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	<title>Pierfranco Bruni saggista, antropologo, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Papà, mi racconti una storia? I monarchici e i repubblicani che cambiarono giacca e pelle e poi &#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 17:11:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>La vita è fatta di storie e di epoche. Di tagli e di intagli. Chi ha tradito una volta tradirà sempre. Nella storia dovrebbero essere gli uomini a parlare. Ma&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/06/02/papa-mi-racconti-una-storia-i-monarchici-e-i-repubblicani-che-cambiarono-giacca-e-pelle-e-poi/">Papà, mi racconti una storia? I monarchici e i repubblicani che cambiarono giacca e pelle e poi &#8230;</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/WhatsApp-Image-2026-06-02-at-09.26.47-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p><p>La vita è fatta di storie e di epoche. Di tagli e di intagli. Chi ha tradito una volta tradirà sempre. Nella storia dovrebbero essere gli uomini a parlare. Ma sono le idee a scrivere. Soprattutto le ideologie. Trasformano anche le testimonianze e ai documenti danno una lettura seguendo il vento. Lo osservano e lo cavalcano fino a quando il vento permette di essere cavalcato. Poi però arrivano i venti di altura che hanno un coraggio particolare perché non ha paura delle tempeste.<br />
Papà raccontami una storia&#8230; Ti chiedevo spesso&#8230;</p>
<p>Un giorno con il sorriso di chi ha vissuto e conosciuto mi ha detto&#8230; Figlio mio, mi chiedi una storia. E le storie, quando sono vere, non si raccontano: si consegnano. Come si consegna il pane, come si consegna un nome. Siediti. Fuori è sera, e la sera è l’ora in cui i padri diventano memoria. Chi ha vissuto ha il dovere di testimoniare.</p>
<p>Mi chiedi di quel 2 giugno.<br />
Avevo le mani di tuo nonno, grandi e quiete. La tessera elettorale me l’aveva data il Comune con un timbro che odorava d’inchiostro e di nuovo. Nuovo, sì, ma sulle rovine. L’Italia era un campo dopo la grandine: spighe a terra, ma ancora terra.<br />
Entrai nella scuola dov’ero stato bambino. I banchi erano gli stessi, solo più piccoli, perché ero cresciuto io. La matita era corta, come sono corte le certezze quando la storia cambia passo. Votai per la Monarchia. Non per il Re che partì di notte, non per la guerra che perdemmo tutti. Votai per il colonnello Gaudinieri, mio zio, che mi insegnò che la fedeltà non è a un uomo: è a un’idea. L’idea che l’ordine non è catena, ma misura. Che la patria non è grido, ma casa.</p>
<p>Uscii e non dissi nulla.<br />
A casa tua madre aspettava. La Repubblica vinse. Io non persi. Perché non avevo combattuto per vincere. Avevo testimoniato. E la testimonianza, figlio, non si conta con i voti. Si conta con le notti in cui dormi senza vergogna. Ricordalo.</p>
<p>Mi parli della mia “antica fedeltà alla nobiltà delle idee”. Le idee, figlio, non hanno sangue blu. Hanno sangue e basta. La nobiltà sta nel servire, non nel comandare. Io sono stato fedele a tre cose: alla parola data, al lavoro delle mani e del pensiero, al rispetto di chi non la pensa come te. Ho visto uomini giurare su una bandiera e poi venderla al mercato del giorno dopo. Li ho visti cambiare passo perché cambiava il vento. Io il vento l’ho sentito, ma sono rimasto albero. L’albero si piega, non si sposta. La nobiltà delle idee è questa: non sono tue, tu sei di loro. E se un’idea ti chiede di odiare, non è nobile. È plebea, anche se porta la corona. Ricordalo. Non ti chiedo di essere come me. Ti chiedo soltanto di non dimenticare.</p>
<p>Ti ricordi quando ti regalai il libro &#8220;Cuore&#8221;? Avevi otto anni, le ginocchia sbucciate e gli occhi grandi. Te lo misi in mano senza prediche. “Leggi,” ti dissi. “Qui dentro non c’è la politica. C’è l’uomo.” L&#8217;uomo è sempre. Ricordalo. Perché è religiosità.</p>
<p>Edmondo De Amicis scrisse per un’Italia che doveva imparare a essere patria dopo essere stata geografia. Io te lo diedi perché volevo che tu sapessi che prima dei partiti vengono i compagni di banco. Prima delle adunate viene il maestro. Prima della piazza viene la casa. &#8220;Cuore&#8221; non è libro di destra né di sinistra. È un libro di schiena dritta. E la schiena dritta, figlio, serve sia in monarchia che in repubblica. Non dimenticare. Lo tenesti sotto il cuscino. Una notte ti sentii piangere per la storia della piccola vedetta lombarda. Entrai e non ti dissi “non piangere”. Ti dissi: “Chi piange per un altro, è già uomo.” Ho visto in te l&#8217;uomo che saresti stato&#8230;</p>
<p>Mi chiedi di chi aveva giurato fedeltà a un partito e poi si è trovato a sbandierare per un altro. Ne ho visti, figlio. Troppi. Li ho visti la sera del 25 luglio, li ho visti il 26 aprile, li ho visti ogni volta che il potere cambiava giacca. Cambiavano anche loro, come si cambia un cappotto quando piove. Li ho visti dappertutto. Le apparenze a volte sono facciate di ipocrisia.</p>
<p>Non li ho giudicati. Non è mestiere mio. Ma ho capito una cosa: chi giura troppo, tradisce prima. La fedeltà vera è silenziosa. Non fa discorsi, fa il pane. Non grida “presente”. C’è! Quelli che sbandierano oggi per un partito e domani per l’altro non hanno tradito l’idea: non l’avevano mai avuta. Avevano solo il vento in tasca. Il confermiamo e il qualunquismo sono nella storia. Anzi hanno fatto la storia: ieri e oggi. Ma non quella vera. Quella vera resta dentro il cuore. Io ho preferito restare nella mia ombra. L’ombra non tradisce, perché non promette luce. La tiene.</p>
<p>È vero: non volevo che ti occupassi di politica. Non per paura. Per amore. Avevo visto la politica diventare fede, e la fede diventare tribunale. Avevo visto fratelli non parlarsi per una tessera. Avevo visto la piazza mangiare i figli. Avevo visto. Ascoltato&#8230; Ti dissi: “Studia. Lavora. Ama. La politica verrà da sé, se deve venire. Ma non cercarla tu, perché lei ti cerca sempre, e non sempre per salvarti.” Volevo che prima tu fossi uomo, poi cittadino. Perché il cittadino senza uomo è solo coro. E i cori, figlio, a volte cantano bene, ma non sanno perché. Ti ho sempre quasi imposto di leggere, sempre e di leggere anche libri che andavano oltre la tua età.  La tua forza viene dalla conoscenza.</p>
<p>Arrivò un giorno che ti portai da Cosenza un romanzo particolare&#8230;Ti regalai &#8220;Il Gattopardo&#8221;  di Tomasi di Lampedusa, appena pubblicato dopo tante polemiche. Prima edizione, con la copertina che sapeva di tempo. Lo comprai dopo aver letto la polemica su alcuni giornali. Te lo diedi il giorno dei tuoi diciott’anni mentre tu pensavi al 1100 D  rossa fiammante parcheggiata in garage. “Leggi,” ti dissi. “Qui c’è tutto. È un libro che ti accompagnerà”.</p>
<p>C’è che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Non è cinismo, figlio. È verità. I mondi muoiono, le forme passano. Il 2 giugno 1946 cadde un mondo. Ma don Fabrizio lo sapeva: la nobiltà non è resistere al tempo, è attraversarlo senza diventare iena. Ti diedi quel libro perché tu capissi che si può perdere un regno e restare principe. Che si può cambiare Stato e non cambiare anima. Il Principe di Salina guarda le stelle e sa che lui finisce. Ma le stelle restano. Io volevo che tu guardassi le stelle, non le bandiere. Le bandiere si strappano. Le stelle no. E tu lo hai fatto nel corso della tua vita. Sono fiero di questo.</p>
<p>Eccola, la storia che mi hai chiesto. Non è storia di Re o di Repubbliche. È storia di un padre che ha votato in silenzio, che ha dato libri e non comizi, che ha preferito la coerenza al clamore. La fedeltà, figlio, è destino. Non ti incatena: ti fonda. E quando tutto crolla, non ti chiedono per chi hai votato. Ti chiedono se sei rimasto uomo. È quello in fondo che ti ho sempre chiesto.</p>
<p>Io ci ho provato.<br />
Con la mia nobiltà, con la mia pazienza, con il mio non giudicare mai. Adesso tocca a te. Non spezzare nulla. Ricorda tutto. E cammina. L’orizzonte è lo stesso, anche se cambiano i regni. E se un giorno i tuoi figli ti chiederanno una storia, racconta questa. Racconta che suo nonno, il 2 giugno 1946, entrò in una scuola, votò, uscì, e tornò a casa per insegnare a leggere. Perché i padri veri non lasciano eredi soltanto: lasciano lettori. Lasciano testimonianze. Lasciano comportamenti. Lasciano giardini fioriti. Lasciano orme d&#8217;amore di tolleranza di armonia. E invitano a non dimenticare. Restando nella coerenza come radice e fedeltà.<br />
Poi ci sono strade e scelte.</p>
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		<title>A Los Angeles con Marilyn Monroe nel centenario della nascita e con una goccia di Chanel n. 5 sulla pelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 13:27:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="1683" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-210x300.jpeg 210w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-717x1024.jpeg 717w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-768x1096.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-1170x1670.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-585x835.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>Los Angeles. Marilyn non è soltanto un mito. È emozione. È una giovinezza perduta in un tempo che non tornerà più. Resta tra i miei capelli una goccia di Chanel&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1179" height="1683" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-210x300.jpeg 210w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-717x1024.jpeg 717w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-768x1096.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-1170x1670.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_3907-585x835.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p><p><em>Los Angeles. Marilyn non è soltanto un mito. È emozione. È una giovinezza perduta in un tempo che non tornerà più. Resta tra i miei capelli una goccia di Chanel n. 5. Un profumo che mi accompagna nelle sere di malinconia e di ricordi.</em></p>
<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Centenario di Marilyn Monroe.<br />
Arrivo a Los Angeles. È il mese di giugno. Il primo giugno. Una città tra le più importanti in una California immensa che ha connotati italo – spagnoli. Luoghi molto catalani. E la sua storia racconta simboli di una lingua che ha la Spagna nel cuore. La prima cosa che mi chiedono, prima di entrare nel mio albergo, è se desidero visitare i luoghi del mito di Marilyn. Sono un po’ distratto. Sapevo di entrare nella città del mito ma non pensavo che la mia interprete avesse questa velocità.</p>
<p>Giungo a Los Angeles quasi frastornato. Cambiamenti di orari, turbolenze lungo la rotta, confuso e con le  orecchie che sembrano aver subito un tuffo nell’Oceano. Dico subito: “Certo, sono qui proprio per lei ma ho bisogno di cambiarmi d’abito. Marilyn non avrebbe gradito un ospite vestito senza eleganza. Datemi il tempo di indossare il mio vestito di lino bianco con la camicia verde e poi si parte e a domani pensiamo domani …”. Così siamo tutti contenti.</p>
<p>Qui è nata e morta Marilyn Monroe. Era nata il 1 giugno del 1926. Era un anno più grande di mia madre. Un mito nell’attraversamento delle notti immaginate alla ricerca di un sogno. E Marilyn è stato un sogno. Nel velo della sua gonna bianca alzata dal vento un  eros tutto tuffato in una seduzione capricciosa. Amava e moriva nel caldo torrido di una città che ha finestre aperte sui mediterranei. Ma sì.</p>
<p>Los Angeles non poteva che essere la città di Marilyn. La bionda mediterranea che si è fatta seppellire con la parrucca bionda che portava nel film Gli spostati e vestita con un abitino verde. Il biondo e il verde. Il sole e il mare. Avevo sette anni quando morì Marilyn Monroe.</p>
<p>Eppure ho un ricordo molto lieve. Me la ricordo nelle foto in bianco e nero dei settimanali che non mancavano mai in casa mia. Le prime pagine “sparate” con le immagini che riportano scene dei suoi film. La bellezza che si faceva seduzione. Sì, perché può esserci anche una bellezza che ha la sua sobrietà da statua. Ma Marilyn portava una bellezza sconvolgente. Marilyn era l’attrazione.</p>
<p>Sono trascorse stagioni e gli anni hanno consumato persino le rughe ma il fascino dei ricordi dentro il mistero restano a solcare ancora una leggenda. Meglio così. Era una estate di tanti anni fa e c’era un forte caldo. Allora come ora. La bella dai capelli biondi e dagli occhi penetranti. Il vento tra i suoi capelli e capelli come radici intrecciate nella terra. Chiedeva amore ma l’amore era un incubo. Un sogno vissuto sotto la luna. Una luna sul mare e le vele lontane in un viaggio senza attese.</p>
<p>Forse Marilyn non ha mai atteso. L’attesa non era dentro la sua vita. È morta nel sonno degli dei con la nudità dei silenzi. Già, è stata trovata completamente nuda. Ma la fisicità era uno stile. La sua eleganza negli sguardi tremanti. Diceva spesso: “Sapevo di appartenere al pubblico e al mondo non perchè avessi bellezza o talento, ma perché non ero mai appartenuta a nessuno”.La sua morte resta ancora un mistero? Forse sì o forse no. Ma Marilyn rincorre giovinezza sui prati verdi e tra le stanze della sua villa. Quanti amori e alla fine uno strazio senza più amore. Si raccontano storie e le storie diventano finzioni o illusioni. Il passo è breve. Tra la finzione e l’illusione c’è il sogno: il solo che smette di essere vero. Ma Marilyn è morta. Suicidio? Omicidio? Cosa ha deturpato la sua bellezza?</p>
<p>C’è chi dice che è stato un assassinio con tutte le regole commesso da Cosa Nostra. Ad ucciderla pare che sia stata una supposta contenente un potente narcotico. Il sonno degli dei che corre tra le vene e il sangue è un fiume che crede nell’impossibile. Marilyn dormiva nuda. E’ così che l’hanno trovata. Con gli occhi nella morte e la morte nel cuore. In quell’agosto torrido del 1962. Tra il quattro e il cinque di agosto. Pare che a scoprire il suo corpo inerte sia stata la sua governante.</p>
<p>E poi il medico. La porta era chiusa a chiave. E la chiave? C’è sempre un problema di chiave. Il medico al suo arrivo non fece altro che constatare l’avvenuta morte. Ci fu l’autopsia. Anche questa un mistero. Come tutte le cose di questo mondo quando non si riesce a trovare la chiave, quella giusta, si parla di mistero. Ebbene si. Non guasta questo mistero nella morte di una donna che in vita è stata sempre un mistero. Lasciamola nel suo mistero. Perchè svelarlo?</p>
<p>Era bella in quella allegria che si faceva inquietudine in cui la passione giocava con i giorni e il suo corpo un alito nel tempo che non invecchia. Marilyn non è invecchiata.</p>
<p>Gli incontri, i viaggi, le vacanze dalla parola, i riposi vengono rivissuti con un pathos inarrestabile che è humus del linguaggio. E restano i ricordi – sensazioni che guidano le nostre distrazioni, le nostre smemoratezze. E poi non ricordiamo più perché tutto diventa una sensazione come la musica.</p>
<p>È possibile vedere la musica? Sentiamo e ascoltiamo la musica vivendola, rivivendola e così il tempo che non c’è più noi lo percepiamo nell’alito di quelle alchimie che sono parte integranti della nostra memoria – sogno. Fuori dalla storia perché, in fondo, il tempo non sa che farsene della storia.</p>
<p>La figura di Marilyn diventa la metafora di una giovinezza, di generazioni che hanno sognato con lei il tempo intramontabile e, appunto, gli amori impossibili. La metafora che coniuga l’impareggiabile transito nelle stagioni del tempo con il desiderio di essere catturati e catturare quel destino di continuare ad amare il volto, gli occhi, il corpo di donne per le quali ci siamo sentiti leggeri nelle brughiere o nelle acque tagliate dalle gondole con gondolieri che non si abbandonano alle tristezze ma si lasciano rapire dalle ironie. Questi amori ci lasciano la quieta e la tempesta ed ecco perché continuano ad insistere nella nostra vita – letteratura.</p>
<p>È vero: chi muore giovane il tempo non lo raccoglie. E resta nella sua giovinezza a cantare l’amore e l’inquietudine, l’angoscia e la tristezza, la disperazione e il bisogno di credere ai sogni infiniti e di viverli nella fantasia che chiede sogni e colori.</p>
<p>Il bianco e il rosso erano i suoi colori tanto che sulla sua tomba a Westwood Village Memorial Park Cementery si sono alternati per anni, e forse ancora oggi, fasci di rose rosse e poi rose bianche.</p>
<p>E quel suo sorriso. Marilyn è la giovinezza che resta nel tempo che invecchia e ci invecchia. Ma il suo sorriso sulla sua bocca aveva la carezza della luna. Chi troppo ama troppo perde e i suoi sconvolgimenti si intrecciavano in un tempo che non conosceva quotidiano.</p>
<p>I suoi amori erano le inquietudini. I Kennedy. I fratelli. Tanto si è parlato. Forse adesso fanno girotondo e Marilyn li ha presi per mano per un inarrestabile giro giro girotondo. E con loro c’è pure quel Miller, lo scrittore, il drammaturgo che sposo’ Marilyn nel 1956. E danzano sulla sabbia della luna. Finalmente stanno insieme. Si sono ritrovati per non perdersi più.</p>
<p>Quanti mariti. Almeno tre. Il primo nel 1942. Marilyn aveva soltanto sedici anni. E poi nel 1954 il secondo marito. Era un campione di baseball: Joe Di Maggio. E poi Arthur. Quel Miller già famoso scrittore che tentò di inserire Marilyn nel mondo della cultura ma non ci riuscì. Era fatta di un’altra pasta. Si abbandonava ai sogni, alle fantasie e poi ai sonniferi.</p>
<p>La madre era pazza tanto che al primo matrimonio di Marilyn non le fu concesso di assistere alla cerimonia. Non si seppe mai il nome del padre. La sua paura era quella di fare la fine della signora Gladys Pearl Monroe, cioè la madre di Marilyn.</p>
<p>E poi i suoi desideri si trasformarono in angosce, in inquietudini, in tragedia. C’era sempre una grande inquietudine che covava nel cuore di Marilyn. Una allegria fatta di inquietudine. Come in fondo erano i suoi films. Così anche il suo ultimo film &#8220;Gli spostati&#8221; risalente al 1961, che la vede insieme a Clarke Gable, a Montgomery Clift, a Thelma Ritter. Un film in bianco e nero. Come era stato quello del 1952 dal titolo La tua bocca brucia. Marilyn cominciò la sua carriera posando per un calendario. Le sue foto più belle. La sua giovinezza senza segni. Il segno di un destino. Un viaggio bruciato sull’onda di una grande notorietà. Ma per Marilyn la vita fu passione? O suoi amori furono vera vita?</p>
<p>Mi sono chiesto, spesse volte, se Marilyn non fosse morta come è morta, che cosa sarebbe stato di lei? Sarebbe invecchiata e sul suo viso le tracce del tempo e sulle mani le rughe abbrunate che contano gli anni. Ma così non è stato. E continua a vivere. Con la sua allegria, con la sua calda giovinezza e con gli occhi che guardano il mare.</p>
<p>Con gli occhi belli e disperati che chiedono amore e sono luci in una storia che è divenuta un enigma. Ma senza il mistero, Marilyn sarebbe ancora un mito? Perché continuo a domandami ciò. Perché insisto?</p>
<p>Io sono a Los Angeles per fare altro e non solo per visitare l’America del sogno di Marilyn. Vi ritornerò per il 4 agosto. 1962 l&#8217;anno della sua morte terribile e dolce. &#8220;Verrà la morte e avrà I tuoi occhi&#8230;&#8221;. Agosto&#8230; mese che ricorda la mia infanzia al mare e la scomparsa di Cesare Pavese.  Il mio immenso poeta.</p>
<p>Marylin. Ho negli occhi sempre il suo viso e tra le parole trovo costantemente quelle della mia interprete di origini madrilene: “Qui anche la letteratura porta il nome del mito di Marilyn. Come farà a parlare di letteratura del Mediterraneo senza citare la famosa frase di Marilyn: ‘Perchè non porto biancheria intima? Mi danno così fastidio tutte quelle piegoline’. Lei è uno scrittore e conosce bene le parole ma lei ama la bellezza e i profumi e Marilyn, inconsapevolmente, è anche il suo vocabolario. Le ricordo un altro episodio. Lei in un suo libro cita un profumo. Conoscerà certamente il profumo di Marilyn perché un suo personaggio usa lo stesso profumo di Marilyn, ovvero Chanel n. 5. Marilyn sosteneva che per andare a letto indossa soltanto una goccia di Chanel n. 5. Coincidenze?”</p>
<p>Poi mi guardò e riprese: “Ma so anche che lei non crede alle coincidenze. Non dirò più nulla”. Mi affascina e mi intimidisce sapere che domani dovrò parlare della bellezza nella letteratura nella città di Marilyn. Ho recuperato alcune riflessioni che avevo annotato tra i miei appunti che parlano della bellezza e sapevo, comunque, che giungendo a Los Angeles non mi sarei potuto sottrarre all’alchimia di Marilyn. Trovi foglietti piegati: “Ho sognato la bellezza per lo più a occhi aperti. Ho sognato di diventare tanto bella da far voltare le persone che mi vedevano passare”.</p>
<p>E ancora: “Non voglio essere ricca, voglio essere bellissima”. Ecco perché non smise mai di dire che alla sua morte non doveva mancare il trucco sul suo viso. Aveva timore di invecchiare e di invecchiare cedendo al tempo la sua bellezza.</p>
<p>“Solo gli amori impossibili sono per sempre” scrisse a mo’ di dedica Nantas Salvalaggio al suo libro su Marilyn. Proprio vero. Sottoscrivo, qui da Los Angeles, questa stupenda dedica di uno dei miei pochi amici scrittori al quale ho voluto molto bene.</p>
<p>Resterò a Los Angeles qualche altro giorno per conferenze con gli italiani che vivono qui e per gli americani che hanno desiderio di capire la cultura italiana. Vi ritornerò presto. Qui è nato un mito avvolto tra la bellezza e la morte. Non riesco a ricordare in quale mio romanzo ho citato il profumo di Marilyn. Forse in “Quando fioriscono i rovi”. Già, in quel romanzo in cui la bellezza conosce solo il profumo della giovinezza. Il profumo delle rose rosse e delle rose bianche.</p>
<p>C’è una frase del film &#8220;A qualcuno piace caldo&#8221; del 1959 con Marilyn, Tony Curtis e Jack Lemmon per la regia di Billy Wilder che mi scava nella mente con una impressionante audacia. In un dialogo Zucchero (Marilyn) chiede a Josephine(Tony Curtis) : “Aspetta da molto?” e Josephine risponde: “Non importa quanto si aspetta, ma chi si aspetta”.</p>
<p>Malinconie che ci rapiscono ma che ci fanno fare i conti con noi stessi. E gli amori vissuti e abbandonati, alla fine, ci impongono di fare i conti. Sempre con il tempo. Irraggiungibile come le meteore nelle quali viviamo da giovani. Per uno scrittore diventa sempre più difficile ritrovarsi in questi conti, perché fare i conti, attraverso il racconto e le parole che spingono alla confessione, significa creare uno spazio in quel tempo di ieri e nel tempo della scrittura stessa. Ovvero tra il tempo nel quale si sono vissute le avventure di un esistere e il tempo nel quali ci si trova con le emozioni che dettano, in una indefinibile nostalgia, percorsi di esistenza vissuta.</p>
<p>Non finisce qui il mio viaggio tra le immensità di Los Angeles. Ma resta una città, una grande città. Andare nel tempo dei filamenti sfilacciati è, comunque, restare lungo il fiume della salvezza della memoria. E la letteratura, nella profezia dei solchi traccianti, ci salva perché restituisce brandelli di tempo nell’archetipo delle memorie.</p>
<p>Los Angeles. Marilyn non è soltanto un mito. È emozione. È una giovinezza perduta in un tempo che non tornerà più. Resta tra i miei capelli una goccia di Chanel n. 5. Un profumo che mi accompagna nelle sere di malinconia e di ricordi. Molti anche se cominciano a sfilacciarsi.</p>
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		<title>Una filosofia della metafisica dell&#8217;anima. Il meriggio e il crepuscolo di Cesare Pavese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 13:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Decadente e esistenzialista, chiaramente fuori dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/28/una-filosofia-della-metafisica-dellanima-il-meriggio-e-il-crepuscolo-di-cesare-pavese/">Una filosofia della metafisica dell&#8217;anima. Il meriggio e il crepuscolo di Cesare Pavese</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-6-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p><em>Decadente e esistenzialista, chiaramente fuori dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito, resta solo la cronaca. E la cronaca, per Pavese, uccide.</em><br />
<em>Pierfranco Bruni</em></p>
<p>Spesso mi sono posto in un chiaroscuro filosofico entrando tra le pagine di Cesare Pavese. Dalle radici greche ma non platoniche, certamente omeriche, intreccia Saffo all&#8217;esilio di Ovidio e sa che il mito è abitare il tempo dentro la visione del nostos. C&#8217;è un petcorso filosofico. Metafisico.<br />
Una lettura filosofica non può essere sistematica. Pavese non costruisce trattati, non fonda categorie, non disputa con i filosofi di professione.<br />
Eppure ogni suo verso, ogni riga di diario, ogni dialogo con il mito è attraversato da una tensione metafisica antistorica che ha importanza notevole proprio perché sfugge agli schemi. È una filosofia che nasce dal corpo, dalla collina, dal lavoro, dalla solitudine. I capisaldi restano Kierkegaard e Nietzsche, non come autorità da citare ma come sangue. Il primo gli insegna l’angoscia della scelta, il secondo la necessità del divenire e la fedeltà alla terra. Decadente e esistenzialista, fuori chiaramente dagli schemi ideologici marxisti, Pavese lega il mito al pensare filosofico perché intuisce che il mito è l’unica forma che rende sopportabile l’essere. Senza mito, resta solo la cronaca. E la cronaca, per Pavese, uccide.</p>
<p>«Lavorare stanca». Non è uno slogan. È ontologia. Il lavoro, in Pavese, non redime. Pesa. «Traversare una strada per scappare di casa / lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira / tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo / e non scappa di casa». L’uomo pavesiano è l’adulto che ha capito che non si scappa. Che le piazze d’estate «sono vuote, distese / sotto il sole che sta per calare» e che «val la pena esser solo, per essere sempre più solo?». Metafore nella vita e oltre la storia. Qui è già la sua filosofia: l’essere è solitudine, ma la solitudine non basta. «Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. / Altrimenti, uno parla da solo». Il dialogo come argine al nulla. Non l’amore romantico: l’amore come necessità metafisica, come unico modo per non «sentire solo il selciato, che han fatto altri uomini / dalle mani indurite, come sono le sue». Il lavoro stanca perché non dà senso. Il senso va cercato in un volto, e il volto è sempre a rischio di non esserci. «Non è giusto restare sulla piazza deserta. / Ci sarà certamente quella donna per strada / che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa». Pregata, non posseduta. Pavese è antistorico perché non crede al progresso: crede all’attesa. E l’attesa è la forma più alta del tragico. In ciò un mondo labirintico che vive in attesa del cerchio.<br />
Il &#8220;Mestiere di vivere&#8221; è il laboratorio in cui la filosofia di Pavese si fa carne senza farsi sistema. «Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi». L’antistoricità è tutta qui: la storia misura i giorni, la vita accade negli attimi. E gli attimi non si lasciano ridurre a dialettica. Si subiscono. «L’unico modo di sfuggire all’abisso è di guardarlo e misurarlo e sondarlo e discendervi». Nietzscheano, certamente. Ma con la pietà di Kierkegaard. Pavese non salta nell’abisso: lo misura. E misurandolo, lo rende abitabile. Entra nel gioco quella metafisica dell&#8217;esilio caratterizzante in Maria Zambrano.</p>
<p>«Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola». È la sua etica. Non c’è salvezza nella fuga, non c’è innocenza nell’ignoranza. Bisogna attraversare la noia, il sesso, il fallimento, la città. Bisogna attraversare la morte. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». La morte non è concetto, è sguardo. «Questa morte che ci accompagna / dal mattino alla sera, insonne, / sorda, come un vecchio rimorso». Kierkegaardiano fino al midollo: l’angoscia è la vertigine della libertà, e la libertà in Pavese ha sempre il volto della fine. Comunque resta sempre un attraversamento dell&#8217; aut aut.</p>
<p>«Scenderemo nel gorgo muti». Non c’è redenzione, non c’è sistema che tenga. C’è il gorgo. E il gorgo è la verità. Per questo Pavese è fuori dagli schemi marxisti: rifiuta la storia come salvezza. La storia è «i problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perché siano stati risolti ma perché il disinteresse generale li abolisce». Antistorico, dunque. Ma non reazionario. Semplicemente fedele al tragico. Il tragico è nel mito. Ma anche nella sua ermeneutica. Se la filosofia sistematica non basta e non serve, resta il mito. I &#8220;Dialoghi con Leucò&#8221; sono il tentativo di rifondare il pensiero a partire dal racconto. «Che cos’è il mito?» si chiedevano gli antropologi che Pavese leggeva negli anni ’30. Lui risponde: è la forma che dà nome all’angoscia. «Pubblicati nel 1947, i &#8220;Dialoghi con Leucò&#8221; appartengono alla singolare categoria dei libri tanto famosi… quanto negletti». Negletti perché scomodi.<br />
Perché Pavese osa dire che l’uomo è mito, che «il solo essere che, gardando in sé la forza primordiale del germe mitico, è capace di lottare per guadagnare margini di libertà al di là del cerchio opprimente del destino». L&#8217;altra dimensione sta nel legame tra destino e pensare al destino. Qui il decadente diventa esistenzialista. Il destino c’è, ma si può nominare. E nominandolo, lo si ferisce. «La forma dialogica diventa l’espressione formale della filosofia sottesa al contenuto di Leucò che promuove il potere salvatore del discorso dell’uomo verso l’uomo». Non la rivoluzione, non la classe: la parola. La parola che ricorda, che racconta, che trasfigura. «Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta».</p>
<p>Il mito è memoria che diventa conoscenza. È l’unico antidoto alla banalità del tempo. Ciò in Pavese é ermeneutica del pensiero vissuto. Ovvero abitato. In Pavese, stile ed esistenza coincidono. La sintassi è secca, le colline sono frasi, i ritorni sono anafore. «È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla». Scrivere è il modo di stare nella piazza deserta e non impazzire. È costruire la casa con le parole quando la donna per strada non c’è. L’estetica della solitudine è nel viaggio. Il viaggio è l&#8217;imprevisto. L’accadere.</p>
<p>L’estetica che ne deriva è un’estetica dell’edificazione. Edificare significa mettere una pietra sopra l’altra sapendo che crollerà. Ma intanto la casa sta in piedi, e ci ripara. Lo stile pavesiano è fatto di questo: di tetti che riparano per una notte, di versi che trattengono il gorgo per un attimo. «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». Cominciare è già edificare. Anche se «quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire». Già. È quel verrà la morte&#8230; Per questo Pavese lega il mito al pensare filosofico: perché il mito è la prima edificazione. Dà un nome al caos, traccia un recinto nel selvaggio. Dopo, si può pensare. Ma prima bisogna cantare. E Pavese canta. Canta le Langhe, canta il mare, canta la morte con gli occhi di una donna. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio». Appunto. Smesso il vizio, resta lo stile. E lo stile, in Pavese, è l’ultima forma di resistenza al nulla. Perché nello stile c&#8217;è l&#8217;uomo con le sue cadute e la rivolta comusiana.</p>
<p>Cosa c’è di filosofia in Pavese?<br />
C’è la domanda che non cerca risposta ma forma. C’è l’antistorico come unica possibilità di non essere macinati dalla cronaca. C’è il mito come metodo, la solitudine come categoria, la morte come sintassi.<br />
C’è Kierkegaard quando scrive «la morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo».<br />
C’è Nietzsche quando dice «quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l&#8217;altra riva, e arriverò». Certo. La donna mare è donna tragedia. È crepuscolo che attende il tramontare. E c’è Pavese, finalmente, quando tace. Perché «aspettare è ancora un&#8217;occupazione. È non aspettare niente che è terribile».</p>
<p>Lui non ha aspettato. Ha scritto. Ha edificato nel gorgo. E l’edificio, anche se muto, resta come punto di una impareggiabile attesa. La filosofia di Pavese non consola. Misura l’abisso, lo attraversa, e torna a dirci che «non si desidera di godere. Si desidera sperimentare la vanità di un piacere, per non esserne più ossessionati». È una filosofia feroce, decadente, esistenzialista. Fuori da ogni ideologia perché dentro la vita.<br />
La vita, per Pavese, è il mestiere più duro. Quello di vivere, sapendo che «chiodo scaccia chiodo. Ma quattro chiodi fanno una croce». La croce però non è quella di legno. La si porta dentro. Sulla croce, alla fine, non restano che lo stile il pensiero e il silenzio. Il silenzio dappertutto non è una resa. Ma l’esilio che è comunque solitudine. La metafisica è un pensare oltre l&#8217;oblio. È quel gorgo muto che lo ha accompagnato. Sino a fare di Leucò il mistero.</p>
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		<title>La scomparsa di Gennaro Sasso. Nel suo essere e storia c&#8217;è il tramonto del progresso come pensiero della contraddittorietà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 13:20:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sasso non sceglie una sponda. Le attraversa. E la traversata avviene scavando nei classici italiani: Dante, Machiavelli, Guicciardini. Non li cita come ornamento. Li interroga come maestri di una domanda&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-300x169.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-1024x576.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-768x432.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-1170x658.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/1152609f-1800-4144-9054-955f70ed97d6-585x329.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><em><b>Sasso non sceglie una sponda. Le attraversa. E la traversata avviene scavando nei classici italiani: Dante, Machiavelli, Guicciardini. Non li cita come ornamento. Li interroga come maestri di una domanda unica: che rapporto c’è tra essere e storia? La scomparsa di Gennaro Sasso  (nato a Roma il  25 giugno del 1928  e morto il 26 maggio del 2026) ci porta a riconsiderare il ruolo della filosofia nel secondo Novecento</b></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La scomparsa di Gennaro Sasso  (nato a Roma il  25 giugno del 1928  e morto il 26 maggio del 2026) ci porta a riconsiderare il ruolo della filosofia nel secondo Novecento.<br />
Storico della filosofia ha tracciato percorsi da Dante a Machiavelli, da Gentile a Croce. Ovvero quella frontiera tra attualismo e storicismo. Non sistematica. Ci lascia un’eredità che non è catalogo di tesi, è metodo. La sua filosofia cammina su una frontiera: da un lato l’attualismo gentiliano, con la sua enfasi sull’Atto che si fa nel presente. Dall’altro lo storicismo crociano, con la sua insistenza che “tutta la storia è storia contemporanea”. Sasso non sceglie una sponda. Le attraversa. E la traversata avviene scavando nei classici italiani: Dante, Machiavelli, Guicciardini. Non li cita come ornamento. Li interroga come maestri di una domanda unica: che rapporto c’è tra essere e storia?</p>
<p>Per Sasso la storia non è il teatro dove l’essere si mette in mostra. È il luogo dove l’essere si costituisce. “La storia è filosofia che si fa” direbbe, rovesciando Croce senza tradirlo. E qui nasce il suo stile: argomentare per spirali. Parte da un verso di Dante, arriva a Machiavelli, poi torna a Dante con sguardo mutato. Infatti in Dante c&#8217;è l’essere come tensione. Nei suoi scritti su Dante, Sasso legge la Commedia non come poema teologico, ma come antropologia dell’atto. L’Ulisse del XXVI canto è il simbolo: uomo che vuole “divenir del mondo esperto”. Per Sasso, Ulisse è la figura moderna dell’essere che si costituisce navigando. Non possiede verità, la cerca. “L’uomo dantesco è essere che si fa attraversando la storia, non prima di essa” (&#8220;Dante e la filosofia dell’essere&#8221;).</p>
<p>Da qui Sasso trae una prima lezione: l’essere non è sostanza immobile. È potenzialità che diventa atto nel tempo. Concetto gentiliano, certo. Ma Sasso lo storicizza: l’Atto non è puro pensiero che pensa se stesso. È pensiero che si misura con la contingenza di Firenze, di Avignone, dell’esilio. In Machiavelli e Guicciardini c&#8217;è quella storia senza provvidenza. Il passaggio decisivo Sasso lo compie su Machiavelli. Se Gentile vedeva nell’Atto la creazione continua del reale, Sasso legge Machiavelli come il pensatore che strappa la storia alla provvidenza e la consegna all’uomo. Ne &#8220;Il Principe&#8221; e nei &#8220;Discorsi&#8221; non c’è idea di progresso lineare. C’è virtù contro fortuna. C’è l’uomo che deve “fare” la storia perché nessuno la fa al suo posto. Sasso lo dice con chiarezza: “Con Machiavelli la filosofia smette di cercare l’essere dietro la storia. Lo cerca dentro la storia, nel momento in cui la virtù si oppone alla fortuna”. Così in &#8220;Filosofia e idealismo&#8221;.<br />
Guicciardini completa il quadro.</p>
<p>Se Machiavelli è l’atto eroico, Guicciardini è l’atto prudente. Nei &#8220;Ricordi&#8221; Sasso trova l’altra faccia dell’attualismo: l’atto non è slancio, è valutazione del particolare. Infatti Sasso afferma che non c&#8217;è  scetticismo. C&#8217;è piuttosto realismo dell’essere che sa di non possedere leggi universali. Così Sasso costruisce il suo ponte: da Dante che cerca, a Machiavelli che osa, a Guicciardini che misura. Tre modi di essere nella storia.</p>
<p>Con Croce e Gentile c&#8217;è il dialogo della permanenza. Sasso dedica pagine fondamentali a Croce e soprattutto a Gentile, in particolare a &#8220;Potenza e Atto&#8221;. Con Croce condivide l’idea che la filosofia sia storiografia: pensare è rendere conto di ciò che l’uomo ha fatto di sé. Ma con Gentile radicalizza: l’atto del pensiero non registra la storia, la produce. L’attualismo rischia l’astrattezza se non si misura con la resistenza del reale. Da qui il suo storicismo: l’atto pensa, ma pensa cose. Pensa Dante, pensa Machiavelli, pensa la politica italiana del Novecento. L’essere non è puro Io, è Io che si fa nel dialogo con testi, eventi, rovine. Il suo libro su Croce non è un omaggio. È una verifica. Lo storicismo crociano è vero se sa tenere insieme la libertà del pensiero e la concretezza del fatto. Altrimenti diventa elegia.</p>
<p>Comunque il tema più attuale di Sasso è il tramonto dell’idea di progresso. Tema politico e filosofico insieme. Per secoli l’Occidente ha pensato la storia come linea ascendente: dal mito al logos, dal feudalesimo alla democrazia, dall’ignoranza alla scienza. Sasso spezza questa linea. Dopo Machiavelli e dopo le catastrofi del Novecento, la storia non può più essere letta come romanzo a lieto fine. Il progresso non è legge. È ipotesi, e ipotesi fragile. Dirà: “Il tramonto del progresso non è nichilismo. È il ritorno della storia al suo statuto: campo di contingenza dove l’essere decide, senza garanzie” (&#8220;Filosofia e politica&#8221;). Qui Sasso è vicino e lontano da Gentile. Vicino perché riafferma l’atto come origine. Lontano perché toglie all’atto ogni teleologia rassicurante. L’uomo fa la storia, sì. Ma non sa dove va. E questa mancanza di meta è la sua condizione, non la sua malattia.</p>
<p>Da Dante a Guicciardini, Sasso legge la stessa lezione: l’essere è rischio. Ulisse rischia naufragando. Il Principe rischia agendo. Guicciardini rischia giudicando caso per caso. Nessuno ha mappe definitive.<br />
Il concetto è quella fi una filosofia come archeologia del presente. Il metodo di Sasso è archeologia. Scava nei testi per far affiorare problemi che restano aperti. Dante, Machiavelli, Guicciardini, Croce, Gentile non sono “autori del passato”. Sono contemporanei, perché pongono la stessa domanda: come abitiamo l’essere nel tempo che ci è dato? In fondo il suo lascito è un invito ben  sottolineato: smettere di cercare nel futuro la garanzia che il presente non ha. La filosofia deve tornare a essere atto responsabile, non previsione. Deve imparare da Machiavelli l’ardimento e da Guicciardini la misura.</p>
<p>Il progresso è tramontato. L’essere resta. E resta la storia come luogo dove decidere, senza alibi. Una lezione importante: “Filosofare oggi significa riconoscere che non abbiamo più il paradiso di Dante né l’utopia del progresso. Abbiamo solo l’atto da compiere” (&#8220;Essere e storia&#8221;).<br />
Ma compiere l&#8217;atto è un fatto non sistematico anche se ha  implicazioni di natura epistemologia più che ermeneutica pura.  Proviene da una scuola in cui la tradizione non sistematica si impone sul sistema anche se dirà che &#8220;La filosofia è un modo preciso di esercitare il pensiero&#8221;. Una ambiguità di fondo come è molta filosofia che si è trovata davanti a un &#8220;aut aut&#8221; e non ha scelto.</p>
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		<title>San Francesco d’Assisi nel magistero dei Papi contemporanei scavando in una missione paolina. Dal 1900 ad oggi Francesco continuatore di San Paolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 20:40:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[San Francesco D’Assisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/B2F55391-70F0-487F-B99C-C273B5D0E10A-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Dal 1900 a oggi, ogni Papa ha attinto alla vita del Santo come a una sorgente viva, non per devozione antiquaria, ma per leggere il proprio tempo alla luce del&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Dal 1900 a oggi, ogni Papa ha attinto alla vita del Santo come a una sorgente viva, non per devozione antiquaria, ma per leggere il proprio tempo alla luce del Vangelo</em></strong></p>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<p><img decoding="async" class="alignright wp-image-124020" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3667-1-300x243.jpeg" alt="" width="200" height="162" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3667-1-300x243.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3667-1.jpeg 563w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></p>
<p>È pur vero che la modernità si confronta spesso con l’attuale. Ma è anche vero che il reale quotidiano della spiritualità ha la necessità radicale di diventare viaggio nella cristianità. Quanta conversione abita la cristianità? Qui San Paolo e San Francesco d’Assisi costituiscono punti saldi.</p>
<p>San Francesco d’Assisi non è rimasto confinato al XIII secolo. Dal 1900 a oggi, ogni Papa ha attinto alla sua vita come a una sorgente viva, non per devozione antiquaria, ma per leggere il proprio tempo alla luce del Vangelo. La parabola francescana attraversa il Novecento e i primi decenni del Duemila toccando quattro nodi forti. La missione. La riforma della Chiesa. La pace. La cura del creato.  Chiaramente ogni pontificato ha illuminato un volto del Poverello, e l’insieme restituisce la polifonia di un santo che continua a parlare a credenti e non credenti.</p>
<p>Cerco di fare ordine in questo tracciato tra Chiesa e comunità di Fede attraverso i pontificati che hanno caratterizzato appunto il Novecento. Un percorso non breve. Ma molto articolato.</p>
<p>Pio XI. La stagione delle missioni.</p>
<p>Il primo intervento organico è di Pio XI. Il 28 febbraio 1926, per il VII Centenario della morte di Francesco, pubblica l’enciclica Rerum Ecclesiae. In un’epoca di espansione missionaria, il Papa addita Francesco come modello di zelo apostolico. Non si sofferma sul cantore della natura, ma sul fondatore di un Ordine che ha portato il Vangelo “fino agli estremi confini della terra”. L’accento è duplice: da un lato l’imitazione della povertà e della libertà interiore del Santo. Dall’altro la necessità di formare un clero indigeno nelle terre di missione, perché la Chiesa non resti straniera. Francesco diventa così il garante di una evangelizzazione che non impone ma si fa sorella. Una frontiera che diventa fraternità di linguaggio e spiritualità.</p>
<p>Giovanni XXIII. Il terziario francescano alla vigilia del Concilio.</p>
<p>Giovanni XXIII non dedica a Francesco encicliche organiche, ma ne fa il respiro del suo pontificato. Terziario francescano dal 1° marzo 1896 col nome di “Fra Giuseppe”, Angelo Roncalli scrive nei Diari dell’anima: “San Francesco è stato sempre il mio santo preferito”. Il 4 ottobre 1962, una settimana prima di aprire il Concilio Vaticano II, compie il pellegrinaggio a Loreto e Assisi. Sulla tomba del Poverello prega: “Sono venuto a chiedere a San Francesco luce per il Concilio”. È il primo Papa del ’900 a recarsi ad Assisi.</p>
<p>Il suo francescanesimo è esistenziale, non programmatico. Pacem in terris, 11 aprile 1963, non nomina Francesco, ma ne respira l’architettura: la pace come frutto di verità, giustizia, amore e libertà. Il saluto “Pace e bene” diventa l’anima dell’enciclica. Per Giovanni XXIII, Francesco è il santo della riforma che nasce dalla misericordia e dalla gioia, non dalle strategie. In questo senso prepara il Concilio sostenendo che  prima di aggiornare la Chiesa occorre inginocchiarsi davanti al Poverello. È qui il tratto paolino. Come Paolo sulla via di Damasco, anche per Roncalli la conversione è cadere da cavallo e rialzarsi povero.</p>
<p>L’araldo del Vangelo. Paolo VI.</p>
<p>Paolo VI compie un salto qualitativo. In due lettere apostoliche legate agli anniversari francescani, sposta il baricentro. Con Altissimi Cantus del 7 dicembre 1970, per l’800° della nascita, definisce Francesco “araldo del Vangelo” e testimone di una Chiesa che si rinnova attraverso la gioia e la povertà, non con le strategie. Tre anni dopo, il 3 ottobre 1973, con Il Signore ti dia la pace, rilancia il saluto francescano come programma ecclesiale in un mondo lacerato dalla guerra fredda.</p>
<p>Giovanni Paolo II. Il costruttore di pace.</p>
<p>Giovanni Paolo II non dedica documenti specifici a Francesco, ma ne fa l’icona del suo magistero sulla libertà e la pace. La data-simbolo è il 27 ottobre 1986. Infatti ad Assisi convoca i leader delle religioni mondiali per pregare per la pace. La scelta del luogo non è casuale. Francesco diventa il garante di un dialogo che non relativizza la verità, ma la serve disarmato.</p>
<p>Il passaggio decisivo arriva il 29 novembre 1979. Col motu proprio Inter Sanctos, Giovanni Paolo II proclama Francesco patrono dei cultori dell’ecologia. È il primo Papa a leggere il Cantico delle Creature in chiave teologica e culturale. La natura non è solo scenario, ma “sorella” e “madre”. Qui nasce la linea che porterà direttamente a Laudato si’.</p>
<p>Nelle sue catechesi e nei discorsi, il Papa polacco lega Francesco a quattro parole: verità, giustizia, amore, libertà. “La libertà non è fine a se stessa. Insiste: &#8220;Essa è autentica solo quando viene posta al servizio della verità, della solidarietà e della pace”. Francesco è l’uomo libero perché povero, e quindi capace di costruire ponti. L’incontro di Assisi resta l’applicazione pratica di questa intuizione.</p>
<p>Benedetto XVI. Il gigante della santità che rinnova dall’interno.</p>
<p>Benedetto XVI regala la riflessione più sistematica del post-concilio. Il 27 gennaio 2010 dedica l’udienza generale a Francesco, chiamandolo “un autentico gigante della santità”. Il suo sguardo è teologico e storico insieme. Da un lato legge la conversione del Poverello come sintesi di ragione e cuore, fede e bellezza. Dall’altro riconosce il ruolo provvidenziale dei Francescani e dei Domenicani nel rinnovamento della Chiesa del XIII secolo. Non una rivoluzione contro l’istituzione, dunque, ma una riforma dall’interno, generata dalla radicalità evangelica.  Per Benedetto, Francesco ricorda che la Chiesa non si riforma con i progetti, ma con i santi. Il Cantico delle Creature diventa così un trattato di teologia della creazione: lode a Dio attraverso le cose, non accanto alle cose.</p>
<p>La chiave del pontificato. Papa Francesco.</p>
<p>Con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio nel 2013, Francesco d’Assisi entra nel nome e nel programma di un Papa. Due encicliche portano la sua impronta diretta.  Laudato si’ del 24 maggio 2015 si apre con il verso del Cantico: “Laudato si’, mi’ Signore”. La casa comune è “sorella” e “madre”. L’ecologia integrale, riprendendo il tutto da Giovanni Paolo II, nasce da qui. Infatti la visione è quella della cura. Non c’è cura del pianeta senza giustizia verso i poveri, e non c’è pace sociale senza custodia del creato. Francesco d’Assisi è il patrono di questo sguardo indiviso.</p>
<p>Fratelli tutti del 3 ottobre 2020 viene firmata ad Assisi, sulla tomba del Santo. Il titolo è preso dalle Ammonizioni di Francesco. L’enciclica propone “una forma di vita dal sapore di Vangelo” per guarire un mondo frammentato. San Francesco è modello di fraternità universale. Ovvero si sentiva fratello del sole e del lebbroso, del sultano e del lupo. Per Papa Francesco, tornare ad Assisi significa uscire dalla globalizzazione dell’indifferenza. Diventa così sostanzialmente la grammatica del pontificato.</p>
<p>Leone XIV. La pace come dono attivo.</p>
<p>Il 1° ottobre 2025, in apertura dell’VIII Centenario del Transito, Papa Leone XIV scrive ai Ministri Generali della Famiglia Francescana. Rilegge l’ultima parola di Francesco: “Nostra sorella morte”. Non è rassegnazione, ma pacificazione. Da qui sviluppa la sua idea di pace: “somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto”, ma insieme “un dono attivo, da accogliere e vivere ogni giorno”. Francesco è il testimone che la pace cristiana non è assenza di guerra, ma presenza di Cristo. In un tempo di nuovi conflitti, Leone XIV consegna alla Chiesa il saluto francescano come compito: essere operatori di pace perché pacificati.</p>
<p>La linea dal 1900 a oggi mostra una progressione, non una contraddizione. Un itinerario al cui centro c&#8217;è la missione evangelizzatrice ma soprattutto paolina. Basta considerare il tracciato a partire dal Novecento.</p>
<p>Così in una estrema sintesi.</p>
<p>Pio XI scopre in Francesco il missionario che esce e si fa prossimo. Giovanni XXIII lo vive come terziario e lo pone a fondamento spirituale del Concilio: riforma nella misericordia e nella gioia. Paolo VI ne fa l’araldo del Vangelo.  Giovanni Paolo II lo elegge icona della pace e del dialogo, uomo libero che costruisce ponti, e lo proclama patrono dell’ecologia. Benedetto XVI lo presenta come gigante della santità che rinnova la Chiesa dall’interno, tenendo insieme fede e bellezza. Papa Francesco lo pone a fondamento dell’ecologia integrale e della fraternità universale, facendone la chiave del proprio pontificato. Leone XIV raccoglie il saluto di pace come dono attivo per la Chiesa di oggi, davanti al mistero della morte accolta da fratello.</p>
<p>Tutti leggono lo stesso uomo, ma ogni Papa illumina la risposta di Francesco a una domanda del proprio tempo. Ovvero: come annunciare il Vangelo. Come riformare la Chiesa. Come fare pace. Come abitare la terra. Come essere fratelli.</p>
<p>In una sintesi più lineare, anche se si corre il rischio di essere ripetitivi, è necessario definire il tutto attraverso un ordine sistematico.</p>
<p>1926 Pio XI. Enciclica Rerum Ecclesiae, 28 febbraio 1926: Francesco modello di zelo missionario.</p>
<p>1962-1963 Giovanni XXIII. Pellegrinaggio ad Assisi, 4 ottobre 1962: chiede luce per il Concilio. Pacem in terris, 11 aprile 1963: architettura di pace dal sapore francescano.</p>
<p>1970-1973 Paolo VI. Altissimi Cantus, 7 dicembre 1970: Francesco “araldo del Vangelo”. Il Signore ti dia la pace, 3 ottobre 1973: rilancia il saluto di pace. Paolo VI muore nel 1978.</p>
<p>1979-2001 Giovanni Paolo II. Motu proprio Inter Sanctos, 29 novembre 1979: proclama Francesco patrono dei cultori dell’ecologia. Incontro Assisi 1986: Francesco modello di pace e dialogo. Messaggio Giornata Pace 1990: Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato. Udienza 17 gennaio 2001: lancia la “conversione ecologica”.</p>
<p>2010 Benedetto XVI. Catechesi 27 gennaio 2010: Francesco “gigante della santità”, riformatore ecclesiale.</p>
<p>2015-2020 Papa Francesco. Laudato si’ 2015: ecologia integrale dal Cantico. _Fratelli tutti_ 2020: fraternità universale, firmata ad Assisi.</p>
<p>2025 Leone XIV. Lettera 1 ottobre 2025: Francesco testimone della pace come dono.</p>
<p>Il dato conclusivo, in una ultima sintesi, ci porta a fare una considerazione. Ovvero: San Francesco non appartiene al passato perché ogni generazione ha bisogno di ricominciare dal Vangelo nella sua nudità. I Papi contemporanei ce lo ricordano. Infatti la povertà non è ideologia, è libertà. La fraternità non è buonismo, è riconoscimento. La pace non è trattato, è dono da vivere. La creazione non è risorsa, è sorella.</p>
<p>Tornare a Francesco significa, per la Chiesa e per il mondo, tornare a un cristianesimo povero, libero, gioioso, fratello di tutti. In questo senso il Poverello di Assisi resta “figura di frontiera”. Sta sulla soglia e indica da dove si riparte. Perché in fondo la partenza è quell&#8217;incipit che avvisa che il viaggio non è mai geografico soltanto ma profondamente spirituale.</p>
<p>Un viaggio umano che deve comunque definirsi attraverso una &#8220;comunicazione&#8221; spirituale. Il paladino resta Benedetto XVI che pone all&#8217;attenzione due concetti chiave: la Fede e la Bellezza. Un percorso che nasce dentro la comparazione tra teologia spiritualità e letteratura. Una dimensione anche estetica della bellezza della fede. Niccolò Tommaseo incentra la sua filosofia letteraria sulla griglia laica dell&#8217;intreccio tra la fedeltà alla fede e il mistero della bellezza.  Ma Benedetto XVI riesce a creare una comparazione che non è soltanto un dato metaforico tra metafisica e cristianità ma incisivamente religioso tra civiltà d’Oriente e culture d&#8217;Occidente all&#8217;interno di comparazioni umane e religiose. In fondo si tratta proprio di un Edificare la Gioia proprio tra fede e bellezza.<br />
Leone XIV è dentro questo camminare insieme. Infatti già nei primi passi del suo pontificato pone all&#8217;attenzione un intreccio che è anche paolino e agostiniano. San Francesco come non considerarlo il proseguitore di San Paolo? È San Paolo con la sua conversione il vero punto radicante di San Francesco d’Assisi. Giovanni XXIII, terziario, aveva già indicato questa via: cadere da cavallo per rialzarsi povero, come Paolo, come Francesco. San Francesco dunque il continuatore di San Paolo? Basterebbe questa frase: &#8220;Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me&#8221; (Gal 2,20).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La grecità profonda. Dalla Antologia Palatina a Foscolo. Da Leonida a Quasimodo. Un itinerario mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 20:39:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/D529AE38-AE2E-4E3B-8A01-A89FE69FABD3-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>di Pierfranco Bruni I Mediterranei sono una geo cultura nella geografia del tempo. Un tempo metafisico che lega e unisce, intreccia e consolida memorie e destini. La letteratura è una&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/19/la-grecita-profonda-dalla-antologia-palatina-a-foscolo-da-leonida-a-quasimodo-un-itinerario-mediterraneo/">La grecità profonda. Dalla Antologia Palatina a Foscolo. Da Leonida a Quasimodo. Un itinerario mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Pierfranco Bruni</p>
<div id="attachment_123771" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-123771" class="wp-image-123771 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_3667-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" /><p id="caption-attachment-123771" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>I Mediterranei sono una geo cultura nella geografia del tempo. Un tempo metafisico che lega e unisce, intreccia e consolida memorie e destini. La letteratura è una comparazione tra luoghi e spazio. Esempi e testimonianze tra voci e parole che si focalizzano nel cuore delle civiltà, dei popoli, delle epoche.</p>
<p>Sono i “Poemi conviviali” dell’ultimo Pascoli che diventano sintesi e percorsi di una poetica della grecità che racchiude il senso del viaggio che ha un suo incipit nella poetica di Leonida di Taranto sino al Foscolo isolano e dolente dei sonetti che recitano la bellezza e il tragico. Il canto di Leonida è canto della partenza nel viaggio onirico e geografico della Magna Grecia pre e post omerica. Un recitativo tra vita e morte che interesserà un inquietante ulissismo che riguarda proprio i poeti della Taranto di una Magna Grecia lirica. Come il caso di Raffaele Carrieri, poeta della fuga e del viaggio che recupera Leonida.</p>
<p>Vita e morte sono un indissolubile attraversamento nell’Ermetico Leonida che offre la voce agli Ermetici versi quasimodiani della sera. Il pianto della vecchia Maronide di Leonida di Taranto porta nella voce e nel verso l’ironia dell’epigramma greco. Anticipa tutto ciò che si ascolterà nella lirica latina. Il mondo latino trasferisce ambienti e costruzioni in una innovazione virgiliana.<br />
Così Leonida:<br />
“Si lamenta<br />
anche sotto terra: non per i figli<br />
o il marito lasciati senza nulla.<br />
Piange solo per il calice vuoto”.</p>
<p>Poeta esistenzialista, Leonida. Trova nelle strade il vissuto e le interpretazioni delle esistenze. A Leonida di Taranto, Salvatore Quasimodo deve il suo approccio “ermetico” nel passaggio tra la grecità e la latinità nel suo apparentarsi con i Lirici.<br />
I Lirici greci e latini in un percorso che si vive nella Antologia Palatina. Quasimodo traduce da poeti e l’impatto con il vocabolario lirico è molto più forte rispetto ad un traduttore di mestiere. Leonida, in modo particolare, rappresenta la grecità antica.<br />
Infatti il suo contesto è quello degli anni 330 o 320 a.C. fino al 260 a.C. circa. Era nato a Taranto e, dopo lunghe erranze, muore ad Alessandria d’Egitto. Il poeta dell’esilio e nell’esilio scopre il senso del viaggio. La Magna Grecia e l’Egitto. Terre orfiche attraverso le quali il viaggio diventa un pellegrinaggio per scavi di memorie. La grecità sommessa. “…la corda… mediterranea…”.</p>
<p>La virgilianità che recupera l’omerico senso del viaggio. Il pianto antico. Il vento che raccoglie le ore di Tindari. La madre nella sua “dulcissima” ora. Il padre tra le macerie della guerra e del tempo che diventa rovina di una nostalgica memoria.</p>
<p>Salvatore Quasimodo in una religiosa parola che diventa linguaggio dell’uomo nella sua contemporaneità e nella sua pietas. Una madre. Una terra. La ricerca della cristianità. Salvatore Quasimodo ha cercato di leggere la madre e la terra con la spiritualità e la testimonianza.</p>
<p>Si intreccia così il rito pagano e quello cristiano. La Magna Grecia è un intreccio. . I lirici greci. Soprattutto Leonida di Taranto. La sua è un abitare il vento e le voci greche del Mediterraneo.<br />
Quasimodo:<br />
“Il greco ritornava a essere ancora un’avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi”.<br />
A Leonida di Taranto dedica, oltre alla traduzione, un saggio di straordinaria valenza estetica. L’esilio interiore di Leonida è il suo esilio in viaggio. Un Quasimodo legato profondamente a Leonida e a D’Annunzio.</p>
<p>Leonida sembra una costante nel vissuto greco di Quasimodo. Leonida nel vento di Taranto recita:<br />
“Riposo molto lontano dalla terra d’Italia<br />
e di Taranto mia Patria<br />
e ciò m’è più amaro della morte.<br />
Tale destino hanno i nomadi<br />
a conclusione della loro inutile vita!<br />
Le Muse però mi hanno caro<br />
ed a compenso delle mie afflizioni<br />
mi offrono una dolcezza di miele.<br />
Il nome di Leonida non tramonta per esse:<br />
i loro doni lo testimoniano sino all’ultimo sol”.<br />
Di Leonida dirà:<br />
“… era un uomo libero, figlio di una città che ai tempi in cui vi abitava era ancora l’emblema di una confederazione civile nemica dei compromessi e favorevole al rispetto dei diritti dell’uomo…”.<br />
Una terra che è isola. Un’isola che è mondo arabo e greco. Cristianità e rivelazione. La stessa terra, lo stesso viaggio, lo stesso camminamento esistenziale.</p>
<p>La poesia che si fa lirismo spirituale in un canto in cui l’epigrammismo diventa nostalgico senso della terra e del mare in un tempo si attraversa:<br />
“un pellegrinaggio nel Mediterraneo” (Quasimodo).<br />
Leonida, nomade tra terre e parole, diventa per Quasimodo il porto mai sepolto e sempre veliero tra le onde. Dirà:<br />
“Come Odisseo il suo marinaio affronta la solitudine. Ma qui l’avventura non ha i contorni del poema omerico ed è … antiromantica”.<br />
Quasimodo trova in Leonida il punto di incontro con il viaggio e l’estetica come lo vivrà con D’Annunzio in un saggio del 1939:<br />
“… a D’Annunzio aggiungeremo che egli fu l’ultimo poeta nostro che abbia predato la solitudine necessaria al suo lavoro, senza cadere in servitù di alcuno. Oggi i poeti si muovono fra coltelli”.</p>
<p>Tra Leonida e D’Annunzio, Quasimodo, con La Pira, vive i naufragi e le tempeste in un viaggio migrante e da esule in una terra chiamata isola e mare attraversando i luoghi di Virgilio e di Dante. In una terra dall’alba nuova che verrà vissuta come una vita nuova (nova). Così come è stato in Leonida, esule e alla ricerca sempre della sua terra mai dimenticata.<br />
Così Leonida:<br />
“Passate senza fare rumore oltre<br />
la mia tomba, non svegliate la vespa<br />
pungente che posa nel sonno. L’ira<br />
di Ipponatte che ha osato scatenarsi<br />
contro i genitori, è ora in pace.<br />
Ma, attenti: le sue parole di fuoco<br />
possono bruciare pure dall’Ade”.</p>
<p>Un tempo immenso e un tempo metaforicamente infinito. Nel Quasimodo che rilegge Leonida si avvertono dei legami che hanno nella grecità una profonda visione omerica. L’indefinito e il ritorno sono un sigillo che scava la vita e la morte. Il suo riflettere sulla morte ha anche una visione onirica.<br />
In Leonida si ascolta:<br />
“Infinito fu il tempo, uomo, prima<br />
che tu venissi alla luce, e infinito<br />
sarà quello dell’Ade. E quale parte<br />
di vita qui ti spetta, se non quanto<br />
un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola<br />
di un punto? Così breve la tua vita<br />
e chiusa, e poi non solo non è lieta,<br />
ma è assai più triste dell’odiosa morte.<br />
Con una simile struttura d’ossa<br />
tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!<br />
Tu vedi, uomo, come tutto è vano:<br />
all’estremo del filo c’è un verme<br />
sulla trama non tessuta dalla spola.<br />
Il tuo scheletro è più tetro<br />
di quello di un ragno. Ma tu<br />
che, giorno dopo giorno, cerchi<br />
in te stesso, vivi con lievi pensieri,<br />
e ricorda solo di che paglia sei fatto”.</p>
<p>La morte e la terra. Il viaggio e la grecità. La sensualità e gli echi che hanno simboli e miti. Il confronto tra Leonida e Quasimodo è un itinerario errante. Resta tale. Leonida muore lontano dalla sua terra. Quasimodo (Cfr. Video di Pierfranco Bruni “Il suono e la parola. Un errare che accomuna due poeti di epoche distante tra il tempo tracciato e il tempo vissuto tra la grecità e l’Egitto in una griglia di simboli e di archetipi che recitano la vita e la morte. Leonida è l’errante che vive costantemente nel viaggio reale e metaforico del figlio di Modica.</p>
<p>Una erranza che è completamente attraversata dalla nostalgia. La nostalgia del tempo che della in – finitudine un immaginario che ha il canto della grecità profonda. Una “terra impareggiabile” come la vita come la morte: “Non ho paura della morte, / come non ho avuto timore della vita”.<br />
Leonida di Taranto, dunque, è il riferimento di una grecità diffusa e immensa dentro un itinerario che ha una centralità nell’orfico percorso tra mito e rito che accompagna sia Ibico che tutta la Magna Grecia. I pilastri restano i modelli greci catturati dalla lirica latina catulliana, ma si immerge in tutto il contesto che sarà stilnovista e prima scuola siciliana. Elementi che portano a tutto il primo Novecenuo radicato tra Foscolo, Alfieri e Pirandello di “Mal giocondo” in una temperie dannunziana. Foscolo ha la sua Itaca Zacinto. Pirandello la sua greca araba Girgenti. Leonida la sua Taranto sulle sponde del fiume e dei mari.</p>
<p>Così nel Novecento del Carrieri pellegrino e viandante. Leonida il poeta Magno Greco nel Mediterraneo delle letterature. Un Mediterraneo che incrocia destini e profezia in una geo cultura che pone al centro il tempo e non la storia. Pone al centro il labirinto e non il caos. Un viaggio tra memoria mare e madre.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/19/la-grecita-profonda-dalla-antologia-palatina-a-foscolo-da-leonida-a-quasimodo-un-itinerario-mediterraneo/">La grecità profonda. Dalla Antologia Palatina a Foscolo. Da Leonida a Quasimodo. Un itinerario mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Giuseppe Berto e i Racconti. La parola che scava nel buio e tra le ombre</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/15/giuseppe-berto-e-i-racconti-la-parola-che-scava-nel-buio-e-tra-le-ombre/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=giuseppe-berto-e-i-racconti-la-parola-che-scava-nel-buio-e-tra-le-ombre</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 15:40:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Berto]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>Giuseppe Berto è scrittore di terra e di nevrosi. È scrittore di guerra e di psiche. È scrittore che parte dal fango e arriva all’anima. Non ha bisogno di grandi&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1640" height="1230" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-1024x768.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-768x576.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-1170x878.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/76373d72-c04c-4fa5-b385-33da5611edc6-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p><blockquote><p>Giuseppe Berto è scrittore di terra e di nevrosi. È scrittore di guerra e di psiche. È scrittore che parte dal fango e arriva all’anima. Non ha bisogno di grandi sistemi. Ha bisogno di voce. Ha bisogno di racconto. I suoi  &#8220;Racconti&#8221; sono questo. Sono scavo. Sono confessione. Sono diario che si fa letteratura. Sono letteratura che non dimentica il sangue perché non dimentica il senso della scrittura. Pierfranco Bruni</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se dovessi entrare, anzi rientrare, nel mondo &#8211; labirinto letterario e umano di Giuseppe Berto,  scrittore di immenso spessore del Novecento europeo, punterei fortemente sui Racconti. Costituiscono un laboratorio non solo semantico ma esistenziale e letterario.<br />
Giuseppe Berto è scrittore di terra e di nevrosi. È scrittore di guerra e di psiche. È scrittore che parte dal fango e arriva all’anima. Non ha bisogno di grandi sistemi. Ha bisogno di voce. Ha bisogno di racconto. I suoi  &#8220;Racconti&#8221; sono questo. Sono scavo. Sono confessione. Sono diario che si fa letteratura. Sono letteratura che non dimentica il sangue perché non dimentica il senso della scrittura.<br />
Berto viene dalla guerra. Viene dalla prigionia. Viene dal silenzio. E quando torna, torna con la parola rotta. Torna con la parola che balbetta. Torna con la parola che cerca senso. In questo c&#8217;è la corazza di una letteratura fatta di anima. I suoi &#8220;Racconti&#8221; vivono di due caratteristiche ci dice Berto parlando proprio dei suoi racconti. Ovvero: &#8220;Due sono le caratteristiche che ho mantenuto attraverso le mie quasi incontrollate evoluzioni: la felicità del narrare e una vena di romanticismo che tenacemente s&#8217;accompagna prima alle crudezze del neorealismo e poi allo humour del psicologismo&#8221;.<br />
Già in &#8220;Guerra in camicia nera&#8221; del 1955 c&#8217;è il diario. È documento. È passaggio dal neorealismo allo psicologismo. È passaggio dal fatto al sentimento. Dal fatto al male. Il male non è più fuori. Il male è dentro. Il male è oscuro. E il buio non si vede. Il buio si vive.  Vivendolo racconta di una testimonianza profonda. Infatti importanti suoi  &#8220;Racconti&#8221; nascono lì. Nascono quando la nevrosi da angoscia lo blocca per quasi un decennio. Nascono quando la parola diventa cura. Nascono quando la scrittura diventa terapia e oltre. Non è letteratura di salotto. È letteratura di stanza. Di stanza d’albergo. Di stanza di clinica. Di stanza di provincia. La provincia di Berto è Mogliano. È Veneto. È terra che tace. Terra che nasconde. Terra che non perdona. È la Calabria immensa e dolorante. È il mare le cui onde scrosciano tra gli scogli e il tempo di Capo Vaticano.<br />
Berto non è solenne. È piuttosto amaro con l&#8217;ironiae il sorriso. Ride per non piangere. Ride per non impazzire. Il suo umorismo è umorismo di chi ha visto la guerra. È umorismo di chi ha visto il padre morire di cancro. È umorismo di chi ha visto sé stesso perdersi e ritrovarsi lungo i viaggi e l&#8217;attesa<br />
Infatti in molti &#8220;Racconti&#8221; c’è il grottesco. C’è il meccanico Febo Còrtore di &#8220;La Luna è nostra&#8221; del 1957. C’è il giornalista che è Berto stesso. C’è l’incontro impossibile. C’è l’assurdo. C’è il dialogo che non chiude. C’è la vita che non chiude. E il lettore resta lì. Resta sospeso. Resta tra riso e angoscia nell’attesa di un vento di roccia.<br />
È stile che ricorda Pavese. Pavese della collina. Pavese della solitudine. Ma Pavese è mito. Berto è nevrosi. Pavese è destino. Berto è malattia. Pavese è destino che si accetta. Berto è destino che si combatte. E il combattimento è parola. È pagina. È racconto. Pavese e Berto sono la Calabria greca che recuperano Pirandello non solo del teatro ma degli abissi di &#8220;Mal giocondo&#8221;. Pirandello della maschera e dell’umorismo. Ma Pirandello è filosofia. Berto è corpo. Berto è sudore. Berto è notte insonne. Berto è terapia.  Mentre Pavese é mito e soprattutto l&#8217;anima di Leucò.<br />
Chiaramente uno dei temi centrali  è il male oscuro. Il male che non ha nome. Il male che non ha volto. Il male che non ha causa. Il male che non si vince. Si convive. Si racconta. Si scrive.  Berto Pirandello e Pavese non descrivono il male. Lo vivono e lo trasfigurano in scrittura.<br />
Nei &#8220;Racconti&#8221; di Berto il male oscuro è amore e fallimento. È paternità.  E cerca una casa come Ulisse che cerca Itaca. Ma la casa di Berto è interiore. È la casa della mente. E la mente è in guerra. È in guerra con sé stessa. È in guerra con il mondo. Cerca un&#8217;isola e la trova proprio in Capo Vaticano.<br />
Ecco perché i &#8220;Racconti&#8221; sono moderni. Sono moderni perché parlano di nevrosi. Parlano di ansia. Parlano di angoscia. Parlano di terapia. Parlano di psicoanalisi. Berto incontra Nicola Perrotti. Incontra l’abruzzese che lo cura. Incontra la parola che ascolta. E la parola che ascolta diventa parola che salva. Non salva del tutto. Salva di quel tanto che basta per scrivere un’altra pagina. La pagina diventa la ricerca e l&#8217;attesa.<br />
Berto non é letterariamente figlio di Verga. Ma come più volte sottolineato dalla critica letteraria è figlio di Svevo e della coscienza nelle metafore di Zeno e oltre Zeno. È l’inquietudine oltre il tempo di Zeno. Perché é  molto vicino a Céline del &#8220;Viaggio al termine della notte&#8221;. Vicino a Céline del linguaggio basso, della rabbia, del nichilismo. Ma  Berto è ricerca e cerca un&#8217;uscita di sicurezza per dirla con Silone. Berto cerca la luce nel bosco.<br />
I &#8220;Racconti&#8221; di Berto sono mestiere di vivere. Mestiere di vivere nel senso pavesiano ovvero un mestiere di vivere come mestiere di morire un poco ogni giorno. Mestiere di vivere come mestiere di resistere.  Ciò è nella scrittura il grido del silenzio e della solitudine apounto cercata e trovata. Non dà soluzioni. Berto dà testimonianza. Testimonia che si può stare nel buio. Testimonia che si può parlare del buio. Testimonia che la parola salva. Non salva la vita. Salva il senso. Salva il senso di aver vissuto.  Il suo linguaggio è il coraggio del rischio. Mai il risentimento di aver vissuto o non vissuto tra il silenzio e le macerie.<br />
I &#8220;Racconti&#8221; sono brevi. Sono a volte schegge. Schegge di memoria. Schegge di guerra. Schegge di amore. Schegge di clinica. E le schegge fanno male e restano come resta la parola.<br />
La parola resta come resta il male oscuro. Resta per essere detto. Resta per essere nominato. Pur nel vento di un anonimo veneziano. I &#8220;Racconti&#8221; sono sul filo della soglia. Sono porta. Porta che si apre sul buio. E nel buio c’è voce. C’è voce che non si arrende. C’è una voce che ride che piange che scrive.  La scrittura resta. Resta come resta il male oscuro. Resta per dirci che l’uomo non è eroe. L’uomo è uomo. L’uomo cade. L’uomo si rialza. L’uomo racconta. E nel raccontare vive.  Il senso e il tempo. La notte e l&#8217;aurora. Berto è lo scrittore della coerenza nel fallimento della modernità. Cosa resta alla fine? Ciò che lo stesso Berto sottolinea: &#8220;&#8230;l’unica via d’uscita, che ha valore soltanto rispetto a se stessi, è combattere giorno dopo giorno per preservare dal maligno la propria coscienza e soltanto essa”. l’unica via d’uscita, che ha valore soltanto rispetto a se stessi, è combattere giorno dopo giorno per preservare dal maligno la propria coscienza e soltanto essa”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/15/giuseppe-berto-e-i-racconti-la-parola-che-scava-nel-buio-e-tra-le-ombre/">Giuseppe Berto e i Racconti. La parola che scava nel buio e tra le ombre</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>San Francesco d’Assisi e i Papi: Benedetto XVI, Francesco, Leone XIV. Un Cantico dal 1226 a oggi </title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/13/san-francesco-dassisi-e-i-papi-benedetto-xvi-francesco-leone-xiv-un-cantico-dal-1226-a-oggi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=san-francesco-dassisi-e-i-papi-benedetto-xvi-francesco-leone-xiv-un-cantico-dal-1226-a-oggi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 18:44:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfranco Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[San Francesco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-12.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-12.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-12-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>A Campobasso un incontro dedicato a San Francesco d’Assisi, a 800 anni dalla scomparsa, nel Salone di San Pietro Celestino dell’Arcidiocesi. Al centro il volume Il Cantico dell’amore, edito da&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-12.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-12.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Progetto-senza-titolo-12-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p data-start="0" data-end="140"><em>A Campobasso un incontro dedicato a San Francesco d’Assisi, a 800 anni dalla scomparsa, nel Salone di San Pietro Celestino dell’Arcidiocesi. Al centro il volume Il Cantico dell’amore, edito da Solfanelli, curato da Franca De Santis con coordinamento scientifico di Pierfranco Bruni. Un percorso tra spiritualità, contemplazione, teologia e attualità, attraverso le diverse letture di Benedetto XVI, Papa Francesco e Leone XIV</em></p>
<p>Campobasso sarà protagonista di un importante incontro dedicato a San Francesco d’Assisi a 800 anni dalla scomparsa. Uno scenario affascinante.  Salone di San Pietro Celestino. Arcidiocesi di Campobasso.  Si discuterà del &#8220;Cantico dell&#8217;amore&#8221;. Un libro,  edito da Solfanelli, che è il risultato di un progetto su San Francesco che ha avviato delle comparazioni tra studiosi e problematiche.<br />
Dalla spiritualità alla contemplazione il viaggio diventa metodo in questo libro.  La lettura diventa interpretazione e San Francesco d’Assisi resta una figura che non si lascia rinchiudere in uno schema di lettura teologica.  Il suo cammino è cristocentrico ma universale nel richiamo. È il santo che parla agli animali, che canta il Cantico delle Creature, che si spoglia davanti al vescovo e dice al mondo che la povertà è libertà. Ogni papa lo riprende e lo fa suo con una sottile chiave di lettura tra misticismo e teologia, appunto. Ogni papa lo legge con il proprio sguardo. Con il proprio tempo. Con la propria necessità e la propria formazione.<br />
Gli ultimi tre pontefici propongono precise interpretazioni.<br />
<strong>Benedetto XVI</strong> non ha scritto un’enciclica su Francesco. Ma lo ha richiamato come esempio di un cristianesimo che non separa fede e ragione, contemplazione e creazione. Per lui Francesco è il santo della bellezza. È il santo che vede nel creato un segno del Logos. Un segno che parla di Dio senza bisogno di mediazioni &#8220;ideologiche&#8221;. È la linea di Assisi del  1986. Ovvero  è il dialogo interreligioso nella custodia del creato come responsabilità intellettuale e spirituale. C&#8217;è anche una forte componente ontologica che si lega a una visione metafisica.<br />
La sua lettura è cristocentrica nel senso più profondo. Cristo è il centro. Il creato è riflesso. Francesco è colui che, spogliandosi di tutto, ritrova tutto in Cristo. Non c’è ecologia senza teologia. Non c’è fraternità senza incarnazione. È una lettura sobria, dottrinale, fortemente patristica. Francesco non è simbolo sociale prima di essere santo. È santo, e per questo diventa segno sociale. Benedetto XVI lo presenta come antidoto al nichilismo tecnico. Come memoria che il mondo non è materia inerte, ma parola creata. Lo fa suo proprio in una dimensione spirituale dell&#8217;alter Cristo.<br />
Con <strong>Papa Francesco</strong> il nome cambia tutto. Sceglie “Francesco” il 13 marzo 2013. Dice subito: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”.  La sua lettura è nel gesto e nel documento. L’enciclica :Laudato si’&#8221; del 24 maggio 2015 parte dal Cantico delle Creature. “Laudato si’, mi’ Signore”, cantava san Francesco d’Assisi. Francesco è appunto “l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità”. Ecologia?<br />
Per Francesco il santo di Assisi è frate universale, uomo di pace, uomo di dialogo, amante della creazione, che vive la fraternità con tutti. Non separa ecologia e giustizia sociale. “Non si tratta di un&#8217;enciclica verde ma di un&#8217;enciclica sociale”. La crisi ambientale è crisi sociale. La terra geme e soffre. Francesco diventa così il patrono di un umanesimo ecologico. Di una Chiesa in uscita. Di una fraternità senza confini, come poi dirà in &#8220;Fratelli tutti&#8221;. La lettura è pastorale e popolare.<br />
Papa Leone XIV porta nel suo nome Francesco:  Robert Francis Prevost. Nel nome c’è già una linea. E nel primo anno di pontificato, 2025-2026, il legame si fa esplicito. Due fatti segnano la direzione. Primo. Il 10 gennaio 2026 Leone XIV indice un anno giubilare in onore del Santo di Assisi per l’ottocentesimo anniversario della morte. Concede l’indulgenza plenaria per la visita a chiese e luoghi francescani. Secondo. Nella lettera ai Ministri Generali della Conferenza francescana del 7 gennaio 2026, dice: “&#8230;per tutti voi che seguite il carisma del Poverello d’Assisi” e invia la benedizione. Una importante testimonianza.<br />
La lettura di L<strong>eone XIV</strong> riprende l’eredità di Francesco ma con accenti propri. Si notano almeno quattro linee di continuità e differenza. Si pensi alla Sinodalità come stile. Leone XIV sottolinea la sinodalità come “stile”, come atteggiamento di partecipazione e comunione. È il cammino iniziato da Francesco, che a sua volta riprendeva Paolo VI. Ma in Leone XIV diventa metodo di governo. La Chiesa che cammina insieme risuona con lo spirito itinerante dei primi francescani. Tutta la formazione agostiniana è potente.<br />
Leone sottolinea la necessità della Pace e dei ponti. Infatti sin dalle prime parole ha pronunciato “pace” e l’impegno a “costruire ponti”. È un  tema centrale in Francesco, ed è tema francescano per eccellenza. Francesco andò dal Sultano. Leone XIV riprende questa missione di riconciliazione e fraternità universale. Si nota come la continuità è con Benedetto XVI.<br />
Significativo è il Legame con l’Umbria e Assisi.  La testimonianza arriva anche dal fatto che ha presenziato a celebrazioni a Cascia e Montefalco. Assisi lo invita alla Porziuncola. I francescani gli rispondono con la benedizione di Francesco a frate Leone, custodita in Basilica. Benedetto e Leone non solo propongono una linea marcatamente spirituale ma recuperano la lettura di Tommaso da Celano e San Bonaventura da Bagnoregio nelle loro Vite dedicate a San Francesco.<br />
Leone XIV è assolutamente agostiniano. Porta l’equilibrio tra interiorità e comunità, tra regola e libertà. Francesco resta il riferimento, ma dentro una cornice sinodale e dialogica. Non ideologica.<br />
San Francesco d’Assisi comunque sfugge alle classificazioni.<br />
Oggi, nell’800° anniversario della sua morte, Francesco non è memoria museale. È piuttosto domanda viva. Chiede alla Chiesa di essere povera, sinodale, pacifica. Chiede all’uomo di non sentirsi padrone della terra. Chiede a ogni papa di scegliere: quale Francesco per quale tempo?<br />
Si tratta non solo di una domanda.  Piuttosto di un percorso all&#8217;insegna di una complessità che tocca il cuore dell’uomo tra preghiera e speranza. Una dottrina che non nasce dalla teologia ma dalla spiritualità mistica. Di questo si discute nel testo &#8220;Il Cantico dell&#8217;amore&#8221; con la curatela di Franca De Santis e il mio coordinamento scientifico.</p>
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		<title>Giorgio La Pira e Salvatore Quasimodo. Un loro incontro dialogando di poesia e cristianità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 20:46:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio La Pira]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Quasimodo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-3.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/Untitled-design-3-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Amici per terra e per fede. La loro amicizia nasce all’interno di una Sicilia e di una geografia che ha le rughe di una antropologia dell’umanesimo ma anche dell’erranza. Una&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><i><b>Amici per terra e per fede. La loro amicizia nasce all’interno di una Sicilia e di una geografia che ha le rughe di una antropologia dell’umanesimo ma anche dell’erranza.<br />
Una ricerca che non è soltanto storica con un vento mediterraneo che soffia su Tindari e su Modica o su Pozzallo. Una ricerca che stringe in un battito l’Uomo e il Divino</b></i></p>
<p>Di Pierfranco Bruni <img decoding="async" class="alignright wp-image-78717 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/10/bruni-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p>Giorgio La Pira e Salvatore Quasimodo sono un incontro profondamente religioso. Di una religiosità scavata nell&#8217;anima.  Metafisica e estetica. La Sicilia una terra che è isola. Un’isola che è mondo arabo e greco. Cristianità e rivelazione. La stessa terra, lo stesso viaggio, lo stesso camminamento esistenziale. Giorgio La Pira (1904, Pozzallo &#8211; 1977, Firenze) in una profondità scavata in quella cristianità che è essere e tutto attraverso l’esempio, la testimonianza, il Vangelo.</p>
<p>Così: &#8220;Questa epoca di esilio, di lontananza, di ateismo, questo limite ultimo di disancoraggio da Cristo, questa riva estrema, in apparenza, del materialismo, invoca – forse per la legge degli opposti – le rive supreme della gloria della risurrezione e dell&#8217;amore&#8221;.<br />
Salvatore Quasimodo (1901, Modica &#8211; 1968, Napoli) in una religiosa parola che diventa linguaggio dell’uomo nella sua contemporaneità e nella sua pietas. Amici per terra e per fede. Insieme per un senso sacro e un orizzonte d’anime. La loro amicizia nasce all’interno di una Sicilia e di una geografia che ha le rughe di una antropologia dell’umanesimo ma anche dell&#8217;erranza.<br />
Una ricerca che non è soltanto storica con un vento mediterraneo che soffia su Tindari e su Modica o su Pozzallo. Una ricerca che stringe in un battito l’Uomo e il Divino.<br />
Quasimodo si specchia nell’uomo, in quell’uomo che vedrà crocifisso o battere il sogno nella carlinga di un aereo. Così: &#8220;Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue | e l&#8217;oro. Vi riconosco, miei simili, o mostri | della terra. Al vostro morso è caduta la pietà, | e la croce gentile ci ha lasciati&#8221;.<br />
La Pira vive il suo Cristo che diventa il Cristo della Resurrezione attraverso la Parola. Quella Parola che “userà” il suo amico – fratello Quasimodo per recitare il dolore e la magia dei linguaggi nelle distanze oltre l’isola.<br />
L’isola è l’appartenenza metafora sia di Giorgio che di Salvatore. Una appartenenza che resterà tra le pieghe del cuore e lungo i destini nel dettato delle loro lettere che formeranno un carteggio di vita e di tagli di esistenza in una teologia e in un mistero in cui l’Essere è il tutto del loro viaggio verso il continente.<br />
Nelle lettere di La Pira c’è la geografia di una consistenza umana nella quale l’incontro diventa una eredità di vite vissute lungo i sentieri dell’ascolto o degli asciolti. Un carteggio che è rintracciabile nel testo di G. La Pira &#8211; S. Quasimodo, “Carteggio”, curato da A. Quasimodo, e pubblicato da Scheiwiller nel 1980; nel 1998 verrà pubblicata una nuova edizione ampliata e annotata e curata da Giuseppe Miligi, per l’editore Artioli.<br />
La Pira, (generazioni della Messina terremotata) pone delle riflessioni molto attente sul legame tra la poesia e la religiosità della parola. Un La Pira che aveva studiato e amato scrittori come Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti. Un La Pira che conosceva la letteratura non solo della teologia del linguaggio poetica ma anche della sperimentazione delle avanguardie. Tanto che scriverà nel 1928 in una lettera da Monaco di Baviera questa chiosa straordinaria:<br />
“…disponi della tua vita come un’offerta che tu, giorno per giorno offri al Signore: pensati apostolo (…) quando avrai reso così il tuo essere … quali altezze conquisterai col tuo canto?”.<br />
La poesia come messaggio apostolico. È la bellezza del pensiero che esce da ogni sottosuolo e diventa miracolo per un ascolto della Parola che è sempre dettata da Cristo. Giorgio La Pira portava la dolcezza nel pensiero e la forza della delicatezza nella voce.<br />
Mentre nella Pasqua del 1930 in un’altra missiva scriveva a Salvatore (Totò):<br />
“La poesia è chiamata a cogliere il palpito invisibile delle cose visibili: quelle parole interiori che ogni cosa possiede, quella forma che ad ogni cosa imprime come un sigillo ed un&#8217;orma della bellezza divina”.<br />
Ma cosa era la poesia per La Pira? Aveva, comunque, come punto di riferimento sempre i versi di Quasimodo. Sempre nella lettera del 1930 cesellava:<br />
“…cantare in eterno la bellezza suprema della fonte di ogni esultanza: il Dio di bellezza infinita”.<br />
Diventerà sindaco di Firenze, statista,operatore nelle culture ma, in fondo, resterà comunque costantemente un terziario francescano e domenicano. Anche la politica la affronterà secondo una chiave di lettura di partecipazione religiosa. L’avvicinamento al mondo cattolico e la sua richiesta di mistero in Quasimodo dipende anche dal suo dialogare con La Pira. Si condenserà nei versi di “Dare e avere” del 1966.<br />
1922. Lettera di La Pira a Quasimodo:<br />
“…io penso che il linguaggio sia la via del Signore: basta penetrarlo, basta scendere in esso, ricercarlo alle radici per vedere come da un solo tronco, da una sola inscindibile unità tutto si ramifica e sorge dalla Potenza all&#8217; Atto: come la natura ha pochissimi semplici elementi che poi non sono che aspetti d&#8217;una semplicissima materia, così la lingua non ha che pochi suoni originari tutti provenienti da una Radice che non si riveli se non a chi vi mediti con fede e ammirazione: così l&#8217;albero dalle migliaia di foglie canta a primavera il suo silenzioso stormire, così il linguaggio dalle migliaia di fremiti ripete a Dio in ogni parola il suo grazie eterno: tutte le parole non sono che come le foglie, linfe disposte in maniera varia, ma linfe d&#8217;uno stesso corpo, d&#8217;una stessa origine, estremamente unite”.<br />
D’altronde le esperienze vissute con La Pira lo porteranno verso le vie delle “Confessioni”. Infatti le sue prime poesie, Quasimodo le pubblicherà nel 1917 sulla rivista “Nuovo Giornale Letterario”. La Pira lo spinse alla conoscenza del greco e del latino. Questa conoscenza lo condusse a diventare un traduttore acuto dei lirici greci e latini.<br />
Cosa era, dunque, la poesia per La Pira? Da Vienna nel 1930 La Pira gli scriveva:<br />
“…tu hai la virtù di apparirmi in uno sfondo di infinito: di quell’infinito luminoso e sereno che Gesù è venuto a dischiudere nelle anime”. E nel 1927: “…io non mi inganno quando penso che tu potresti col tuo verso &#8211; felice grimaldello che ti permette di aprire le mistiche case dell&#8217;anima- racchiudere brani notevoli di mistero: di quel mistero illuminato, e illuminante quale ce lo dà la Rivelazione di Gesù Cristo”.<br />
La poesia è, dunque, rivelazione. La grande e “miracolosa” rivelazione che incontro di Eternità dopo la lettera di La Pira, Quasimodo scriverà dei versi di una pregnanza religiosa ricca di contenuti mistici:<br />
“Mi trovi deserto, Signore,<br />
nel tuo giorno,<br />
serrato ad ogni luce.<br />
Di te privo spauro,<br />
perduta strada d’amore,<br />
e non m’é grazia<br />
nemmeno trepido cantarmi<br />
che fa secche mie voglie.<br />
T’ho amato e battuto;<br />
si china il giorno<br />
e colgo ombre dai cieli:<br />
che tristezza il mio cuore<br />
di carne!”.<br />
Il titolo iniziale era, appunto, “Confessione” e successivamente avrà come titolo: “Si china il giorno”. Il loro rapporto durerà sino alla morte di Quasimodo e La Pira lo consegnerà alla sua quotidiana preghiera. Ma quasi tutta la poesia di Quasimodo ha una tensione spirituale.<br />
Una spiritualità che accompagnerà sia la raffinatezza del linguaggio in termini estetici sia l’ontologia della parola che risulterà sempre più ardente metafisica dell’Incontro. Quasimodo era nato a Modica il 20 agosto del 1901 e morto a Napoli il 14 giugno del 1968. Giorgio La Pira era nato a Pozzallo il 9 gennaio del 1904 e morto a Firenze il 5 novembre del 1977.<br />
Due cittadine ragusane a distanze di non più di 16 chilometri.<br />
La Pira, quasi a conclusione della sua missiva del 1930, trovava in Quasimodo:<br />
“…Ormai non cerchiamo che le cose del cielo: al cielo è rivolto il nostro cuore: e canta in esso e pesa in esso tutto l&#8217;amore eterno della nostra patria sospirata! La Gerusalemme celeste!”.<br />
La poesia non è forse una Gerusalemme Liberata?<br />
Giorgio La Pira resta il primo e sincero lettore della spiritualità poetica e umana di Salvatore Quasimodo, Nobel 1959.<br />
Lettera di Giorgio La Pira a Salvatore Quasimodo. 1930:<br />
“A quelli che non credono in Cristo rispondiamo con quest&#8217;unico argomento: Cristo solamente poteva compiere questo divinissimo miracolo della mia interiore resurrezione: Egli solo poteva aprirmi le porte del gaudio e dell&#8217;esultanza: Egli solo Dio fatto uomo -poteva rendere alla mia anima una verginità che la rende più splendente degli Angeli!<br />
Ed in quest&#8217;amore pieno e confidente per Gesù rinnova con frequenza i tuoi giorni.<br />
Tu l&#8217;avrai certamente ricevuto nel tuo cuore, pane di vita, il Signore Sacramentato: ebbene, abitua la tua anima ad avere più fame di questo pane: a sempre più dissetarsi a questa fonte d&#8217;acqua eterna!<br />
Uniti nel comune sentimento di immensa gratitudine, con l&#8217;animo esultante di speranze immortali, cantiamo assieme agli Angeli: Alleluia, Alleluia!”.<br />
Un viaggio spirituale che ci pone oltre le parole. Ci viaggia nell’anima. I linguaggi sono oltre. sempre. Resta la Contemplazione.<br />
Contemplazione! La poesia attraversa il reale per vivere metafisicamente il senso e l’ascolto della contemplazione. Un atto appunto di una religiosità che diventa abbraccio. Distante da forme fenomenologiche. Intriso di ontologia ma dentro il mistero e il canto lirico. Una preghiera.</p>
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		<title>Giuseppe Troccoli a 125 dalla nascita e a 40 anni dal Premio nazionale Troccoli Magna Grecia. Una appartenenza identitaria</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/11/giuseppe-troccoli-a-125-dalla-nascita-e-a-40-anni-dal-premio-nazionale-troccoli-magna-grecia-una-appartenenza-identitaria/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=giuseppe-troccoli-a-125-dalla-nascita-e-a-40-anni-dal-premio-nazionale-troccoli-magna-grecia-una-appartenenza-identitaria</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 18:42:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Selvaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Troccoli]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Magna Grecia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/troccoli-cover.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/troccoli-cover.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/troccoli-cover-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Vita e letteratura. Storia ed emozione. Al centro due personalità storiche del mondo culturale meridionale. Giuseppe Troccoli e il giornalista e scrittore Giuseppe Selvaggi .Un dialogo costante tra due intellettuali&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/05/11/giuseppe-troccoli-a-125-dalla-nascita-e-a-40-anni-dal-premio-nazionale-troccoli-magna-grecia-una-appartenenza-identitaria/">Giuseppe Troccoli a 125 dalla nascita e a 40 anni dal Premio nazionale Troccoli Magna Grecia. Una appartenenza identitaria</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em><strong>Vita e letteratura. Storia ed emozione. Al centro due personalità storiche del mondo culturale meridionale. Giuseppe Troccoli e il giornalista e scrittore Giuseppe Selvaggi .Un dialogo costante tra due intellettuali e tra due poeti che hanno segnato il corso letterario calabrese e meridionale di questi anni. Tra loro ci fu sempre un dialogo molto aperto. Linguaggi importati e scrittura tra letteratura e giornalismo.Di questo ho parlato nei miei libri su Troccoli e nel mio libro su Selvaggi.  </strong></em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un legame stretto tra letteratura, storia e giornalismo.  Siamo a <strong>40 anni</strong> dal <strong>Premio Troccoli Magna Grecia</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-121623" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/image-1-752x440-1-300x176.png" alt="" width="300" height="176" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/image-1-752x440-1-300x176.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/image-1-752x440-1-585x342.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/image-1-752x440-1.png 752w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Ma siamo anche a <strong>125 anni</strong> dalla nascita dello scrittore che ha dato il nome al premio stesso. Una riflessione è necessaria su dei parametri che pongono al centro due personalità storiche del mondo culturale meridionale. Lo stesso <strong>Giuseppe Troccoli</strong> e il giornalista e scrittore <strong>Giuseppe Selvaggi</strong> (Cassano Ionio, Cosenza, 1923 -Roma, 2004) in un contesto che è quello della Magna Grecia. Ci sono delle corrispondenze e confessioni tra scrittori meridionali che hanno lasciato la loro terra ma non si sono mai distaccati da quelle origini che sono identità e appartenenza. Appunto Troccoli e Selvaggi.</p>
<p>In una confessione rilasciata da <strong>Giuseppe Troccol</strong>i, (Lauropoli – Cosenza, 1901 – Firenze, 1962), uno scrittore che ha raccontato il tempo e i paesi del Sud, a <strong>Giuseppe Selvaggi</strong>, e pubblicata dallo stesso Selvaggi in un articolo apparso su “il Tempo” dei 28 ottobre 1951, si parla del Sud e della Calabria. Una Calabria che non c’è più ma  una Calabria il cui sentire nostalgico ci porta indubbiamente al tempo dei ricordi.</p>
<p>Troccoli aveva pubblicato il libro di racconti dal titolo: Lauropoli.<br />
Alla domanda di Selvaggi che chiedeva: “Come ha visto il suo paese natale per il romanzo Lauropoli, dalla Toscana?”. Troccoli così rispondeva: “in maniera semplicissima: attraverso il ricordo suscitato in me, nel turbine della guerra, per legge di contrasto. Ero sfollato in un paese di montagna e specie dopo l’8 settembre, le notizie tragiche si susseguivano con crescendo pauroso”. Spaccati di storia e di letteratura. Un intreccio importante.<br />
E ancora Troccoli: “Sedato nel dolore che tutti soffrivano in quei momenti, costretto nei mesi successivi a starmene tappato in casa, trovai conforto e sollievo nel riprendere le pagine dei mio manoscritto, sapendomi con l’animo nell’epoca felice della mia fanciullezza. Così rividi, potrei dire, casa per casa, vicolo per vicolo, il mio paese natale, nei suoi personaggi, nella sua vita quotidiana semplice e molteplice a un tempo nella sua atmosfera tanto più incantata quanto più essa rappresentava un mondo insensibilmente passato per sempre”.<br />
La favola della Calabria, vista da Firenze, dava l’immagine di una terra, come lo stesso Selvaggi annota, i cui segni sono mítici, antichi e favolosi. E con la Calabria Troccoli ebbe sempre un dolce rapporto. Oltre ai suoi testi ciò è testimoniato dalla corrispondenza che mantenne proprio con Selvaggi.<br />
A Troccoli è dedicato il “Premio Troccoli – Magna Grecia” diretto da Martino Zuccaro la cui consegna dei riconoscimenti, quest’anno, a 40 anni dalla prima edizione, è fissata per sabato 30 maggio al Teatro di Cassano Ionio.<br />
Ci sono dunque lettere che risalgono al 1939. In una, datata Firenze, 24. 11. 1945, annota scrivendo a Selvaggi: “Andrai in Calabria per Natale? Io sì. Passando per Roma, t’avvertirò se mai ci si possa vedere almeno alla stazione”.</p>
<p>Tra Troccoli e Selvaggi ci fu sempre un dialogo molto aperto. Vita e letteratura. Storia ed emozione. Linguaggi importati e scrittura tra letteratura e giornalismo. Dalle lettere di Troccoli a Selvaggi si può evincere anche lo stato d’animo con il quale il Troccoli lavorava e preparava i suoi libri. Erano rispettosi amici e si stimavamo.<br />
Un breve epistolario del quale ho già parlato in altri ambienti, che,  comunque,  ci dà la dimensione di un dialogo costante tra due intellettuali e tra due poeti che hanno segnato il corso letterario calabrese e meridionale di questi anni.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-121626 " src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/7f12e82e-53a5-4d9f-b6de-f73b0cb11733-e1778524878926.jpeg" alt="" width="312" height="457" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/7f12e82e-53a5-4d9f-b6de-f73b0cb11733-e1778524878926.jpeg 256w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/05/7f12e82e-53a5-4d9f-b6de-f73b0cb11733-e1778524878926-205x300.jpeg 205w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /><br />
In un passo di una lettera datata Firenze 3. 12. 1945 si legge: “Spero rivederti a Roma al più presto. Mandami, per piacere, il recapito preciso di Alvaro, che mi saluterai alla prima occasione. (… ) lo sono intento all’ultima revisione dei miei manoscritti: Verga (studio) e L’ombra chenella mente posso (liriche)”.<br />
In una dedica al Purgatorio dantesco Troccoli incide: “A Giuseppe Selvaggi, con affetto di compaesano e di amico”.<br />
Era il 1951. Il sentimento di appartenenza è certamente un valore. Un valore forte che passa attraverso il recupero di quel tempo perduto che si fa identità.<br />
In Selvaggi, appunto, Troccoli trovava quella “paesanità” che lo portava alle sue origini, alle sue radici, al suo mondo dell’infanzia e della fanciullezza.<br />
Sempre nell’articolo dei 1951 (apparso su “il Tempo”) Selvaggi annotava, riferendosi a Lauropoli e in particolare ai personaggi che vi campeggiano, delle sottolineature che hanno un senso non solo letterario: “Tutte queste figure sono la Calabria , è fatta così la Calabria : un ammasso di figure umane contorte dalla miseria, dalla superstizione, dalla vanità dei piccoli casati paesani, dal dolore accumulato in secoli di rinunzie, contorte dalla necessità di andare lontano (…)”. Una chiosa molto bella.<br />
E ancora è importante questo inciso di Selvaggi al mondo di Troccoli, che era lo stesso mondo di Selvaggi: “i calabresi nel mondo: quegli esuli che siamo tutti noi fuori dalla Calabria, che con una rapidità assimiliamo quello che nelle altre regioni troviamo di utile alla nostra affermazione di uomini. Nasce così quello stacco evidente che un calabrese riesce a produrre nella propria vita e negli usi con un semplice viaggio oltre i monti della Lucania”.<br />
Un rapporto, allora, tra corregionali legati da un unico interesse che è quello del senso di una appartenenza i cui valori di fondo diventano non solo testimonianza ma espressione letteraria. Un rapporto, inoltre, anche tra due generazioni. Generazioni che hanno vissuto l’età della diaspora e hanno raccontato il dolore della separazione, un dolore che si è fatto consapevolezza ma anche mistero.<br />
<strong>Giuseppe Troccoli</strong> era nato il 1901 e morto il 1962 in Terra di Magna Grecia e <strong>Giuseppe Selvaggi,</strong> nato sempre nella Piana di Sibari, a Cassano Ionio nel 1923 e morto a Roma nel 2004. Una scrittore “tradizionale” per ciò che riguarda quella letteratura tesa tra la ricostruzione di una geografia realista del luogo e del contesto sociale in un impianto meta-storico nel quale i personaggi sono sempre espressione di un processo in cui l’ambiente costituisce la centralità delle dinamiche narrative. Così la Calabria di Troccoli e Selvaggi, che si racconta tra favola, cronaca, miti e realtà.<br />
Il Premio ha dato un notevole impulso a rileggere non solo la storia della cultura meridionale e calabrese ma è servito e serve a vivere un paesaggio di memoria e di futuro sulle basi della cultura. Un impegno a tutto tondo nell&#8217;dentità di un mediterraneo inclusivo. Di questo ne ho parlato nei miei libri su Troccoli e mel mio libro su Selvaggi.</p>
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