Dal 1900 a oggi, ogni Papa ha attinto alla vita del Santo come a una sorgente viva, non per devozione antiquaria, ma per leggere il proprio tempo alla luce del Vangelo
Pierfranco Bruni

È pur vero che la modernità si confronta spesso con l’attuale. Ma è anche vero che il reale quotidiano della spiritualità ha la necessità radicale di diventare viaggio nella cristianità. Quanta conversione abita la cristianità? Qui San Paolo e San Francesco d’Assisi costituiscono punti saldi.
San Francesco d’Assisi non è rimasto confinato al XIII secolo. Dal 1900 a oggi, ogni Papa ha attinto alla sua vita come a una sorgente viva, non per devozione antiquaria, ma per leggere il proprio tempo alla luce del Vangelo. La parabola francescana attraversa il Novecento e i primi decenni del Duemila toccando quattro nodi forti. La missione. La riforma della Chiesa. La pace. La cura del creato. Chiaramente ogni pontificato ha illuminato un volto del Poverello, e l’insieme restituisce la polifonia di un santo che continua a parlare a credenti e non credenti.
Cerco di fare ordine in questo tracciato tra Chiesa e comunità di Fede attraverso i pontificati che hanno caratterizzato appunto il Novecento. Un percorso non breve. Ma molto articolato.
Pio XI. La stagione delle missioni.
Il primo intervento organico è di Pio XI. Il 28 febbraio 1926, per il VII Centenario della morte di Francesco, pubblica l’enciclica Rerum Ecclesiae. In un’epoca di espansione missionaria, il Papa addita Francesco come modello di zelo apostolico. Non si sofferma sul cantore della natura, ma sul fondatore di un Ordine che ha portato il Vangelo “fino agli estremi confini della terra”. L’accento è duplice: da un lato l’imitazione della povertà e della libertà interiore del Santo. Dall’altro la necessità di formare un clero indigeno nelle terre di missione, perché la Chiesa non resti straniera. Francesco diventa così il garante di una evangelizzazione che non impone ma si fa sorella. Una frontiera che diventa fraternità di linguaggio e spiritualità.
Giovanni XXIII. Il terziario francescano alla vigilia del Concilio.
Giovanni XXIII non dedica a Francesco encicliche organiche, ma ne fa il respiro del suo pontificato. Terziario francescano dal 1° marzo 1896 col nome di “Fra Giuseppe”, Angelo Roncalli scrive nei Diari dell’anima: “San Francesco è stato sempre il mio santo preferito”. Il 4 ottobre 1962, una settimana prima di aprire il Concilio Vaticano II, compie il pellegrinaggio a Loreto e Assisi. Sulla tomba del Poverello prega: “Sono venuto a chiedere a San Francesco luce per il Concilio”. È il primo Papa del ’900 a recarsi ad Assisi.
Il suo francescanesimo è esistenziale, non programmatico. Pacem in terris, 11 aprile 1963, non nomina Francesco, ma ne respira l’architettura: la pace come frutto di verità, giustizia, amore e libertà. Il saluto “Pace e bene” diventa l’anima dell’enciclica. Per Giovanni XXIII, Francesco è il santo della riforma che nasce dalla misericordia e dalla gioia, non dalle strategie. In questo senso prepara il Concilio sostenendo che prima di aggiornare la Chiesa occorre inginocchiarsi davanti al Poverello. È qui il tratto paolino. Come Paolo sulla via di Damasco, anche per Roncalli la conversione è cadere da cavallo e rialzarsi povero.
L’araldo del Vangelo. Paolo VI.
Paolo VI compie un salto qualitativo. In due lettere apostoliche legate agli anniversari francescani, sposta il baricentro. Con Altissimi Cantus del 7 dicembre 1970, per l’800° della nascita, definisce Francesco “araldo del Vangelo” e testimone di una Chiesa che si rinnova attraverso la gioia e la povertà, non con le strategie. Tre anni dopo, il 3 ottobre 1973, con Il Signore ti dia la pace, rilancia il saluto francescano come programma ecclesiale in un mondo lacerato dalla guerra fredda.
Giovanni Paolo II. Il costruttore di pace.
Giovanni Paolo II non dedica documenti specifici a Francesco, ma ne fa l’icona del suo magistero sulla libertà e la pace. La data-simbolo è il 27 ottobre 1986. Infatti ad Assisi convoca i leader delle religioni mondiali per pregare per la pace. La scelta del luogo non è casuale. Francesco diventa il garante di un dialogo che non relativizza la verità, ma la serve disarmato.
Il passaggio decisivo arriva il 29 novembre 1979. Col motu proprio Inter Sanctos, Giovanni Paolo II proclama Francesco patrono dei cultori dell’ecologia. È il primo Papa a leggere il Cantico delle Creature in chiave teologica e culturale. La natura non è solo scenario, ma “sorella” e “madre”. Qui nasce la linea che porterà direttamente a Laudato si’.
Nelle sue catechesi e nei discorsi, il Papa polacco lega Francesco a quattro parole: verità, giustizia, amore, libertà. “La libertà non è fine a se stessa. Insiste: “Essa è autentica solo quando viene posta al servizio della verità, della solidarietà e della pace”. Francesco è l’uomo libero perché povero, e quindi capace di costruire ponti. L’incontro di Assisi resta l’applicazione pratica di questa intuizione.
Benedetto XVI. Il gigante della santità che rinnova dall’interno.
Benedetto XVI regala la riflessione più sistematica del post-concilio. Il 27 gennaio 2010 dedica l’udienza generale a Francesco, chiamandolo “un autentico gigante della santità”. Il suo sguardo è teologico e storico insieme. Da un lato legge la conversione del Poverello come sintesi di ragione e cuore, fede e bellezza. Dall’altro riconosce il ruolo provvidenziale dei Francescani e dei Domenicani nel rinnovamento della Chiesa del XIII secolo. Non una rivoluzione contro l’istituzione, dunque, ma una riforma dall’interno, generata dalla radicalità evangelica. Per Benedetto, Francesco ricorda che la Chiesa non si riforma con i progetti, ma con i santi. Il Cantico delle Creature diventa così un trattato di teologia della creazione: lode a Dio attraverso le cose, non accanto alle cose.
La chiave del pontificato. Papa Francesco.
Con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio nel 2013, Francesco d’Assisi entra nel nome e nel programma di un Papa. Due encicliche portano la sua impronta diretta. Laudato si’ del 24 maggio 2015 si apre con il verso del Cantico: “Laudato si’, mi’ Signore”. La casa comune è “sorella” e “madre”. L’ecologia integrale, riprendendo il tutto da Giovanni Paolo II, nasce da qui. Infatti la visione è quella della cura. Non c’è cura del pianeta senza giustizia verso i poveri, e non c’è pace sociale senza custodia del creato. Francesco d’Assisi è il patrono di questo sguardo indiviso.
Fratelli tutti del 3 ottobre 2020 viene firmata ad Assisi, sulla tomba del Santo. Il titolo è preso dalle Ammonizioni di Francesco. L’enciclica propone “una forma di vita dal sapore di Vangelo” per guarire un mondo frammentato. San Francesco è modello di fraternità universale. Ovvero si sentiva fratello del sole e del lebbroso, del sultano e del lupo. Per Papa Francesco, tornare ad Assisi significa uscire dalla globalizzazione dell’indifferenza. Diventa così sostanzialmente la grammatica del pontificato.
Leone XIV. La pace come dono attivo.
Il 1° ottobre 2025, in apertura dell’VIII Centenario del Transito, Papa Leone XIV scrive ai Ministri Generali della Famiglia Francescana. Rilegge l’ultima parola di Francesco: “Nostra sorella morte”. Non è rassegnazione, ma pacificazione. Da qui sviluppa la sua idea di pace: “somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto”, ma insieme “un dono attivo, da accogliere e vivere ogni giorno”. Francesco è il testimone che la pace cristiana non è assenza di guerra, ma presenza di Cristo. In un tempo di nuovi conflitti, Leone XIV consegna alla Chiesa il saluto francescano come compito: essere operatori di pace perché pacificati.
La linea dal 1900 a oggi mostra una progressione, non una contraddizione. Un itinerario al cui centro c’è la missione evangelizzatrice ma soprattutto paolina. Basta considerare il tracciato a partire dal Novecento.
Così in una estrema sintesi.
Pio XI scopre in Francesco il missionario che esce e si fa prossimo. Giovanni XXIII lo vive come terziario e lo pone a fondamento spirituale del Concilio: riforma nella misericordia e nella gioia. Paolo VI ne fa l’araldo del Vangelo. Giovanni Paolo II lo elegge icona della pace e del dialogo, uomo libero che costruisce ponti, e lo proclama patrono dell’ecologia. Benedetto XVI lo presenta come gigante della santità che rinnova la Chiesa dall’interno, tenendo insieme fede e bellezza. Papa Francesco lo pone a fondamento dell’ecologia integrale e della fraternità universale, facendone la chiave del proprio pontificato. Leone XIV raccoglie il saluto di pace come dono attivo per la Chiesa di oggi, davanti al mistero della morte accolta da fratello.
Tutti leggono lo stesso uomo, ma ogni Papa illumina la risposta di Francesco a una domanda del proprio tempo. Ovvero: come annunciare il Vangelo. Come riformare la Chiesa. Come fare pace. Come abitare la terra. Come essere fratelli.
In una sintesi più lineare, anche se si corre il rischio di essere ripetitivi, è necessario definire il tutto attraverso un ordine sistematico.
1926 Pio XI. Enciclica Rerum Ecclesiae, 28 febbraio 1926: Francesco modello di zelo missionario.
1962-1963 Giovanni XXIII. Pellegrinaggio ad Assisi, 4 ottobre 1962: chiede luce per il Concilio. Pacem in terris, 11 aprile 1963: architettura di pace dal sapore francescano.
1970-1973 Paolo VI. Altissimi Cantus, 7 dicembre 1970: Francesco “araldo del Vangelo”. Il Signore ti dia la pace, 3 ottobre 1973: rilancia il saluto di pace. Paolo VI muore nel 1978.
1979-2001 Giovanni Paolo II. Motu proprio Inter Sanctos, 29 novembre 1979: proclama Francesco patrono dei cultori dell’ecologia. Incontro Assisi 1986: Francesco modello di pace e dialogo. Messaggio Giornata Pace 1990: Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato. Udienza 17 gennaio 2001: lancia la “conversione ecologica”.
2010 Benedetto XVI. Catechesi 27 gennaio 2010: Francesco “gigante della santità”, riformatore ecclesiale.
2015-2020 Papa Francesco. Laudato si’ 2015: ecologia integrale dal Cantico. _Fratelli tutti_ 2020: fraternità universale, firmata ad Assisi.
2025 Leone XIV. Lettera 1 ottobre 2025: Francesco testimone della pace come dono.
Il dato conclusivo, in una ultima sintesi, ci porta a fare una considerazione. Ovvero: San Francesco non appartiene al passato perché ogni generazione ha bisogno di ricominciare dal Vangelo nella sua nudità. I Papi contemporanei ce lo ricordano. Infatti la povertà non è ideologia, è libertà. La fraternità non è buonismo, è riconoscimento. La pace non è trattato, è dono da vivere. La creazione non è risorsa, è sorella.
Tornare a Francesco significa, per la Chiesa e per il mondo, tornare a un cristianesimo povero, libero, gioioso, fratello di tutti. In questo senso il Poverello di Assisi resta “figura di frontiera”. Sta sulla soglia e indica da dove si riparte. Perché in fondo la partenza è quell’incipit che avvisa che il viaggio non è mai geografico soltanto ma profondamente spirituale.
Un viaggio umano che deve comunque definirsi attraverso una “comunicazione” spirituale. Il paladino resta Benedetto XVI che pone all’attenzione due concetti chiave: la Fede e la Bellezza. Un percorso che nasce dentro la comparazione tra teologia spiritualità e letteratura. Una dimensione anche estetica della bellezza della fede. Niccolò Tommaseo incentra la sua filosofia letteraria sulla griglia laica dell’intreccio tra la fedeltà alla fede e il mistero della bellezza. Ma Benedetto XVI riesce a creare una comparazione che non è soltanto un dato metaforico tra metafisica e cristianità ma incisivamente religioso tra civiltà d’Oriente e culture d’Occidente all’interno di comparazioni umane e religiose. In fondo si tratta proprio di un Edificare la Gioia proprio tra fede e bellezza.
Leone XIV è dentro questo camminare insieme. Infatti già nei primi passi del suo pontificato pone all’attenzione un intreccio che è anche paolino e agostiniano. San Francesco come non considerarlo il proseguitore di San Paolo? È San Paolo con la sua conversione il vero punto radicante di San Francesco d’Assisi. Giovanni XXIII, terziario, aveva già indicato questa via: cadere da cavallo per rialzarsi povero, come Paolo, come Francesco. San Francesco dunque il continuatore di San Paolo? Basterebbe questa frase: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

