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	<title>Pierfranco Bruni saggista, antropologo, Autore presso lafrecciaweb.it</title>
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		<title>Nella laicità santa di Francesco. La Provvidenza come dono divino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 06:54:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco d'Assisi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="500" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2.png 600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2-300x250.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2-585x488.png 585w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>Francesco è il più grande rivoluzionario dell&#8217;Occidente perché riporta il Vangelo dentro la polvere. Dentro le piaghe. Dentro gli occhi del lupo e del lebbroso. Se non custodisci la terra,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/04/nella-laicita-santa-di-francesco-la-provvidenza-come-dono-divino/">Nella laicità santa di Francesco. La Provvidenza come dono divino</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="600" height="500" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2.png 600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2-300x250.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-2-585x488.png 585w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p><blockquote><p>Francesco è il più grande rivoluzionario dell&#8217;Occidente perché riporta il Vangelo dentro la polvere. Dentro le piaghe. Dentro gli occhi del lupo e del lebbroso. Se non custodisci la terra, non custodisci l&#8217;uomo. Se profani la Natura, profani Dio. La sua lezione laica parte dal custodire…</p></blockquote>
<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Il coraggio o è esemplare e lascia un segno tangibile o non è coraggio. Porto con me da anni lunghi Francesco d’Assisi. Da giovane appena laureato, direi giovanissimo, mi sono recato ad Assisi. Ho fatto visita alla tomba di Francesco. Lì abbiamo deciso di sposarci. Un richiamo forte. Ho organizzato il matrimonio tutto da solo. Erano tempi di un&#8217;altra età. Certamente. Mi ha guidato Francesco. Ad Assisi ci ritorno spesso. Ad Assisi con mia moglie ci ritorniamo spesso. Non è un atto soltanto di devozione. È un richiamo forte. Perchè i richiami bisogna ascoltarli. Bisogna viverli. Bisogna custodirli. La mia andata per la prima volta ad Assisi, da Roma come universitario fuori sede perché le mie origini sono calabresi, è stato in viaggio laico. Da laico nella laicità del pensiero. In questo passaggio il sacro è diventato dominante. In tutto questo c&#8217;è una voce sottesa che è quella della Provvidenza. Il vero cammino del laico che ha fede. Agostino ci regala una visione che ha un carisma metaforico importante: &#8220;Niente accade in questo mondo che non sia disposto o permesso dalla Provvidenza divina&#8221;. È un viaggio insondabile. Vero. Dalla laicità del laico alla sacralità del credente. Ma la vita è mistero. Se non è mistero a cosa servirebbero i combattimenti. La buona battaglia paolina è anche qui. Allora&#8230; Francesco: “I combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha un coraggio esemplare”. San Francesco d&#8217;Assisi può essere letto in forma laica? Certamente sì. Perché il senso del creato, in Francesco, è in stretta comparazione con la Natura. Ovvero Natura come paesaggio e come inviolabilità della vita. Non solo oltre la morte. Ma nella vita. Qui. Ora. Nell&#8217;immanenza che si fa trascendenza senza mai tradire la terra. Mi sembra che questo sia un segno bello, importante e metafisico. Proprio tra vita e terra si realizza la metafisica di Francesco. Una metafisica che non sale, ma scende. Che si china. Che tocca. In realtà Francesco è il più grande rivoluzionario dell&#8217;Occidente perché riporta il Vangelo dentro la polvere. Dentro le piaghe. Dentro gli occhi del lupo e del lebbroso. Una delle frasi più forti, più laceranti, più laiche che san Francesco abbia mai pronunciato è questa: &#8220;Io, frate Francesco, ho fatto la mia parte, la vostra ve la insegni Cristo&#8221;. È il testamento di un uomo che ha capito che l&#8217;istituzione avrebbe tradito il carisma, che la struttura avrebbe soffocato la profezia. Osserva Jacques Dalarun, che coglie il nodo con precisione: &#8220;&#8230;la riedizione del destino della Cristianità: tra insegnamento del Vangelo e necessità di istituire una Chiesa, come tra il carisma del santo fondatore&#8230; e la necessità, per una fondazione, per un Ordine di vivere queste esigenze giorno per giorno. Tutto sommato ciò che viene svelato in maniera frammentaria nella morte del santo fondatore, è la difficoltà, il paradosso o la sfida che costituisce l&#8217;esistenza stessa di una società cristiana&#8221;. Dalarun sembra voler dire che la morte di Francesco svela il paradosso di una società cristiana che non riesce a vivere cristianamente. L&#8217;Ordine che sopravvive al Fondatore tradendolo per sopravvivere. È la storia di tutti gli Ordini. È la storia della Chiesa stessa. Perché secondo Dalarun: &#8220;Francesco non cambiò il mondo con una dottrina. Lo cambiò mostrando che il Vangelo poteva essere vissuto fino in fondo&#8221;. Francesco muore spogliato. Letteralmente. Vuole morire nudo sulla terra nuda. Dunque, è teologia laica. È metafisica della terra. Restituisce alla terra ciò che la terra gli ha dato. A tal proposito Leonardo Boff, che ha compreso fino in fondo lo scandalo, chiosa: &#8220;&#8230;pensare e agire nel contesto di una proposta integralmente cristiana – a pieno titolo all&#8217;interno della sua tradizione, dei suoi dogmi, dei suoi riti – e nondimeno aver proiettato tale sua visione su uno sfondo più ampio, più comprensivo, tale da essere in grado di parlare ad ogni uomo, religioso o laico che sia. In ciò sta lo scandalo e il paradosso di Francesco, che tante interpretazioni divergenti ha suscitato&#8221;. Lo scandalo e il paradosso. Ecco le due parole chiave. Non sono contraddizioni. È ontologia nel mistero. È metafisica del tempo cristologico. Anzi cristocentrico. Francesco è scandaloso perché è integralmente cristiano e proprio per questo è universalmente laico. Parla ad ogni uomo. La sua cattolicità è cosmica, non confessionale. La sua laicità non è quella dei laicisti. È una laicità più profonda, più antica, più radicale. È la laicità del Cantico. Fratello Sole, Sorella Luna, Fratello Vento, Sorella Acqua, Fratello Fuoco, nostra Madre Terra. Non c&#8217;è gerarchia. C&#8217;è fratellanza. Non c&#8217;è dominio sulla Natura. C&#8217;è appartenenza alla Natura. È mistero dentro l&#8217;uomo orante. La sua metafisica ci dice che la terra non è un luogo da attraversare per andare in cielo. La terra è il cielo che comincia. La vita non è uno spazio d&#8217;attesa per l&#8217;aldilà. La vita è il luogo dove si gioca e si intreccia tutto. Francesco laico è il Francesco più vero. Il Francesco che non ha bisogno di miracoli per essere credibile. Ha bisogno di coerenza. E la sua coerenza è stata totale. Ha scelto la povertà non come mortificazione, ma come libertà. Solo chi non possiede nulla non può essere ricattato da nulla. In un tempo di crisi e macerie, di guerre per le terre rare, di territori devastati, di vite inviolabili violate ogni giorno, Francesco ci parla di un fatto semplicissimo e rivoluzionario. Se non custodisci la terra, non custodisci l&#8217;uomo. Se profani la Natura, profani Dio. La sua lezione laica parte dal custodire. Tra vita e terra perché secondo Leonardo Boff: &#8220;Senza la fraternità reale, mai arriveremo a formare la famiglia umana che abita la sorella e Madre Terra&#8221;. Un inciso molto attuale che lo riporta nel nostro tempo. Un tempo che dovrebbe rileggere Francesco: &#8220;La povertà consiste nel non fare più caso al denaro che alla polvere della strada&#8221;. Con i sandali ha percorso le sue strade testimoniandosi. Occorre lasciare testimonianze d&#8217;amore e di carità. Il suo insegnamento ha la spiritualità della Provvidenza. Credo nella Provvidenza. Salva. La Provvidenza salva. Non ho mai badato al denaro. Cammino sempre senza mai avere denaro in tasca. Non è una scelta. È una distrazione? Ma le distrazioni sono il sale delle onde che sfuggendo dal mare si intagliano negli scogli. Gli scogli sono grotte case abitati. Vorrei soltanto che Francesco mi desse ancora il sorriso per poter incontrare gli anni che ancora mi saranno dati come dono. Tutto è un dono. Anche l&#8217;essere laico nella fede. San Francesco sa. Il laico che ha vissuto la laicità e lungo la vita la conversazione ha abitato il sacro e il sacro la santità. Un segno impareggiabile che è diventato quel gesto in cui la parola ha tracciato il canto della preghiera che permette di illuminare le tenebre. Un vero chiaro nel bosco. Nel coraggio si diventa esemplari. Credere nella Provvidenza è credere nella salvezza. San Francesco di Paola, che porta il nome di Francesco d&#8217;Assisi per dono della madre, ha sottolineato: &#8220;Camminare significa lasciare ciò che pesa, affidarsi alla Provvidenza e andare avanti&#8221;. È questo in fondo il monito che sembra mi accompagna</p>
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		<title>UN CENTENARIO AL CENTRO DELLA CRISTIANITÀ. LUNGO I PASSI DI GIUSEPPE MOSCATI </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 16:35:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Moscati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-300x257.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-585x501.jpg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Moscati è un Santo nel nostro tempo e mostrarlo spesso con il camice bianco, nelle &#8220;icone&#8221; tradizionali, è la testimonianza di una fisicità quotidiana che si perde comunque nel senso&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/03/un-centenario-al-centro-della-cristianita-lungo-i-passi-di-giuseppe-moscati/">UN CENTENARIO AL CENTRO DELLA CRISTIANITÀ. LUNGO I PASSI DI GIUSEPPE MOSCATI </a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="700" height="600" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati.jpg 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-300x257.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/moscati-585x501.jpg 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p><blockquote><p>Moscati è un Santo nel nostro tempo e mostrarlo spesso con il camice bianco, nelle &#8220;icone&#8221; tradizionali, è la testimonianza di una fisicità quotidiana che si perde comunque nel senso dello sguardo. E non ha bisogno dello specchio. Il Santo che non proviene dal mondo ecclesiale — San Paolo e Agostino sono l&#8217;incipit di un tracciato nel quale la vita vissuta non si perde ma si trasfigura — è l&#8217;umanità della preghiera che non si impone ma che diventa orizzonte sacro della preghiera. Un Santo del nostro tempo? Direi un nostro contemporaneo.</p>
<p>Pierfranco Bruni</p></blockquote>
<p>Lungo i passi di San Giuseppe Moscati e verso il centenario della morte. Si apre così una visione precisa del medico e del Santo.<br />
Un cammino religioso profondo tra antropologia e vissuto. Giuseppe Moscati è nato a Benevento il 25 luglio 1880 e morto a Napoli il 12 aprile 1927. Un percorso nella sua santità e nelle nostre esistenze. Ho scritto tanto su San Giuseppe Moscati. Per le Celebrazioni 2027 sarà pubblicato un nuovo testo che riguarderà spiritualità e misticismo. Ci sono fili che legano e intrecciano e non dimenticano. Mai si dimentica. Un ricordo che è un quotidiano sempre.<br />
Una cronaca. Dettagli di una cristianità. Dunque. Gesù Nuovo. Napoli. Chiesa di San Giuseppe Moscati. È una preghiera costante per chi ha dedicato un libro al medico santo. Il tempo sembra non mutare nulla ma forse ci illudiamo di mutarlo noi. L&#8217;illusione potrebbe raggiungere il delirio ma c&#8217;è la fede in Cristo che ci restituisce il valore della pietà, dell&#8217;attesa e della speranza. San Giuseppe Moscati è una costante e mi pone sempre nella prospettiva dell&#8217;attesa. La scienza, la filosofia, il sacro. E per chi cerca di andare anche oltre il sentimento della contemplazione resta sempre la saggezza e la grande misericordia.<br />
Ricordo spesso una frase di Santa Giuseppina Bakhita: “Sono stanca perché ho due valigie da portare, tutt&#8217;e due pesanti. Una è mia, piena di debiti; l&#8217;altra è piena di meriti di Gesù. Appena sarò sulla porta del Paradiso, coprirò i miei debiti con i meriti della Madonna. Poi aprirò l&#8217;altra valigia e dirò: &#8216;Eterno Padre, ora giudicate per quello che vedete&#8217;”. E spesso pensando a San Giuseppe Moscati mi giungono le parole di Bakhita.<br />
Nella spiritualità del mistero cammina la religiosità che ha i suoi dubbi e le sue verità. Il mistico non ha certezze. Cerca la verità. Chiede, anzi, alla verità di farsi ascoltare soprattutto nei tempi dell&#8217;inquieto vivere come armonia e tremore — Kierkegaard — sia come tragico sentire la vita — Unamuno. La religiosità è dentro la filosofia. Agostino ha precorso i tempi della nostalgia dell&#8217;uomo ma ha anche recuperato il dimenticato. Il mistico e lo &#8220;sciamano&#8221;. Sono due figure che interiorizzano il sentire, l&#8217;ascoltare, il donare. La religiosità dei popoli che è fatta di antropologia ha le sue memorie e i suoi radicamenti. Dal Tibet alla Mecca, da Gerusalemme a Roma. Ma nella profondità di questo &#8220;esercizio&#8221; spirituale mi ritorna la figura carismatica di San Giuseppe Moscati.<br />
La domanda si pone. Perché Giuseppe Moscati? Non è perché ho scritto diverse pagine su questo uomo santo, non è perché il destino — e uso un concetto poco cristiano — lo intreccia ad una data fondamentale, il 1927, che è la cifra, in termini alchemici, per me quasi &#8220;cabalistica&#8221;, non è perché il mio maestro di letteratura lo ha cucito sulla mia pelle e tra gli incavi del mio cuore. Perché, forse, il suo sguardo, nel suo sguardo, mi porta alla serenità contemplante dell&#8217;accettazione e alla profezia che è oltre la speranza. Infatti in Moscati profezia e speranza sono un fraseggio dell&#8217;anima. Un uomo che ha la capacità di assentarsi dalla scienza — perché va oltre gli illuminismi e il post-illuminismo — pur praticandola offrendosi al dono della fede, come mistero e non teologia, è già dentro il mistico che lega il cristiano non al mondo ebraico ma alla contemplazione della preghiera coranica. Nelle sue parole il dato biblico è un incontrare costante con la visione gibranica del Corano.</p>
<p>Moscati è un Santo nel nostro tempo e mostrarlo spesso con il camice bianco, nelle &#8220;icone&#8221; tradizionali, è la testimonianza di una fisicità quotidiana che si perde comunque nel senso dello sguardo. E non ha bisogno dello specchio. Il Santo che non proviene dal mondo ecclesiale — San Paolo e Agostino sono l&#8217;incipit di un tracciato nel quale la vita vissuta non si perde ma si trasfigura — è l&#8217;umanità della preghiera che non si impone ma che diventa orizzonte sacro della preghiera. Un Santo del nostro tempo? Direi un nostro contemporaneo.<br />
Il Cristiano e l&#8217;Islam, nella cultura laica, sono nella santità del dialogo della vicinanza. Ciò che uccide il mistero è, a volte, la teologia. Il sacro è il respiro dell&#8217;anima. È il sentire e non l&#8217;ascoltare. Il sacro è l&#8217;emozione nel sentire. La teologia è l&#8217;ascoltare non trasgredendo le regole. Il mistero non ha regole. Perché il mistico vive nella ricerca della verità convivendo con il dubbio non della fede in Dio ma in quel dubbio pascaliano — che è deserto e risveglio — ripreso da Mauriac in tempo di crolli esistenziali della coscienza.<br />
San Giuseppe Moscati è sì un santo popolare, ma questo concetto di vivere il sentimento del &#8220;popolare&#8221; lo pone non nella dimensione della ragione. Anzi lo allontana dalla ragione. D&#8217;altronde il suo colloquiare con Bartolo Longo, e Pompei è una testimonianza, resta una testimonianza ontologica in quella metafisica fatta di azioni come è la storia di Natuzza Evolo — della quale ho avuto modo già di parlare. A volte è come se la fede e il mistero si svolgessero fuori dalle Chiese. Io che non vivo la Chiesa come teologia e come Regola cerco di leggere in Moscati il Santo del popolare che lega il travaglio di Padre Pio e il conflitto subìto da Natuzza.<br />
Il Santo è oltre la Chiesa istituzione pur restando nella Chiesa misericordia. La Napoli di San Giuseppe Moscati non è la Napoli della Chiesa istituzione, ma piuttosto la Napoli della santità popolare che non si pone come uomo di &#8220;teologali&#8221; atti ma come mistero, fede e carità. La sua azione è una costante misericordia. Se si può tentare un confronto, oggi, con Natuzza è che Moscati fa della sua fede un esercizio nelle azioni mentre Natuzza è la spiritualità che si fa profezia. Così entrambi vivono dentro una antropologia dell&#8217;umanesimo popolare che ha come punto di riferimento &#8220;nel nome di Cristo in Dio&#8221;, insegnamento paolino fondamentale. Ma non c&#8217;è dubbio che Moscati vede nella Chiesa il punto di riferimento alto. Natuzza, invece, pur nel suo sentiero mistico, è allontanata dalla Chiesa istituzione e subisce le mortificazioni e le ferite nel sacrificio che ha subito Padre Pio con una differenza di fondo. Natuzza è una laica. Padre Pio no. Moscati è l&#8217;equilibrio nella santità raggiunta.<br />
Diceva Bakhita: &#8220;Guardate e vedete quanto misteriose sono le vie della Provvidenza di Dio e quando grande è la Sua misericordia&#8221;. Quella misericordia nelle azioni e nelle parole di Moscati. Quella misericordia negli angeli di Natuzza. Quella misericordia nella grazia di Padre Pio. In fondo in Moscati c&#8217;è lo stesso filo che lega Bakhita alla sofferenza del suo popolo. Una sofferenza che si risolve nella Provvidenza. Lungo le ricordanze del centenario ritorneranno figure, personaggi, città e pensieri. Moscati è il riferimento che unisce il viaggio francescano al mondo paolino. Senza mai dimenticare che la religiosità di Moscati è rivelazione di una profonda antropologia dell&#8217;umanesimo. Qui il laico incontra la Provvidenza. Si fa salvezza. Si fa misericordia. Un nuovo lavoro dentro il cammino cristiano.</p>
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		<title>La scomparsa di Enzo Bianchi. Il monaco di Bose incontrato nel 2010</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 21:03:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Bianchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="600" height="500" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1.png 600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1-300x250.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1-585x488.png 585w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<p>Enzo Bianchi è stato un cristiano di confine. E il confine, nel Mediterraneo, è soglia. L’ho imcontrato nel 2010, piu’ volte. Un uomo paolino, un uomo di frontiera, una personalità&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/09/01/la-scomparsa-enzo-bianchi-il-monaco-di-bose-incontrato-nel-2010/">La scomparsa di Enzo Bianchi. Il monaco di Bose incontrato nel 2010</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="600" height="500" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1.png 600w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1-300x250.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/09/Untitled-design-1-585x488.png 585w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p><blockquote><p>Enzo Bianchi è stato un cristiano di confine. E il confine, nel Mediterraneo, è soglia. L’ho imcontrato nel 2010, piu’ volte. Un uomo paolino, un uomo di frontiera, una personalità cristiana oltre gli schemi. Una pagina opaca l’allontanamento da Bose, la comunità da lui fondata nel 1965 e divenuta uno dei luoghi più alti dell’ecumenismo europeo. «A noi cristiani non bastano i riti, serve l’adesione del cuore e dell’intelletto». Tra Logos greco e Verbum cristiano, resta la lezione di una fede pensata e di una cristianità vissuta.</p></blockquote>
<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Un monaco. Una comunità. Senza Enzo Bianchi non ci sarebbe stata Bose. Vero. Ora  Enzo Bianchi è scomparso dalla vita terrena. La notizia ha attraversato questo primo settembre del 2026 come una lama sottile. Senza clamore. Come se ne vanno i monaci veri. Nel silenzio. E il silenzio, quando muore un monaco, diventa più denso. Bianchi era nato nel 1943. Apparteneva a quella generazione che ha creduto ancora che la parola potesse essere testimonianza.<br />
L&#8217;ho incontrato nel 2010. Più volte. Ero dentro la scrittura del mio libro su San Paolo. Paolo di Tarso, l&#8217;apostolo delle genti, l&#8217;uomo del Mediterraneo inquieto, l&#8217;uomo della frontiera tra Ebraismo e Cristianità.  Tra Logos greco e Verbum cristiano. Enzo  Bianchi mi apparve subito come un uomo paolino. Ovvero un uomo di frontiera. Forte personalità. Cristiana oltre gli schemi. Oltre il vivere teologico come esercizio di potere. Ma dentro, fino in fondo, visceralmente dentro, il mondo monastico. Non come fuga. Come radicamento. Come permanenza.<br />
Enzo Bianchi è stato un cristiano di confine. E il confine, nel Mediterraneo, non è mai separazione. È soglia. È luogo dell&#8217;incontro. Infatti la sua cristianità non è stata devozione. È stata pensiero. Pensiero che diventa preghiera. Preghiera che diventa pensiero. Ha saputo  guardare l&#8217;Occidente con gli occhi disincantati del saggista e l&#8217;Oriente con l&#8217;inquietudine dell&#8217;antropologo dell&#8217;anima. Ha saputo leggere le strategie dell&#8217;anima occidentale, stanca e smarrita, e le vie sapienziali degli Orienti. In questo senso è stato un erede dei Padri. Di quei Padri del deserto che sapevano che il deserto non è luogo geografico ma condizione metafisica.<br />
Il suo rapporto difficile con il Vaticano sotto il pontificato di Papa Francesco. L&#8217;allontanamento da Bose. Quella comunità che lui aveva fondato nel 1965 in una cascina disabitata, rendendola uno dei luoghi più alti dell&#8217;ecumenismo europeo, laboratorio di cristianità vissuta. Una fase complessa, mai chiarita fino in fondo, mai compresa. Una pagina opaca. Lo dico con franchezza mediterranea. La gestione di Bergoglio ha mal gestito la questione. Non si allontana una personalità come Enzo Bianchi con un provvedimento disciplinare. Non si rimuove un fondatore come si rimuove un funzionario. La Chiesa, a volte, è anche questo. Ovvero  una istituzione che ha paura dei suoi profeti.<br />
Cosa resta della sua cristianità? Resta una parola nuda. A leggerlo oggi ci lascia: &#8220;A noi cristiani non bastano i riti, serve l&#8217;adesione del cuore e dell&#8217;intelletto. Non basta ripetere formule di cui non si sa il significato: chi prega deve capire ciò che dice, e in questo senso la riforma liturgica del Concilio Vaticano II è stata fondamentale per una fede più pensata, che non sia solo devozione&#8221;. Fede più pensata. Non fede recitata. È qui la svolta. Enzo Bianchi ci ha ricordato che il cristianesimo non è soltanto rito  liturgico. È adesione. È cuore e intelletto tenuti insieme. È il Concilio Vaticano II inteso non come parentesi. Ma come processo da rivedere. Nel 2006, ne La differenza cristiana, aveva scritto una frase che andrebbe scolpita sulla porta delle nostre Chiese stanche: &#8220;Il vangelo, infatti, ispira sì l&#8217;agire storico dei cristiani, ma è nella stessa storia che diviene comprensibile.<br />
L&#8217;ethos non è dato una volta per sempre, non è calato dall&#8217;alto né normativamente contenuto nei libri, ma è costantemente elaborato nella storia, nel cammino fatto accanto e assieme ad altri uomini&#8221;. Ecco il punto. Il punto nodale. L&#8217;ethos non è norma calata dall&#8217;alto. È cammino. È elaborazione. È storia vissuta accanto agli altri uomini. Non sopra. Accanto. Assieme. È la cristianità come coesistenza. Come convivialità delle differenze. In questa intuizione c&#8217;è l&#8217;uomo del dialogo. L&#8217;uomo di Bose. I suoi libri restano. Resteranno come riferimento per chi vorrà ancora pensare la fede nel tempo della dissoluzione. Gli ultimi libri sono un vero testamento spirituale.<br />
Direi un congedo lento. L&#8217;arte di scegliere. Il discernimento del 2018 è il libro della libertà interiore. Dell&#8217;uomo che deve imparare a scegliere perché scegliere è già pregare. Cosa c&#8217;è di là. Inno alla vita del  2022 è il libro della soglia. Dove la morte non è negata, ma guardata come ultimo atto di vita. Dove va la Chiesa? del 2023 è l&#8217;interrogazione più lacerante. Dove va questa Chiesa tra sinodalità annunciata e solitudini concrete? Fino a L&#8217;arte della preghiera del  2024 che è il suo vero lascito mistico: &#8220;Comprendiamo bene noi cristiani che pregare in modo autentico non coincide con un fare, un recitare preghiere.<br />
La preghiera coinvolge l’essere non il fare, non è un’attività tra le altre ma una dimensione, uno spazio in cui penetrare, è una relazione viva che si nutre di scoperte, nuove conoscenze, crescita dell’amore&#8221;. Non il fare. L&#8217;essere. La preghiera non è attività. È dimensione. È spazio in cui penetrare. È relazione viva. L&#8217;amore al centro e la preghiera nel cuore. È la lezione più alta del monachesimo che incontra l&#8217;inquietudine dell&#8217;uomo contemporaneo. E come non ricordare quella pagina de Le vie della felicità del 2010, dove la sua intuizione francescana si fa antropologia cristiana: &#8220;Il santo è l&#8217;uomo nuovo, quello che vive secondo il modello lasciato da Gesù Cristo; è l&#8217;uomo delle beatitudini; è l&#8217;uomo spogliatosi dal proprio egoismo, che vive per Dio e per gli altri; è l&#8217;uomo trasfigurato. È l&#8217;uomo veramente e pienamente umano&#8221;. Veramente e pienamente umano.<br />
Umanesimo cristiano. Dunque. Umanità trasfigurata. Negli ultimi anni Bianchi aveva scelto la solitudine della meditazione. Non isolamento. Solitudine come condizione dell&#8217;ascolto. Dal suo eremo non giungeva più rumore, ma parola essenziale. Oggi ci consegna una responsabilità che resta quella di custodire una cristianità inquieta, pensata, mediterranea, capace di stare dentro la storia senza farsi mondo.<br />
Enzo Bianchi è stato un monaco che ha creduto che il Vangelo si fa comprensibile solo camminando accanto agli uomini. Una lezione che viene da San Francesco. Ha saputo confrontarsi con la contemporaneità partendo dalla tradizione dei monaci. Tutte le polemiche contro il suo non tradizionalismo non sussistono.</p>
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		<title>GIUSEPPE BERTO O IL TEATRO DELLA DISSOLVENZA. MALE OSCURO, GLORIA, ANONIMO VENEZIANO: LA TRILOGIA DEL PERDONO IMPOSSIBILE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Berto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="700" height="550" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Untitled-design-2.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Untitled-design-2.png 700w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Untitled-design-2-300x236.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Untitled-design-2-585x460.png 585w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p>Non smetterò di leggere Berto.  Non smetterò di scrivere di Giuseppe Berto. Deve finire così, ogni discorso su Berto.Con un atto di fede laica. di Pierfranco Bruni Il primo approccio&#8230;</p>
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<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Il primo approccio fu negli anni Settanta. Con il film Anonimo veneziano. Successivamente con la sceneggiatura. Poi von lettura e rilettura del breve romanzo. Nel 1978 arrivò La Gloria. Discussioni tante. Ero giovanissimo.  Poi il romanzo di metà anni Sessanta. Quel male oscuro che mi ricondusse alla mia Calabria. Insomma una vita passata a leggerlo. Poi vennero i miei libri su di lui e i numerosi saggi. Allora. C&#8217;è uno scrittore, nel Novecento italiano ed europeo, che non ha mai accettato di essere scrittore. Ha accettato di essere colpevole. Ha accettato di essere perduto. Questo scrittore è Giuseppe Berto. E in questo suo accettare la perdizione come destino e come linguaggio, Berto è forse l&#8217;unico scrittore veramente religioso che l&#8217;Italia del secondo Novecento abbia avuto. Non religioso perché credente. Religioso perché disperatamente in cerca di una religiosità che non consola.</p>
<p>In Giuseppe Berto il teatro diventa il palcoscenico dell&#8217;esistenza. Non è una metafora. È una topografia dell&#8217;anima. La vita non è rappresentata a teatro: è teatro. Siamo tutti su un palcoscenico che non abbiamo scelto, con un copione che non abbiamo scritto, davanti a un Dio che forse è il suggeritore e forse è uno spettatore distratto, e forse non c&#8217;è. Ma noi recitiamo lo stesso. Recitiamo fino alla fine, fino alla consunzione del tempo.</p>
<p>Perché in Berto il tempo non scorre. Si erode. È teatro della tensione e della erosione del tempo. È questa l&#8217;immagine che bisogna tenere ferma. Il tempo bertiano non è quello di Proust, che ritrova. Non è quello di Joyce, che dilata. È un tempo che si sbriciola, che si fa calce, che si fa polvere di intonaco. Si erode come si erode una costa calabrese battuta dallo scirocco. E l&#8217;uomo, in questa erosione, non costruisce: si dissolve. L&#8217;anima è suprema dissolvenza. Il male oscuro è del 1964. Ma è un libro fuori dal tempo. Potrebbe essere stato scritto nel 1600 da un mistico spagnolo. Potrebbe essere stato scritto domani da un paziente in analisi. È il libro in cui Berto porta la sua nevrosi sul tavolo anatomico e la seziona, ma mentre la seziona prega. Non prega un Dio. Prega la sua malattia perché gli riveli se ha un&#8217;anima.</p>
<p>Nel cuore del tempo e di una religiosità che si cerca in quel suo male oscuro in cui l&#8217;anima è suprema dissolvenza. Ecco. La religiosità che si cerca. Non che si possiede. Non che si ostenta. Che si cerca. Berto è il cercatore per eccellenza. Cerca come cercavano i Padri del Deserto, ma il suo deserto è una clinica psicanalitica a Roma, il suo deserto è un intestino che non funziona, è un&#8217;angoscia che gli stringe la gola. E lì, in quel male oscuro che i medici chiamano colite, nevrosi, ansia, lui intuisce la presenza di qualcosa che i medici non possono nominare: l&#8217;anima.</p>
<p>L&#8217;anima in Berto non è luce. È ombra che si dissolve. È suprema dissolvenza. È quel che resta quando il corpo ha fallito. Eppure, paradossalmente, è proprio quel fallimento del corpo, quel male oscuro che sale dallo stomaco alla testa, l&#8217;unica prova ontologica che l&#8217;uomo non è solo materia. Se fossi solo materia, non soffrirei così. Soffro, dunque ho un&#8217;anima. È il cogito bertiano. Doloroso, capovolto, anti-cartesiano. Il teatro qui è la stanza d&#8217;analisi. Il lettino è il palcoscenico. L&#8217;analista è il sacerdote che non assolve. E Berto recita il suo male davanti a lui, ma in realtà lo recita davanti a Dio. È una confessione senza assoluzione. È la tensione pura. La tensione tra il voler guarire e il voler soffrire, perché soffrire è l&#8217;unico modo per sentirsi vivi, per sentirsi eletti da qualcosa, anche se da un male.</p>
<p>Quattordici anni dopo, Berto compie il gesto più eretico, più scandaloso, più cristiano della letteratura italiana del Novecento. Scrive La gloria. Qui accade ciò ho definito con una formula che è già teologia: in la gloria in cui Cristo diventa il confessore di Giuda e viceversa.</p>
<p>Bisogna capire la portata di questo rovesciamento. La tradizione cristiana, da duemila anni, ha fatto di Giuda il capro espiatorio necessario. Il traditore. Il venduto. L&#8217;infamia per antonomasia. Dante lo mette nella Giudecca, nel ghiaccio più profondo dell&#8217;Inferno, masticato per l&#8217;eternità da Lucifero. La Chiesa lo ha usato come alibi: se c&#8217;è un traditore, noi siamo i fedeli.</p>
<p>Berto demolisce tutto. Non con un saggio, ma con un romanzo. Con la pietà di un romanziere. Il suo Giuda non tradisce. Adempie. È l&#8217;unico degli apostoli che ha capito davvero cosa Cristo gli sta chiedendo: consegnalo, perché senza consegna non c&#8217;è Passione, senza Passione non c&#8217;è Redenzione. Giuda è l&#8217;unico che ama Cristo abbastanza da accettare di essere odiato per sempre. È il più fedele tra i fedeli, perché accetta l&#8217;infamia eterna per amore del disegno.</p>
<p>E allora, chi deve confessare chi? Chi deve perdonare chi? Nel finale sconvolgente de La gloria, Cristo, risorto, va a cercare Giuda impiccato. Non per condannarlo, ma per chiedergli perdono. Per dirgli: perdonami, fratello, perché ti ho caricato di un peso più grande di te. E Giuda, a sua volta, confessa Cristo: perdonami tu, perché ho dubitato che il tuo amore potesse arrivare fino a me. Il simbolo di Giuda non è tradimento. Ma riconciliare il perduto in perdono.</p>
<p>Questa frase resta  al centro. È la chiave di volta di tutta l&#8217;opera di Berto. E, forse, di tutto il Cristianesimo che verrà. Non c&#8217;è più tradimento, c&#8217;è riconciliazione. Non c&#8217;è più un perduto e un Salvatore. Ci sono due perduti che si salvano a vicenda perdonandosi. Il perduto riconciliato nel perdono. È la più alta eresia e la più alta ortodossia insieme. Berto ci dice: Dio non salva l&#8217;uomo dall&#8217;alto. Dio ha bisogno che l&#8217;uomo lo salvi dal basso, perdonandolo di averlo creato così fragile. È un ribaltamento totale. È la gloria. Non la gloria trionfale, ma la gloria ferita.</p>
<p>E poi arriva Venezia. E Venezia, in Berto, non è mai una città. È uno stato dell&#8217;anima. È la città-teatro dove il tragico dell&#8217;attesa si abita. Anonimo veneziano è del 1971, diventa film con la musica di Stelvio Cipriani, diventa pianto collettivo di un&#8217;Italia che non sa nominare la morte. Ma il libro è altra cosa dal film. Il libro è un trattato sull&#8217;impossibilità di morire. Un uomo sa che sta morendo. Una donna, che è stata sua moglie, lo sa. Si incontrano a Venezia. Non per amarsi ancora. Per imparare a congedarsi. Il tragico non è la morte. Il tragico è l&#8217;attesa della morte. È quel tempo eroso, sospeso, in cui non si vive più e non si è ancora morti. E come si abita questa attesa? Come si cerca di capire la morte? Non con la scienza, che Berto disprezza perché non ha mai capito il male oscuro. Ma attraverso un testo fondamentale che è l&#8217;Ecclesiaste letto nella traduzione di Guido Ceronetti.</p>
<p>Perché Ceronetti? Perché Ceronetti è l&#8217;unico traduttore che non addomestica Qoelet. Lo lascia aspro, ebraico, disperato, ironico. Qoelet non dice: la vita ha un senso. Dice: Havel havalim, tutto è soffio, è vanità, è nebbia. Vanitas vanitatum, omnia vanitas. E Berto, che è un laico religiosissimo, capisce che solo Qoelet può parlare a un uomo che sta morendo a Venezia. Venezia stessa è Qoelet fatta pietra e acqua.<br />
Apertura di Anonimo veneziano: &#8220;Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po&#8217; disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d&#8217;immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di colori stagnanti nel culmine d&#8217;una marea pigra&#8221;.</p>
<p>Leggiamola parola per parola, perché ogni parola è teatro. Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia: è l&#8217;anima di Berto. È il male oscuro. È la condizione umana sospesa tra il nulla e il pianto, tra il dissolversi e il bagnare la terra. Non riesce a essere né niente né qualcosa. Un po&#8217; disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento: lo scirocco è il vento del Sud, il vento della Calabria, il vento che porta malattia e desiderio. Non è vento che muove, è atmosfera che opprime. È il tempo bertiano. Assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d&#8217;immodestia confinante col peccato: Venezia è l&#8217;uomo. È Giuda. È ciascuno di noi. Grandezza e peccato mescolati. Splendore e immodestia. Non c&#8217;è innocenza.</p>
<p>Piena di attutiti rumori, di colori stagnanti nel culmine d&#8217;una marea pigra: la morte non è un colpo di cannone. È una marea pigra. È un colore che ristagna. È un rumore attutito. Si muore così, a Venezia. Senza drammi, con una pigrizia che è già eternità.</p>
<p>In questa Venezia, l&#8217;uomo e la donna cercano di capire la morte con Qoelet. Ma Qoelet non spiega la morte. Dice solo: godi, finché puoi, la donna che ami. Mangia il tuo pane con gioia. Perché il resto è nebbia. E allora l&#8217;unica risposta alla morte è la musica. Suonare l&#8217;Adagio dell&#8217;Anonimo Veneziano fino all&#8217;ultima nota, sapendo che dopo l&#8217;ultima nota c&#8217;è il silenzio. Ma quella nota, suonata, è già eternità.</p>
<p>La Calabria è archetipo. Bisogna tornare sempre in Calabria per capire Berto. Perché Berto è un veneto che ha scelto di morire calabrese. È nato a Mogliano Veneto, ma ha vissuto e è morto a Capo Vaticano, davanti al mare di Stromboli. Perché? Come la profonda grecità che la vive nel mare di Calabria in cui tutti gli dèi escono dalle onde.<br />
È l&#8217;immagine che chiude la trilogia. Perché se Venezia è il luogo della dissolvenza, della nebbia, di Qoelet, del Dio unico che tace, la Calabria è il luogo dell&#8217;epifania. Lì gli dèi non tacciono. Escono dalle onde. Berto, dopo aver attraversato la psicanalisi (Il male oscuro), dopo aver attraversato il Vangelo eretico (La gloria), dopo aver attraversato Qoelet e la morte borghese (Anonimo veneziano), approda alla Magna Grecia. Approda al mito. Nel mare di Calabria, il Dio unico, tragico, colpevolizzante, si frantuma in mille dèi. E quei mille dèi non chiedono confessione. Non chiedono perdono. Chiedono solo di essere guardati mentre escono dalle onde, bagnati, splendenti, indifferenti.</p>
<p>È la pace. Non la pace cristiana, che è perdono. Ma la pace greca, che è presenza. Lì, davanti a quel mare, il male oscuro si fa chiaro. Il tradimento di Giuda si fa necessario. L&#8217;attesa di Venezia si fa ritorno. Sono proprio questi tre romanzi che creano una griglia in cui le opere di Dio si fanno mistero nel reale. La griglia è: Malattia &#8211; Tradimento &#8211; Attesa. Corpo &#8211; Spirito &#8211; Tempo. Psicanalisi &#8211; Vangelo &#8211; Qoelet. E il mistero è che, in ognuna di queste stazioni, Dio c&#8217;è, ma non come lo aspettavamo. C&#8217;è come malattia che rivela l&#8217;anima. C&#8217;è come perdono che capovolge il giudizio. C&#8217;è come musica che sfida la morte. E c&#8217;è, infine, come onda che porta a riva un dio pagano. Uno scrittore singolare del Novecento europeo.</p>
<p>Singolare perché solo. Perché eretico. Perché non ha mai voluto edificare. Ha voluto solo dire: guardate, io sono malato, sono traditore, sono morente. Eppure, in questo mio essere malato, traditore, morente, c&#8217;è una bellezza che è più grande di me. C&#8217;è un teatro. C&#8217;è una gloria. C&#8217;è una Venezia nella nebbia e un mare in Calabria pieno di dèi. E così sia. Non smetterò di leggere Berto.  Non smetterò di scrivere di Giuseppe Berto. Deve finire così, ogni discorso su Berto. Non con una sintesi critica. Ma con un atto di fede laica. E così sia. Amen, ma un amen pagano, detto davanti alle onde, mentre gli dèi escono, uno dopo l&#8217;altro, e non ci giudicano. Così sia. Infatti.  Il mio Berto è un cammino tra il tragico la rivelazione la bellezza.</p>
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		<title>Rimini. Meeting. Umano e troppo umano. Oppure: umano o troppo umano. E l&#8217;Amor che move il sole e l&#8217;altre stelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 07:01:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Meeting di Rimini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2000" height="1280" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a.jpeg 2000w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a-300x192.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a-1024x655.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a-768x492.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a-1920x1229.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a-1170x749.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/56a427d6-91df-4f27-ab28-8921dc06552a-585x374.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2000px) 100vw, 2000px" /></p>
<p>Ho voluto portare questo verso al centro di una riflessione nata a Rimini, al Meeting, in queste giornate di fine agosto Perché a Rimini quest&#8217;anno si è parlato dell&#8217;uomo…” &#160;&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Ho voluto portare questo verso al centro di una riflessione nata a Rimini, al Meeting, in queste giornate di fine agosto Perché a Rimini quest&#8217;anno si è parlato dell&#8217;uomo…”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da Agostino a Kierkegaard, fino a don Giussani e Leone XIV: una riflessione sull’uomo, sulla fede e sul desiderio come movimento che attraversa l’esistenza e restituisce unità ai saperi</p></blockquote>
<p>di Pierfranco Bruni <img decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-127274" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-768x768.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-1170x1170.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544-640x640.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/c375caa1-8696-4188-af08-5d5749f34544.jpeg 1440w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></p>
<p>Non voglio certamente fare la cronaca. Non mi vesto da cronista per l&#8217;occasione. Ma resto nel mio ambiente. Allora.<br />
C&#8217;è un verso che non si conclude. Che non può concludersi. Perché è l&#8217;ultimo e, come tutti gli ultimi versi, è un inizio. &#8220;L&#8217;amor che move il sole e l&#8217;altre stelle&#8221;. Dante lo pone alla fine del XXXIII canto del Paradiso, là dove la lingua cede, dove la memoria si fa nebbia di luce, dove l&#8217;uomo che ha attraversato l&#8217;Inferno e si è inerpicato sul Purgatorio, finalmente, non vede ma è visto. Non comprende ma è compreso. E tutto ciò che ha cercato &#8211; Beatrice, la filosofia, la politica, la lingua volgare, Firenze, l&#8217;esilio, il dolore &#8211; si risolve non in una idea, ma in un movimento. In un Amore che muove.</p>
<p>Ho voluto portare questo verso al centro di una riflessione nata a Rimini, al Meeting, in queste giornate di fine agosto dove l&#8217;estate non finisce ma si trasfigura. Perché a Rimini quest&#8217;anno si è parlato dell&#8217;uomo. Non di un tema sull&#8217;uomo. Dell&#8217;uomo e basta. Di un uomo in una platea mai monotematica, perché l&#8217;uomo non è mai monotematico. L&#8217;uomo è polifonia, è incrocio di venti, è mare arrotolato dove le onde fanno disegni che non sono mai gli stessi.</p>
<p>E al centro di questa platea, quasi a volerla tenere insieme come si tiene insieme una vela che altrimenti si strappa, è stato posto un altro centro: l&#8217;uomo e le religioni del confronto. Non le religioni a confronto come si mettono a confronto due libri su un tavolo. Ma le religioni del confronto. Il confronto come religione. Come atto sacro. Come liturgia dell&#8217;ascolto. È in questo spazio &#8211; tra l&#8217;uomo che è domanda e il confronto che è già risposta &#8211; che si sono evocati tre nomi che non sono citazioni ma abissi. Tre vertigini che si guardano. Agostino, Kierkegaard, Leone XIV.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-127271 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-300x200.jpeg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715-263x175.jpeg 263w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/f242b401-ccac-4cd6-87c3-5f5df6565715.jpeg 1920w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Tre modi di dire l&#8217;uomo. Agostino è il primo a dirci che il cuore non è un organo ma un esilio. Inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te. Il cuore è inquieto perché è fatto per un altrove che non riesce a nominare, ma che sente come si sente il mare anche quando non lo si vede, dall&#8217;odore del sale sui muri. Le Confessioni non sono un&#8217;autobiografia. Sono la prima antropologia del &#8220;troppo umano&#8221;. Agostino ruba le pere non perché ha fame, ma per sentire il sapore del male, per sapere fino a che punto l&#8217;uomo può essere troppo umano da desiderare il nulla. E da quel troppo, da quell&#8217;eccesso di nulla, comincia la strada verso l&#8217;Essere.</p>
<p>Kierkegaard, a distanza di millecinquecento anni, riprende quella inquietudine e la fa angoscia. Non è più il cuore che cerca. È l&#8217;uomo sospeso sull&#8217;abisso della libertà. L&#8217;uomo che deve scegliere e che, scegliendo, si perde. Kierkegaard ci dice una cosa terribile e liberante: la fede non è ragionevole. Abramo che sale sul monte Moria con Isacco non è un buon padre, non è un buon credente secondo i manuali. È uno scandalo. È troppo umano per essere compreso e troppo divino per essere condannato.</p>
<p>E poi Leone XIV. Il nome nuovo, il nome che apre. Perché citare Leone XIV a Rimini non è un atto di ossequio. È un atto di lettura. Questo Pontefice che viene dal tempo di mezzo, dal tempo che ha visto crollare ideologie e ritornare idolatrie, sta dicendo una cosa che solo un grande spirito può dire oggi: bisogna tornare al paesaggio. Non al paesaggio come sfondo. Ma al paesaggio cristiano.</p>
<p>Ed è qui che ritorna don Giussani. Il paesaggio cristiano di don Giussani non è mai stato un paesaggio dipinto. È stato un metodo. Il metodo del &#8220;senso religioso&#8221; come occhio che riconosce. Giussani ci ha insegnato che la realtà non è da interpretare con un&#8217;idea sopra. La realtà è segno. La realtà parla. Il mare arrotolato parla. La fanciulla che passa sulla riva e ti mette il fato davanti parla. L&#8217;uomo che scompare a cui tu parli lo stesso perché la luna che cresce ogni giorno di più è testimone parla. Tutto parla, se hai l&#8217;occhio. Ma quale occhio?</p>
<p>E qui, finalmente, arriviamo al centro. Al verso che tutto muove. &#8220;L&#8217;amor che move il sole e l&#8217;altre stelle&#8221;. Noi abbiamo sempre letto quel verso come conclusione mistica. Come estasi. Ma è una fisica. È la più precisa fisica dell&#8217;umano che sia mai stata scritta. Perché Dante non dice che l&#8217;Amore è il sole e le altre stelle. Dice che le muove. L&#8217;Amore non è statico. L&#8217;Amore non è possesso. L&#8217;Amore è movimento. È motore immobile, sì, ma che muove tutto proprio perché resta amore, cioè dono, cioè eccedenza, cioè &#8220;troppo&#8221;. Capite? Il &#8220;troppo umano&#8221; di cui parlavamo non è un difetto da correggere. È il motore stesso.</p>
<p>L&#8217;uomo è troppo umano quando ama Quando ama è eccessivo, è sproporzionato, è illogico. Ama chi non dovrebbe amare, ama oltre la morte, ama una ragazza vista per tre minuti su un pontile e per quella ragazza inventa un destino, un romanzo, un modo per sconfiggere il tempo. Questo è troppo umano. E questo è esattamente ciò che muove il sole e le altre stelle. Senza questo troppo, il sole starebbe fermo. Le stelle sarebbero lampadine spente.</p>
<p>Agostino lo aveva intuito: Amo: ergo sum. Amo, dunque sono, perché il mio amore mi sposta, mi muove, mi strappa alla mia inerzia. Kierkegaard lo aveva gridato: l&#8217;amore è la sola cosa che non si può dimostrare e che, proprio per questo, dimostra tutto. Giussani lo aveva reso esperienza: tu riconosci Cristo non perché ti hanno convinto, ma perché il tuo cuore sobbalza davanti a una presenza che corrisponde al tuo troppo. Al tuo desiderio infinito.</p>
<p>Leone XIV, oggi, in un mondo che ha ridotto l&#8217;amore a sentimento, a consenso, a contratto, a like, ci sta riportando alla cosmologia dell&#8217;amore. L&#8217;amore non è un sentimento umano tra gli altri. È la legge di gravitazione dell&#8217;essere. E allora l&#8217;uomo non è più solo una ermeneutica dei saperi nel segno del divino, come si diceva nelle ultime battute a Rimini. Questa definizione è vera, ma ora possiamo approfondirla, farla esplodere di luce dantesca.</p>
<p>L&#8217;uomo è ermeneutica dei saperi perché è amato e perché ama. L&#8217;uomo interpreta il mondo perché il mondo è già interpretato da un Amore che lo muove. Noi non diamo senso alle cose. Noi riconosciamo il senso che l&#8217;Amore ha già dato alle cose muovendole verso di noi. Il biologo studia una cellula. L&#8217;astronomo studia una galassia. Il poeta studia una lacrima. Sono tre saperi diversi. Cosa li tiene insieme? Non un metodo. Un movimento. Tutti e tre sono mossi dallo stesso Amore che muove il sole e le altre stelle. Il biologo è mosso dall&#8217;amore per la vita che si ostina. L&#8217;astronomo è mosso dall&#8217;amore per la luce che viene da milioni di anni fa eppure mi tocca ora. Il poeta è mosso dall&#8217;amore per una fragilità che non vuole morire.</p>
<p>Senza Amore, i saperi sono frammenti. Con l&#8217;Amore, sono ermeneutica. Sono dialogo. Sono religione del confronto. Al Meeting di Rimini ho visto questo miracolo laico e cristiano insieme: fisici che parlavano con teologi senza che nessuno dei due si sentisse invaso, perché entrambi erano mossi. Politici che ascoltavano poeti, perché entrambi erano mossi dal vento della conoscenza.<br />
Qual è questo vento? Dante lo chiama Amor.<br />
Giussani lo chiamava avvenimento. Agostino lo chiamava grazia. Kierkegaard lo chiamava salto. Noi, oggi, nel nostro tempo umano, troppo umano, possiamo chiamarlo semplicemente: ciò che non ci lascia fermi. Umano e troppo umano, dunque? Oppure umano o troppo umano? La risposta di Dante, che è la risposta di tutto il Meeting, che è la risposta del paesaggio cristiano che ritorna, è una terza via che scioglie l&#8217;aut aut: Umano perché troppo umano. E troppo umano perché mosso.</p>
<p>L&#8217;uomo è troppo umano quando si accorge che il suo cuore desidera tutto. Desidera il sole e le altre stelle. E si dispera perché non le può possedere. Questa è la sua grandezza e la sua miseria. Ma la rivelazione cristiana, che è la rivelazione più umana che ci sia, è che il sole e le altre stelle sono già mosse verso di lui. Per amore. Che l&#8217;uomo non deve scalare il cielo. È il cielo che si è mosso verso l&#8217;uomo.</p>
<p>&#8220;L&#8217;amor che move il sole e l&#8217;altre stelle&#8221; non è lassù. È qui. È il vento che arrotola il mare. È la luna che conta i mesi. È la grappa amara che diventa dolce perché bevuta con un amico. È il libro che, pur bagnato dagli spruzzi, non affonda. È l&#8217;uomo, infine, che smette di essere definizione e diventa sigillo. Ponimi come sigillo sopra il tuo cuore, dice il Cantico. Perché il sigillo non è ornamento. Il sigillo è ciò che tiene insieme, ciò che autentica, ciò che impedisce che la lettera venga aperta da altri. L&#8217;uomo sigillato dall&#8217;Amore è l&#8217;uomo che può finalmente essere troppo umano senza vergogna.</p>
<p>E può sedersi, come ho visto fare a Rimini, in mezzo al rumore del mondo, e raccontare una storia. Che poi è la storia di ciascuno di noi: feriti, ma in cammino. Perché mossi. Apounto: &#8220;Dall&#8217;Amor che move il sole e l&#8217;altre stelle&#8221;. Un salto che diventa permanenza della ricerca della gioia edificata.</p>
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		<title>La scomparsa di Péter Nádas. Lo scrittore che voltò le spalle al sistema comunista di Budapest</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 16:34:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Péter Nádas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="584" height="426" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5067.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5067.jpeg 584w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5067-300x219.jpeg 300w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></p>
<p>Nádas ha trasformato la memoria in letteratura e il silenzio in racconto. Una scrittura radicale che attraversa le ferite del Novecento, intrecciando storia, identità e destino individuale Di Pierfranco Bruni&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="584" height="426" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5067.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5067.jpeg 584w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5067-300x219.jpeg 300w" sizes="(max-width: 584px) 100vw, 584px" /></p><p>Nádas ha trasformato la memoria in letteratura e il silenzio in racconto. Una scrittura radicale che attraversa le ferite del Novecento, intrecciando storia, identità e destino individuale</p>
<p>Di Pierfranco Bruni</p>
<p>Péter Nádas, importante scrittore ungherese nato a Budapest il 14 ottobre del 1942 e scomparso a Gombosszeg il 26 agosto del 2026, non si legge. Si abita. E la sua morte non chiude un’opera, la apre definitivamente alla nostra responsabilità di lettori, perché Nádas è stato uno di quegli scrittori che hanno fatto della memoria una cattedrale e del silenzio una liturgia, e dunque la sua scomparsa non chiede commemorazione, chiede metodo. Tutto in lui comincia da una frase che è antropologia prima che letteratura: &#8220;La verità era che nella sua mente tutto viveva nello stesso tempo, e non riusciva affatto a dimenticare&#8221;. Da Storie parallele. Questa non è una descrizione psicologica, è una definizione ontologica. Nádas non ha mai creduto al tempo lineare, alla successione rassicurante degli eventi che la storiografia e il romanzo borghese ci hanno insegnato. Per lui tutto vive nello stesso tempo. L’infanzia e la vecchiaia, Budapest bombardata e Gombosszeg silenziosa, il corpo nudo e la Bibbia aperta, il tradimento amoroso e il tradimento politico. Ecco perché i suoi romanzi sono oceani. Storie parallele non è lungo per eccesso, è lungo per necessità. Millecinquecento pagine per dire che non si può dire una cosa dopo l’altra, perché nella coscienza tutto accade insieme. Se tutto vive nello stesso tempo devi sovrapporre, devi fare come fa la memoria vera quando non riesce a dimenticare. E la nostra epoca ha inventato la dimenticanza come terapia, come igiene, come salvezza. Nádas la rifiuta come menzogna. Non riuscire a dimenticare non è patologia, è fedeltà, è forma di resistenza. Il totalitarismo comunista voleva insegnare a dimenticare, a riscrivere, a voltare pagina. Lui ha risposto con una memoria che non archivia, ma accumula, che non seleziona, ma custodisce. Il sacro e il profano, il sesso e la preghiera, il comunismo e la madre, tutto nello stesso tempo, tutto nello stesso corpo.</p>
<p>E qui si innesta il suo gesto più radicale, quel gesto che lo rende non solo scrittore ma figura etica. Giornalista sotto il regime, non aderì al sistema dei giornali comunisti dicendo: &#8220;Mi sono licenziato e sono uscito, voltando le spalle al sistema, per salvare la mia anima&#8221;. Non è eroismo retorico, è teologia pratica. In una cultura dove il compromesso era sopravvivenza, dove restare dentro significava esistere, lui sceglie di uscire. Volta le spalle. Salva l’anima, non la carriera. È lo stesso gesto di Thomas Mann davanti al nazismo, di un monaco che lascia il mondo non per disprezzo ma per non tradire il Verbo. E infatti Nádas è attento studioso di Thomas Mann, di Proust, di Musil, di Molière, di Shakespeare. Ma soprattutto si soffermò a lungo sulla Bibbia. Non è un elenco di influenze, è una genealogia. Da Proust prende l’idea che il tempo non si ritrova, si perde e nel perdersi si rivela. Da Musil prende l’uomo senza qualità che diventa uomo con troppe qualità, l’uomo parallelo, l’uomo che vive più vite contemporaneamente senza mai coincidere con nessuna. Da Thomas Mann prende la malattia come metafisica, il corpo che pensa, la decadenza come conoscenza. Da Shakespeare e Molière prende il teatro come maschera della verità. E poi la Bibbia, sempre la Bibbia. Tradotto in Italia nel 2009 con La Bibbia e altri racconti, Nádas legge la Scrittura non come credente devoto, ma come filologo dell’anima, come anatomista dello spirito. La Bibbia è per lui il grande libro parallelo per eccellenza: storie parallele di colpa e di redenzione, di incesto e di legge, di corpo e di spirito. Là dove il marxismo vedeva struttura economica, lui vedeva archetipo, peccato originale, sacrificio, attesa messianica. Nádas è biblico perché è carnale, non c’è spiritualità senza sesso, non c’è preghiera senza sudore, come ne Il libro di memorie, dove il corpo maschile che ama altro corpo maschile è anche corpo che prega, che tradisce, che ricorda, che si confessa senza assoluzione.</p>
<p>Il suo ultimo libro pubblicato in Italia risale al 2024 dal titolo Storie dell&#8217;orrore, e anche lì l’orrore non è ciò che si mostra, è ciò che non si riesce a tacere, è ciò che resta dentro e non trova parola. E questo ci porta al concetto importante che resta, alla frase che è il suo testamento spirituale e che attraversa tutta la sua opera come un filo di fuoco: &#8220;Se si potessero imparare le cose più importanti della vita, bisognerebbe comunque imparare a tacere su di esse&#8221;. Da Il libro di memorie. È il centro. È la chiave di volta. Nádas ci dice che le cose essenziali non si insegnano, si tacciono. Non per segreto, per pudore, per rispetto ontologico. La nostra epoca parla di tutto, confessa tutto, esibisce tutto, mette a nudo tutto, e credendo di dire tutto non dice nulla. Nádas dice l’opposto: ciò che conta davvero va taciuto. Non detto. Custodito. Come si custodisce il Sacro. È una frase che viene dalla mistica ebraica e dalla mistica cristiana insieme, è il Deus absconditus, è il mysterium tremendum. Le cose più importanti della vita, l’amore, la morte, Dio, il corpo che desidera, se le dici le riduci a cronaca, a caso clinico, a post. Se le taci le salvi. Ecco perché Nádas scrive tanto per dire poco, scrive millecinquecento pagine per arrivare a un silenzio. Il suo è un logocentrismo che si rovescia in apofatismo: dice tutto per dire che l’essenziale è indicibile. È scrittore che ha compreso che la parola, quando è vera, conduce al silenzio, non al rumore.</p>
<p>E a questo si lega l’altra sentenza che è antidoto contro l’ideologia e contro la nostra attuale fabbrica di illusioni: &#8220;Fantasizzando si costruisce un mondo più prevedibile, e così non si ha il tempo di accorgersi di ciò che sta realmente accadendo&#8221;. Da Storie parallele. L’ideologia è fantasia organizzata, è mondo prevedibile, il comunismo era una grande fantasia prevedibile, anche il capitalismo lo è, anche le nostre narrazioni intime lo sono. Mentre fantastichi, la realtà accade e tu non te ne accorgi. Il grande scrittore è colui che sospende la fantasia per vedere ciò che accade, che è sempre parallelo, sempre altrove, sempre più vero di ciò che immaginiamo. È un richiamo etico durissimo alla nostra epoca di storytelling dove tutto è racconto e nulla è accadimento.</p>
<p>E infine la confessione più dolorosa, più umana, più ungherese, più europea: &#8220;La mia stoltezza mi faceva credere di essere io la storia, e questa notte fredda e desolata la sua semplice cornice, ma in realtà la mia vera storia si svolgeva quasi indipendentemente da me o, più precisamente, accadeva in parallelo alle mie piccole avventure&#8221;. Da Il libro di memorie. Noi crediamo di essere la storia, invece la storia accade in parallelo. Mentre io vivo le mie piccole avventure, la grande Storia mi attraversa, mi usa, mi dimentica. È la lezione del Novecento ungherese, è la lezione della Shoah, è la lezione del ’56 a Budapest, è la lezione di ogni vita che si è creduta centro e scopre di essere margine. In quella notte fredda e desolata, che è la notte dell’Europa, capire di non essere la storia è inizio di saggezza, è uscire dall’io tiranno per entrare nel tempo condiviso, nel tempo in cui tutto vive nello stesso tempo.</p>
<p>Péter Nádas muore a Gombosszeg, nel villaggio di confine che si era scelto come ascesi, non a Budapest. Ha salvato l’anima voltando le spalle al sistema, l’ha salvata leggendo la Bibbia come un romanzo erotico e il corpo come una Bibbia, l’ha salvata scrivendo che bisogna tacere sulle cose essenziali. Ci lascia un’eredità scomoda: non si può vivere senza memoria, non si può scrivere senza corpo, non si può dire la verità senza tacere. Il suo tempo non è morto con lui, perché nella sua mente, e ora nella nostra se lo leggiamo davvero, tutto vive nello stesso tempo e non riusciamo affatto a dimenticare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/27/la-scomparsa-di-peter-nadas-lo-scrittore-che-volto-le-spalle-al-sistema-comunista-di-budapest/">La scomparsa di Péter Nádas. Lo scrittore che voltò le spalle al sistema comunista di Budapest</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>ORIANA FALLACI. LA DONNA CHE ABITÒ IL CONFINO TRA L&#8217;OCCIDENTE E IL DESERTO E CAPÌ LA DIFFERENZA TRA ISLAM E CRISTIANITÀ</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 14:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Oriana Fallaci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="747" height="988" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5066.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5066.jpeg 747w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5066-227x300.jpeg 227w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_5066-585x774.jpeg 585w" sizes="(max-width: 747px) 100vw, 747px" /></p>
<p>. Oriana Fallaci, oggi, nel 2026, a vent&#8217;anni dalla morte, va riletta non come giornalista, ma come classico. Come si rilegge Sofocle per capire il potere, come si rilegge Agostino&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/27/127253/">ORIANA FALLACI. LA DONNA CHE ABITÒ IL CONFINO TRA L&#8217;OCCIDENTE E IL DESERTO E CAPÌ LA DIFFERENZA TRA ISLAM E CRISTIANITÀ</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>.<br />
Oriana Fallaci, oggi, nel 2026, a vent&#8217;anni dalla morte, va riletta non come giornalista, ma come classico. Come si rilegge Sofocle per capire il potere, come si rilegge Agostino per capire l&#8217;inquietudine…”-</p></blockquote>
<p>Pierfranco Bruni</p>
<div id="attachment_66422" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-66422" class="size-thumbnail wp-image-66422" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><p id="caption-attachment-66422" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>Oriana Fallaci. L&#8217;antislamica  che pose l&#8217;Occidente nel cuore della civiltà.Moriva il 15 settembre del 2006. Una data che non è solo una data. È una soglia. Oriana Fallaci non chiudeva con quel giorno la sua esistenza, apriva il suo mito alla storia. Non solo una giornalista. Non solo una inviata di guerra. Ma una scrittrice che ha penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi, vivendo avventure, abitando destini. Non può che stare, con orgoglio e senza pregiudizi, nella storia della letteratura italiana del Novecento. Anzi, nel suo centro inquieto.</p>
<p>Una scrittrice che ha saputo raccontare la nostra contemporaneità dentro le tragedie della modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli orizzonti. Quegli orizzonti che, per la Fallaci, segnano il confine sottile, sanguinante, mai pacificato, tra l&#8217;Occidente e il Mediterraneo. Tra la ragione e il deserto.</p>
<p>Il deserto, forse l&#8217;esilio e le donne che sembrano impastate da un intreccio che recita rivoluzione e senso di una assenza. Perché nelle pagine della Fallaci la donna non è mai figura di contorno. È figura di fondamento. È Penelope che non aspetta, è la madre che non genera, è la guerrigliera che non si arrende. Passate le parole restano le immagini e le immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza.</p>
<p>Ma forse più della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le interpretazioni dei destini.</p>
<p>Una storia. Certo, quella di Oriana Fallaci che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è dentro ognuno di noi. Un Mediterraneo che non è cartolina, che non è vacanza, che non è oleografia. È conflitto, è radice, è cristianità e islam, è Ulisse e Maometto, è Atene e Gerusalemme tenute insieme da un filo di vento.</p>
<p>Una giornalista che è entrata nella letteratura. Anzi, ed è questa la sua vera eresia e la sua vera grandezza, una scrittrice che ha &#8220;fisicamente&#8221; e letterariamente &#8220;cucinato&#8221; il linguaggio giornalistico con quello di una scrittura rapida, nervosa, tragica, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la vita trasformandola in un destino proprio sul filo della letteratura.</p>
<p>Anche le sue interviste hanno raccontato, hanno fatto storia, sono il narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria eredità e identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari, tra le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano, e la ricerca di una affermazione di umanità che non vuole cedere.</p>
<p>L&#8217;Occidente con gli Stati Uniti d&#8217;America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di conoscere. Nomadismo come categoria dello spirito. Non stanzialità come scelta etica.</p>
<p>Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra in Vietnam in un libro dal titolo: &#8220;Niente e così sia&#8221;. È il libro dello smarrimento. Ma sono gli anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La Fallaci, come Pasolini &#8211; e l&#8217;accostamento non è casuale, è fratellanza di sguardi &#8211; guarda con sospetto i figli di papà che inneggiano a Che Guevara e crede ben poco alla rivoluzione di quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud America, in Medio Oriente. Lì si muore. Qui si recita.</p>
<p>C&#8217;è un Occidente, in quegli anni, che esplora con l&#8217;Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante conflitto. La luna e la trincea. L&#8217;astronauta e il fedayn. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Vuole essere dentro il mosaico. Vuole sporcarsi le mani di calce.</p>
<p>Il suo rapporto con Alekos Panagulis, conosciuto in Grecia il 21 agosto del 1973, è uno dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale, esistenziale. L&#8217;incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni, perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1 maggio del 1976.</p>
<p>Ma quei tre anni sono un&#8217;eternità. Sono la misura dell&#8217;assoluto. Panagulis è per Oriana non solo l&#8217;amante. È l&#8217;idea dell&#8217;uomo che non si piega. È l&#8217;uomo che ha tentato di uccidere il tiranno Papadopoulos e ha pagato con la tortura, con l&#8217;isolamento, con la prigionia. È Antigone al maschile.</p>
<p>Il suo romanzo del 1979 ha per titolo, appunto, &#8220;Un uomo&#8221;. La stessa Fallaci parlando di questo libro, in una intervista, dirà: &#8220;Un libro sulla solitudine dell&#8217;individuo che rifiuta d&#8217;essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere. Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un uomo-massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano&#8230;&#8221;.</p>
<p>È un romanzo nella grecità profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal titolo: &#8220;Penelope alla guerra&#8221;, nel quale si racconta la storia di una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di una consapevolezza.</p>
<p>Anche qui si registra uno scontro diretto con le eredità mediterranee alle quali la Fallaci si oppone con una forza umana tutta occidentale e scavata nel proprio tempo senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della storia.</p>
<p>Penelope alla guerra è già tutto il programma fallaciano: la donna che diserta l&#8217;attesa. Non tesse più la tela. La strappa. E va alla guerra, non per amore di un uomo, ma per amore di sé.</p>
<p>Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita &#8220;Lettera a un bambino mai nato&#8221; che oggi si presenta come un atto quasi profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975, che vengono caratterizzati dall&#8217;imponente romanzo &#8220;Insciallah&#8221;, pubblicato nel 1990.</p>
<p>&#8220;Lettera a un bambino mai nato&#8221; è il libro del corpo che diventa parola. È il ventre che interroga il mondo. È l&#8217;anti-ideologia pura: non c&#8217;è partito, non c&#8217;è fede, c&#8217;è una madre che parla a ciò che non è ancora nato e gli chiede se vale la pena nascere. È il libro più mediterraneo e più occidentale insieme, perché mette al centro la vita come scelta.</p>
<p>Il romanzo-saggio &#8220;Insciallah&#8221; nasce all&#8217;interno di una sua spedizione tra le truppe italiane che erano state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante, tragico, dolorante e contemplante ma anche irruente. Beirut come metafora di tutti i confini. Beirut come Mediterraneo ferito. &#8220;Non di rado infatti sfuggo all&#8217;esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo, e con l&#8217;amletico scudiero ecco il discepolo generale che crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco la moltitudine sfaccettata della sua truppa&#8230;&#8221;.</p>
<p>È il metodo Fallaci: rubare alla realtà per restituirla più vera.</p>
<p>Un filo consistente lega &#8220;Insciallah&#8221; con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico che approderà alla tragedia dell&#8217;11 settembre.</p>
<p>Cosa sono, in fondo, gli ultimi suoi libri: &#8220;La rabbia e l&#8217;orgoglio&#8221;, &#8220;La forza della ragione&#8221; e &#8220;L&#8217;Apocalisse&#8221; che racchiude anche &#8220;Oriana Fallaci intervista se stessa&#8221;? Sono un superamento culturale sia della storia e identità musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell&#8217;orgoglio di un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere quella tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai Penelope è andata alla guerra. L&#8217;orizzonte di sabbia e di deserto, di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.</p>
<p>Qui si gioca l&#8217;equivoco e la grandezza. La Fallaci ultima viene accusata di essere diventata intollerante. Ma chi la legge  con lo sguardo mediterraneo che non ha paura dei conflitti, capisce che non è intolleranza. È fedeltà. Fedeltà a quell&#8217;Occidente che l&#8217;ha formata: Omero e Dante, la Resistenza fiorentina dove da bambina faceva la staffetta partigiana, l&#8217;America di Kennedy e di Martin Luther King. È una fedeltà tragica, dolorosa, che vede il proprio mondo smarrirsi e lo rimprovera come si rimprovera un figlio.</p>
<p>La Fallaci ci invita ad una scelta. Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e l&#8217;Occidente della civiltà moderna non può che essere nella nostra contemporaneità. Ma c&#8217;è una storia che si trasforma in memoria e c&#8217;è un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per restare non possono che essere passione. La passione della scrittura.</p>
<p>Perché alla fine, dopo le guerre, dopo Beirut e il Vietnam, dopo il Messico e il Cile, dopo Alekos morto sull&#8217;asfalto di Atene, dopo il cancro che la divorerà a New York, resta una cosa sola: la parola. Non come arma. Come dimora.</p>
<p>La passione della parola in una scrittrice tra confini. L&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente. E le donne che restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale raccogliere un seme.</p>
<p>Il seme di Oriana è questo: non esiste neutralità. Esiste solo verità. E la verità si paga con l&#8217;esilio. Con il deserto. Con la solitudine. Con l&#8217;orgoglio di non aver mai chiesto scusa per aver amato troppo l&#8217;Occidente e troppo la libertà.</p>
<p>Ecco perché Oriana Fallaci, oggi, nel 2026, a vent&#8217;anni dalla morte, va riletta non come giornalista, ma come classico. Come si rilegge Sofocle per capire il potere, come si rilegge Agostino per capire l&#8217;inquietudine.</p>
<p>Perché lei ha abitato il confine. E il confine, nel Mediterraneo, è l&#8217;unico luogo dove si capisce chi siamo. E chi siamo vuol dire chi siamo stati senza demordere nelle ideologie che sono diventate sprezzanti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/27/127253/">ORIANA FALLACI. LA DONNA CHE ABITÒ IL CONFINO TRA L&#8217;OCCIDENTE E IL DESERTO E CAPÌ LA DIFFERENZA TRA ISLAM E CRISTIANITÀ</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Amatrice e Taranto. Con Giorgia Meloni. Due Italie nella stessa settimana. Due stili nei confronti delle istituzioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 16:09:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL punto di vista]]></category>
		<category><![CDATA[Amatrice e Taranto]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
		<category><![CDATA[presidente del consiglio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="410" height="410" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></p>
<p>Dalla commozione del ricordo ai fischi durante i Giochi del Mediterraneo: la riflessione di Pierfranco Bruni sul senso dello Stato, sulla misura del dissenso e sulla dignità delle occasioni pubbliche&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/25/amatrice-e-taranto-con-giorgia-meloni-due-italie-nella-stessa-settimana-due-stili-nei-confronti-delle-istituzioni/">Amatrice e Taranto. Con Giorgia Meloni. Due Italie nella stessa settimana. Due stili nei confronti delle istituzioni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="410" height="410" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39.jpeg 410w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-300x300.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2023/02/DABF35A2-15CB-401A-BA0B-C39FF668BD39-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></p><p><strong><em>Dalla commozione del ricordo ai fischi durante i Giochi del Mediterraneo: la riflessione di Pierfranco Bruni sul senso dello Stato, sulla misura del dissenso e sulla dignità delle occasioni pubbliche</em></strong></p>
<p>C&#8217;è un&#8217;Italia che si raccoglie e un&#8217;Italia che si scompone. E nella stessa settimana, in due luoghi diversi, abbiamo visto entrambe. Giorgia Meloni ad Amatrice. Nella piena commozione ed emozione. Non era soltanto la presenza del Presidente del Consiglio. Era la presenza dello Stato che torna dove lo Stato è stato invocato tra le macerie. Amatrice non è un luogo come gli altri. È una ferita ancora aperta nella geografia della nostra coscienza. È un nome che contiene una data, un&#8217;ora, un silenzio. Andarci non è fare politica. È fare memoria in piena visione religiosa.</p>
<p>E lì, in quel dolore che non ha mai smesso di essere dolore, la politica ha ritrovato le sue parole più alte: eleganza, stile, dignità, coraggio, rispetto delle istituzioni. Eleganza non come abito, ma come misura. Stile non come forma, ma come contenuto che si fa forma. Dignità come capacità di stare davanti al dolore senza retorica, senza sfruttarlo, ma condividendolo. Coraggio come capacità di non fuggire il luogo simbolo della fragilità nazionale. Rispetto delle istituzioni come riconoscimento che chi è lì, in quel momento, non rappresenta una parte, ma rappresenta tutti. Amatrice, pur nel dolore, ha mostrato una grande dignità di civiltà. Una comunità che ha sofferto e che soffre ancora, ma che non ha smarrito il senso dell&#8217;accoglienza, del limite, del sacro. Ha accolto il Presidente del Consiglio come si accoglie l&#8217;istituzione. Con compostezza. Con lacrime che non sono protesta, ma memoria viva. Lì si è vista l&#8217;Italia profonda, quella che non urla, quella che resiste. L&#8217;Italia vera e con umanità.</p>
<p>Al contrario, ciò che è accaduto a Taranto per i Giochi del Mediterraneo appartiene ad un&#8217;altra grammatica. Taranto doveva essere vetrina di bellezza. Doveva mostrare il suo mare, il suo recupero, la sua voglia di riscatto. Doveva mostrare eleganza. I Giochi del Mediterraneo sono fratellanza, sono l&#8217;antica koinè del nostro mare che torna a farsi agonismo, cultura, incontro. E invece, per colpa di un manipolo ideologizzato che non conosce il senso della valenza istituzionale, tutto è stato offuscato dai fischi al Presidente del Consiglio.</p>
<p>Non è questione di consenso o dissenso. Il dissenso è sacro in democrazia. È questione di luogo, di tempo, di misura, di stile. Fischiare l&#8217;istituzione mentre rappresenta l&#8217;Italia davanti al Mediterraneo non è colpire una persona. È colpire l&#8217;immagine stessa del Paese, ovvero Nazione, che si vuole celebrare. È trasformare una festa di tutti in un comizio di pochi.</p>
<p>Taranto, per colpa di quel gruppetto, è scesa nel baratro dell&#8217;immagine. Una città che doveva mostrare bellezza ha dato, suo malgrado, il brutto di sé. Perché basta un gesto stonato a coprire un&#8217;orchestra intera. Basta un urlo fuori tempo a rompere una cerimonia.</p>
<p>E questo ci addolora due volte. Perché Taranto non è quel fischio. Taranto è lavoro, è acciaio e mare, è fatica e speranza. Taranto è molto più grande di chi l&#8217;ha voluta ridurre a palcoscenico di una contestazione senza stile. Però &#8211; e qui sta l&#8217;onestà dello sguardo &#8211; credo che ci siano state responsabilità nell&#8217;organizzazione. Chi organizza un grande evento internazionale ha anche il dovere di prevedere, di custodire, di proteggere la sacralità istituzionale del momento. Le istituzioni non si espongono, si custodiscono. Non si lasciano sole davanti alla prevedibilità del rumore. Si accompagnano con intelligenza, con regia, con senso dello Stato.</p>
<p>La differenza tra Amatrice e Taranto è tutta qui. Ad Amatrice la politica si è fatta silenzio che ascolta. A Taranto la politica è stata costretta a farsi rumore che si difende. Ad Amatrice ha vinto la civiltà del dolore che diventa comunità. A Taranto ha perso l&#8217;occasione della comunità che diventa civiltà.</p>
<p>Abbiamo bisogno di tornare a quella lezione di stile che don Luigi Giussani chiamava &#8220;totalità dello sguardo&#8221;. Guardare l&#8217;altro non come avversario da fischiare, ma come persona che porta un destino comune, anche quando la si contesta. Il rispetto delle istituzioni non è ossequio al potere. È rispetto di se stessi. Perché le istituzioni siamo noi quando sappiamo essere più grandi della nostra parte.</p>
<p>Ecco perché Amatrice resta e Taranto deve riflettere. Una ci ha mostrato cosa siamo quando siamo al meglio. L&#8217;altra cosa rischiamo di diventare quando confondiamo la libertà di dissentire con la licenza di offendere il momento di tutti. Per Taranto è il segno di una gravissima lacuna: mancanza di rispetto alle Istituzioni. Amatrice pur nel dolore ha mostrato una grande dignità ed eleganza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/25/amatrice-e-taranto-con-giorgia-meloni-due-italie-nella-stessa-settimana-due-stili-nei-confronti-delle-istituzioni/">Amatrice e Taranto. Con Giorgia Meloni. Due Italie nella stessa settimana. Due stili nei confronti delle istituzioni</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>RIMINI SI VESTE DI BELLEZZA DELLA PAROLA DI CRISTO CON PAPA LEONE XIV</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 12:54:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[47esimo Meeting dell’Amicizia fra i popoli]]></category>
		<category><![CDATA[Papa leone XIV]]></category>
		<category><![CDATA[Rimini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="362" height="216" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4937-1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4937-1.jpeg 362w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4937-1-300x179.jpeg 300w" sizes="(max-width: 362px) 100vw, 362px" /></p>
<p>Da Rimini con Leone XIV. di Pierfranco Bruni Un messaggio completamente anti ideologico. Ovvero la comunanza libera Rimini si veste di bellezza della Parola di Cristo con Papa Leone XIV&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/24/rimini-si-veste-di-bellezza-della-parola-di-cristo-con-papa-leone-xiv/">RIMINI SI VESTE DI BELLEZZA DELLA PAROLA DI CRISTO CON PAPA LEONE XIV</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da Rimini con Leone XIV.</p>
<p><strong>di Pierfranco Bruni</strong> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-111761" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2025/11/Pierfranco-Bruni-1-2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<p>Un messaggio completamente anti ideologico. Ovvero la comunanza libera Rimini si veste di bellezza della Parola di Cristo con Papa Leone XIV e chi segue direttamente queste giornate vive la vera emozione della cristianità e del confronto tra popoli e Genti. Non è una cronaca. È un ritorno. Il 47° Meeting per l&#8217;Amicizia fra i Popoli è il luogo dove la fede si fa cultura e la cultura si fa incontro, ed è caloroso dopo anni di lacerazioni con Papa Francesco che non ha mai compreso il valore di CL e di don Giussani, troppa ideologia con Papa Francesco, troppo sociologismo travestito da misericordia senza forma, troppo orizzonte che dimenticava la verticale.</p>
<p>Il concetto focus resta Dante Alighieri. Infatti è l&#8217;amore il perno: &#8220;È la forza dell&#8217;amore, l&#8217;amore che &#8216;muove&#8217; e che dai tempi di Dante &#8216;non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità&#8217;, sebbene rimanga volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature”.</p>
<p>Papa Leone XIV riparte da Giovanni Paolo II, e ripartire da Giovanni Paolo II significa ripartire da una antropologia che non negozia l&#8217;uomo. Significa grandezza della carità e dell&#8217;amore in Cristo con Leone XIV, significa che la Chiesa non è una ONG, è un avvenimento. Prevost, che ha scelto il nome di Leone, ha scelto di riannodare un filo, di riprendere un discorso interrotto proprio con Bergoglio, e lo fa con parole che sono già magistero paolino che diventa agostiniano.</p>
<p>Infatti il Papa afferma: &#8220;Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del Meeting una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini&#8221;. In questa frase c&#8217;è tutto Giussani e c&#8217;è tutto Agostino partendo da Paolo. Un sorriso e la parola che ha la sua abitazione in Agostino partendo da Paolo, perché Paolo dice che la carità ci rende liberi e Agostino dice che la Parola abita nel cuore inquieto, inquietum cor nostrum.</p>
<p>Una tradizione di fede che si fa cultura, e il tutto è in linea con una Mostra su Agostino e una stupenda mostra su Kierkegaard come se si levasse una Luce di elevatezza di pensiero in cui la Vita umana resta al centro e non possono esistere leggi che danno la morte come la Fine Vita. Agostino e Kierkegaard, il padre della interiorità cristiana e il cavaliere della fede che grida contro la cristianità borghese, messi insieme a Rimini non per caso, ma per dire che l&#8217;uomo non è funzione, non è ingranaggio, è essere spirituale e metafisico, distante da ciò che supera completamente le ideologie ed entra nell&#8217;uomo come essere spirituale e metafisico. L&#8217;ideologia vuole definire l&#8217;uomo, la fede vuole incontrarlo.</p>
<p>Per questo il messaggio di Leone XIV è profondamente paolino che rimanda ad Agostino e non certamente a Ignazio di Loyola, non alla strategia, non al discernimento come calcolo, ma alla misericordia come realismo. Il Papa dice: &#8220;Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l&#8217;amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato&#8221;. Questo è Paolo ai Romani, questo è Agostino contro i donatisti, questo è il contrario dell&#8217;ideologia che arma le parole, è la parola che disarma le armi, è la bellezza disarmata.</p>
<p>Un elogio sublime al nostro caro don Giussani, finalmente, dopo anni di silenzio imbarazzato, dopo anni in cui CL era tollerata ma non compresa, perché CL non è movimento, è metodo, è sguardo: &#8220;&#8230;la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre &#8216;il rischio educativo&#8217; di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che &#8216;il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo'&#8221;. Il rischio educativo è paolino, è andare all&#8217;Areopago sapendo di essere derisi, è parlare di resurrezione della carne a chi crede che la carne sia prigione, è non fuggire dalla realtà ma starci dentro per redimerla. Giussani ha capito che il cristianesimo non è un ideale da applicare, è un avvenimento da seguire, ed è questo che Francesco non ha compreso, perché vedeva in CL una chiusura, mentre era un&#8217;apertura, un crocevia, non un&#8217;enclave.</p>
<p>Prevost dice: &#8220;&#8230;disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo&#8221;. Una visione completamente anti ideologica e ricca nella visione di una misericordia divina, perché la tecnologia senza misericordia diventa dominio, la tecnica senza carità diventa fine vita, diventa selezione, diventa eutanasia dell&#8217;anima prima che del corpo. Disarmare lo sviluppo tecnologico non significa rifiutarlo, significa metterlo nelle mani delle persone, prima dei confini, prima delle definizioni, prima delle istituzioni ci sono sempre le persone, e le persone non sono dati.</p>
<p>Perché anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Finalmente si ritorna a San Paolo, all&#8217;Apostolo delle Genti che a Rimini, luogo di popoli e di Genti che si incontrano sotto l&#8217;ombrellone e sotto la croce, ha di nuovo la sua dimora, perché Paolo è l&#8217;uomo del confronto che non teme l&#8217;incontro, è l&#8217;uomo che parla greco ai greci e giudeo ai giudei, non per strategia, ma per carità, perché la carità è sempre l&#8217;amore di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza.</p>
<p>Rimini con Leone XIV ritrova la sua verità profonda, non è una fiera, non è un convegno, è una esperienza di cristianità che confronta popoli e Genti, è Agostino che rilegge Paolo e dice che la Città di Dio non si costruisce con le leggi che danno la morte, ma con la misericordia che guarda negli occhi, è Kierkegaard che ricorda che la vita umana resta al centro e il centro è inquieto finché non riposa in Cristo. Un viaggio che chiama in causa il mistero e la fede. Da qui un invito alla giovinezza di quest&#8217;epoca ad amare e a lavorare per edificare l&#8217;amore rigenerando la gioia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/24/rimini-si-veste-di-bellezza-della-parola-di-cristo-con-papa-leone-xiv/">RIMINI SI VESTE DI BELLEZZA DELLA PAROLA DI CRISTO CON PAPA LEONE XIV</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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		<title>Il Mediterraneo delle etnografie. Una antropologia che incontra l&#8217;archeologia </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 17:22:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1556" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-300x228.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-1024x778.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-768x584.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-1920x1459.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-1170x889.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-585x444.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>di Pierfranco Bruni Il Mediterraneo è una civiltà di etnografie complesse che pone al centro modelli di civiltà tra Occidente e Oriente. Una storia che trova nel suo interno una&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/21/il-mediterraneo-delle-etnografie-una-antropologia-che-incontra-larcheologia/">Il Mediterraneo delle etnografie. Una antropologia che incontra l&#8217;archeologia </a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2048" height="1556" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-300x228.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-1024x778.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-768x584.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-1920x1459.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-1170x889.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-21-at-08.37.28-585x444.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p><p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Il Mediterraneo è una civiltà di etnografie complesse che pone al centro modelli di civiltà tra Occidente e Oriente. Una storia che trova nel suo interno una valenza prettamente antropologica tra archeologia filosofia lettersturs e archetipi. Si forma una ierofania involontaria. Un viaggio nella geografie delle metafore fondamentale che trova in Maria Zambrano un punto di riferimento fondamentale. Proprio nella metafisica<br />
I Mediterranei sono una geo cultura nella geografia del tempo. Un tempo metafisico che lega e unisce, intreccia e consolida memorie e destini. La letteratura è una comparazione tra luoghi e spazio. Esempi e timonianze tra voci e parole che si focalizzano nel cuore delle civiltà, dei popoli, delle epoche.</p>
<p>Sono i “Poemi conviviali” dell’ultimo Pascoli che diventano sintesi e percorsi di una poetica della grecità che racchiude il senso del viaggio che ha un suo incipit nella poetica di Leonida di Taranto sino al Foscolo isolano e dolente dei sonetti che recitano la bellezza e il tragico. Il canto di Leonida è canto della partenza nel viaggio onirico e geografico della Magna Grecia pre e post omerica. Un recitativo tra vita e morte che interesserà un inquietante ulissismo che riguarda proprio i poeti della Taranto di una Magna Grecia lirica. Come il caso di Raffaele Carrieri, poeta della fuga e del viaggio che recupera Leonida.</p>
<p>Vita e morte sono un indissolubile attraversamento nell’Ermetico Leonida che offre la voce agli Ermetici versi quasimodiani della sera. Il pianto della vecchia Maronide di Leonida di Taranto porta nella voce e nel verso l’ironia dell’epigramma greco. Anticipa tutto ciò che si ascolterà nella lirica latina. Il mondo latino trasferisce ambienti e costruzioni in una innovazione virgiliana.<br />
Così Leonida:<br />
“Si lamenta<br />
anche sotto terra: non per i figli<br />
o il marito lasciati senza nulla.<br />
Piange solo per il calice vuoto”.</p>
<p>Poeta esistenzialista, Leonida. Trova nelle strade il vissuto e le interpretazioni delle esistenze. A Leonida di Taranto, Salvatore Quasimodo deve il suo approccio “ermetico” nel passaggio tra la grecità e la latinità nel suo apparentarsi con i Lirici.<br />
I Lirici greci e latini in un percorso che si vive nella Antologia Palatina. Quasimodo traduce da poeti e l’impatto con il vocabolario lirico è molto più forte rispetto ad un traduttore di mestiere. Leonida, in modo particolare, rappresenta la grecità antica.<br />
Infatti il suo contesto è quello degli anni 330 o 320 a.C. fino al 260 a.C. circa. Era nato a Taranto e, dopo lunghe erranze, muore ad Alessandria d’Egitto. Il poeta dell’esilio e nell’esilio scopre il senso del viaggio. La Magna Grecia e l’Egitto. Terre orfiche attraverso le quali il viaggio diventa un pellegrinaggio per scavi di memorie. La grecità sommessa. “…la corda… mediterranea…”.<br />
La virgilianità che recupera l’omerico senso del viaggio. Il pianto antico. Il vento che raccoglie le ore di Tindari. La madre nella sua “dulcissima” ora. Il padre tra le macerie della guerra e del tempo che diventa rovina di una nostalgica memoria.</p>
<p>Salvatore Quasimodo, nato a Modica il 20 agosto del 1901 e morto a Napoli il 14 giugno del 1968) in una religiosa parola che diventa linguaggio dell’uomo nella sua contemporaneità e nella sua pietas. Una madre. Una terra. La ricerca della cristianità. Salvatore Quasimodo ha cercato di leggere la madre e la terra con la spiritualità e la testimonianza.</p>
<p>Si intreccia così il rito pagano e quello cristiano. La Magna Grecia è un intreccio. . I lirici greci. Soprattutto Leonida di Taranto. La sua è un abitare il vento e le voci greche del Mediterraneo.<br />
Quasimodo:<br />
“Il greco ritornava a essere ancora un’avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi”.<br />
A Leonida di Taranto dedica, oltre alla traduzione, un saggio di straordinaria valenza estetica. L’esilio interiore di Leonida è il suo esilio in viaggio. Un Quasimodo legato profondamente a Leonida e a D’Annunzio.</p>
<p>Leonida sembra una costante nel vissuto greco di Quasimodo. Leonida nel vento di Taranto recita:<br />
“Riposo molto lontano dalla terra d’Italia<br />
e di Taranto mia Patria<br />
e ciò m’è più amaro della morte.<br />
Tale destino hanno i nomadi<br />
a conclusione della loro inutile vita!<br />
Le Muse però mi hanno caro<br />
ed a compenso delle mie afflizioni<br />
mi offrono una dolcezza di miele.<br />
Il nome di Leonida non tramonta per esse:<br />
i loro doni lo testimoniano sino all’ultimo sol”.<br />
Di Leonida dirà:<br />
“… era un uomo libero, figlio di una città che ai tempi in cui vi abitava era ancora l’emblema di una confederazione civile nemica dei compromessi e favorevole al rispetto dei diritti dell’uomo…”.<br />
Una terra che è isola. Un’isola che è mondo arabo e greco. Cristianità e rivelazione. La stessa terra, lo stesso viaggio, lo stesso camminamento esistenziale.</p>
<p>La poesia che si fa lirismo spirituale in un canto in cui l’epigrammismo diventa nostalgico senso della terra e del mare in un tempo si attraversa:<br />
“un pellegrinaggio nel Mediterraneo” (Quasimodo).<br />
Leonida, nomade tra terre e parole, diventa per Quasimodo il porto mai sepolto e sempre veliero tra le onde. Dirà:<br />
“Come Odisseo il suo marinaio affronta la solitudine. Ma qui l’avventura non ha i contorni del poema omerico ed è … antiromantica”.<br />
Quasimodo trova in Leonida il punto di incontro con il viaggio e l’estetica come lo vivrà con D’Annunzio in un saggio del 1939:<br />
“… a D’Annunzio aggiungeremo che egli fu l’ultimo poeta nostro che abbia predato la solitudine necessaria al suo lavoro, senza cadere in servitù di alcuno. Oggi i poeti si muovono fra coltelli”.</p>
<p>Tra Leonida e D’Annunzio, Quasimodo, con La Pira, vive i naufragi e le tempeste in un viaggio migrante e da esule in una terra chiamata isola e mare attraversando i luoghi di Virgilio e di Dante. In una terra dall’alba nuova che verrà vissuta come una vita nuova (nova). Così come è stato in Leonida, esule e alla ricerca sempre della sua terra mai dimenticata.<br />
Così Leonida:<br />
“Passate senza fare rumore oltre<br />
la mia tomba, non svegliate la vespa<br />
pungente che posa nel sonno. L’ira<br />
di Ipponatte che ha osato scatenarsi<br />
contro i genitori, è ora in pace.<br />
Ma, attenti: le sue parole di fuoco<br />
possono bruciare pure dall’Ade”.</p>
<p>Un tempo immenso e un tempo metaforicamente infinito. Nel Quasimodo che rilegge Leonida si avvertono dei legami che hanno nella grecità una profonda visione omerica. L’indefinito e il ritorno sono un sigillo che scava la vita e la morte. Il suo riflettere sulla morte ha anche una visione onirica.<br />
In Leonida si ascolta:</p>
<p>“Infinito fu il tempo, uomo, prima<br />
che tu venissi alla luce, e infinito<br />
sarà quello dell’Ade. E quale parte<br />
di vita qui ti spetta, se non quanto<br />
un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola<br />
di un punto? Così breve la tua vita<br />
e chiusa, e poi non solo non è lieta,<br />
ma è assai più triste dell’odiosa morte.<br />
Con una simile struttura d’ossa<br />
tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!<br />
Tu vedi, uomo, come tutto è vano:<br />
all’estremo del filo c’è un verme<br />
sulla trama non tessuta dalla spola.<br />
Il tuo scheletro è più tetro<br />
di quello di un ragno. Ma tu<br />
che, giorno dopo giorno, cerchi<br />
in te stesso, vivi con lievi pensieri,<br />
e ricorda solo di che paglia sei fatto”.</p>
<p>La morte e la terra. Il viaggio e la grecità. La sensualità e gli echi che hanno simboli e miti. Il confronto tra Leonida e Quasimodo è un itinerario errante. Resta tale. Leonida muore lontano dalla sua terra. Quasimodo tra i suoi viaggi distante dalla sua isola. Un errare che accomuna due poeti di epoche distante tra il tempo tracciato e il tempo vissuto tra la grecità e l’Egitto in una griglia di simboli e di archetipi che recitano la vita e la morte. Leonida è l’errante che vive costantemente nel viaggio reale e metaforico del figlio di Modica.</p>
<p>Una erranza che è completamente attraversata dalla nostalgia. La nostalgia del tempo che della in – finitudine un immaginario che ha il canto della grecità profonda. Una “terra impareggiabile” come la vita come la morte: “Non ho paura della morte, / come non ho avuto timore della vita”.<br />
Leonida di Taranto, dunque, è il riferimento di una grecità diffusa e immensa dentro un itinerario che ha una centralità nell’orfico percorso tra mito e rito che accompagna sia Ibico che tutta la Magna Grecia. I pilastri restano i modelli greci catturati dalla lirica latina catulliana, ma si immerge in tutto il contesto che sarà stilnovista e prima scuola siciliana. Elementi che portano a tutto il primo Novecenuo radicato tra Foscolo, Alfieri e Pirandello di “Mal giocondo” in una temperie dannunziana. Foscolo ha la sua Itaca Zacinto. Pirandello la sua greca araba Girgenti. Leonida la sua Taranto sulle sponde del fiume e dei mari. Così nel Novecento del Carrieri pellegrino e viandante. Leonida il poeta Magno Greco nel Mediterraneo delle letterature. Un Mediterraneo che incrocia destini e profezia in una geo cultura che pone al centro il tempo e non la storia. Pone al centro il labirinto e non il caos. Un viaggio tra memoria mare e madre. Qui Pavese con Leucò ha incontrato una dimensione onirica nel mito e nel racconto degli dei.</p>
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