La rimozione dell’Archivio di Stato di Messina e il trasferimento dei suoi documenti a Riposto sono una vera e propria “deportazione” del patrimonio storico cittadino.Un grave spossessamento identitario e culturale, avvenuto nel silenzio delle istituzioni. Sabato 3 gennaio 2026 alle 11 cittadini e accademici manifestano in piazza Unione Europea per chiedere il ritorno del patrimonio nella sua legittima sede
Messina, 2 gennaio 2026 – La scottante vicenda che sta riguardando la Città metropolitana di Messina non è solo una questione amministrativa o logistica, ma investe profondamente la Storia, la Cultura, l’Identità di una comunità secolare, passando dalla identità storica d’Italia. Si tratta di un attraversamento antropologico, di un popolo che, nel corso dei secoli, ha costruito la propria identità culturale, i simboli di appartenenza e i riferimenti istituzionali che ne definiscono l’essenza.
La sottrazione dei documenti dell’Archivio di Stato non è dunque un episodio tecnico ma certamente rappresentativo di un attacco diretto alla trama culturale e identitaria di Messina, al suo legame inscindibile con la propria storia.


Quella che si sta consumando ai danni dell’Archivio di Stato di Messina supera la disfunzione amministrativa e l’incidente di percorso imputabile a una generica emergenza logistica. È, a tutti gli effetti, una deportazione. Deportazione del patrimonio storico, della storia, dell’identità documentaria di una città che già troppe volte è stata privata, nel corso della sua storia, di ciò che costituisce la sua identità storica e culturale.
Non si tratta di un’espressione enfatica. Deportare significa trasferire con atto autoritativo ciò che non può difendersi, sottraendolo al suo luogo naturale, spezzando un legame organico. È esattamente ciò che è avvenuto quando l’ingente patrimonio dell’Archivio di Stato di Messina – quasi mille anni di storia, ottomila metri lineari di documentazione, pergamene risalenti al XII secolo, archivi notarili, giudiziari, ecclesiastici, militari, prefettizi, oltre a una biblioteca specialistica di straordinario valore – è stato rimosso lo scorso ottobre (2025) dalla città e trasferito in un capannone a Riposto, in provincia di Catania, a quasi cento chilometri di distanza.
Quel patrimonio è il corpo documentale di una comunità, il risultato di una stratificazione storica, sociale e istituzionale che appartiene a questo territorio e a nessun altro. Spostarlo fuori da Messina equivale a recidere un nervo vitale, a separare la storia dalla città che l’ha prodotta. È certamente uno spossessamento.
Si è parlato di sfratto, come se questa parola potesse funzionare da assoluzione preventiva. Anche qualora lo sfratto fosse reale, resta un fatto incontrovertibile. Nulla giustificava la deportazione del patrimonio in altra provincia. Nelle more di qualsiasi vicenda, si sarebbe potuto e dovuto individuare una soluzione alternativa all’interno del territorio messinese, anche temporanea, anche imperfetta, ma rispettosa del principio fondamentale secondo cui un Archivio di Stato non può essere sradicato dal contesto che serve. Pur non essendo nell’area di pertinenza della istituzione maggiore della città ed essendo afferente al Ministero della Cultura, è chiaro che chi governa Messina debba avere uno sguardo vigile e attento alle dinamiche che la coinvolgono, nel bene e nel male. Il mancato intervento tempestivo, l’assenza di soluzioni locali, regionali e nazionali, la rapidità con cui si è proceduto allo svuotamento inducono a pensare che non ci si trovi davanti a un’improvvisazione, ma a un processo di spolio maturato nel tempo, accettato, se non addirittura pianificato.
In questo scenario, il silenzio delle istituzioni appare non solo grave, ma politicamente inaccettabile. È vero che l’Archivio di Stato afferisce al Ministero della Cultura, ma è altrettanto vero che chi governa una città non può dichiararsi estraneo a ciò che la priva di uno dei suoi presìdi culturali fondamentali. L’idea che tutto questo sia avvenuto “alle spalle” di Messina è difficile da sostenere; più plausibile è che Messina sia stata semplicemente considerata sacrificabile come sovente accaduto…
La soluzione individuata dal Ministero – una sede amministrativa di circa 240 metri quadrati in via Dogali, 50 ( Palazzo del Toro) con una sala studio ridotta a quattro postazioni – conferma questa impressione. Non è una sede archivistica, è neanche l’ombra di ciò che dovrebbe essere. Lo dimostra il fatto che i documenti non siano tornati in città. Sono rimasti a Riposto, affidati a una società privata, mentre a Messina è stato restituito solo l’involucro burocratico dell’istituzione.
La conseguenza è una gestione che definire penalizzante è un eufemismo. La consultazione è limitata a cinque pezzi a settimana, su prenotazione, con tempi incompatibili con qualsiasi attività di ricerca degna di questo nome. Chi conosce il lavoro d’archivio sa bene che cinque buste rappresentano, ed anche in modo insufficiente, il limite massimo di una giornata, non di un’intera settimana. Così l’Archivio di Stato di Messina è stato trasformato in un archivio svincolato dal suo contesto, costretto a far viaggiare il proprio patrimonio storico tra Messina e Riposto, esponendolo a rischi materiali e privandolo di adeguate tutele digitali.

A rendere il quadro ancora più inquietante è la chiusura al dialogo. Una delegazione di studiosi e accademici, tra cui il professor Marcello Saija, accompagnata da una emittente cittadina, si è recata presso la nuova sede per chiedere chiarimenti. Nessuna udienza. Nessun confronto. Solo il richiamo a procedure burocratiche, come se la richiesta di spiegazioni pubbliche su una deportazione culturale potesse essere trattata alla stregua di una fredda istanza di accesso agli atti. È una concezione amministrativa che restituisce una profonda incomprensione del ruolo pubblico di un Archivio di Stato.

In questo contesto, le parole della professoressa Michela D’Angelo, già ordinaria di Storia moderna e contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche nell’Università di Messina, assumono rilievo che va oltre la testimonianza personale. “La chiusura dell’Archivio di Stato di Messina – ha dichiarato– è l’ultima e dolorosa pagina da aggiungere a un mio scritto del 2010.

Ancora una volta, e lo ripeterò ogni giorno, è una vergogna. Quello che è sopravvissuto a terremoti e bombardamenti sta andando perso e disperso per sempre”. E ancora: “Se questo è il modo di fare ricerca storica in un Archivio di Stato, evidentemente chi ha dato queste disposizioni non sa che cosa sia la ricerca storica. È un’altra presa in giro per gli studiosi e per tutta la città e la provincia di Messina”.
Per questo la manifestazione di domani 3 gennaio 2026 in piazza Unione Europea, antistante Palazzo Zanca sede del Municipio di Messina, non rappresenta una protesta corporativa. È un atto di difesa cittadina. Non si protesta solo per delle carte, ma per il diritto di una città a non essere spogliata della propria storia. La deportazione dell’Archivio di Stato di Messina riguarda il passato e in modo inconfutabile riguarda il futuro di una comunità che, senza conoscenza del proprio patrimonio storico, è condannata a subire ancora.
La storia di Messina non è merce trasferibile. Non si delocalizza. Non si deporta.
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