Per tutti noi che siamo cresciuti sotto la sua ala, Carmelo Garofalo è stato molto più di un direttore: è stato un regalo. In un mondo che corre veloce, lui ci ha insegnato il valore della sosta, della verifica, della parola pesata con cura. La redazione di quegli anni non era solo un ufficio, ma una bottega rinascimentale dove il Maestro trasmetteva, quasi per osmosi, il rigore etico e la passione per la verità.
Ci sono persone che passano e lasciano tracce, e poi ci sono i Maestri che seminano valori, rigore e passione. Carmelo Garofalo apparteneva a questa rara categoria. Ci ha insegnato che la notizia ha un’anima e che il giornalismo è, prima di tutto, un atto di responsabilità verso la verità e verso il lettore.
La morte non cancella quello che la vita ti regala.Anche se oggi la sua voce non risuona tra i tasti che battono e il profumo della carta stampata, il suo insegnamento resta vivo in ogni riga che scriviamo e in ogni dubbio che ci poniamo prima di pubblicare. La sua eredità non è fatta di soli articoli, ma della dedizione che ha saputo trasmettere a tutti noi, rendendo quella redazione non solo un luogo di lavoro, ma una vera scuola di vita.
Per tutti noi che siamo cresciuti sotto la sua ala, Carmelo Garofalo è stato molto più di un direttore: è stato un regalo. In un mondo che corre veloce, lui ci ha insegnato il valore della sosta, della verifica, della parola pesata con cura. La redazione di quegli anni non era solo un ufficio, ma una bottega rinascimentale dove il Maestro trasmetteva, quasi per osmosi, il rigore etico e la passione per la verità.
Verità, per amore della verità. Buon compleanno, Professore. Ovunque lei sia, continui a guidare la nostra penna.
Dalla “Gazzetta del Sud” 15/11/1996
Quando negli anni Trenta alla <<Gazzetta>> di Messina approdò Mario La Rosa
Cenacolo di cultura e di libertà
Una sede poverissima, poco più che una baracca, dove pulsavano a tempo pieno redazione, amministrazione, reparto di spedizione, tipografia e rotativa, e dove il giornalista, scomparso un mese fa, si era accostato appena sedicenne, nel 1934, ancora studente al liceo classico. Una preziosa palestra formativa per molti professionisti poi impegnati in testate nazionali
Di Carmelo Garofalo

La morte di Mario La Rosa, giornalista messinese, che trenta giorni fa se n’è andato in punta di piedi, con quella discrezione che gli era propria, da gentiluomo d’altri tempi, con quel sorriso che era alle volte impastato di fine umana ironia, ha abbrunato ancora una volta le bandiere del giornalismo messinese.
Di Mario La Rosa già Sergio Palumbo, con valenza professionale di rilievo, ha tracciato un profilo proprio sulla <<Gazzetta del Sud>> subito dopo la morte, avvenuta a Messina il 15 ottobre di questo anno. Ha ricordato il giornalista parlamentare balzato sul piano della politica nazionale dopo avere per alcuni anni fatto la gavetta a <<La Gazzetta>>, il giornale che fu parte integrante della sua e mia giovinezza, al quale approdammo nel 1934, compagni di banco al Ginnasio Maurolico, compagni d’avventura in quel mondo giornalistico che Mario La Rosa ricorda, con affettiva commozione, in una breve pubblicarne dell’agosto 1943, quasi a colloquiare, a cuore aperto, con i suoi amici, facendone stampare soltanto cento esemplari, tutti lasciati fuori commercio.
<<Ricordi della casa e del giornale>>, scrisse, <<che oggi, mi giunge notizia, non ci sono più: inghiottiti insieme dallo schianto e dal polverio, dal terreno e dall’incendio per bombe lanciate da aeroplano. “Il Giornale”, essenza della nostra giovinezza, quando il giornalismo era povero ed era giornalismo “eroico”, come ebbe a scrivere Pier Luigi Ingrassia, nell’immediato dopoguerra fu chiamato a dirigere a Palermo il quotidiano “L’Ora”, dopo essere stato redattoresportivo al “Giornale di Sicilia”.
Ed in quella sede poverissima di via Ugo Bassi, dove oggi ha sede l’Istituto Tecnico Industriale <<Verona Trento>>, racconta La Rosa <<Una strana povertà la quale diventava a un certo momento caratteristica, etichetta, indispensabile qualità dell’ambiente che, diverso, avrebbe perduto quella certa malia>>, era poco più che una baracca, il sotterraneo di uno stabile non edificato, ventiquattr’ore su ventiquattro, redazione, amministrazione, reparto di spedizione, tipografia con linotypes e rotativa. La Rosa si accostò al giornale a 16 anni, per tenermi compagnia, per aiutarmi nello spoglio dei tagliandi di un concorso pronostici, il totocalcio di allora. Poi cominciammo a correggere le bozze, e spesso, più che il direttore Ivanoe Fossati, era il proto, giovanissimo ma ricco di grintosa professionalità, Pasqualino Morgante, a farci notare i refusi che ci erano sfuggiti.
Passammo presto ai servizi sportivi, ai servizi di cronaca benevolmente indirizzati da giornalisti che della Gazzetta avevano fatto una scuola, una palestra, da Edoardo Enrico Morabito, il primo inviato speciale a cadere nel corso di un combattimento in Etiopia, a Giuseppe Longo che dalla <<Gazzetta>> venne chiamato in importanti quotidiani, dal <<Resto del Carlino>> di Bologna, al <<Gazzettino>> di Venezia dei quali fu apprezzato direttore, a Gaetano Baldacci che, nel dopoguerra, promosse e diresse a Milano <<Il Giorno>> a Gaspare Gresti approdato con la qualifica di redattore capo al <<Corriere della Sera>>, a Pietro Manno, che concluse la sua attività a Roma da vice direttore del <<Messaggero>> a Giacomo Maugeri, a Giovanni Valentino, a Nino Malatino, a Biagio Starvaggi, ai fratelli Giovanni e Luigi Masciari, Nitto Scaglione, Folgore Brogioni ed Angelo Caola e altri che guardavano a noi giovani con fiducia.
Mario La Rosa realizzò la pagina <<Pensiero dei Giovani>>, una pagina tutta dedicata ai nostri coetanei perché potessero esercitarsi, giornalisticamente, senza remore, senza interferenze, senza censure, così come d’altra parte, vicini, Mario ed io, a Vittorio Mussolini, il figlio del Duce, potevamo liberamente fare collaborando al periodico <<La Penna dei Ragazzi>>, nel 1933 che, subito dopo, venne a chiamarsi <<Anno XII>> a significazione dell’era fascista in cui ci trovavamo. Era direttore Vittorio Mussolini, e la redazione. nell’arco di tempo fra il 1931 e il 1937, si trovava proprio a Villa Torlonia, la residenza ufficiale del Duce. Vi sarebbe da scrivere tutta una pagina su quegli incontri di giovani tra i quali qualcuno s’era messo in testa idee fantasiose coincidenti con il suo trasformismo politico del dopoguerra. Erano giovani, parecchi dei quali poi collaborarono alla <<Gazzetta>>, e tra essi Franco Fortini, il messinese Mario Spinella, compagno al Ginnasio Maurolico mio e di La Rosa, Bruno Zevi, Carlo Cassola, Paolo Alatri, Mario Alicata e Ruggero Zangrandi.
Anticonformismo, quindi, a Villa Torlonia, come sottolinea Sergio Palumbo ma anticonformismo anche a <<La Gazzetta>> il quotidiano che pubblicava la pagina <<Pensiero dei Giovani>> coordinata da Mario La Rosa al cui intuito giornalistico si deve l’inizio della lotta al latifondo siciliano, con un’inchiesta che fece allora sobbalzare il Duce che volle sapere chi fosse quel La Rosa suscitatore di gravosi problemi.
Un giorno il direttore Ivanoe Fossani, che fu grande Maestro di giornalismo, ci informò che l’indomani sarebbe venuto a visitare il giornale il ministro della Cultura Popolare Alfieri. Ci presentammo all’ appuntamento chi in camicia nera, chi senza; il gerarca entrò di scatto, salutò tutti romanamente e venne subito colpito da un poster caricaturale che copriva tutta una parete della redazione e che, La Rosa ed io, avevamo elaborato nottetempo e che coinvolgeva lo stesso ministro Alfieri e perfino il Duce. Quando lo vedemmo sbiancarsi in viso fu un attimo, un attimo soltanto, ci guardammo tremanti e Mario ebbe a sussurrarmi: Carmelino, così egli amava sempre chiamarmi, <<abbiamo fatto una bella frittata>>, ma il ministro sbottò in una risata, compiacendosi con quella che egli definì una gustosa goliardata. Longo, Manno e La Rosa si trasferirono poi a Roma, La Rosa con le funzioni di redattore capo e di cronista parlamentare e quando l’Italia entrò in guerra, chiese a Fossani di fare l’inviato speciale su una nave. Silurata dal nemico l’unità navale, Mario La Rosa finì in mare. Venne salvato a stento, curato in un letto dell’ospedale militare dove gli fummo tutti affettuosamente vicini. Il 25 maggio 1943 la sede della Gazzetta venne distrutta dagli aerei alleati; quella notte, per la prima volta, linotypisti, tipografi, compositori e rotativisti che aspettavano di stampare il giornale, furono costretti ad abbandonare il loro posto di lavoro, e le macchine che inneggiavano alla vita tacquero per sempre. L’incendio durò per tre giorni di seguito, simboleggiando l’ultima notizia, quella della morte del giornale data ai lettori siciliani e calabresi.
Il fuoco estinse una scuola di giornalismo altamente qualificata, ma estinse anche un cenacolo di cultura e di libertà là, dove, nottetempo, quando era più intenso il lavoro per preparare il giornale che all’alba avrebbe raggiunto i lettori di Messina e della dirimpettaia Calabria, per anni, in redazione, venivano a trovarci Vittorini, Quasimodo, Vann’Antò, Vittorio Lazzaro, i provveditori degli studi Luca Pignato e Angelo Cammarata e Salvatore Pugliatti.
Incontravamo soprattutto Longo, Gresti, Manno, i giornalisti già giornalisti, ma non ci estraniavamo dalle loro dispute e dai loro conversari. Si parlava in piena libertà, non v’erano né fascisti né antifascisti. Vi erano uomini di cultura, maestri insigni che dissertavano dei problemi politici e culturali senza imporsi, e senza imporre, alcuna censura. E quando ci si congedava, con dolce ironia Mario La Rosa scattava in posizione di attenti dicendo ad alta voce: <<Maestro quale onore>>.
Mimma Cucinotta, Domenica Puleio, Silvia Gambadoro

