora che cerca di leggere nella  ruota del tempo gli anni vissuti. Viaggi. È sempre un viaggiare. Da Istanbul ho salpato l’anima.  La vela l’ho ancorata in porto, al Corno d’Oro, tra i gabbiani e l’odore di pesce e spezie.  Poi ho preso un’auto. Con le ruote pesanti.  Perché per andare in Cappadocia non basta il vento. Ci vuole terra. Ci vuole polvere. Bisogna coprirsi il capo e il viso con un foulard. Da Istanbul alla Cappadocia il viaggio è un passaggio.  Dagli Orienti del mare agli Orienti di pietra.  Dal Bosforo ai Camini delle Fate.  Stesso cielo. Lingua diversa. E il vento però tira dalla terra e non dal mare. Con la mia pietra d&#8217;oriente ho respirato il meriggio. Perche le pietre respirano. La Cappadocia non è paesaggio. È corpo.  È tufo che respira. È vento che scolpisce.  I Camini delle Fate stanno lì da millenni e guardano.  Non parlano. Testimoniano. Testimoniano l&#8217;uomo che resta e l&#8217;uomo che passa. Qui il tempo non si conta in ore. Si conta in strati.  Strati di lava, strati di preghiera, strati di fuga.  I primi cristiani scavavano chiese nella roccia per nascondersi.  Gli sciamani, prima di loro, ascoltavano la terra per capire. Ormai dopo epoche ho la pazienza degli sciamani.  Nei giorni di vento con la luna.   Quando il vento passa tra i camini e fa un suono che non è suono.  È voce. È dono in voci di sguardi. Ai polsi porto braccialetti di avorio.  Me li ha regalati un budda in giallo e arancione, a Istanbul.  Mi ha guardato e ha detto: “Il dio del sole sia con te”.  Me l’hanno detto anche dopo, quando ho scritto libri sugli sciamani.  Sempre la stessa frase. Come un sigillo. Al collo porto una collanina.  Me l’ha offerta un sufi. Senza parole.  Me l’ha messa tra le mani e ha sorriso.  L’oro era consumato. Come le preghiere. Ormai porto l’Oriente addosso.  Non come ornamento. Come memoria di voci. Perché da qui ascolto le voci del mio giardino di Calabria.  È strano o sublime.  Sono a duemila chilometri, tra i fichi e le palme, eppure sento l’odore degli aranci di San Lorenzo.  Sento sempre mia madre che canta sulle scale.  Sento il vento che passa e porta con sé i nomi. La distanza non separa. Unisce.  Perché quando abiti il tempo, ogni luogo diventa casa. Cosi ho conosciuto Asmà, Samira e la cantatrice. Poi mi sono venuti incontro.  Asmà. Samira.  E la cantatrice del tempio.  Volti che non avevano età. Avevano storia. Cantavano piano. Non per essere ascoltate.  Per tenere insieme il cerchio.  Perché dagli Ottomani a Paolo il percorso è cerchio e labirinto.   Paolo è passato di qui. Ha predicato. Ha scritto.  Gli Ottomani sono venuti dopo. Hanno costruito moschee, caravanserragli, silenzi.  E in mezzo, sempre, la pietra. Il labirinto non è per perdersi.  È per ritrovare il centro. Solo così è possibile abitare il tempo? Occorre abitare per vivere il tempo.  Non attraversarlo di corsa. Non fotografarlo e scappare. Abitarlo. Come si abita una casa antica. Con rispetto. Con lentezza. La Cappadocia insegna questo. Ti fa sedere su una roccia e ti dice: aspetta.  Aspetta che il sole cali e i camini diventino fuoco.  Aspetta che la luna salga e il vento racconti.  Aspetta che il tuo cuore rallenti fino a battere come la terra. Il viaggio ha il cerchio nel cuore. Dunque. Sono partito dal mare.  Ho lasciato la vela a Istanbul.  Sono arrivato tra le pietre.  Eppure non mi sono mai mosso. Perché il vero viaggio non è da Istanbul alla Cappadocia.   È da fuori a dentro.  È dall’Oriente del commercio all’Oriente dello spirito.  È dal rumore al silenzio. Porto ai polsi l’avorio del budda.  Porto al collo la collana del sufi. Porto nel petto il giardino della Calabria.  Porto negli occhi i Camini delle Fate.  Quando la notte scende, e il vento con la luna comincia,  chiudo gli occhi e ascolto. Ascolto Asmà. Ascolto Samira. Ascolto la cantatrice.  Ascolto mia madre che canta sulle scale. E capisco.  Il dio del sole è con me.  Perché il sole, in fondo, è uno solo.  Cambia nome. Cambia tempio.  Ma la luce è sempre la stessa e si nasconde e poi ritorna. Tra le ombre e i fantasmi. Mentre le Moschee recitano le cinque preghiere. Ogni viaggio è semppre un viaggiare nuovo. Ha la aurora e la sua notte.  Come pieghe che lacerano ferite. Tornerò alla mia vela per riprendere il ritorno. Il mare di Istanbul ha onde con nodi di sirene in miti dimenticati. Da Istanbul  ai Camini delle Fate. Braccialetti ai polsi. Hanno l&#8217;odore del sale e il graffio della terra. Ascoltare ha il destino dei dervisci rotanti. Protesi verso il cielo. Intanto in mare la luna mi segue. Apparenza o realtà?</p>
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		<title>LA SCOMPARSA DI PEPPINO DI CAPRI. L’ELEGANZA CHE RESTA CANZONE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 08:16:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Peppino di Capri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/peppino.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/peppino.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/peppino-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>&#8230;E un ricordo in un terrazzo sul mare greco Pierfranco Bruni  &#160; In una intervista del 2018 aveva detto: &#8220;Tra noi isolani e il resto del mondo c&#8217;è sempre un&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/11/la-scomparsa-di-peppino-di-capri-leleganza-che-resta-canzone/">LA SCOMPARSA DI PEPPINO DI CAPRI. L’ELEGANZA CHE RESTA CANZONE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8230;E un ricordo in un terrazzo sul mare greco</p></blockquote>
<p><strong>Pierfranco Bruni </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In una intervista del 2018 aveva detto: &#8220;Tra noi isolani e il resto del mondo c&#8217;è sempre un elemento di ingovernabilità, che consiste nell&#8217;irriducibilità del mare. Nessuno su un&#8217;isola è mai davvero padrone del suo tempo. Ma, sulla bilancia, gli aspetti positivi prevalgono. Le negatività si smaltiscono. Capri distrae&#8221;. È scomparso Peppino di Capri.<br />
Un cantante nel &#8220;mestiere&#8221; tra musica e parola. Un linguaggio nel ritmo della vita perché quando una voce attraversa sessant’anni senza mau cadute fi stile e di eleganza, non è soltanto carriera. È destino.<br />
Peppino Di Capri non “se ne va”.  Ma resterà srmpre perché le icone vere non appartengono al tempo: lo attraversano. Restano un immaginario per chi lo ho amato e conosciuto. Giuseppe Faiella era nato a Capri il 1939. Un ragazzo con il piano e il mare negli occhi.  Da lì è partito e non è più tornato indietro. Ha portato l’isola nel mondo, e il mondo sull’isola.  Ha fatto ballare padri, figli e nipoti. Con la stessa misura. Con lo stesso garbo. L’ho conosciuto in una serata di concerto a Campomarino insieme al mio fraterno Tonino Filonena. Nel segno del Mediterraneo. Con serata a cena in in terrazzo sul mare greco.<br />
Peppino è uno stile prima ancora che voce. L’eleganza, in lui, non è mai un abito. È etica.  È il modo di entrare sul palco senza chiedere. Di cantare senza strafare.  Di cantare raccontando amori. Di tenere il microfono come si tiene una promessa con fermezza e rispetto. Negli anni del “urlato”, lui ha scelto il “detto”.<br />
Negli anni dell’eccesso, lui ha scelto la misura.  È stato moderno senza rincorrere la modernità.  È rimasto classico senza chiudersi in un museo.  Ha cantato l&#8217;amore e la fine degli amori. Un cantante serio. Serio nel senso latino: serius, che pesa le parole prima di darle. Ha regalato una geografia.  Quella geografia del canto dentro le malinconie nelle romantiche estati. La sua discografia è una carta d’Italia che si balla.<br />
Con i Rockers negli anni ’50 porta il rock a Napoli e lo fa parlare dialetto. Da St. Tropez,  Twist a Nun è peccato: è il Sud che impara a muoversi senza perdere la radice.</p>
<div id="attachment_126139" style="width: 957px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-126139" class="wp-image-126139 size-full" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Peppino_Di_Capri_e_i_suoi_Rockers.jpg" alt="" width="947" height="553" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Peppino_Di_Capri_e_i_suoi_Rockers.jpg 947w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Peppino_Di_Capri_e_i_suoi_Rockers-300x175.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Peppino_Di_Capri_e_i_suoi_Rockers-768x448.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Peppino_Di_Capri_e_i_suoi_Rockers-585x342.jpg 585w" sizes="(max-width: 947px) 100vw, 947px" /><p id="caption-attachment-126139" class="wp-caption-text">Peppino Di Caprie i suoi Rockers</p></div>
<p>Con Sanremo diventa un viaggio  nazionale della canzone. Ma citiamo un pò. 1961: Al di là. Vince e va all’Eurovision. È l’Italia che si affaccia al mondo.  Poi nel 1973:  la splendida: Un grande amore e niente più. La ballata perfetta. Un canto pulito.  1976: Non lo faccio più. Con una marcata  ironia e dignità.</p>
<div id="attachment_126141" style="width: 810px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-126141" class="wp-image-126141 size-full" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Sanremo_1967_-_scenografia_a_colori.jpg" alt="" width="800" height="551" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Sanremo_1967_-_scenografia_a_colori.jpg 800w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Sanremo_1967_-_scenografia_a_colori-300x207.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Sanremo_1967_-_scenografia_a_colori-768x529.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/Sanremo_1967_-_scenografia_a_colori-585x403.jpg 585w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><p id="caption-attachment-126141" class="wp-caption-text">Sanremo &#8211; 1967</p></div>
<p>1991: Se mi innamoro. Un canto questa volta senza nostalgia.<br />
Poi arrivano Champagne, Il pianoforte, L’ultimo romantico, Roberta.  Canzoni che non invecchiano perché non hanno mai inseguito la moda. Hanno inseguito la verità del sentimento in uno spettacolo affascinante.<br />
In tutto questo ci sono almeno tre ragioni estetiche. Una voce che non è mai invecchiata perché non ha mai mentito.<br />
La continuità.  Una scelta nella musica come nella vita.  La relazione col pubblico è stata fondamentale. La sua canzone è stata ed è un punto fermo. Mai trasgressione e sempre tradizione. Non ha fatto della musica folklore di piazza  ma identità nazionale, valore della musica nazionale.<br />
Quando andava nei paesi esteri portava quella sua identità mediterranea che è appunto la nostra identità. Ha lasciato  una lezione molto bella che è quella della canzone mai urlata ma ascoltata in silenzio, che è quella della canzone popolare senza mai essere o toccare il minimo segno di una anti estetica.<br />
La sua eleganza il suo portamento la sua voce erano bellezza soprattutto in un tempo di rumori, lui ha scelto il suono.  In un tempo di maschere, lui ha scelto il volto.  In un tempo di fughe, lui ha scelto la permanenza usando la tradizione della musica come continuità. Resta nel cuore della canzone italiana come si deposita la luce sul mare:<br />
piano, continuo, e impossibile da spegnere. Perché l’estetica quando è vera non passa.<br />
Diventa memoria. E la memoria, quando è cantata, diventa futuro. Ci consegna questo messaggio vero che è un testamento.  Mentre canta &#8220;Champagne per brindare a un incontro / con te che già eri di un altro&#8221;. Ritorna nel ricordo la serata sul terrazzo tra le scie del mare greco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/11/la-scomparsa-di-peppino-di-capri-leleganza-che-resta-canzone/">LA SCOMPARSA DI PEPPINO DI CAPRI. L’ELEGANZA CHE RESTA CANZONE</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>San Lorenzo del Vallo. Un paese bisogna amarlo con il coraggio della devozione. Il luogo è la geografia dell’anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 16:01:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Radici]]></category>
		<category><![CDATA[San Lorenzo del Vallo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="1086" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-300x199.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-1024x678.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-768x509.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-1170x775.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-780x516.jpeg 780w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-585x387.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>Il paese non ti chiede chi sei. Ti ricorda chi sei stato. E bisogna amarlo così. Con amore. Mai con diffidenza. La diffidenza è per gli estranei. Qui siamo tutti&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/10/san-lorenzo-del-vallo-un-paese-bisogna-amarlo-con-il-coraggio-della-devozione-il-luogo-e-la-geografia-dellanima/">San Lorenzo del Vallo. Un paese bisogna amarlo con il coraggio della devozione. Il luogo è la geografia dell’anima</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1640" height="1086" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-300x199.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-1024x678.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-768x509.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-1170x775.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-780x516.jpeg 780w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-585x387.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/7cd88006-54b2-4f60-a814-d7cc25ca34d0-263x175.jpeg 263w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p><blockquote><p>Il paese non ti chiede chi sei. Ti ricorda chi sei stato. E bisogna amarlo così. Con amore. Mai con diffidenza. La diffidenza è per gli estranei. Qui siamo tutti di casa. Tra le vie il castello il cielo. Chi abita la quotidianità non conosce la diaspora. Il ritorno è Ulisse nell&#8217;isola del ritorno.</p>
<p style="padding-left: 120px;"><span style="font-size: 14px; color: #313131;">Pierfranco Bruni </span></p>
</blockquote>
<p>Paesi nell&#8217;alba. Paesi nella notte. Il mio paese mi racconta. Quando un paese racconta ha il dovere di raccontare la bellezza. San Lorenzo del Vallo non nasce ieri o oggi. Ha una storia. Si riconosce. Le origini non sono pietra. Sono amore. Perché le radici, quando sono vere, non trattengono. Appartengono. Cosa è appartenere? Appartiene di più chi ha lasciato il paese e ritorna non come storia. Ma come Tempo. La vera appartenenza è qui.<br />
Io torno come si torna al respiro. Non per cercare. Per ritrovare. Il paese non ti chiede chi sei. Ti ricorda chi sei stato. E bisogna amarlo così. Con amore. Mai con diffidenza. La diffidenza è per gli estranei. Qui siamo tutti di casa. Tra le vie il castello il cielo. Chi abita la quotidianità non conosce la diaspora. Il ritorno è Ulisse nell&#8217;isola del ritorno.</p>
<p>Metafore? Cammino tra le vie. Sono strette. Sono memoria che si fa passo. I muri antichi trattengono il sole e lo restituiscono la sera.  In alto il Castello. Non è rovina. È struttura aperta. Le pietre non difendono più. Accolgono. È un cielo aperto, il castello. Dove le rondini scrivono lettere che nessuno legge ma tutti capiscono. Da lì si vede tutto. Il Vallo. Le case. I tetti che fumano. E si capisce che un paese non si guarda dall’alto. Si guarda dall’interno. Il suo interno è un cammino d&#8217;anime. La devozione deve essere respiro abitato. La Chiesa? È  sempre devozione abitata. La Chiesa è al centro. Non per geografia. Per cuore. Non è monumento. È appunto devozione abitata. La porta è sempre aperta. Dentro c’è odore di cera e di tempo. Ci sono le sedie consumate dalle preghiere. Ci sono i santi con gli occhi bassi, come chi ha visto troppo e continua ad amare. I sacerdoti passano. Sono pezzi di vita. Sono pezzi di infanzia. Quello che ti battezzava. Quello che ti rimproverava all’oratorio. Quello che alla domenica alzava l’ostia e con l’ostia alzava anche noi. Non sono figure. Sono presenze. Sono la voce che ti dice: “Torna. Anche se tardi”. Si ritorno. La devozione è ritornare.</p>
<p>Ci sono voci nel vento. La piazza è una grammatica delle voci. Perché la piazza è fatta di voci. La mattina è mercato. La sera è teatro. La notte è confidenza. I vecchi seduti sulle panche raccontano le stesse storie. Non per noia. Per fedeltà. Le donne parlano dalle finestre. I bambini corrono e sporcano l’asfalto di gessetti. Qui la parola non si spreca. Si abita. Abitare. È una costante. Se stai fermo un attimo, senti la piazza respirare. È il luogo dove il paese si misura. Dove si ride forte e si piange piano. Dove nessuno è solo, anche quando lo è. Le solitudini corrono con pazienza.</p>
<p>Ci sono altri viaggi. Viaggi di luoghi e nei luoghi. La contrada Fedula è un orizzonte oltre L’Esaro. Più giù c’è la contrada Fedula.<br />
Fedula ha un nome che sa di terra. Di fatica. Di mani. Qui le case sono più basse e le storie più alte. Gli anziani dicono: “A Fedula si nasce due volte”. Una dalla madre. Una dalla contrada. Raccontano di raccolti. Di processioni a piedi. Di notti in cui si dormiva con la porta aperta perché il vicino era fratello. La Madonna di Lourdes è miracolo nella Chiesa. Fedula non è periferia. È centro antico. È il posto dove il paese si è fatto prima di diventare paese. Un immaginario diventato ormai storia.</p>
<p>Il fiume scorre tra i limiti. Qui si ricorda Spartaco fermo tra le sponde. L’Esaro. È antico. Ha visto passare eserciti. Ha visto sangue e polvere. Qui, dicono, Spartaco si è scontrato con Crasso. L’acqua ha portato via i corpi e ha tenuto i nomi. L’Esaro non è storia sui libri. È memoria nell’acqua. D’estate i ragazzi ci vanno a piedi nudi. D’inverno si gonfia e ricorda che è nato prima di noi e vivrà dopo di noi. L’archeologia non è passato. È memoria che risale. Un coccio. Una moneta. Un nome inciso su una pietra. Sono segnali. Dicono: “Noi c’eravamo. Eravamo qui. Amavamo questa terra”. Con le voci in accenni arabi e accenti greci.</p>
<p>Di sera la luna è tra le palme. Mi fermo. Ascolto. Le voci dei passanti hanno una cadenza Brutia. Dolce. Antica. Appunto tra l’arabo e il greco. È la Calabria che parla. È il Sud che non ha mai smesso di essere crocevia. È il dialetto che è latino, è preghiera, è mercato. Una parola detta così, per strada, ti fa capire che questo paese non è isolato. È nodo. È dove il Mediterraneo è arrivato a piedi e si è fermato a vivere. Ho raccontato ciò in molti miei libri. Nel libro della mia famiglia e della mia eredità. Nel racconto che ha documenti. Ho la gente nel cuore. Perché la vita è amore. E l’amore, qui, ha un nome e un cognome. L&#8217;amore! C’è la signora che ti offre il caffè anche se non l’hai chiesto. C’è il meccanico che ti ripara la macchina e ti chiede dei tuoi. C’è il ragazzo che se ne è andato al Nord e torna ad agosto con la valigia piena e il cuore più pieno. C’è chi è rimasto e lavora la terra come si lavora una promessa. Non domando perfezione. Nessuno è perfetto. Ma tutti sono veri. E la verità, in un paese, è la forma più alta di bellezza.</p>
<p>Poi c&#8217;è il 10 agosto. Il 10 agosto non è Pascoli. Il 10 agosto è San Lorenzo. Sulla graticola. È fuoco. È festa. È devozione che si fa processione. La statua esce. La banda suona. I fuochi accendono il cielo. I santi, qui, non si guardano. Si portano. A spalla. Con fatica. Con amore. È il giorno in cui il paese si riconosce intero. Chi è lontano torna. Chi è vicino si avvicina di più.  Non si allontana.  Chi appartiene a una eredità non ha solo luogo. Ha radici di identità. La storia dei Cinque fratelli è eredità. Quando riparto me ne vado sempre con qualcosa addosso. Un po’ di polvere. Un po’ di voce. Un po’ di amore. Perché un paese lo porti via solo se lo ami. E io lo amo. Con amore. Mai con diffidenza. Perché le radici non sono catene. Sono ali. E le ali servono per tornare. Tornare è vivere con pazienza ciò che resta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/10/san-lorenzo-del-vallo-un-paese-bisogna-amarlo-con-il-coraggio-della-devozione-il-luogo-e-la-geografia-dellanima/">San Lorenzo del Vallo. Un paese bisogna amarlo con il coraggio della devozione. Il luogo è la geografia dell’anima</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Tunisi.  La lampada e il mare pianura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2026 13:35:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/bruni-tunisi.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/bruni-tunisi.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/bruni-tunisi-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Non si abbandona un paese. Resta un archivio di memorie e di immagini. Si fa labirinto nei pensieri vissuti. È destino oltre la realtà e le contraddizioni della ragione. Guardo.&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/07/04/tunisi-la-lampada-e-il-mare-pianura/">Tunisi.  La lampada e il mare pianura</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/bruni-tunisi.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/bruni-tunisi.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/07/bruni-tunisi-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p>Non si abbandona un paese. Resta un archivio di memorie e di immagini. Si fa labirinto nei pensieri vissuti. È destino oltre la realtà e le contraddizioni della ragione. Guardo. Osservo. Penetro. Mi trovo nuovamente a Tunisi. Cammino tra le vie. La Medina è un suono di voci arabe che si incrociano e non si cercano. È un fiume basso, caldo, che non ha sorgente. Il bianco delle case e gli azzurri sono un fascino da foulard. Un bianco che ha luce di incanto, un azzurro che non mente.</p>
<p>Il cielo ha un azzurro sorprendente, lo stesso azzurro del mare che segna confini, limiti, orizzonti. Eppure il mare, qui, è una pianura. Liscio, teso, senza onde che chiamino. A due passi soltanto il deserto. Pietra e vento. Mediterraneo e sabbia si guardano senza toccarsi.</p>
<p>Nella notte passata stavo sulla balconata dell’albergo, nel buio. Di fronte le Moschee, nere e quiete. All’alba il Muazzin ha cantato la preghiera. La voce è salita dritta, senza scale. Ha rotto il buio come una lama sottile. Ho capito che Tunisi non si guarda. Si ascolta.</p>
<p>Mi sento come il filosofo ignoto di Ceronetti che porta tra le mani la sua lampada. Non per vedere. Per non spegnersi. La lampada è piccola. La solitudine è grande. Resto in ascolto. Ogni tanto giunge, da lontano, il richiamo di un pavone. Un suono antico, segreto a volte,  quasi mistico. Segna il tempo senza misurarlo.</p>
<p>Sono in solitudine di pensieri. Lungo il cammino del pensiero i destini portano tracce di ricordi. C’è una giovinezza mai dimenticata. Ci sono paesi che incontro nell’immaginario delle nostalgie. Bisogna avere nostalgia, e custodirla fino al punto di dimenticare tutto e scendere nell’oblio. L’oblio non è morte. È acqua. È dove si deposita ciò che non serve più per ricordare ciò che conta.</p>
<p>Ho un amore infinito per una donna che ha la movenza di una dea. Non è nome. È presenza. Didone ha lasciato Cartagine. È diventata nuvola, o ombra nello sguardo di Enea. Ha ceduto la città per un amore che il mito non ha saputo tenere. Eppure Cartagine resta. Bianca. Ostinata. Archeologia che segna presenze.</p>
<p>Tutto ha un senso. Anche Circe che amò Odisseo e lo trattenne con incanti e vino. Anche il terribile dell’immortalità che Calipso gli donò, e che Odisseo rifiutò per scegliere Itaca. Scegliere il ritorno è scegliere il limite. È dire no all’infinito per dire sì alla terra, alla palma, alla ruga.</p>
<p>Il mito è il linguaggio che supera ogni filosofia. Mi riporta alle radici. Alla pazienza di mio padre seduto sotto la palma del mio giardino. A mia madre che raccoglieva le emozioni del tempo sul filo delle rughe degli anni. Le loro mani non scrivevano. Custodivano. E ciò che custodiscono è più vero di ogni libro.</p>
<p>Ho raggiunto l’età in cui il silenzio è necessario. Non è assenza. È misura. In questo silenzio non dimentico quella donna dai verdi occhi che usciva dalle onde. Usciva dal mare pianura di Tunisi, senza bagnarsi. Mi consegnava la bellezza e il mistero, nei segreti della vita. Non parlava. Mostrava. E ciò che mostrava era sempre lo stesso: che l’amore, la memoria, il mito, sono una sola lampada.</p>
<p>Resto sulla balconata. Il Muazzin tace. Il pavone tace. Il deserto respira. Io tengo la lampada. Finché non cade il vento. Qui il vento è un intreccio di acqua e sabbia. Non ha distanza. Il mistero è il solco dello sconosciuto che per resistere ha bisogno del segreto. Tunisi è il racconto di una magia nel rosso dei tramonti e di una aurora scheggiata nell’ascolto degli sguardi. Non sto scrivendo un nuovo libro. È il racconto di sempre.</p>
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		<title>Francesco Fusca. A dieci anni dalla scomparsa. Un poeta, pedagogista, intellettuale arbëreshë radicato nel suo territorio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 16:02:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="876" height="944" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/3aebdc96-915e-412c-b940-4ebde1230739.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/3aebdc96-915e-412c-b940-4ebde1230739.jpeg 876w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/3aebdc96-915e-412c-b940-4ebde1230739-278x300.jpeg 278w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/3aebdc96-915e-412c-b940-4ebde1230739-768x828.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/3aebdc96-915e-412c-b940-4ebde1230739-585x630.jpeg 585w" sizes="(max-width: 876px) 100vw, 876px" /></p>
<p>Francesco Fusca è stato una voce che non ha lasciato il suo paese. Siamo stati uomini che hanno dialogato in amicizia vera e profonda, innamorati della bellezza. A dieci anni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Francesco Fusca è stato una voce che non ha lasciato il suo paese. Siamo stati uomini che hanno dialogato in amicizia vera e profonda, innamorati della bellezza. A dieci anni dalla scomparsa Fusca è uno di quegli  uomini che non smette di dialogare e di raccontare, tra esperienza, esistenza e testimonianza.Fusca porta l’arbëreshë nella poesia senza esotismo. Lo porta come lingua dei sogni. Come casa. Come rito.</em></p>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<p>Siamo a dieci anni dalla scomparsa di Francesco Fusca. Nato nel 1948, morto improvvisamente il 30 giugno 2016. Cerco un distacco tra l’amicizia e l’affetto che ci legavano profondamente. Ci sono tre caratteristiche precise per ricordarlo: una geografia, una voce, un impegno. Geografia: Calabria, arbëreshë, scuola. Francesco Fusca è stato un poeta. È stato un pedagogista. È stato un intellettuale a tutto tondo. È stata una voce che non ha lasciato il suo paese. Si è occupato di questioni arbëreshë. Le comunità arbëreshë sono Albania d’Italia: lingua, rito, canto, esilio divenuto casa. Fusca non le studiava da fuori. Le abitava da dentro. Era figlio. Era maestro. Era custode. Profondamente radicato nel suo territorio. Non radice che trattiene, radice che nutre. La sua Calabria non era sfondo. Era soggetto: pietra, ulivo, mare, dialetto, chiesa, processione, canto.<br />
L’opera di Fusca attraversa generi senza separarli. Unisce poesia, immagine, pedagogia, letteratura. Al 1974 appartiene il suo libro d’esordio, &#8220;Riflessione&#8221;. Una raccolta con autografo. Prima voce. Calabria margine e centro insieme.</p>
<p>Al 2015 appartiene &#8220;Origàmi di versi e scatti&#8221;, con Dario Broch Ciaros. Un viaggio tra versi e immagini. Poesia che dialoga con lo sguardo. Verso che diventa fotografia. È un fronteggiare il tempo della modernità. La sua è sempre stata una poesia che si fa scuola. Non metodologia didattica, ma ermeneutica dei linguaggi. Perché restiamo uomini innamorati della bellezza e che dialogano in amicizia. Qui il tempo domina: amore, madre, paesaggio, mare, luoghi ancestrali, cultura mutuale ed etnica. È poesia come metafisica dell’anima che penetra la dimensione di pedagogia e letteratura. Il nodo centrale per Fusca. Un nodo da sondare e snodare con l’esperienza della parola.</p>
<p>Mi riferisco anche al suo applicare il linguaggio alla storia della poesia, partendo da Ungaretti. Per Fusca Ungaretti non è mai stato un “porto sepolto”. È stato un viaggio, un viaggiare. Sempre nel solco delle comparazioni. Convinto donmilaniano, pensava alla scuola come a un governare dalla parte degli altri ovvero della Scuola italiana. E insieme: tecnologie multimediali, lingua italiana, diritti umani, diritti delle persone disabili e delle loro famiglie. Lingua come dialogo tra popoli. Da citare &#8220;Persone disabili. In famiglia, a scuola e in società&#8221; del 2011. Qui la pedagogia del limite guarda con attenzione alla scuola come accoglienza e alla società come casa da abitare.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-125732" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70cc7272-55ae-475e-94ce-6819ee1124d0.jpeg" alt="" width="251" height="291" />Fusca non scriveva per insegnare con distanza. Scriveva per testimoniare con vicinanza. Il linguaggio colto che aumenta le distanze è tradimento. Lui abbassava la voce per far sentire il passo. È stato sempre convinto che la pedagogia è relazione. La scuola esce dall’aula. Entra nelle case. Il territorio è maestro. L’arbëreshë non è folklore. È identità. È memoria che non è museo. È respiro. L’ho sempre considerato l’uomo del tempo dominante della poesia. In Fusca c’è il rapporto costante tra fare poesia, vivere la poesia ed essere dentro un percorso ricco di archetipi in cui il tempo è radice. Ha saputo penetrare quel sottosuolo dell’anima, che diventa, in questo caso preciso, metafisica dell’anima.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-125733" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/706f2add-8420-4c79-a929-7b655a8cf9d3.jpeg" alt="" width="121" height="199" /></p>
<p>Ci dicevamo spesso che occorre radicarsi non solo in un territorio, ma anche nelle nostre coscienze. Fusca è esempio di questo radicamento. Poeta che resta. Pedagogista che non abbandona. Intellettuale che non fugge verso il centro. Sta nel suo centro. Ha sempre considerato l’arbëreshë una cultura mutuale ed etnica. Fusca porta l’arbëreshë nella poesia senza esotismo. Lo porta come lingua dei sogni. Come casa. Come rito. La sua è appunto cultura mutuale ed etnica. Non minoranza che chiede. Minoranza che dona. Dona un modo di dire il mare. Dona un modo di dire la madre. Dona un modo di dire il paesaggio. Paesaggi di simboli.</p>
<p>Proprio per questo è stato un intellettuale a tutto tondo. Non come forma di enciclopedia, ma di unità. Fusca è poeta e pedagogista. È scrittore e cittadino. È uomo che pensa e resta. I suoi libri non sono accumulo. Sono custodia. Custodia della lingua italiana e delle altre seimila lingue della Terra, con-sorelle. Custodia dei ragazzi disabili. Custodia del paese. Custodia della bellezza. Ci resta una voce lieve tra i frantumi. Una voce che dice: la scuola è territorio. La poesia è scuola. L’arbëreshë è lingua e storia. Francesco Fusca non ha scelto tra radice e volo. Ha scelto radice profonda e volo basso. Basso come l’usignolo tra gli ulivi.</p>
<p>Siamo stati uomini che hanno dialogato in amicizia vera e profonda, innamorati della bellezza. Fusca è uno di questi uomini che non smette di dialogare e di raccontare, tra esperienza, esistenza e testimonianza.</p>
<p>Post scriptum<br />
Ho usato il presente e il passato, il ricordo e qualche rilettura. Credo comunque che Franco — Francesco — Fusca vada letto oltre i soliti compiacimenti e restituito alla storiografia e alla bibliografia. La vita di un intellettuale, a dieci anni dalla scomparsa, non è solo ricordo o memoria. Non può essere lasciata al ricordo soltanto.</p>
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		<title>Fantasmi romeni di Carolina Vincenti. L’esilio come viaggio, la nostalgia come tempo, il tragico come scena</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/29/fantasmi-romeni-di-carolina-vincenti-lesilio-come-viaggio-la-nostalgia-come-tempo-il-tragico-come-scena/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=fantasmi-romeni-di-carolina-vincenti-lesilio-come-viaggio-la-nostalgia-come-tempo-il-tragico-come-scena</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 15:51:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/70a05652-f5ed-4615-8ddd-ad5ee9c2bafb-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>La Romania di Vincenti è racconto corale. È dieci vite che dicono una sola cosa: si può perdere il paese e ritrovare la voce. Si può essere senza casa e&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>La Romania di Vincenti è racconto corale. È dieci vite che dicono una sola cosa: si può perdere il paese e ritrovare la voce. Si può essere senza casa e avere stile. Si può essere esuli e restare maestri di vita e di conoscenza. La nostalgia vive nei particolari: una casa, il profumo di un albero, la strada Mantuleasa di Eliade. Appartenere è un balsamo che genera benessere, è un  riferimento di un nostos che resta aggrovigliato all&#8217;anima.Il libro sarà occasione di incontro a Polignano a Mare il prossimo 11 Luglio in una conversazione tra Carolina Vincenti e Pierfranco Bruni</p></blockquote>
<p>Il titolo traccia e crea immaginari che sono  già destino: &#8220;Fantasmi romeni&#8221;, La Lepre Edizioni, pagg. 112.  Carolina Vincenti apre il suo libro con una lettera. Non a un lettore. A un figlio che torna alle radici. La Romania non è cartografia. È memoria frammentata. È diaspora che non è dispersione. È viaggio che pone al centro il proprio essere e la propria consapevolezza. I dieci ritratti sono figure sospese tra Oriente e Occidente. Li accomuna l’esilio. Ma l’esilio, in Vincenti, non è pena. È un metodo. Anzi una ermeneutica. È un  modo di rispondere alla domanda: chi si è, da dove si viene, quale lingua si parla nei sogni. Con quale linguaggio arrivano i sogni nelle notti in cui il ricordo della Romania si fa memoria. Metafisica della memoria.</p>
<p>L’esule è l’uomo che non ha casa e per questo costruisce necessari archivi nel tempo. Il conforto dei ricordi è filo. La nostalgia vive nei particolari: una casa, il profumo di un albero, la strada Mantuleasa di Eliade. Appartenere è un balsamo che genera benessere. L&#8217;appartenenza è un  riferimento di un nostos che resta aggrovigliato all&#8217;anima. Carolina Vincenti struttura il libro come matrioska. Romania dentro l’esule. Esule dentro la lingua. Lingua dentro il sogno. Una impalcatura dunque a mosaico e ogni tassello ha il suo immaginario in cui l&#8217;onirico è attesa.  Il caleidoscopio ha nomi. Cioran, genio e flâneur fallito. Sergiu Celibidache, idolatrato e ostile alle registrazioni. Brancusi, avanguardia che tace. Paul Celan, poeta dell’agonia sublime. Panait Istrati, Gor’kij dei Balcani. Con loro Mircea Eliade, storico delle religioni e poeta. Con loro Ioan Petru Culianu, gnostico ucciso all’apice. Uno scenario dentro l’esistere che è tempo e vissuto. Perché ogni nome è scena. Ogni scena è esilio. Ogni esilio è ricerca di identità. Il punto centrale è proprio questo.</p>
<p>Mircea Eliade e Emil Cioran sono i due poli. Eliade viaggia tra Oriente e Occidente. India, Portogallo, America. Il suo tema è il sacro. Smantella il profano e ritrova il religioso sotto false vesti. Per Eliade non esiste società areligiosa. Il mito sopravvive travestito. Restano gli archetipi che incidono segni. Indefinibile e infiniti. Cioran si ritira a Parigi. Quartiere latino. Insonnia. Stile. Il suo tema è il nulla. È estetica del fallimento. È prosa che brucia la metafisica. È flâneur che non crede. Appunto è un tracciato in tragico di utopia. Due romeni. Due esili. Eliade cerca il centro. Cioran abita il bordo. Eliade scrive per ritrovare. Cioran scrive per perdere. Eppure l’amicizia regge più del fuoco. Perché l’esilio è patria più forte della patria. Radice intrecciato a radici.</p>
<p>L’esilio romeno del Novecento è un  fenomeno letterario e filosofico. È  metamorfosi e bilinguismo. L’uomo lascia la lingua madre e trova un’altra lingua. E in quella frattura nasce il pensiero. Non le idee o l&#8217;idea. Il pensiero. È ben altra cosa dell&#8217;idea. Cioran smette il romeno nel 1947. Scrive solo in francese. Ma dice: il meglio della dottrina è in romeno. Ricordo &#8220;Al culmine della disperazione&#8221;. È il suo libro chiave. L’esilio è tempo. È tempo della nostalgia che non guarda indietro. Guarda dentro. È viaggio tra ricerca e consapevolezza filosofica. È Romania ascoltata da chi l’ha perduta. Ciò che si perde ritorna sotto altri immaginari.<br />
Carolina Vincenti è nata a Bucarest, cresciuta a Beirut, vive a Roma. È tre città in una. È identità stratificata. Cammina per Bucarest con i fantasmi come lari tutelari. I fantasmi rendono le città vere più dei vivi. E tutto in una elegante nobiltà che rende l&#8217;estetica la bellezza dei giorni.</p>
<p>La cultura romena è sommersa e mai perduta. È Cantemir, principe orientalista di confine. È Elena Ghica, archeologa con rivoltella che entra nel Monte Athos proibito alle donne. È Marta Bibescu, musa proustiana. In una profezia che è ricerca profonda del perduto in sentiero ritrovato. Le radici non sono solo terra. Sono la lingua dei sogni. Sono domande che l’esule porta con sé. Il senso del tragico incide in una cultura della teatralità. I romeni a Parigi sono tre volti del destino europeo: il sacro, il nulla, l’assurdo. Eliade, Cioran, Ionesco. Affascinanti viaggi nel misterioso che incantata. Il tragico è sapere che l’esilio è rifugio e pericolo. È solidarietà e ombra. È patto di silenzio tra chi ha vissuto un secolo e lo ha attraversato come epoca. La teatralità è gesto. Brancusi non parla di sé. Celibidache non registra. Celan scrive l’agonia. Ogni vita è messa in scena. Ogni scena è confessione senza pubblico e questa confessione diventa un vero e proprio genero letterario. Comunque Vincenti scava tra radici e identità. Non trova marmo. Trova ombre. E le ombre parlano. Dicono che l’esilio non è fine. È inizio. Che la nostalgia non è lutto. È bussola. Che il tragico non è caduta. È scena.</p>
<p>La Romania di Vincenti è racconto corale. È dieci vite che dicono una sola cosa: si può perdere il paese e ritrovare la voce. Si può essere senza casa e avere stile. Si può essere esuli e restare maestri di vita e di conoscenza. L&#8217;eleganza del sapere è nella accettazione perché l&#8217;accettazione non è rassegnazione ma consapevolezza. E questo, nel tempo della modernità che cancella, è atto di resistenza. È poesia. Infatti. Il frammento è un vivere nel pensare il linguaggio delle radici. Le vere radici sono appunto nella &#8220;ragione poetica&#8221; che Carolina Vincenti pone come vento rumeno che ha conosciuto Ovidio.</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>#Il libro sarà occasione di incontro a Polignano a Mare il prossimo 11 Luglio in una conversazione tra Carolina Vincenti e Pierfranco Bruni</p>
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		<title>La scomparsa di Carlo Ginzburg. Lo storico tra critica, paradigma e lezione gramsciana</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/19/la-scomparsa-di-carlo-ginzburg-lo-storico-tra-critica-paradigma-e-lezione-gramsciana/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-scomparsa-di-carlo-ginzburg-lo-storico-tra-critica-paradigma-e-lezione-gramsciana</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 19:48:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>L’eredità di Carlo Ginzburg non coincide con una scuola. Consiste in un atteggiamento. L’attenzione al dettaglio discordante, la diffidenza verso le grandi narrazioni assolutrici, la rivendicazione della distanza critica costituiscono&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/19/la-scomparsa-di-carlo-ginzburg-lo-storico-tra-critica-paradigma-e-lezione-gramsciana/">La scomparsa di Carlo Ginzburg. Lo storico tra critica, paradigma e lezione gramsciana</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-17-at-16.19.51-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p><p><strong><em>L’eredità di Carlo Ginzburg non coincide con una scuola. Consiste in un atteggiamento. L’attenzione al dettaglio discordante, la diffidenza verso le grandi narrazioni assolutrici, la rivendicazione della distanza critica costituiscono un’etica della conoscenza.</em></strong></p>
<p>Fu hegeliano nel metodo e nella visione tra storia e eventi in un accadere di sistema. Diede ai fatti un &#8220;particolare&#8221; appreso dalla sua formazione completamente gramsciana. Carlo Ginzburg, nato a Torino il 15 aprile 1939 e morto a Bologna il 17 giugno del 2026, si colloca entro una tradizione storiografica che rifiuta l’identificazione tra narrazione storica e giustificazione del potere. La sua prassi di ricerca ha assunto il &#8220;particolare anomalo&#8221; come chiave di accesso alla norma, rovesciando il rapporto tra centro e periferia documentaria. In tal senso, il cosiddetto paradigma indiziario elaborato alla fine degli anni Settanta non costituisce soltanto una proposta di metodo. Rappresenta una presa di posizione epistemologica che mette in discussione l’equivalenza tra razionalità e sistematicità inaugurata dalla filosofia hegeliana della storia. La traccia, il lapsus, la variante testuale divengono luoghi di resistenza ermeneutica rispetto alle grandi sintesi. Lettore attento di Machiavelli scrisse: &#8220;Anziché di teologia politica preferisco parlare di &#8220;secolarizzazione&#8221;, la quale è un processo tutt&#8217;altro che concluso e di esito non scontato, attraverso cui lo Stato si impadronisce delle armi della religione. In questa traiettoria, che ha radici molto antiche, Machiavelli ha avuto un&#8217;importanza decisiva&#8221;.</p>
<p>L’eredità di Ginzburg va misurata su tre piani distinti. Sul piano storiografico, la microstoria ha introdotto un mutamento di scala che non si risolve nel localismo. Ridurre l’oggetto di indagine consente di moltiplicare le variabili e di restituire spessore al vissuto degli attori subalterni. Infatti il suo &#8220;Il formaggio e i vermi&#8221; del 1976 resta l’esempio più noto di tale procedura. Attraverso il caso di Menocchio, mugnaio friulano processato dall’Inquisizione, la cultura popolare del Cinquecento emerge come campo di negoziazione e conflitto, non come residuo inerte. Sul piano teorico, Ginzburg ha sottoposto a critica la nozione di contesto come gabbia esplicativa. In &#8220;Il giudice e lo storico&#8221; del 1991, l’analisi del caso Sofri diviene occasione per distinguere tra prova giudiziaria e prova storica, rivendicando l’autonomia del discorso storiografico rispetto alle esigenze processuali. La storia non assolve e non condanna. Interpreta. Qui mi pare che si spinga oltre la funzione dello storico. Lo storico non dovrebbe avere una sua ermeneutica. Piuttosto una documentazione dei fatti. Non si tratta di giudicare. Certo. Ma di riportare i fatti. Non di interpretarli.</p>
<p>Formatosi in un ambiente familiare segnato dall’antifascismo e dal marxismo critico, Ginzburg aderisce in gioventù al Partito Comunista Italiano. Il distacco matura progressivamente tra gli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta di una rottura clamorosa, ma di una presa di distanza dalla concezione strumentale della cultura e dal dogmatismo storiografico. La sua recensione del 1974 al volume di Paolo Spriano su Gramsci contiene già i segnali di un dissenso. Ginzburg contesta l’uso selettivo dei &#8220;Quaderni del carcere&#8221; e rivendica la necessità di leggere Gramsci fuori dall’apparato di partito. Qui mi sembra che abbia svolto un ruolo decisamente preciso. Tale posizione si consolida nel decennio successivo. La microstoria nasce anche come risposta alla crisi dei modelli macroanalitici di derivazione marxista. L’attenzione al singolo, al deviante, al processo inquisitoriale risponde all’esigenza di restituire complessità a soggetti che la storia sociale di impianto strutturalista rischiava di ridurre a funzioni. L’allontanamento dal PCI è dunque filosofico prima che politico. È il rifiuto di una filosofia della storia che subordina il frammento alla totalità tutta da comparare comunque.</p>
<p>Il percorso di ricerca di Ginzburg può essere scandito attraverso quattro snodi. &#8220;I benandanti&#8221; del 1966 affronta il nodo del folklore inquisito e individua in una &#8220;setta&#8221; agraria friulana il nucleo originario su cui si innesta la demonologia colta. &#8220;Storia notturn&#8221; del 1989 amplia l’indagine e propone l’ipotesi di un sostrato sciamanico eurasiatico alla base del sabba. La tesi ha suscitato ampio dibattito e dimostra la disponibilità dell’autore a connettere storia e antropologia su lunghissima durata. Un percorso, questo, di notevole importanza perché pone degli interrogativi alla storia stessa. Ovvero lo storico ha bisogno anche dell&#8217;antropologo per capire il fenomeni. &#8220;Occhiacci di legno&#8221; del 1998 raccoglie saggi dedicati al rapporto tra distanza e prospettiva. Qui Ginzburg riflette sul ruolo dell’estraneamento come strumento conoscitivo. &#8220;Il filo e le tracce&#8221; del 2006 sistematizza la riflessione sul rapporto tra vero, falso e finto, distinguendo il patto referenziale che lega lo storico al lettore da quello che fonda la finzione letteraria. In tutti i volumi permane la centralità della fonte come interrogazione e non come deposito. Quindi il superamento della interpretazione. Perché come egli stesso scrive: Gli storici (e, in modo diverso, i poeti) fanno per mestiere qualcosa che è parte della vita di tutti: districare l&#8217;intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al mondo&#8221;.</p>
<p>Il confronto con Antonio Gramsci attraversa l’intera opera di Ginzburg. A differenza delle letture di partito, lo storico torinese ha insistito sulla natura aperta e sperimentale dei &#8220;Quaderni&#8221;. Nel saggio &#8220;Antonio Gramsci e la cultura italiana&#8221; del 2012, poi confluito in &#8220;Paura reverenza terrore&#8221;, Ginzburg rilegge la nozione gramsciana di egemonia alla luce del problema della prova. L’egemonia non è soltanto direzione politica. È costruzione di verosimiglianza. Pertanto lo storico deve sottoporre a critica i meccanismi di naturalizzazione del consenso. In questo senso Gramsci diviene un alleato nella decostruzione delle retoriche della necessità storica di matrice hegeliana. Campeggia dunque la visione di Hegel come sistema in modo preciso.</p>
<p>Tra le pubblicazioni più recenti vanno segnalati &#8220;La lettera uccide&#8221; del 2021, dedicato al rapporto tra diritto, retorica e interpretazione, e &#8220;Ancora a distanza&#8221; del 2024, che riprende il tema dello straniamento come categoria storiografica. In questi lavori Ginzburg torna sulla questione della traducibilità culturale e sulla responsabilità dello storico di fronte alle manipolazioni del passato. La polemica contro gli usi pubblici della storia e contro le leggi memoriali attraversa le pagine conclusive. La difesa del dubbio e della verifica documentaria resta l’asse del suo magistero. Cosi scrive: &#8220;La verità esiste, ma raggiungerla non è facile e la storia, l&#8217;esperienza unilaterale di ognuno possono aiutare anziché essere d&#8217;ostacolo&#8221;.</p>
<p>L’eredità di Carlo Ginzburg non coincide con una scuola. Consiste in un atteggiamento. L’attenzione al dettaglio discordante, la diffidenza verso le grandi narrazioni assolutrici, la rivendicazione della distanza critica costituiscono un’etica della conoscenza. In un tempo che richiede adesioni e abiure, il paradigma indiziario ricorda che la libertà della ricerca nasce dal diritto all’inciampo. Per questo la sua opera resta inattuale. E per questo continua a interrogare. Si è occupato anche di Cesare Pavese, il quale era di casa nella sua famiglia e ha offerto dettagli interessanti sulla sua vita che sono confluiti in molte pagine di Natalie Ginzburg. Ho avuto modo di conoscerlo a Torino proprio in occasione di un nostro discorso su Cesare Pavese dopo l&#8217;uscita di un mio libro su Cesare. Testimonianze dirette e anche doloranti. Tanto che preferiva poco parlare di Pavese nonostante qualche sua intervista. Comunque Carlo Ginzburg resta uno storico che ha visto in Gramsci un riferimento e in Hegel un sistema per comprendersi la storia come fenomenologia.</p>
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		<title>Esami di maturità 2026. Cesare Pavese. Piazza di Spagna: la poesia non è dedicata a Constance. Ma a Bianca Garufi con la quale ha condiviso Roma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 16:41:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="540" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-8.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-8.png 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-8-300x231.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/Untitled-design-8-585x451.png 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>“Piazza di Spagna è il luogo della promessa che non si mantiene. Lì si danno appuntamenti che il tempo scioglie. Lì l’attesa diventa forma. Pavese attende chi? Bianca e non&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“<em><strong>Piazza di Spagna è il luogo della promessa che non si mantiene. Lì si danno appuntamenti che il tempo scioglie. Lì l’attesa diventa forma. Pavese attende chi? Bianca e non Constance, come si attende un dio che non verrà. Non perché lei non voglia, ma perché l’amore, quando è mito, non sopporta il corpo. Si consuma nell’attesa</strong></em>”</p>
<p>Arriva sempre un’immagine con la quale bisogna fare i conti con la tempesta dei giorni. Sono giorni che “trascrivono” il senso del dolore nel ricordo. Pavese ha intrecciato i gradini di Trinità dei Monti al suo labirinto.</p>
<p>“Sarà un cielo chiaro.<br />
S’apriranno le strade<br />
sul colle di pini e di pietra”.<br />
Si arriva a Piazza di Spagna come si arriva al destino: senza saperlo, eppure sapendo che non c’era altra strada. È il 1950. Cesare Pavese ha già scritto i “Dialoghi con Leucò”, ha già guardato il mare di Brancaleone e le terre di Santo Stefano come si guarda una sentenza. Ora il suo passo misura i gradini della scalinata, uno a uno, e ogni gradino è una sillaba non detta. Un’eco che si fa nostalgia.<br />
La poesia si dice che nasca per Constance Dowling, attrice americana, corpo di cinema e di mito. Lei è l’impossibile che ha preso volto. È la donna che viene da oltreoceano come gli dèi venivano dal mare: senza passato, senza spiegazione. Pavese la ama con la disperazione di chi ha capito che l’amore non salva, ma condanna alla verità. Per questo “Passerò per Piazza di Spagna” non è una dichiarazione. È un congedo.<br />
Ma è realmente dedicata a Constance? Io credo di no. Penso che sia dedicata a Bianca Garufi, alla quale ha dedicato l’immagine di Leucò e con la quale ha scritto il romanzo incompiuto “Fuoco grande”, pubblicato postumo. Per Bianca ha scritto altre poesie.</p>
<div class="wp-block-image"></div>
<p>Con Bianca ha intrattenuto un rapporto epistolare sino al 3 febbraio del 1950. Proprio in questa ultima missiva si parlava di Roma. Bianca aveva vissuto a Roma. Si erano conosciuti a Roma. C’è una importante corrispondenza romana tra loro.<br />
Ma vado oltre. Pur restando convinto che la poesia sia dedicata a Bianca.<br />
Così nella chiusa:<br />
“Le finestre sapranno<br />
l’odore della pietra e dell’aria<br />
mattutina. S’aprirà una porta.<br />
Il tumulto delle strade<br />
sarà il tumulto del cuore<br />
nella luce smarrita”.<br />
La scalinata è un libro aperto verso il cielo di Roma. Di giorno è mercato di fiori e di stranieri. Di notte è deserto, ed è allora che Pavese la percorre. Ogni gradino è un anno, un libro, un addio. Salire è già scendere. L’architettura barocca diventa destino greco: non c’è cima che non sia anche precipizio. L’amore e gli dèi che si fanno rivelazione tra i gradini. Perché “Il tumulto delle strade/non muterà quell’aria ferma”.<br />
Piazza di Spagna è il luogo della promessa che non si mantiene. Lì si danno appuntamenti che il tempo scioglie. Lì l’attesa diventa forma. Pavese attende chi? Bianca e non Constance, come si attende un dio che non verrà. Non perché lei non voglia, ma perché l’amore, quando è mito, non sopporta il corpo. Si consuma nell’attesa. L’attesa è già l’oblio: l’oblio di sé, l’oblio del mondo, la dimenticanza che precede la memoria. Sarà come un taglio nel bosco, sarà come rivedere un viso che osserva, come una ragnatela e un archetipo sotto la luna con i falò che toccano le stelle.<br />
Roma è la città di Bianca Garufi, non di Constance, donna passeggera. La donna che incise nel vento un fuoco grande. Constance o Bianca? Certamente Bianca Garufi.<br />
Occorre ascoltare i gradini di Piazza di Spagna. Avranno silenzi e voci come su un davanzale.<br />
“S’aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l’acqua nelle fontane — sarà questa la voce che salirà le tue scale”.<br />
C’è un’eleganza antica in questo andare. Pavese cammina con la compostezza di chi ha chiuso con la vita e vuole solo congedarsi bene. Passerà per Piazza di Spagna. “Sarà un cielo chiaro”. Il futuro è usato come un’ipotesi, non come una speranza. Il cielo chiaro non promette. Constata. È la luce indifferente del mattino romano che illuminerà i gradini vuoti, le finestre chiuse, l’assenza.</p>
<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-57765" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/08/Cesare-Pavese-Constance-Dowling-1024x683-1.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/08/Cesare-Pavese-Constance-Dowling-1024x683-1.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/08/Cesare-Pavese-Constance-Dowling-1024x683-1-300x200.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2023/08/Cesare-Pavese-Constance-Dowling-1024x683-1-768x512.jpg 768w" alt="" width="1024" height="683" /></figure>
</div>
<p>Constance è l’America, è il cinema, è il corpo che non si lascia tradurre in parola. Bianca è il Mediterraneo. È la grecità. È Roma. È l’incontro a Piazza di Spagna. Pavese è la terra, è il mito, è la parola che non si lascia tradurre in corpo. Tra Pavese e Constance non c’è dialogo. C’è il silenzio che sta tra due civiltà. Lui lo sa. Per questo la poesia è il tempo dell’incontro con Bianca. Diventa epigrafe. Scrive per scolpire la propria sconfitta nel marmo di Roma.<br />
“Passerò per Piazza di Spagna” è il verso di chi ha deciso di scomparire. Passare non è restare. È attraversare senza lasciare traccia, come la pioggia sui sanpietrini. L’oblio non è dimenticare. È essere dimenticati dal mondo mentre si ricorda tutto. Pavese ricorda ogni gesto di Bianca, ogni sillaba del suo mito greco che proprio per questo diventa sacro. Ma sa che lui, l’uomo di Santo Stefano, l’uomo dei mestieri, racconta. Osserva dalla soglia.<br />
La scalinata diventa allora scala del sacrificio. Non si sale verso l’alto. Si sale verso la fine. Ogni gradino avvicina al vuoto. E il vuoto è l’unica fedeltà che Pavese conosce. Lo aveva già detto ai suoi dèi di Leucò: la vita è ciò che si sconta. Piazza di Spagna è Roma, e Roma è eterna perché è già morta mille volte. Qui le rovine non sono malinconia: sono struttura. Pavese cerca nella città la stessa legge che ha trovato nei miti: tutto accade, tutto ritorna, nulla redime. La Barcaccia ai piedi della scalinata è la nave che non salpa. L’acqua è ferma. È l’immagine della sua anima: piena, eppure incapace di viaggio.<br />
Bianca è l’ultima incarnazione della donna-mito pavesiana, quella che viene dai Dialoghi e si fa Circe e Calipso. Ma qui non c’è più racconto. C’è solo il rito. L’uomo che passa, la donna che non c’è, la città che guarda. È una liturgia laica, celebrata all’alba, quando i fiorai non sono ancora arrivati e la pietra restituisce il freddo della notte. Di quella notte in cui la morte verrà e avrà i tuoi occhi. Bianca è Roma. Il suo carteggio “Una bellissima coppia discorde” è la rivelazione di Cesare e Bianca a Roma.<br />
Pavese, in questa poesia, abita il limite. Non è più nella vita, non è ancora nella morte. È sulla soglia, e la soglia ha la forma dei gradini di Trinità dei Monti. La lingua è scabra, senza aggettivi, come la terra delle Langhe. Ma sotto la scabrezza c’è il canto. È il canto di chi ha visto gli dèi e sa che gli dèi non salvano: guardano. Di dèi può parlare solo con la siciliana Bianca.<br />
“Passerò per Piazza di Spagna” è il testamento di un uomo che ha sostituito la speranza con la dignità. Non chiede. Non implora. Passa. E passando affida il suo dolore alla pietra di Roma, perché la pietra dura più della carne e più della parola. L’eleganza sta tutta qui: nel non gridare. Nel dire l’addio come si dice un appuntamento. “Sarà un cielo chiaro”. Sarà. Non per lui. Per chi resta. Pavese sceglie l’oblio in una stanza di Torino. Ma l’oblio vero era già cominciato su quei gradini. Aveva capito che il mito non si possiede. Si sconta. Che l’amore non è incontro. È distanza che si fa destino. Che la poesia non serve a vivere. Serve a morire con decenza.<br />
Piazza di Spagna. I gradini sono gli stessi. La Barcaccia è la stessa. Il cielo, a volte, è chiaro. E se mi fermo un istante, nel silenzio tra un turista e l’altro, sento ancora il passo di un uomo che sale per non tornare. Non è spettro. È stile. È il modo pavesiano di abitare l’assenza. Passerò ancora per Piazza di Spagna. Si passa sempre. Perché certi addii non finiscono. Diventano luogo. Anche l’amore sarà luogo. Dell’anima. Sempre. Ci saranno fiori a raccontare l’amore e il tempo lungo i passi dell’esistenza e ci saranno sempre: “I fiori spruzzati di colori alle fontane”. Perché “occhieggeranno come donne divertite”. Mentre “Le scale, le terrazze, le rondini canteranno nel sole”. E sarà tutto?<br />
A Bianca Garufi dedica i versi de “La terra e la morte”. Dove si sono incontrati? A Roma, negli uffici della Einaudi. Un rapporto durato dal 1945 al 1950. La poesia di cui si parla è datata 28 marzo 1950. Dunque, gli incontri tra Bianca e Cesare avevano sempre come scenario Roma. Tutta la loro storia è impregnata di Roma. Si tratta anche di un fatto filologico. Chi conosce Pavese sa molto bene che tra “La terra e la morte” e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” c’è un filo sottile. Date e corrispondenze ne danno il senso.<br />
In “La terra e la morte” dedicava a Bianca questi versi: “Sei un chiuso silenzio che non cede, sei labbra e occhi bui. Sei la vigna”.<br />
“Hai viso di pietra scolpita, sangue di terra dura, sei venuta dal mare. Tutto accogli e scruti e respingi da te come il mare. Nel cuore hai silenzio, hai parole inghiottite. Per te l’alba è silenzio. La parola non c’è che ti può possedere o fermare. Cogli come la terra gli urti, e ne fai vita, fiato che carezza, silenzio”.<br />
Poi il resto verrà tra gradini, strade, smarrimento. È la Roma di Bianca e Cesare. Non di Constance.</p>
<p>@Riproduzione riservata</p>
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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-100120" src="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-3-1024x733.jpg" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" srcset="https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-3-1024x733.jpg 1024w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-3-300x215.jpg 300w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-3-768x550.jpg 768w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-3-1536x1100.jpg 1536w, https://www.paeseitaliapress.it/wp-content/uploads/2025/12/Pierfranco-Bruni-3.jpg 1802w" alt="" width="1024" height="733" /><figcaption class="wp-element-caption">Pierfranco Bruni</figcaption></figure>
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		<title>Appuntamenti letterari:  A Grottaglie (TA) Pierfranco Bruni presenta &#8220;A cena con Hegel&#8221;</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/16/appuntamenti-letterari-a-grottaglie-ta-pierfranco-bruni-presenta-a-cena-con-hegel/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=appuntamenti-letterari-a-grottaglie-ta-pierfranco-bruni-presenta-a-cena-con-hegel</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 06:58:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="540" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie.png 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie-300x231.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie-585x451.png 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Venerdì 19 giugno, alle ore 19.00  un incontro tra filosofia e letteratura nella splendida cornice della Terrazza Caretta Il Centro Culturale Giuseppe Battista, nell&#8217;anno del suo trentesimo anniversario di attività&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="540" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie.png 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie-300x231.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/grottaglie-585x451.png 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p><p><strong><em>Venerdì 19 giugno, alle ore 19.00  un incontro tra filosofia e letteratura nella splendida cornice della Terrazza Caretta</em></strong></p>
<p>Il Centro Culturale Giuseppe Battista, nell&#8217;anno del suo trentesimo anniversario di attività (1996-2026), è lieto di annunciare un nuovo prestigioso appuntamento letterario che vedrà protagonista il noto scrittore e intellettuale Pierfranco Bruni. L&#8217;autore presenterà la sua ultima fatica letteraria dal titolo &#8220;A cena con Hegel&#8221; (Pellegrini Editore, collana Zaffiro large).</p>
<p>L&#8217;evento si terrà venerdì 19 giugno 2026 alle ore 19:30 a Grottaglie (TA), nella suggestiva cornice della Terrazza Caretta, sita nel cuore dello storico Quartiere delle Ceramiche (via Caravaggio, 2). L&#8217;iniziativa nasce dalla proficua sinergia tra il Centro Culturale Battista, le storiche Maioliche Domenico Caretta dal 1958, l&#8217;ANTEAS di Grottaglie e la testata giornalistica Oraquadra.info, uniti nella promozione della cultura e della valorizzazione del patrimonio intellettuale e artistico locale.</p>
<p>&#8220;A cena con Hegel&#8221; si configura come un viaggio affascinante e profondo che intreccia riflessione filosofica ed espressione letteraria, stimolando nel lettore interrogativi di grande attualità attraverso una narrazione colta ma al contempo accessibile e magnetica, tipica della cifra stilistica di Pierfranco Bruni.</p>
<p><strong>Programma e Interventi della serata:</strong><br />
Saluti istituzionali: * Ciro Marseglia (Presidente del Centro Culturale Giuseppe Battista)<br />
Carmelo Masella (Rappresentante del Centro Culturale Giuseppe Battista)<br />
Coordinamento e moderazione: * Lilli D&#8217;Amicis (Giornalista e Direttrice di Oraquadra.info)<br />
Dialogo con l&#8217;Autore: * La saggista Maria Teresa Alfonso approfondirà i nodi tematici e i percorsi filosofici del testo dialogando direttamente con l&#8217;autore Pierfranco Bruni.<br />
La cittadinanza, gli appassionati di filosofia, i lettori e gli organi di stampa sono calorosamente invitati a partecipare a questa serata di condivisione e arricchimento culturale. L&#8217;evento gode inoltre del prezioso supporto tecnico e logistico dei partner Nogitech, NM Group e Brandisio.<br />
Dettagli dell&#8217;evento:<br />
Quando: venerdì 19 giugno 2026, ore 19:30<br />
Dove: Terrazza Caretta, via Caravaggio 2 – Quartiere delle Ceramiche, Grottaglie (TA)<br />
Ingresso: Libero fino a esaurimento posti</p>
<p>Grottaglie, 15 giugno 2026</p>
<p>Contatti per la stampa e informazioni: Centro Culturale Giuseppe Battista (APS) &#8211; Iscritto al RUNTS</p>
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