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	<title>Storia, Arte, Cultura Archivi - lafrecciaweb.it</title>
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		<title>LA SCOMPARSA DI EUGENIO NASTASI. IL POETA CHE ASCOLTÒ IL VENTO DELLA CALABRIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 16:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Nastasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1414" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9.jpeg 2048w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9-300x207.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9-1024x707.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9-768x530.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9-1920x1326.jpeg 1920w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9-1170x808.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/484b4659-20ae-499e-b954-ab4b1f01d8d9-585x404.jpeg 585w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Eugenio Nastasi sta tra i fili del tempo. Non fa rumore. Tesse. Tesse mani, nidi, arcobaleni, risacche, stanze. Tesse un saluto capace di stupire il passante. Tesse una regola: i&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eugenio Nastasi sta tra i fili del tempo. Non fa rumore. Tesse.</em><br />
<em>Tesse mani, nidi, arcobaleni, risacche, stanze. Tesse un saluto capace di stupire il passante. Tesse una regola: i colori si amano tra loro. In un’epoca di lacerazioni e di cadute, la sua poesia è resistenza</em></p>
<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Ci ha lasciato Improvvisamente un vero poeta. Eugenio Nastasi. Lo avevo incontrato soltanto qualche giorno fa a Castiglione di Paludi.  In una passeggiata francescana lungo il percorso del Parco archeologico.  Non lo vedevo da molto tempo. Eugenio (Gegè) sempre con la sua gentilezza, la sua delicatezza, il suo garbo&#8230; Un poeta vero!<br />
La sua  poesia non urla. Ha una nervatura religiosa come la sua pittura dentro una visione cristiana  Si posa. Si posa come la luce del crepuscolo sui frutteti, come la risacca di un ultimo settembre, come un saluto che “corrompe i passanti con un tratto di stupore”. È una poesia che sta tra i fili del tempo, tra una mano che dipinge e una voce che scrive. Perché Nastasi è stato due cose insieme, e non a caso: poeta e pittore dal tratto sottile e malinconico. Gegè non amava il chiasso. Piuttosto molto riservato. Ma  la sua biografia interiore era è immensa e la sua poesia lo rivela. Un poeta della Calabria e dei luoghi che ha sempre amato. È incluso nel Quadernario Calabria – Quasi a filo di luna – Almanacco di poesia,  pubblicato da LietoColle nel 2017, la grande antologia che ha raccolto ventuno poeti calabresi contemporanei e il ricordo di undici maestri scomparsi. Un’opera di circa trecento pagine nata per dire che la Calabria che regala una &#8220;poetica un tono alto, anzi altissimo”: una terra in cui la magia si fa vita natura fatalità e destino.<br />
E Nastasi è figlio di questa gravità. Ha pubblicato presso Edilazio &#8220;L’occhio degli alberi&#8221;, titolo che già dice tutto: uno sguardo che non guarda l’uomo soltanto, ma guarda ciò che l’uomo abita. È uno dei suoi libri profondamente marcanti. Gli alberi, le strade, il nido, il mare. La sua poesia esce in un tempo in cui la Calabria poetica si raccoglie e si riconosce: tra Calogero e Costabile, tra Alvaro e Grisi. Nastasi sta lì, non in cattedra, ma nel margine. Dove stanno i veri poeti. Perché di un vero poeta sto parlando. Nel tratto del pittore si vive  il respiro del poeta in una eredità intoligica. Perché Nastasi dipinge con le parole. In alcuni versi si ascolta: “Lasciarsi prendere dall’occhio / in cammino, / restare opera non finita, / bagnata dalle voci di dentro”.<br />
È pittura. È affresco steso “sulle mani / per strade che portano al nido”. Il suo occhio non giudica. Accoglie. È l’occhio degli alberi: testimone, non padrone. E poi c’è il colore.<br />
“Dire al mondo la regola dell’arcobaleno / i colori si amano tra loro”.<br />
Qui c’è tutta la sua etica. In un tempo di divisioni, lui insegna convivenza in una visione orante. I colori non si combattono. Si amano. È una regola semplice e rivoluzionaria. Il crepuscolo per lui non è fine. È “raggio illeso”, luce che resiste anche quando il sole si ritira. Una luce che accarezza i frutteti “appena mossi dal sole”. Movimento minimo, eppure vita. Il mare, il suo nostro mare,  e il tempo nell&#8217;“Ultimo settembre” è una carezza d&#8217;anina.<img decoding="async" class="alignright size-thumbnail wp-image-127011" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/3ec2158e-a13b-4d14-b217-62cec8e65d6b-150x150.jpeg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/3ec2158e-a13b-4d14-b217-62cec8e65d6b-150x150.jpeg 150w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/3ec2158e-a13b-4d14-b217-62cec8e65d6b-585x585.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/3ec2158e-a13b-4d14-b217-62cec8e65d6b-640x640.jpeg 640w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /><br />
Infatti con Ultimo settembre Nastasi entra nel ritmo della terra calabrese. “Le onde del mare hanno ripreso / il livore sommerso, la risacca / instancabile schiocca un battere / di sassi e di spuma”. Il mare non è paesaggio da cartolina. È memoria che torna. È livore, è risacca che non si stanca. È suono. E mentre la luce “s’allontana dalla riva”, entrano “venti laschi” e le foglie “azzardano un rito di danza”. C’è danza anche nella perdita. C’è rito anche nello spogliarsi. Finisce con un’immagine che è tutta lui: “Tremante umida mano di criniere / carezza l’assenza”.<br />
La mano trema, è umida, ma carezza. Anche l’assenza. Soprattutto l’assenza.<br />
Questo è lo scavo umano di Nastasi: non negare il vuoto, accarezzarlo. La memoria è abitata come stanza. In quest&#8217;altri versi il tono si fa più grave: “Oltre la porta il tempo muove / come silenzio dentro al grano”. Il tempo non corre. Si muove dentro. Come il grano. E qui arrivano “i nostri nessuno”: i morti, gli assenti, quelli di cui non resta “abitudine dei nomi”. “Di sonni sfatti i nostri nessuno / girano le stanze d’un tratto universali”. La casa diventa universale quando la abitano i ricordi. Resta “un brivido nei volti / come pastura che guarda al passato”. E la domanda finale è la domanda di ogni poesia vera: “Ma dove portano quel che di loro ci appartenne?”.<br />
Nastasi non risponde. Lascia la porta aperta. Perché il poeta non chiude. Accompagna. Ecco perché è un poeta dello scavo. Nastasi è “un vero poeta dello scavo umano”? Ha saputo ascoltare il vento della Calabria: quel vento che porta odore di agrumi, di sale, di boschi interni, di comunità ebraiche e albanesi, di baie improvvise.<br />
La sua Calabria non è folklorica. È interiore. È provincia dell’anima. La sua malinconia non è lamento. È attenzione. È il tratto sottile del pittore che non riempie tutta la tela. Lascia respiro. È il poeta che resta “opera non finita”, perché sa che l’uomo non si compie mai e resta tra i fili del tempo. Eugenio Nastasi sta tra i fili del tempo. Non fa rumore. Tesse.<br />
Tesse mani, nidi, arcobaleni, risacche, stanze. Tesse un saluto capace di stupire il passante. Tesse una regola: i colori si amano tra loro. In un’epoca di lacerazioni e di cadute, la sua poesia è resistenza. È dire che si può ancora “sentire il raggio illeso del crepuscolo”. È dire che anche l’assenza si può carezzare. È dire che i nostri nessuno continuano a girare le stanze, e che noi abbiamo il dovere di ricordare dove hanno portato “quel che di loro ci appartenne”.<br />
Nastasi non è poeta da premi e da salotti. È poeta da soglia. Sta sulla soglia tra pittura e parola, tra mare e terra, tra presente e memoria. E da lì guarda. Con l’occhio degli alberi. Come la sera del nostro incontro e del nostro abbraccio tra le &#8220;pietre&#8221; parlanti di Castiglione di Paludi.  Era nato a Rossano nel 1948. È scomparso il 13 Agosto del 2026. Il poeta dello  scavo umano tra il crepuscolo e la risacca.</p>
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		<title>Lo sport e’cultura. Le  Olimpiadi sono un intreccio di contaminazioni, corpi e civiltà del Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 09:38:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3.png 1536w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3-300x200.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3-1024x683.png 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3-768x512.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3-1170x780.png 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3-585x390.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/1BAE40CD-E43E-4B5A-9DFE-3DA155C8CDA3-263x175.png 263w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>&#160; di Pierfranco Bruni Scriveva  Giovenale: &#8220;Mens sana in corpore sano”. In un contesto in cui la radura del Mediterraneo è devastata da conflitti l&#8217;idea della riappacificazione delle coscienze potrebbe&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/14/lo-sport-e-cultura-le-vere-olimpiadi-sono-un-intreccio-di-contaminazioni-corpi-e-civilta-del-mediterraneo/">Lo sport e’cultura. Le  Olimpiadi sono un intreccio di contaminazioni, corpi e civiltà del Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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<p>di Pierfranco Bruni</p>
<p>Scriveva  Giovenale: &#8220;Mens sana in corpore sano”. In un contesto in cui la radura del Mediterraneo è devastata da conflitti l&#8217;idea della riappacificazione delle coscienze potrebbe trovare un sintesi armonica nello sport. I Giochi del Mediterraneo di Taranto potrebbero e dovrebbero dare un segnale preciso. Perché lo sport non è soltanto gara.  Lo sport è linguaggio. È corpo che pensa, è anima che corre, è pietra che diventa pista.  Dire che lo sport è cultura significa dire che l’uomo, quando si muove, non si limita a vincere o a perdere. Si racconta. E nel raccontarsi incontra l’altro. Perché l&#8217;educazione del corpo è una geografia aperta. Dalle origini, lo sport è stato commistione. Non chiusura.<br />
Si pensi ai Giochi Panatenaici della Grecia antica. Non erano solo competizione. Erano rito, erano festa, erano politica, erano memoria.  Sono memoria. Ad Atene, ogni quattro anni, la città si apriva. Arrivavano atleti da tutte le poleis. Portavano muscoli, certo. Ma portavano anche dialetti, miti, dei diversi, modi di correre, di lottare, di onorare.  Lo diceva già Pindaro: “Ariston men hydor”, l’acqua è la cosa migliore. Ma subito dopo cantava gli atleti, perché l’acqua senza l’uomo che la attraversa resta muta.<br />
L’atleta greco non era un professionista. Era un kalos kagathos: bello e buono. Corpo e anima insieme. Educazione. Paideia.  Ecco la prima verità: la cultura dello sport è penetrazione di un pensiero tra corpo e anima.  Non è caso se Platone nella Repubblica metteva la ginnastica accanto alla musica. Una formava il corpo, l’altra l’anima. E senza l’una l’altra zoppica. Le Olimpiadi hanno dato vita alla nascita di una geografia degli incontri. Le origini delle Olimpiadi non segnano solo l’inizio di una gara. Segnano l’inizio di una idea di Mediterraneo.  Olimpia, 776 a.C.<br />
Durante i giochi valeva l’ekecheiria, ovvero la tregua sacra. Le città smettevano di combattersi. I viandanti potevano attraversare territori nemici.  Che cosa significa? Significa che lo sport ha inventato, prima della diplomazia, lo spazio aperto.  Il Mediterraneo così smette di essere mare che divide. Diventa geografia degli incontri necessari.  I Fenici portavano anfore e alfabeto. I Greci portavano atletica e teatro. I Cartaginesi portavano commercio e resistenza. E tutti, a un certo punto, si ritrovavano a correre sullo stesso stadio. Non era competizione sterile. Era conoscenza.<br />
Commistioni quindi antropologiche. Il vincitore tornava a casa con una corona d’ulivo, ma soprattutto tornava con storie. Con nomi. Con dèi nuovi.  Come scriveva lo storico Moses Finley: “I giochi greci erano il luogo dove l’ellenismo imparava a riconoscersi pur restando diverso”.<br />
Seneca: &#8220;Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili&#8221;. Roma ebbe un suo ruolo importante. Roma, l’Islam, e la contaminazione dei corpi erano rappresentazione di modelli. Con Roma lo sport cambiò pelle.  Dal rito passò allo spettacolo. Dal gymnasion al Colosseo. Ma anche lì la cultura restò.  Il gladiatore era schiavo, ma era anche mito. Spartaco ha insegnato che il corpo in rivolta è pensiero politico.  Il sangue sull’arena è orrore, ma è anche domanda: fino a che punto il corpo appartiene allo Stato? E mentre a Occidente il corpo veniva esibito, a Oriente il corpo veniva educato.<br />
Nel mondo islamico medievale, tra IX e XII secolo, lo sport era furusiyya: arte cavalleresca, tiro con l’arco, nuoto, lotta.  Ibn Sina, Avicenna, scriveva di medicina e consigliava l’esercizio fisico come equilibrio degli umori.  Nelle corti di Baghdad e Cordova si traducevano i testi greci sulla ginnastica. Galeno tornava a parlare attraverso mani arabe.  La contaminazione formò l&#8217;incontro con etinie diverse. La parola chiave fu appunto contaminazione. Senza gli Arabi non avremmo avuto Aristotele. Senza Aristotele non avremmo avuto lo sport come etica.<br />
Dunque fu pensiero e non solo muscoli. Arriviamo così a Coubertin e alle Olimpiadi moderne del 1896.  Coubertin non inventa nulla. Raccoglie. Dice una cosa semplice e rivoluzionaria: “L’importante non è vincere, è partecipare”.  È una frase filosofica. È l’idea che il valore stia nel gesto, non nel risultato.  E qui lo sport diventa di nuovo cultura.<br />
Si pensi a Jesse Owens a Berlino 1936. Correva contro Hitler. Vinceva 4 ori. Il suo corpo nero attraversava l’ideologia ariana.  Si Pensi a Muhammad Ali. Diceva: “I’m not the greatest, I’m the double greatest”, ovvero: &#8220;Non sono il più grande, sono il doppio del più grande&#8221;. Ma rifiutava la guerra in Vietnam. Il ring diventava pulpito.<br />
Si Pensi a Nadia Comăneci a Montreal 1976. Dieci perfetto. Il corpo che sfida la gravità e la politica della Romania di Ceausescu. Lo sport qui non è evasione. È penetrazione. Entra nelle case, nelle scuole, nelle coscienze.  Come diceva Albert Camus, portiere di calcio da giovane: “Tutto ciò che so della morale e delle leggi, lo devo al calcio”.<br />
Nel Mediterraneo il corpo incontra l’altro.  Oggi lo sport è l’unica lingua che non ha bisogno di traduzione.  Un ragazzo senegalese e un ragazzo calabrese giocano a pallone nello stesso campetto di terra. Non parlano. Passano.  È Panatenaico. È Olimpiade. È ekecheiria. Dunque lo sport è cultura. Perché unisce: abbatte confini di lingua, religione, classe.  Educa: insegna regola, limite, sconfitta, attesa.  Ricorda: ogni gara è rito. Come i giochi in onore di Atena, anche una finale di paese è memoria d&#8217;insieme.  Pensa: il corpo che si allena è anima che si disciplina. Mente e muscolo non sono separati. Se il Mediterraneo è mare che unisce, lo sport è il ponte che lo attraversa ogni giorno, con le scarpe ai piedi. Dobbiamo smettere di trattare lo sport come intrattenimento.  Dobbiamo restituirgli la sua dignità: di scuola, di rito, di geografia aperta.<br />
Scriveva Pierre de Coubertin: “Lo sport è l’inviato della pace nel mondo”.  E aggiungo che è anche l’inviato della conoscenza tra i popoli.  Perché quando due corpi si incontrano in una gara, due civiltà si riconoscono.  E da quel riconoscimento nasce sempre qualcosa che resta: non una medaglia.  Una parola nuova. Un gesto nuovo. Un pezzo di futuro. È su questo di futuro che occorre investire perché le generazioni devono essere formate  con molta attenzione al rispetto dell&#8217;uomo, o meglio al legame tra corpo cuore e intelligenza. Perché &#8220;Lo sport serio, diceva George Orwell, è la guerra senza le sparatorie&#8221;. In fondo vale  su tutto la frase di Grabriele d’Annunzio &#8220;Fare sport è una fatica senza fatica&#8221;.<br />
Alfonso Gatto scriveva dedicando il 7 maggio 1975 la sua Rubrica La balla al balzo, sul &#8220;Giornale&#8221; di Indro Montanelli, a Gianni Rivera: &#8220;Il calcio è come la poesia, un gioco che vale la vita, ove la metafora — l&#8217;ala — porta al gol l&#8217;illusione, alla finezza il compenso, alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno&#8221;. Un vero messaggio di &#8220;ragione poetica&#8221; sullo sport. Allora: lo sport è cultura.</p>
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		<title>Villa Lante di Bagnaia, le delizie di una vita rinascimentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Maccaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 04:46:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[giardini all’italiana]]></category>
		<category><![CDATA[lazio]]></category>
		<category><![CDATA[luoghi da visitare]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Lante di Bagnaia]]></category>
		<category><![CDATA[Viterbo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4947.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4947.jpeg 640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4947-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4947-585x439.jpeg 585w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Alla scoperta di Villa Lante di Bagnaia, gioiello rinascimentale della Tuscia: un viaggio tra giardini all’italiana, fontane, giochi d’acqua, arte e storia Di Francesca Maccaglia   BAGNAIA (VITERBO) – La&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Alla scoperta di Villa Lante di Bagnaia, gioiello rinascimentale della Tuscia: un viaggio tra giardini all’italiana, fontane, giochi d’acqua, arte e storia</em></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><span data-originalfontsize="10pt" data-originalcomputedfontsize="13.333333"><br />
Di Francesca Maccaglia</span></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> </strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">BAGNAIA (VITERBO) – La settimana di Ferragosto 2026 registra una forte crescita di visitatori nel Lazio e, in special modo, nella Capitale. Anche nel territorio della Tuscia si rileva una forte vivacità turistica, un ricco calendario di eventi e un’ottima tenuta delle presenze.</span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Le ville e i parchi storici, in special modo, fondono in una perfetta armonia e in un unico luogo, natura, arte e storia. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Visitarle è un viaggio affascinante durante il quale l</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">a nostra mente non percepisce solo la bellezza, ma sperimenta una vera e propria risonanza emotiva con il passato. Tra i luoghi più incantevoli della Tuscia spicca Villa Lante di Bagnaia, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">situata ai piedi dei verdi pendii dei Monti Cimini, riaperta nel mese di luglio 2026, dopo un imponente intervento di restauro multidisciplinare, basato su </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">quattro punti chiave mirati al recupero architettonico, ambientale e funzionale del complesso monumentale; in special modo, la cura,</span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">il risanamento e gestione evolutiva del parco e delle siepi storiche, il ripristino e la manutenzione dei sistemi di alimentazione idrica originali che alimentano i giochi d’acqua e le cascate, e l’installazione di un nuovo impianto di illuminazione a basso impatto visivo ed energetico per consentire la fruizione serale e notturna del complesso monumentale, l’abbattimento delle barriere architettoniche per facilitare l’accesso ai disabili, il rinnovo degli impianti di sicurezza e dei percorsi di visita interni al giardino.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il complesso è regolarmente aperto al pubblico, con orario tipico estivo dalle 8:30 alle 19:30, ultimo ingresso alle 18:30.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Capolavoro del Cinquecento, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">per le sue bellezze naturali Villa Lante ancora oggi attira studiosi, artisti e curiosi dall’Italia e da diverse parti del mondo. Votata nel 2011 “Parco più bello d’Italia”, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">s</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">i </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">estende su una superficie di oltre venti ettari, ed </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">è un famosissimo esempio di <strong>giardino all’italiana</strong>, uno dei più noti giardini italiani manieristici del XVI° secolo.</span><br />
<img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126971" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4945-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4945-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4945-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4945.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il giardino nel Rinascimento nasce in Italia come riscoperta del mondo classico romano, trasformandosi da orto medievale a opera d’arte geometrica. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Villa Lante </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">si caratterizza per la sua rigorosa simmetria geometrica, i terrazzamenti in pendenza e l’uso scenografico dell’acqua.</span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La riscoperta del mondo antico condizionò anche la progettazione del verde, dando vita al “giardino all’italiana” come oggi lo conosciamo.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Oltre Villa Lante a Bagnaia, tra gli esempi più noti Villa d’Este a Tivoli e i Giardini di Boboli a Firenze che hanno influenzato la nascita dei grandi parchi europei.</span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Prima di Villa Lante di Bagnaia e Palazzo Farnese di Caprarola, il <strong>Cortile del Belvedere</strong> a Roma, le <strong>Ville Medicee</strong> in Toscana e <strong>Villa Madama</strong> a Roma hanno definito il giardino all’italiana e il paesaggio rinascimentale. La storia di Villa Lante inizia nel 1498, quando Raffaele Sansoni Riario, vescovo di Viterbo, di altre Diocesi e camerlengo di Santa Romana Chiesa, decise di cingere la tenuta verde con un muro di pietra, trasformando il terreno in un Barco, un grande parco riservato all’attività venatoria e alla caccia.</span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Fu Niccolò Ridolfi, vescovo delle Diocesi unite Viterbo e Tuscania in due diversi periodi, dal 1532 al 1533 e, successivamente, dal 1538 al 1548,</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">che diede inizio alla prima fase di evoluzione del sito da semplice riserva di caccia a residenza signorile. Egli avviò i primi lavori di trasformazione del Barco in Villa, fece realizzare le prime opere idrauliche per portare l’acqua nel parco e fece costruire la grande cisterna di raccolta nel bosco. Nel </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">1568, Giovanni Francesco Gambara, Vescovo delle </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Diocesi unite di Tuscania e Viterbo, affidò </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">al Vignola la realizzazione di un giardino all’italiana e si adoperò per competere in sontuosità e fastosità con altri principi, tra tutti i Farnese e gli Este.</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> <strong>Jacopo Barozzi da Vignola, </strong><strong>figura centrale nella fase manieristica dell’architettura,</strong> in quegli stessi anni stava lavorando alla realizzazione di Palazzo Farnese a Caprarola. Al seguito del Vignola, un altro architetto, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">attivo nel XVI secolo tra Bagnaia, Viterbo, Tivoli e Roma, lavorò per un decennio a questa struttura. Fu <strong>Tommaso Ghinucci da Siena,</strong> che giunse a Bagnaia dopo aver completato le sue opere idrauliche a Villa d’Este a Tivoli.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-126978 alignleft" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4944-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4944-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4944.jpeg 480w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-126979 aligncenter" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">I percorsi nel giardino all’italiana di Villa Lante sono dotati di un sistema di orientamento aggiornato dalla<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126973" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4950-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4950-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4950-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4950.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> Direzione Regionale Musei.</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> Sono presenti piante da frutto, pur essendo alcune delle specie principali delle topiarie<strong> </strong>le protagoniste assolute: tassi, bossi e grandi alberi, querce, esemplari storici di maestosi platani e vetusti lecci, offrono ombra nei livelli superiori del parco. Aiuole di bosso ordinate e siepi tagliate con cura e simmetria perfetta delimitano i percorsi nel parco di Villa Lante. Una vera meraviglia.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Uno degli edifici più curiosi e interessanti nel parco è la“<strong>ghiacciaia</strong>”, realizzata all’inizio del XVII secolo, una costruzione a forma cilindrica e interrata per quasi dieci metri, la quale, durante l’inverno, veniva riempita di neve per mantenere fresche le bevande e i gelati, di cui era goloso il cardinale Alessandro Damasceni Peretti-Montalto. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Villa Lante è un incredibile giardino alchemico con i suoi segreti incontaminati. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">L’elemento caratterizzante nel parco è l’acqua, che sgorga da <strong>fontane</strong> arricchite da gruppi scultorei e collocate lungo <strong>cinque livelli di terrazze sovrapposte</strong>.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126974" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4949-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4949-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4949-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4949.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> Nell’architettura cinquecentesca, le fontane rappresentano la rinascita dell’ingegneria idraulica classica, il trionfo del potere politico e papale, il fulcro scenografico di giardini e piazze, e sono i capolavori di Villa Lante. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">L’acqua proviene da una sorgente naturale dei Monti Cimini, il <em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">Monte San Valentino</em><em data-removefontsize="true" data-originalcomputedfontsize="12">,</em> ed alimenta per caduta naturale le fontane, che creano, una serie di suggestivi e incantevoli giochi d’acqua, scendendo a caduta libera da fontana in fontana.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Con i loro bellissimi disegni e il fluire dell’acqua rappresentano un continuo sforzo di equilibrare le forze opposte e raggiungere un’armonia superiore.</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> La Fontana del Diluvio è quella collocata più in alto, rappresenta l’origine dell’energia vitale che scende attraverso i vari livelli del giardino, un ciclo di morte e rinascita. In alchimia l’acqua è l’elemento della trasformazione, del cambiamento. La Fontana di Pegaso è la prima fontana che è possibile ammirare entrando a Villa Lante ed è la più monumentale. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il riferimento simbolico è alla mitologica sorgente sacra che Pegaso fece scaturire sul monte Elicona.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il cavallo alato, che affonda le sue radici nell’antica Grecia, in questa fontana è scolpito in tutto il suo splendore, con le sue ali spiegate, pronto a spiccare il volo; questa posizione ci ricorda che ogni essere umano ha il potenziale per ascendere, raggiungere nuove vette di conoscenza, illuminazione. Un simbolo di viaggio spirituale alla ricerca della verità e della connessione con il divino. Intorno al Pegaso troviamo le Muse, figure mitologiche greche che rappresentano le arti e le scienze. Oltre i busti delle nove Muse, abbiamo altre due figure e una di queste ha un’armatura e un teschio, simbolo della nostra mortalità e transitorietà, della nostra esistenza fugace, serve a ricordarci di vivere in modo consapevole e significativo. La fontana fu terminata nel 1588, dopo la morte del Cardinal Gambara.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">All’interno del Parco sono presenti altre fontane imponenti e meravigliose. La Fontana dei Delfini, collocata direttamente sotto la Fontana del Diluvio, con una ricca decorazione scultorea composta da bassorilievi e mascheroni. D</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">eriva il nome dai sedici delfini disposti a coppie ai vertici della base ottagonale ed è una delle fontane che nei secoli è maggiormente mutata, arrivando a cambiare persino il nome.</span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Fino al 1615, infatti, aveva un aspetto diverso da quello attuale, era denominata Fontana dei coralli ed era coperta da un padiglione ligneo. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Dal punto di vista alchemico la Fontana dei Delfini ha un significato profondo. L’acqua, elemento fondamentale nel processo alchemico, continua a simboleggiare la trasformazione, la purificazione. I delfini, abitanti dell’acqua, rappresentano la guida attraverso questo processo di trasformazione.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La Fontana dei Fiumi, chiamata anche dei Giganti, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">prende il nome dai due giganti seduti ai lati della fontana, sono le personificazioni dei due fiumi Arno e Tevere. </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La presenza del Tevere, fiume di Roma, e dell’Arno, fiume di Firenze, trova la sua motivazione nel legame della famiglia Gambara con la Chiesa di Roma, il Papato, e con la famiglia dei Medici, che in segno di amicizia contribuì alla realizzazione del progetto del cardinale Gambara donando abeti per il barco; </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">entrambi furono i principali committenti d’arte nel Cinquecento. Insieme questi due fiumi rappresentano l’Unione degli opposti, una delle idee chiave dell’alchimia.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Nella parte alta del Giardino all’italiana, lungo l’asse centrale, è possibile scorgere le tenaglie di un lungo gambero, che costituisce la fontana successiva. La cosiddetta la catena d’acqua o Cordonata del Gambero, la quale collega direttamente il terrazzamento della <strong>Fontana dei Delfini</strong> con quello sottostante della <strong>Fontana dei Giganti</strong>. È un omaggio al committente, che ama autocelebrarsi anche con iscrizioni che ricordano il suo nome (IO FRANC CARD DE GAMBERA). La catena è formata da una cascata d’acqua che sgorga da un gambero, simbolo del Cardinale, e che scorre racchiusa tra due bordi di peperino che si annodano in volute agganciandosi le une alle altre, moltiplicazione delle chele del gambero. La volontà e il desiderio del cardinal Gambara di sperimentare e di celebrare sé stesso nel percorso fisico e spirituale di ascesa al monte verso la Fontana del Diluvio, viene sottolineata dall’aver posto come origine della Catena un riferimento così manifesto di sé e della sua famiglia.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Un altro elemento situato lungo i terrazzamenti superiori del Parco è la <strong>Mensa del Cardinale</strong>, una vera e propria <strong>tavola da pranzo in pietra all’aperto</strong>. I commensali sedevano attorno alla tavola poggiando le pietanze sui bordi asciutti di pietra.<img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-126975 aligncenter" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4953-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4953-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4953-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4953.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /> </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il flusso d’acqua serviva per immergere e mantenere al fresco le caraffe di vino, la frutta e le altre vivande durante il pasto. La presenza dell’acqua alla tavola di pietra ricorda che la conoscenza e la saggezza sono sempre in movimento e devono essere condivise per prosperare. L’acqua nel suo incessante fluire ci guida, ci purifica rappresentando un continuo scorrere della vita, della saggezza e dello scorrere spirituale. Come su grandi fiumi siamo invitati a fluire verso nuovi orizzonti di comprensione e di illuminazione.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126980" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-1-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-1-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-1-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4946-1.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il Quadrato è il cuore pulsante di Villa Lante. All’interno si trovano dodici aree quadrate ornate da basse siepi di bosso, fra le quali spiccano le piccole fontane e alberi di agrumi. Nel contesto esoterico il quadrato rappresenta la capacità dell’essere umano di organizzare e armonizzare le forze della natura e dello spirito; è un simbolo della nostra aspirazione a provare equilibrio, ordine nel mondo esterno e dentro di noi. Ci invita a riflettere sul nostro ruolo come creatori di ordine. Nel contesto della filosofia esoterica, gli esseri umani sono in grado di trasformare il caos in armonia attraverso la conoscenza, la saggezza e l’azione consapevole. Al centro del quadrato, antistante gli edifici, c’è una grande fontana composta da un triplice cerchio di vasche, è la cosiddetta <strong>Fontana del Quadrato</strong>, o Fontana dei Quattro Mori del Giambologna, sormontata da un gruppo scultoreo attribuito a <strong>Taddeo Landini</strong>, raffigurante quattro Mori. Il Giambologna, celebre scultore fiammingo che visse e lavorò a lungo a Firenze alla corte dei Medici, fu tra i massimi esponenti del Manierismo. I quattro atleti sono affiancati dagli emblemi araldici della casata del cardinale: i monti, i leoni e le pere. Questa fontana rappresenta simbolicamente il termine del percorso dell’acqua all’interno del giardino.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Un altro elemento significativo che appare frequentemente nel Quadrato sono le pigne, le quali non sono solo decorazioni eleganti, hanno un profondo significato simbolico che risale a tempi antichi. Nel contesto esoterico la pigna è spesso considerata un simbolo di illuminazione, saggezza e conoscenza spirituale.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La villa non era una residenza privata, bensì la sede suburbana dei vescovi della città. Ciò spiega i rimandi simbolici cristiani che si incontrano lungo il percorso.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Dopo aver esplorato la catena d’acqua e la Fontana dei Giganti, troviamo </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">la Fontana dei Lumini, formata da settanta getti d’acqua che fuoriescono da piccole tazze. L’acqua, già consolidata come simbolo di trasmissione e purificazione spirituale, diviene qui il mezzo che porta la luce. Ogni lumino rappresenta un frammento di verità e di illuminazione. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Dal 1590, poco dopo la morte del cardinale Gambara, la Villa passò nella disponibilità del cardinale Alessandro Peretti Damasceni di Montalto, nipote di papa Sisto V, che ne curò la gestione per oltre trent’anni, dal 1590 al 1623. Egli completò il complesso facendo costruire la seconda palazzina simmetrica, la Palazzina Montalto, terminata nelle decorazioni solo nei primi anni del Seicento, e arricchendo il giardino con una nuova fontana, la Fontana dei Mori. <strong>Le</strong> due palazzine gemelle, Gambara e Montalto, si inseriscono in modo armonioso nel disegno del parco. La <strong>Palazzina Gambara</strong>, edificata per volere del cardinale Gianfrancesco Gambara tra il <strong>1568 e il 1578,</strong> è opera di Tommaso Ghinucci da Siena. Nella chiave di volta del portale principale della Palazzina Gambara è scolpita l’immagine della graticola. San Lorenzo, uno dei protomartiri della Chiesa Cristiana, fu arso su una graticola perché rifiutò di consegnare i beni e le ricchezze della Chiesa al prefetto di Roma durante le persecuzioni dell&#8217;imperatore Valeriano, preferendo distribuirli ai poveri. Il cardinale Gambara era particolarmente devoto a san Lorenzo, cattolico esemplare, fedele fino alla morte a Cristo e alla sua Chiesa. <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126981" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4954-225x300.jpeg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4954-225x300.jpeg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4954.jpeg 480w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><br />
Gli interni, splendidamente affrescati, raccontano storie mitologiche, religiose e allegoriche. Per la loro decorazione furono incaricati i più importanti artisti dell’epoca. Per la Palazzina Gambara, il pittore emiliano Raffaele Motta, meglio noto come Raffaellino da Reggio, e Antonio Tempesta, celebre pittore e incisore italiano del primo barocco, formato a Firenze alla scuola del Vasari, lavorò a lungo a Roma per papi e famiglie nobiliari, il quale ha decorato le Sale della Caccia e della Pesca. Per la Palazzina Montalto, Agostino Tassi, il Cavalier d’Arpino e Orazio Gentileschi, hanno decorato gli affreschi della Sala della Gloria, della Sala della Fama e il Salone della Conversazione.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">La Chiesa mantenne la proprietà della Villa fino al 1656, quando, per volere di papa Alessandro VII Chigi, passò nelle mani di Ippolito Lante Montefeltro della Rovere, duca di Bomarzo, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">i cui discendenti la abitarono per ben tre secoli, dandole il nome definitivo. Angelo Cantoni è l’industriale e amministratore unico della società che nel 1953 acquistò e salvò <strong>Villa Lante</strong> curandone il restauro dopo i danni della Seconda guerra mondiale, per poi cederla allo Stato nel 1973, che la rese un bene pubblico visitabile.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Il rapporto tra arte ed emozioni accompagna l’uomo fin dalle sue origini. Villa Lante è un luogo unico e straordinario dove è possibile scoprire storie, provare emozioni e la bellezza senza tempo. Molti gli stati d’animo che si manifestano apertamente al visitatore: stupore davanti ai dettagli architettonici monumentali, la quiete profonda che trasmette il giardino storico così ben curato, che integra arte e botanica, i suoi giochi d’acqua, i contrasti di luce, i giochi d’ombra creati da grandi vetrate e affreschi secolari, il distacco dal caos e dai rumori della vita moderna, il fascino malinconico per un’epoca ormai passata, la curiosità, il desiderio di scoprire i segreti della vita quotidiana dei nobili, infine, la percezione della propria piccolezza di fronte alla grande storia. Tutto a Villa Lante invita alla contemplazione e a sognare insieme di vivere le suggestive e romantiche atmosfere del passato.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Concludo dicendo che abbiamo la fortuna di abitare in un Paese </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">meraviglioso per </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">una combinazione unica di fattori storici, culturali e naturali, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">e, o<strong>gnuno di noi ha vicino a casa un posto bello da visitare:</strong> città, mare, terme, monti, paesi, collina. </span> <span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Conoscerli ed essere consapevoli di quanto i territori sanno offrire dal punto di vista geografico, storico, artistico, umanistico, è il primo e fondamentale strumento di cura, di salvaguardia e di promozione del luogo stesso.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">D’altro canto, diversi sono i problemi che il nostro Bel Paese deve ancora risolvere: l’esportazione di capitale intellettuale e </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">l’esodo dai centri minori verso le aree urbane, lo spopolamento dei borghi, che, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">subito dopo le emergenze economiche primarie come il costo della vita, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">la crisi demografica, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">le guerre e la sanità, </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">sono tra le principali preoccupazioni sociali ed economiche. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">L’emigrazione italiana ha riguardato dapprima l’Italia settentrionale e poi, dopo il 1880, anche il Mezzogiorno d’Italia. Sono stati tre, invece, i periodi durante i quali l’Italia ha conosciuto un cospicuo fenomeno emigratorio destinato all’espatrio. Il primo periodo, tra l’Ottocento e il Novecento, per trovare migliori opportunità lavorative. Successivamente, agli inizi del XXI secolo, cominciò la nuova ondata di partenze </span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">di persone con alta formazione, la cosiddetta “fuga dei cervelli”, legata alla precarizzazione del lavoro, per trovare stipendi più alti, stabilità lavorativa e meritocrazia all’estero, e ai primi squilibri economici globali. L’emigrazione è quindi aumentata dopo la grande crisi economica del 2007-2008 e, dal 2011 in poi, centinaia di migliaia di giovani qualificati sono emigrati verso il resto d’Europa e del mondo.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12">Per contrastare l’esodo dei suoi cittadini, l’Italia dovrebbe lavorare su vari fronti</span><span data-originalfontsize="9pt" data-originalcomputedfontsize="12"> superando i modelli lavorativi tradizionali e fare azioni concrete nei territori d’origine. Un’Italia che riesce a trattenere i propri talenti può essere più competitiva sul piano internazionale e garantire un futuro più prospero alle nuove generazioni. </span></p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>AL VIA LA XVI EDIZIONE DEL PREMIO DI POESIA MONZA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 12:35:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Premio di poesia di Monza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="525" height="484" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4938.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4938.jpeg 525w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4938-300x277.jpeg 300w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></p>
<p>Aperte le candidature per la XVI edizione PREMIO DI POESIA DI MONZA “Isabella Morra” dedicato, quest’anno, a Margherita Guidacci, poetessa e traduttrice italiana. Il premio letterario, fondato da Antonetta Carrabs,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="525" height="484" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4938.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4938.jpeg 525w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4938-300x277.jpeg 300w" sizes="(max-width: 525px) 100vw, 525px" /></p><p>Aperte le candidature per la XVI edizione PREMIO DI POESIA DI MONZA “Isabella Morra” dedicato, quest’anno, a Margherita Guidacci, poetessa e traduttrice italiana.</p>
<p>Il premio letterario, fondato da Antonetta Carrabs, si conferma come uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel panorama poetico. Il premio nasce nel ricordo della poetessa petrarchista Isabella Morra.</p>
<p>Termine ultimo per partecipare 13 settembre: inviare esclusivamente via e-mail i propri testi premiomorra@lacasadellapoesiadimonza.it con il seguente oggetto: Premio di Poesia di Monza Isabella Morra 2026.</p>
<p>La partecipazione al premio è gratuita per i giovani e i detenuti. La quota di partecipazione, per la sezione 1, è di 20 euro che andrà versata tramite bonifico bancario a La Casa della Poesia di Monza: Banca RelaxBanking; Filiale Via Martiri della Libertà n. 3 &#8211; 20900 Monza (MB) &#8211; IBAN IT28Y0844020400000000287233. Indicare nella causale: Premio di Poesia di Monza 2026 e il proprio nome e cognome.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Protesta e teatro: “Il Santuario di Mefitis e l’Alta Velocità ferroviaria” con Ulderico Pesce a Rivello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 09:19:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1052" height="1253" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.25.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.25.jpeg 1052w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.25-252x300.jpeg 252w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.25-860x1024.jpeg 860w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.25-768x915.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.25-585x697.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1052px) 100vw, 1052px" /></p>
<p>A Rivello (PZ)  Ulderico Pesce porta in scena uno spettacolo di  protesta sull’Alta Velocità e sui rischi per il Santuario di Mefitis e la Valle del Noce. Domani 12 agosto&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/12/protesta-e-teatro-il-santuario-di-mefitis-e-lalta-velocita-ferroviaria-con-ulderico-pesce-a-rivello/">Protesta e teatro: “Il Santuario di Mefitis e l’Alta Velocità ferroviaria” con Ulderico Pesce a Rivello</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A Rivello (PZ)  Ulderico Pesce porta in scena uno spettacolo di  protesta sull’Alta Velocità e sui rischi per il Santuario di Mefitis e la Valle del Noce.</strong></p>
<div id="attachment_126941" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-126941" class="wp-image-126941 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-300x200.jpeg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-300x200.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-1024x683.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-768x512.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-1170x780.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-585x390.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35-263x175.jpeg 263w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.35.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-126941" class="wp-caption-text">Ulderico Pesce</p></div>
<p><strong>Domani 12 agosto a Rivello, alle ore 18, in contrada Fiumicello, area pic nic, a pochi metri dal Santuario del V sec. a. C., Ulderico Pesce inizia un’azione di lotta con lo spettacolo: “il Santuario di Mefitis e l’Alta Velocità ferroviaria” con Alessandra D’Eugenio </strong>che suona strumenti musicali ricostruiti del V secolo a. C., <strong>Laura Perazzotti </strong>organetto<strong>, Giovanni netto</strong> percussioni<strong>, Beatrice Candreva </strong>chitarra battente e voce<strong>, Satya Haas </strong>chitarra<strong>.</strong></p>
<p>A <strong>Rivello</strong>, lungo il fiume Noce, c’è i<strong>l Santuario rurale di Colla</strong>, dedicato alla dea dell’acqua Mefitis, attivo dal V al III secolo a. C. È tra i più importanti santuari tra Basilicata e Calabria usato dagli Enotri che vivevano nel vicino sito di Serra Città, la Rivello di un tempo, definito la Pompei degli Enotri, ma era usato anche da persone che venivano a venerare la dea da Paestum, Crotone, Sibari, Velia, Taranto, Napoli, Metaponto, Roma, visto che le monete donate in devozione e trovate sul santuario provengono da queste importanti città.</p>
<p>C’è una moneta bellissima di una donna a cavallo di un delfino.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-126940 " src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28-289x300.jpeg" alt="" width="195" height="202" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28-289x300.jpeg 289w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28-987x1024.jpeg 987w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28-768x797.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28-1170x1214.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28-585x607.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.28.jpeg 1542w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></p>
<p>Trovate inoltre bellissime statuette votive tra le quali una donna che porta in braccio un porcellino e anelli e bracciali d’argento e di<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126938" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/WhatsApp-Image-2026-08-12-at-10.55.30-176x300.jpeg" alt="" width="176" height="300" /> bronzo. Erano offerte per la dea Mefitis affinché aiutasse le donne a partorire, affinché il raccolto fosse abbondante e le mandrie sane. Il tema era la Fertilità. Ed era un santuario femminile. A duecento metri c’ è il santuario maschile dedicato a Eracle.</p>
<p>Lo spettacolo di Pesce fa rivivere le processioni e i riti di un tempo ma parla anche di ciò che l’area a breve diventerà. Proprio in questo santuario sbucherebbe la galleria di 22 chilometri, a doppia canna, per il passaggio dell’Alta Velocità ferroviaria. Nel vicino  fiume Noce, da progetto, sarebbero realizzati piloni alti 14 metri sui quali schizzerebbe, nuovo Dio, il treno, per poi inabissarsi in una ulteriore galleria lunga 9 chilometri che lo porterebbe fino a Tortora. Per scavare queste gallerie bisogna rimuovere <strong>5 milioni di metri cubi di terra</strong>, contenente anche amianto e tremolite, che sarebbe portata in una cava dismessa di Chiaromonte. Ma non sarà sufficiente. Per fare un’ analogia, da progetto, la terra rimossa riempirebbe lo Stadio Maradona di Napoli, o meglio ancora, sarebbe una montagna alta quasi come il Vesuvio, più della metà del Vesuvio. A fare questa operazione lavorerebbero 500 camion al giorno sulla Valle del Noce e sulla Sinnica per 10 anni. Significherebbe la <strong>paralisi di queste importanti strade</strong> e del <strong>turismo nell’area Sud della Basilicata</strong>. Oltre al rischio per la salute dei residenti. L’operazione nel complesso costerebbe <strong>22 miliardi di euro</strong>, il tratto in questione sui 4 miliardi, e permetterebbe ad un passeggero che da Roma scende a Reggio Calabria di recuperare <strong>30 minuti</strong>. Il lavoro teatrale di denuncia si chiede se vale la pena <strong>abbattere 28 immobili</strong>, nei pressi dell’antico santuario dove vivono da secoli rivellesi dediti soprattutto all’agricoltura e all’allevamento, e distruggere per sempre parte del sito archeologico di Serra Città e un antico luogo di culto dedicato alla dea dell’acqua che è di una bellezza impressionante? Non sarebbe meglio potenziare il vecchio e attivo percorso ferroviario che dal Cilento porta a Maratea e poi a sud? Pesce nello spettacolo si chiede ancora: “Se proprio si deve fare, se proprio non se ne può fare a meno, non sarebbe più ragionevole spostare il tutto di <strong>500 metri verso ovest</strong>, come propone il Comune di Rivello, in modo da salvaguardare <strong>il sito archeologico</strong>, il santuario, evitando così di abbattere le case?” <strong>Domani a Rivello inizia un percorso teatrale-musicale e di lotta di tutta la comunità della Valle del Noce,</strong> contro l’inconsistenza di chi governa oggi e chi governava ieri che, secondo l’autore attore, “pensa più alle clientele da sfamare che alla reale utilità delle opere e alla bellezza impressionante dei territori”. Lo spettacolo è inoltre arricchito dall’analisi dei lavori dell’Alta velocità ferroviaria dell’avvocato<strong> Franco Maldonato</strong> confluita nel libro “L’imbroglio”.</p>
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		<title>Archeologia e francescanesimo, a Castiglione di Paludi un cammino tra memoria e Cantico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:26:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1640" height="863" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2.jpeg 1640w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2-300x158.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2-1024x539.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2-768x404.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2-1170x616.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cf6d7e30-e89d-47bf-ac9f-6d9d6905bfd2-585x308.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1640px) 100vw, 1640px" /></p>
<p>Comune di Paludi (CS), Direzione scientifica Parco Archeologico di Castiglione e Museo Civico di Paludi Archeologia e cammino religioso. La memoria e il Cantico. In cammino con Francesco d’Assisi a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Comune di Paludi (CS), Direzione scientifica Parco Archeologico di Castiglione e Museo Civico di Paludi</p>
<div id="attachment_4345" style="width: 160px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-4345" class="wp-image-4345 size-thumbnail" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2020/02/Pierfranco-Bruni.2-2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /><p id="caption-attachment-4345" class="wp-caption-text">Pierfranco Bruni</p></div>
<p>Archeologia e cammino religioso.<br />
La memoria e il Cantico. In cammino con Francesco d’Assisi a Castiglione di Paludi<br />
Pierfranco Bruni e Donatella Novellis in dialogo al Parco Archeologico di Castiglione di Paludi. Un incontro tra storia, spiritualità e letteratura a partire dal volume &#8220;Francesco d&#8217;Assisi. Edificare la gioia&#8221; di Pierfranco Bruni.<br />
Domenica 9 agosto, ore 18:30<br />
Parco archeologico di Castiglione di Paludi</p>
<p>PALUDI (CS) – Il Parco Archeologico di Castiglione di Paludi si appresta ad ospitare un appuntamento di straordinaria intensità culturale e spirituale. Domenica 9 agosto, alle ore 18:30, la suggestiva cornice dell&#8217;area archeologica farà da sfondo all&#8217;evento dal titolo &#8220;La memoria e il Cantico. In cammino con Francesco a Castiglione di Paludi&#8221;. L&#8217;iniziativa vedrà come ospite d&#8217;onore lo scrittore e saggista Pierfranco Bruni, che converserà con la direttrice scientifica del Parco, Donatella Novellis, lungo i principali punti di interesse della città antica di Castiglione di Paludi. Filo conduttore della serata sarà il recente lavoro editoriale di Bruni, &#8221; Edificare la gioia. Francesco d&#8217;Assisi&#8221; (Pellegrini editore), un&#8217;opera che rilegge in chiave poetica ed esistenziale la figura del Poverello d&#8217;Assisi, intrecciando il messaggio del Cantico delle Creature con il senso profondo della memoria.<br />
A sottolineare il valore dell&#8217;iniziativa per la comunità e il territorio è il Sindaco di Paludi Domenico Baldino: «Ospitare un evento di questa portata nel Parco Archeologico che abbiamo il privilegio di custodire rappresenta motivo di grande orgoglio per l&#8217;Amministrazione comunale e la comunità tutta di Paludi. Castiglione di Paludi non è soltanto un patrimonio di inestimabile valore storico, ma un vero e proprio luogo dell&#8217;anima. Coniugare la grandezza della nostra storia antica con la riflessione francescana sul senso della gioia e della memoria significa offrire ai cittadini e ai visitatori una chiave di lettura profonda e un&#8217;occasione di crescita culturale, donandoci l’opportunità di celebrare in maniera eccellente l&#8217;VIII Centenario della morte di San Francesco d&#8217;Assisi (1226–2026). Ringrazio Pierfranco Bruni e la nostra Direzione scientifica per questo momento di altissimo profilo». Riguardo al significato scientifico e divulgativo del dialogo, interviene la Direttrice scientifica del Parco, Donatella Novellis: «Il Parco Archeologico è per sua natura uno spazio di memoria stratificata, dove il passato parla al presente. Dialogare con Pierfranco Bruni attorno alla figura di Francesco d&#8217;Assisi ci permette di declinare l&#8217;archeologia come un cammino interiore e collettivo. Il concetto di &#8220;edificare la gioia&#8221;, al centro del testo di Bruni, che ringrazio moltissimo per aver accolto l’invito a essere fra noi, si sposa perfettamente con la nostra missione: fare del Parco un luogo d&#8217;incontro, di ricerca della bellezza e di riscoperta delle radici che alimentano il pensiero contemporaneo».<br />
Scrittore, poeta, saggista, critico letterario, candidato al Premio Nobel per la Letteratura, Pierfranco Bruni è una delle figure più poliedriche e incisive del panorama culturale italiano contemporaneo. Già Dirigente archeologo del Ministero della Cultura, Bruni ha dedicato decenni alla ricerca antropologica, alla letteratura comparata e allo studio dei miti e delle radici mediterranee. Autore di una vastissima produzione saggistica e narrativa tradotta in diverse lingue, Bruni si distingue per una cifra stilistica unica, in cui l&#8217;analisi critica si fonde costantemente con una spiccata sensibilità poetica e filosofica. Nel suo ultimo volume, Francesco d&#8217;Assisi. Edificare la gioia, l&#8217;autore affronta la figura del Santo umbro spogliandola dai cliché agiografici per restituirne la profonda carica rivoluzionaria, umana ed esistenziale, ponendo la gioia e la memoria come pilastri per la ricostruzione dell&#8217;uomo moderno.<br />
L&#8217;evento si avvale del prestigioso patrocinio dell&#8217;Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato provinciale di Cosenza. L’azione culturale vede, altresì, la collaborazione di ProLoco Paludi e la fattiva partecipazione di Akmè aps, la realtà associativa da poco costituita dalle e dai giovani di Paludi. Si raccomanda abbigliamento comodo, cappello, acqua fresca.<br />
Pierfranco Bruni e il suo prezioso lavoro su Francesco d’Assisi saranno ancora protagonisti di un altro bel momento di condivisione culturale martedì 11 agosto, ore 19.30, nel suggestivo Palazzo dell’Americano nel centro storico di Villapiana (CS), dove, dopo i saluti di benvenuto della Sindaca Mariolina De Marco, l’autore dialogherà con Donatella Novellis, con il Funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP per la provincia di Cosenza Damiano Pisarra, con una libera incursione del Prof. Giuseppe De Rosis.</p>
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		<title>Mata Hari. L’occhio del giorno e la danza infinita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:11:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Mata Hari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1179" height="943" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901.jpeg 1179w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-300x240.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-1024x819.jpeg 1024w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-768x614.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-1170x936.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4901-585x468.jpeg 585w" sizes="(max-width: 1179px) 100vw, 1179px" /></p>
<p>A centocinquant’anni dalla nascita, Pierfranco Bruni traccia il ritratto di una donna diventata leggenda: danzatrice, amante e presunta spia, sospesa tra eros, mistero e verità. A centocinquant’anni dalla nascita di&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>A<em> centocinquant’anni dalla nascita, Pierfranco Bruni traccia il ritratto di una donna diventata leggenda: danzatrice, amante e presunta spia, sospesa tra eros, mistero e verità.</em></p>
<p>A centocinquant’anni dalla nascita di Mata Hari.  Una vita tra gli amori e la bellezza, gli intrighi e la musica ballata.  Una leggenda nel mito. E una morte tagliata dal vento dell’alba.  Fu una danza fatale. Percorse i suoi ultimi passi con la cadenza lenta. Non volle che le si fasciassero gli occhi. Volle vedere i propri fucilatori negli sguardi. Volle osservare il plotone di esecuzione che sparò senza indugio. Era stata condannata per spionaggio.   C’era una volta una danzatrice che portò l’Oriente sulla scena dei teatri della Grande Guerra. Il corpo fu oriente tra i venti e parole. Il suo canto, la sua musica, i suoi abiti nella nudità del corpo e della fattezza della sua bellezza, portavano l’incanto, il segreto, il sogno.  Penetrare per pochi istanti la dimenticanza della tragedia che invadeva il mondo significava assentarsi dalla triste realtà.   Era bella. I suoi vestimenti leggeri sembravano il trionfo di Cleopatra. I bracciali, le collane, gli orecchini: un suono d’Oriente.   La danzatrice che fu definita “la spia più enigmatica e più elegante”, la cortigiana più amata dall’aristocrazia militare di quegli anni. Si chiamava Mata Hari. In lingua malese significa “Occhio del Giorno”.  E proprio come il sole, attraversò il cielo dei palcoscenici e abbagliò. Nacque in Olanda, a Leeuwarden, il 7 agosto 1876. Il suo vero nome era Margaretha Gertruida Zelle.   Dal 1895 al 1900 fu sposata, infelicemente, con un ufficiale olandese di vent’anni più grande di lei.  Fu a Parigi che trovò la sua vera vocazione: intrecciare danza e canto tra i diversi palcoscenici.  Da Parigi a Berlino, sino in Italia, dove approdò a Milano. Portava con sé un corpo che parlava e un silenzio che mentiva. Si narra che sia stata coinvolta in un complicato giro di spionaggio tra Medio Oriente, Germania e Francia durante la Grande Guerra.  Lei negò sempre. Con la stessa grazia con cui danzava. Venne fucilata in Francia, a Vincennes, il 15 ottobre 1917.   Mentre il plotone sparava, gridava di essere innocente.  Oggi il suo Paese, l’Olanda, ne chiede la riabilitazione: “passata per le armi senza alcuna prova”.  Ma la storia non assolve. Il mito sì. Una donna che seppe vivere</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-126896 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-207x300.jpeg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-207x300.jpeg 207w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-706x1024.jpeg 706w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-768x1113.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-1170x1696.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903-585x848.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4903.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" /></p>
<p>amando. Amò fino a morirne.  Fino a non temere la morte perché sapeva che la vita è un attraversare la morte quotidianamente.  Si ama fino a superare la morte nell’esercizio stesso della vita. Aveva negli occhi la sensualità di quell’Oriente che portava la trasparenza del mistero e dell’onirico.  Non rinunciò mai alle notti e ai giorni della passione. Seppe cogliere, danzando, ogni gesto di una profonda eroticità.  Perché l’eros non è peccato. L’eros è</p>
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<p>attrazione del vivere. È scavo tra corpo e anima. Mata Hari non seppe mai fingere. Restò sulla scena anche osservando i fucili sparare.  Forse una donna simbolo in un tempo di grandi complicità e ambiguità. Un Secolo contraddittorio che aveva bisogno di capri espiatori belli. Diceva tutto in una frase: “La danza è una poesia in cui ogni parola è un movimento”.   Questa sua frase resta incisa. È la sintesi di una vita: trasformare il corpo in verso. E quando le comunicarono la condanna disse: “State sicuri che saprò morire senza paura. Farò quella che si chiama una bella morte!”.   E la fece. Con la schiena dritta. Con gli occhi aperti. Con la dignità di chi non si è mai piegata. Greta Garbo la rappresentò nel film del 1931 in modo sublime.  Ma nessuna attrice ha</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-126897 size-medium" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-197x300.jpeg" alt="" width="197" height="300" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-197x300.jpeg 197w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-674x1024.jpeg 674w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-768x1167.jpeg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-1170x1777.jpeg 1170w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902-585x889.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/IMG_4902.jpeg 1179w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></p>
<p>potuto rendere il suo vero movimento: quello tra mito e verità. Allora. Danzatrice? Cortigiana? Spia?  Fu tutte e tre le cose. E nessuna.  Fu una donna che scelse di vivere sul filo. E sul filo morì. Ho scritto spesso di Mata Hari. Ho realizzato una Cartella con schede tra racconto, poesie e immagini la cui realizzazione grafica è stata curata, in modo sublime, da Anna Montella, la quale ha realizzato anche un affascinante video.</p>
<p>https://pierfrancobruni.weebly.com/mata-hari-cartelle.html</p>
<p>Un tracciato poetico.  Un sogno raccontato e vissuto solo in sogno. Perché Mata Hari non appartiene alla cronaca. Appartiene all’immaginario.  È il corpo che diventa simbolo. È l’Oriente che entra in Occidente senza permesso.  È la donna che danza mentre il mondo spara. Una danza infinita.  Aveva soltanto 41 anni.   Nel vento dell’alba la danza fu infinita.  Mi ha attraversato con il suo fascino e il suo misterioso cammino. Mata Hari: un mito.   Una donna nel fascino dell’attrazione.  Seppe vivere con la dignità con la quale si presentò davanti ai suoi carnefici. E forse aveva ragione.  Perché ci sono morti che uccidono e morti che consacrano.  La sua fu consacrazione. L’Occhio del Giorno si è chiuso.  Ma la danza continua. Fu Demetra o Atena. O Circe. Anzi fu Calipso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Progetto &#8220;Sculture-Nuovi segni&#8221;: a Cortona svelata l’opera di Ugo Riva per gli 800 anni di san Francesco</title>
		<link>https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/02/progetto-sculture-nuovi-segni-a-cortona-svelata-lopera-di-ugo-riva-per-gli-800-anni-di-san-francesco/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=progetto-sculture-nuovi-segni-a-cortona-svelata-lopera-di-ugo-riva-per-gli-800-anni-di-san-francesco</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 21:17:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="810" height="1080" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/unnamed.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/unnamed.jpg 810w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/unnamed-225x300.jpg 225w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/unnamed-768x1024.jpg 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/unnamed-585x780.jpg 585w" sizes="(max-width: 810px) 100vw, 810px" /></p>
<p>All’eremo de Le celle di Cortona (AR), è stata svelata la scultura in bronzo dell’artista bergamasco Ugo Riva dal titolo San Francesco e il lupo, nell’ambito del progetto nazionale “Sculture&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.lafrecciaweb.it/2026/08/02/progetto-sculture-nuovi-segni-a-cortona-svelata-lopera-di-ugo-riva-per-gli-800-anni-di-san-francesco/">Progetto &#8220;Sculture-Nuovi segni&#8221;: a Cortona svelata l’opera di Ugo Riva per gli 800 anni di san Francesco</a> proviene da <a href="https://www.lafrecciaweb.it">lafrecciaweb.it</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>All’eremo de Le celle di Cortona (AR), è stata svelata la scultura in bronzo dell’artista bergamasco Ugo Riva dal titolo <em>San Francesco e il lupo</em>, nell’ambito del progetto nazionale “Sculture &#8211; Nuovi segni” – che rientra nel programma del Comitato Nazionale per la celebrazione dell’Ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, presieduto da Davide Rondoni -, ideato e curato dalla gallerista fiorentina Francesca Sacchi Tommasi.</strong></p>
<p>L’Artista ha realizzato un’opera principalmente in bronzo, con parti in alluminio (il passerotto posato sulla spalla), in ferro, in pietra (la panchina su cui il Santo è seduto) e in ghiaia (il terreno su cui il Santo posa i piedi); il tutto è fissato su un parallelepipedo di base, in acciaio corten, alto 90 centimetri e sulle cui facce verticali si leggono queste parole: <em>O Signore | fai di me strumento | della | pace</em>. L’opera è stata fusa dalla Fonderia Fondart di Bergamo.</p>
<p>Si tratta della collocazione della seconda di dieci sculture da parte di altrettanti artisti e artiste italiani ed esteri, che stanno pian piano creando un itinerario per tenere viva l&#8217;eredità spirituale e culturale del Santo attraverso l&#8217;arte contemporanea.</p>
<h3>La scelta di Cortona</h3>
<p>La scelta di collocare una scultura dedicata a san Francesco a Cortona si lega a un episodio del 1211, quando il Poverello di Assisi chiese e ottenne dal nobile locale Guido Vagnottelli di ritirarsi in preghiera in una gola rocciosa sul Monte Sant&#8217;Egidio, dando vita all&#8217;Eremo delle Celle, il primo convento voluto e abitato dal Santo. Stretto tra il torrente e i boschi, e non lontano dalle mura cittadine, il luogo rimase un punto fermo nella vita di Francesco, che vi fece ritorno più volte. Proprio all&#8217;Eremo delle Celle, nella primavera del 1226, il Santo dettò il suo Testamento. Senza contare che nel centro storico di Cortona ha sede la Chiesa di San Francesco, un edificio gotico voluto da Frate Elia (primo seguace e biografo del Santo) che custodisce preziose reliquie, come l&#8217;Evangelario e la tonaca appartenuti al patrono d&#8217;Assisi.</p>
<p><em>«Inaugurare la scultura dedicata a san Francesco in occasione della giornata del Perdono </em>– ha detto il sindaco di Cortona <strong>Luciano Meoni</strong> –<em> è un grande orgoglio e una grande emozione. Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a questa collocazione perché Cortona è una città francescana da sempre legata alla profonda spiritualità di questi luoghi»</em>.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-126802" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/35GmWShw-300x225.jpeg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/35GmWShw-300x225.jpeg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/35GmWShw-585x439.jpeg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/35GmWShw.jpeg 640w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><em>«Qualcuno dice che le dieci opere che saranno collocate pwer san Francesco in altrettante città italiane è il più grande progetto di arte pubblica degli ultimi 50 anni. È la prima volta che il Governo, attraverso il Comitato che presiedo, commissiona a 10 diversi artisti un soggetto unitario che abiterà tante piazze. Noi abbiamo deciso di lasciarci dietro il segno di san Francesco che è importante ed eloquente»</em> aggiunge <strong>Rondoni</strong>.</p>
<p>Affidato a RealizzArte e curato da <strong>Francesca Sacchi Tommasi</strong> di Etra Studio Tommasi di Firenze, il progetto di percorso artistico prevede la collocazione di 10 opere di altrettanti artisti affermati nel campo della scultura figurativa, in 10 città italiane. Le opere, in bronzo o marmo, reinterpretano la figura e i valori di San Francesco, focalizzandosi su temi come l&#8217;umiltà, l&#8217;amore per la natura, gli animali e il messaggio di pace, di cui si percepisce un gran bisogno in questi tempi. <em>«È un percorso di scultura cui teniamo moltissimo </em>– afferma la <strong>Curatrice</strong> –<em>. Per me Cortona è un luogo speciale ed esser riuscita a mettere insieme sia un artista che seguo da tanti anni, l’appoggio istituzionale del Comune e l’ospitalità dei frati si è rivelata un’occasione preziosa e speciale»</em>.</p>
<h3>Il progetto “Sculture – Nuovi segni”</h3>
<p>Per celebrare l&#8217;ottavo centenario della morte di San Francesco d&#8217;Assisi, avvenuta nel 1226, e tenere viva l&#8217;eredità spirituale e culturale del Santo attraverso l&#8217;arte contemporanea, <strong>per tutto il 2026 si svolgerà Sculture – Nuovi segni, progetto di dieci sculture, appositamente realizzate da altrettanti artisti e artiste italiani ed esteri, che sono in via di collocazione permanente in dieci diverse città italiane</strong>, creando un itinerario artistico che non ha eguali in Italia.</p>
<p>Sostenuto e finanziato dal Comitato Nazionale per la Celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, il progetto intende non solo onorare il passato, ma anche ispirare il presente. In questo contesto, l&#8217;arte diviene ponte tra storia e contemporaneità, trasmettendo valori intramontabili di fratellanza, povertà e rispetto per il creato a una nuova generazione. La scelta di materiali tradizionali abbinata a una visione figurativa moderna, sottolinea la connessione tra la tradizione scultorea e l&#8217;espressione artistica attuale.</p>
<h3>Gli altri artisti coinvolti nel progetto</h3>
<p>Dopo Marianna Costi e Ugo Riva, gli altri artisti coinvolti nel progetto sono: <strong>Giovanni Balderi</strong>, <strong>Bertozzi &amp; Casoni</strong>, <strong>Vivianne Duchini</strong>, <strong>Giuliano Giuliani</strong>, <strong>Ettore Greco</strong>, <strong>Ernesto Lamagna</strong>, <strong>Elena Mutinelli</strong>, <strong>Nicola Samorì</strong>.</p>
<p>Secondo la propria sensibilità, ognuno di essi sta producendo la propria opera che, nel caso di quelle in bronzo, vedono coinvolte alcune delle più note fonderie artistiche italiane, mentre per le opere lapidee, sono stati scelti materiali di eccellenza provenienti da cave di provata valenza.</p>
<h3>Itinerario artistico-spiriturale</h3>
<p>Le sculture rimarranno esposte in modo permanente nelle dieci diverse città. Ogni artista viene abbinato a una città specifica per creare un dialogo unico tra l&#8217;opera e il luogo che la ospita, valorizzando le peculiarità storiche e culturali di ogni sito. Questo rende l&#8217;iniziativa un vero e proprio “cammino” d’arte e di spiritualità che i visitatori potranno percorrere autonomamente in tutta Italia.</p>
<p>A seguire di Celano (AQ) e Cortona (AR), le altre città scelte per ospitare le opere sono: <strong>Ascoli Piceno</strong>, <strong>Capri</strong> (NA), <strong>Frosinone</strong>, <strong>Lampedusa</strong> (AG), <strong>Lerici</strong> (SP), <strong>Rieti</strong>, <strong>San Severo</strong> (FG), <strong>Santa Maria di Leuca</strong> (LE).</p>
<p>L’abbinamento tra Artisti e città sarà di volta in volta rivelato al momento dell’inaugurazione dell’opera nella città che la ospiterà per sempre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Dati tecnici dell’opera</h3>
<p><strong>Ugo Riva</strong><br />
(Bergamo 1951)<br />
<em>San Francesco e il lupo</em><br />
2026<br />
bronzo, alluminio, ferro e pietra; basamento in acciaio corten<br />
80 cm di altezza x 100 cm di larghezza<br />
90 cm di altezza della base<br />
opera unica<br />
Fuso dalla Fonderia Fondart, Bergamo</p>
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		<title>Marcinelle, 70 anni dopo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Palmerini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 19:57:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Marcinelle]]></category>
		<category><![CDATA[tragedia]]></category>
		<category><![CDATA[vittime del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="899" height="477" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Miniera-Bois-du-Cazier-tragedia-1956.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Miniera-Bois-du-Cazier-tragedia-1956.png 899w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Miniera-Bois-du-Cazier-tragedia-1956-300x159.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Miniera-Bois-du-Cazier-tragedia-1956-768x407.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Miniera-Bois-du-Cazier-tragedia-1956-585x310.png 585w" sizes="(max-width: 899px) 100vw, 899px" /></p>
<p>La tragedia che cambiò l’emigrazione italiana e la coscienza del lavoro nel mondo &#160; L’AQUILA &#8211; L’8 agosto 1956 è una data che non appartiene solo alla storia dell’emigrazione italiana,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La tragedia che cambiò l’emigrazione italiana e la coscienza del lavoro nel mondo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’AQUILA &#8211; L’<strong>8 agosto 1956 </strong>è una data che non appartiene solo alla storia dell’emigrazione italiana, appartiene alla storia della dignità umana. Settant’anni fa, nella miniera di <strong>Bois du Cazier</strong>, a <strong>Marcinelle</strong>, in Belgio, <strong>262 minatori</strong> persero la vita. Uno dei più gravi disastri minerari per l’emigrazione italiana, dopo quelli di <strong>Monongah</strong> (nel 1907 in West Virginia) e <strong>Dawson </strong>(nel 1913 in New Mexico). Delle <strong>262 vittime</strong> a Marcinelle, <strong>136 erano italiani</strong>. Ben <strong>60 provenivano dall’Abruzzo</strong>: da Manoppello (23), Turrivalignani (9), Lettomanoppello (6), Farindola (6), Roccascalegna (6), Castel del Monte (2) e con una vittima da Alanno, Casoli, Castelvecchio Subequo, Elice, Isola del Gran Sasso, Ovindoli, Rosciano, Sant’Eusanio del Sangro.</p>
<p>Piccoli i paesi di provenienza, vite che scesero nel sottosuolo profondo, per risalire solo nella memoria. <strong>Marcinelle</strong> non è solo un luogo, è una ferita profonda. Una ferita che ha attraversato generazioni, che ha segnato la storia del lavoro italiano nel mondo, che ha rivelato la verità di un accordo &#8211; quello italo-belga del 1946 &#8211; che scambiava <strong>“uomini per carbone”</strong>, braccia per tonnellate di antracite, speranze di futuro per contratti capestro.</p>
<p>Nel 1945, immediato dopoguerra, l’<strong>Italia</strong> era un paese stremato, con l’economia in ginocchio e la disoccupazione diffusa. Ferite materiali e morali ancora aperte, dopo 20 anni di dittatura fascista, cinque anni di guerra, di cui due di occupazione nazista e di lotta di Resistenza per liberare il Paese, riconquistare la libertà e avviare la democrazia. Il <strong>Belgio</strong>, invece, pur con le distruzioni belliche, aveva bisogno di tanta manodopera per sfruttare le sue cospicue risorse minerarie, estrarre carbon fossile per alimentare le industrie e la ricostruzione del Paese. Nacque così l’accordo del 23 giugno 1946. Per ogni italiano inviato nelle miniere belghe l’Italia avrebbe ricevuto 2,5 tonnellate di carbone.</p>
<p>Sui muri delle città italiane comparvero manifesti rosa. Promettevano salari vantaggiosi, alloggi dignitosi, viaggi gratuiti, ferie pagate, carbone per le famiglie. La realtà era ben diversa. I minatori venivano reclutati alla stazione centrale di <strong>Milano</strong>, sottoposti a visite mediche sommarie, caricati su treni speciali che attraversavano la <strong>Svizzera</strong> senza fermarsi &#8211; per evitare fughe &#8211; e spediti in <strong>Vallonia</strong>. Ad attenderli non c’erano case, ma baracche di legno, bassi di vecchie case umidi e malsani e hangar di lamiera che pochi anni prima avevano ospitato prigionieri di guerra.</p>
<p>E poi c’erano chiari messaggi di pregiudizio xenofobo nei confronti degli immigrati. Sulle porte degli appartamenti di frequente un cartello crudele recitava <em>«Ni animaux, ni étrangers»</em>. Né animali, né stranieri. Molti dei nostri emigranti erano braccianti e contadini, abituati al sole dei campi. In miniera li aspettava invece il buio, il caldo infernale, il grisù, cunicoli alti talvolta solo 40 centimetri, turni massacranti, silicosi e incidenti quotidiani. E un contratto capestro che non permetteva loro di tornare indietro. Chi abbandonava il lavoro veniva infatti rinchiuso in centri di detenzione. <strong>Marcinelle </strong>fu il punto di non ritorno.</p>
<div id="attachment_126783" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-126783" class="size-medium wp-image-126783" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Marcinelle-Bois-du-Cazier-WhichMuseum-300x190.png" alt="" width="300" height="190" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Marcinelle-Bois-du-Cazier-WhichMuseum-300x190.png 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Marcinelle-Bois-du-Cazier-WhichMuseum-768x487.png 768w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Marcinelle-Bois-du-Cazier-WhichMuseum-585x371.png 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/Marcinelle-Bois-du-Cazier-WhichMuseum.png 930w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-126783" class="wp-caption-text">Marcinelle, Bois du Cazier, WhichMuseum</p></div>
<p><strong> </strong>L’8 agosto 1956 fu l’inferno sotto terra. Alle 7 del mattino, 274 minatori scesero nel pozzo per il primo turno. A 975 metri di profondità un carrello rimase incastrato nell’ascensore. Nonostante l’anomalia, la cabina fu fatta risalire. Il carrello tranciò tubi dell’aria compressa, condutture dell’olio e cavi elettrici. Il fuoco divampò in un lampo. Il fumo invase i cunicoli. Il grisù esplose. E la miniera divenne un inferno. Le operazioni di soccorso durarono due settimane. Il 22 agosto, alle tre di notte, un soccorritore risalì dall’ultima galleria e pronunciò le parole che chiusero ogni speranza: <strong><em>«Tutti cadaveri.»</em> </strong>Marcinelle non fu solo un incidente, fu la rivelazione di un sistema. Di una sicurezza inesistente, di impianti obsoleti, di una gestione che sacrificava vite per la produzione. Fu la denuncia di un accordo che aveva trasformato uomini in numeri, famiglie in statistiche, speranze in carbone.</p>
<p>Nel 2016, in occasione del Sessantennale, andai in <strong>Belgio</strong> per partecipare alla cerimonia conclusiva delle commemorazioni. A <strong>Hornu</strong>, presso Mons, il 16 dicembre ci fu l’incontro conclusivo di un anno di eventi che di quella tragedia aveva fatto memoria e raccolto testimonianze. Presenti a quel convegno rappresentanti di associazioni che si occupano di emigrazione, di istituzioni pubbliche e del Ministero degli Affari Esteri italiano. Era presente anche <strong>Elio Di Rupo</strong>, figlio di un emigrato</p>
<div id="attachment_126782" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-126782" class="size-medium wp-image-126782" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/G.Palmerini-con-Elio-Di-Rupo-Hornu-2016-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/G.Palmerini-con-Elio-Di-Rupo-Hornu-2016-300x204.jpg 300w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/G.Palmerini-con-Elio-Di-Rupo-Hornu-2016-585x399.jpg 585w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/G.Palmerini-con-Elio-Di-Rupo-Hornu-2016.jpg 634w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><p id="caption-attachment-126782" class="wp-caption-text">G.Palmerini con Elio Di Rupo, Hornu &#8211; 2016</p></div>
<p>abruzzese, allora Sindaco di <strong>Mons</strong> e già Primo Ministro del Belgio. Una testimonianza vivente di ciò che gli italiani hanno saputo costruire, nonostante tutto. Nel mio intervento ringraziai gli emigrati per il servizio che avevano reso all’Italia con il lavoro, la serietà, la dignità, la capacità di onorare la terra d’origine. Per il rispetto guadagnato sul campo, contro ogni pregiudizio. Per aver mostrato al mondo il valore degli italiani, spesso più riconosciuto all’estero che in patria.</p>
<p>Il giorno dopo andammo visitare la miniera di <strong>Bois du Cazier</strong>, a Marcinelle. <strong>Alain Forti</strong>, <em>Conservateur</em> del sito nel 2012 riconosciuto <strong>Patrimonio dell’umanità</strong> &#8211; grazie alla lotta degli ex minatori che ne scongiurò la trasformazione a supermercato e ne promosse il riconoscimento dall’<strong>Unesco</strong> -, ci guidò tra i luoghi della tragedia. La visita fu una <em>via crucis</em>, con il racconto degli ultimi testimoni della tragedia sui cunicoli, le attrezzature, i ricordi del caldo soffocante, del pericolo del grisù. Poi la visita al <strong>Memoriale,</strong> 262 fotografie. 262 vite perdute. 136 i minatori italiani. Davanti a quelle immagini il silenzio, non solo rispetto, ma dolore, memoria e responsabilità.</p>
<p>La tragedia cambiò molte cose. <strong>Marcinelle</strong> segnò la fine degli accordi bilaterali tra <strong>Italia</strong> e <strong>Belgio</strong>. Segnò la fine dell’idea che il lavoro potesse essere barattato con carbone. Segnò l’inizio di una nuova consapevolezza: che la sicurezza non è un <em>optional</em>, che la dignità non è negoziabile, che la vita non può essere sacrificata per la produzione. Nacque una nuova attenzione verso i diritti dei lavoratori all’estero. Nacque la consapevolezza che l’emigrazione italiana non è solo una storia di partenze, ma una storia di sacrifici, di lotte, di conquiste civili. Una storia che non può essere più relegata a memoria circoscritta, ma riconosciuta come una delle grandi vicende nazionali.</p>
<p>Da quella tragedia è nata la <strong>Giornata del Lavoro Italiano nel Mondo</strong>, celebrata ogni 8 agosto. Ma da <strong>Marcinelle</strong> – aggiungo – dovrebbe nascere anche un dovere civile e un impegno politico corale e imprescindibile: che la storia dell’emigrazione italiana entri nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Che diventi parte significativa della Storia d’Italia, per essere stata una diaspora che in poco più di un secolo ha visto partire 29 milioni di italiani per le terre d’emigrazione in ogni angolo del mondo.</p>
<p><strong> </strong>Settant’anni dopo<strong> Marcinelle </strong>continua dunque a parlare. Proclama un monito per l’intera umanità. Ci ricorda che il lavoro è dignità, ma può diventare tragedia quando la dignità viene negata. Ci ricorda che gli emigrati italiani hanno costruito il mondo con le loro mani, spesso pagando un prezzo altissimo. Ci ricorda che la sicurezza non è un lusso, ma un diritto. Ci ricorda che la memoria non è un esercizio del passato, ma un impegno del presente. Settant’anni dopo, Marcinelle non è solo un luogo. È un monito, è una ferita, è una responsabilità, è un tributo alla vita di 262 uomini che non devono essere dimenticati. E soprattutto è un dovere, quello di continuare a raccontare e<strong> fare memoria.</strong></p>
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		<title>Cioran. Tragico e destino. Abitare le macerie in utopia di viaggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pierfranco Bruni saggista, antropologo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 13:22:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Storia, Arte, Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cioran.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cioran.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cioran-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p>
<p>Pierfranco Bruni dialoga con Cioran, Eliade, Ionesco, Horia e Zambrano, intrecciando esilio, memoria e ricerca di senso. Abitare le rovine diventa così un modo per riconoscere ciò che resta della&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="531" height="440" src="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cioran.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cioran.png 531w, https://www.lafrecciaweb.it/wp-content/uploads/2026/08/cioran-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 531px) 100vw, 531px" /></p><p><em> Pierfranco Bruni dialoga con Cioran, Eliade, Ionesco, Horia e Zambrano, intrecciando esilio, memoria e ricerca di senso. Abitare le rovine diventa così un modo per riconoscere ciò che resta della bellezza e opporsi al relativismo che svuota il presente.Un viaggio filosofico tra le macerie dell’uomo contemporaneo, dove il crollo delle utopie lascia spazio alla lucidità e alla responsabilità individuale</em></p>
<p>In Cioran il senso tragico non è balcanico o adriatico. C&#8217;è il drammatico. Il tragico di Cioran è profondamente greco. Quel mondo greco del latino Ovidio che conosce l&#8217;esilio in Romania. Siamo invasi dalle macerie. Non quelle dei muri. Quelle dell’anima. Rotolano dentro, silenziose. Sono rovine che il tempo moderno chiama “relativismo”. Un relativismo senza tempo, senza misura, senza peso. Tutto vale uguale. Nulla vale davvero. E l’uomo resta scoperto.</p>
<p>Cioran abita qui. Non come maestro. Come testimone del tragico. Il tragico non è sventura. È lucidità. È lo sguardo che non si lascia consolare dalle utopie. Il tragico dell’utopia è la nostra epoca. Ha promesso approdi e ha lasciato deserti. Ho dovuto scendere nei suoi inferi. Ma non solo nei suoi. Negli inferi dei labirinti dove ho incontrato ombre che parlavano. E oltre le ombre, fantasmi. I nostri. I miei.<br />
Sono sceso in quell&#8217;esilio senza approdo. Ho parlato con Eliade, con Ionesco, con Horia, con Zambrano. Esili, una sola condizione. esistere senza finzioni. Eliade cercava il simbolo per non smarrire il centro. Horia cercava la memoria per non tradire l’origine. Ionesco ha cercato la parola nell&#8217;assurdo. Zambrano cercava la ragione poetica per non spegnere la luce interna. Nessuno chiedeva una patria. Chiedevano una lingua per dire la distanza. L’esilio non è geografia. È stato ontologico. La condizione umana è condizione di esistere. Stare nella soglia, senza riempirla di rumore.</p>
<p>In tragico di utopia (Solfanelli) ho abitato le presenze nelle assenze. Per Cioran il destino non è fatalità. È responsabilità. È la maceria che decidi di non rimuovere, perché ti dice chi sei. Senza destino siamo cronaca. Con il destino diventiamo figura. Il moderno ha rimosso il destino. Lo ha sciolto nell’indifferenza. Ha sostituito il tragico con l’opinione. Così le rovine non si abitano. Si calpestano. E l’anima si assottiglia. Si vive completamente una filosofia delle rovine. Perché mi sono posto una domanda. Che fare delle macerie? Non restaurarle. Non musealizzarle. Abitarle. Abitare le rovine significa riconoscere che la bellezza c’è stata e ha lasciato traccia. Significa accettare l’oblio come parte del rito. Significa parlare piano, come tra ombre. Qui la filosofia non costruisce sistemi. Rigenera Pensiero. Entra nel labirinto e non pretende l’uscita. Pretende la luce che cambia mentre cammini. È filosofia degli specchi: rimanda, deforma, rivela. È sciamanesimo della misura tra Oriente e Occidente, i quali si guardano nella stessa conchiglia. Si ascoltano con il rumoreggiare degli echi. Sempre oltre l’utopia e dentro il tragico.</p>
<p>L’utopia è crollata perché voleva abolire il tempo. Il tragico lo attraversa. Non promette salvezza. Offre intensità. E l’intensità, quando è vera, diventa destino. Vivere è scegliere di restare svegli tra le rovine. È dire no al relativismo che anestetizza. È dire sì a un peso che dà forma. C&#8217;è un punto che diventa un appunto. Non cerchiamo case nuove tra le macerie. Cerchiamo sguardi antichi. Sguardi che sanno dire: “sono qui”. E nel dirlo sembrano tenere in piedi il mondo. Cioran non consola. Dis-vela. E nel dis-velo l’uomo ritrova la sua misura. Ovvero né Dio né nulla. Uomo. Con il tragico sulle spalle e il destino nelle mani. Dove si andrà. Dove andremo? L&#8217;utopia è già superata? Proprio per questo a dis-misura di umano il tragico è un sabotaggio della quiete. Non sapremo mai essere quiete. Io e Cioran. Ma isola che conoscono la dissolvenza del giorno che scende verso il tramontare del tramonto stesso. Capricci di un troppo vissuto. Con il volto e l’abisso del naufrago.</p>
<p>La filosofia che non volle rinunciare alla confessione abita il tragico e il resto si fa utopia. Tragico e destino. Siamo invasi dalle macerie. Le macerie rotolano nelle nostre anime. Sono rovine. Il tempo moderno è solo relativismo moderno senza tempo. In tragico di utopia. È il mio scendere negli inferi non solo di Cioran. Ma nei labirinti che hanno incontrato le ombre. Oltre le ombre i fantasmi. Ho parlato con Eliade con Horia con Ionesco con Zambrano con Leucò&#8230; Con l&#8217;esilio senza cercare un approdo. La condizione umana è nella condizione di esistere del singolo.</p>
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