Home Esteri Blitz USA e arresto di Maduro: una crisi internazionale tra diritto e sovranità

Blitz USA e arresto di Maduro: una crisi internazionale tra diritto e sovranità

Redazione

Profonde le divisioni tra leader mondiali e  posizioni contrastanti di UE e Italia: al centro del dibattito il rispetto del diritto internazionale. Il  contesto storico,  dalla  leadership di Chávez alla dittatura di Maduro come chiave per comprendere la situazione

Nei primi giorni del 2026, tra la notte del 2 e il 3 gennaio, il mondo è stato scosso dalle notizie di un’operazione militare statunitense annunciata dal presidente Donald J. Trump, secondo il quale le forze americane avrebbero condotto un’azione su larga scala in Venezuela con l’obiettivo di catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, accusati di narcotraffico internazionale e attività collegate al terrorismo. Trump ha affermato che Maduro sarebbe stato trasferito negli Stati Uniti e trattenuto in attesa di comparire davanti a un tribunale federale, mentre Washington avrebbe temporaneamente assunto il controllo per favorire una transizione politica.
Questa dichiarazione ha sollevato un intenso dibattito internazionale sulla legittimità giuridica di un intervento militare diretto contro un capo di Stato sovrano.
Washington ha rivendicato la possibilità di perseguire Maduro sulla base della giurisdizione penale extraterritoriale, sostenendo che i reati a lui attribuiti producono effetti diretti sul territorio statunitense. In particolare, le accuse di narcotraffico e narcoterrorismo, secondo la dottrina statunitense, permetterebbero di incriminare Maduro e di processarlo in tribunale federale. Tuttavia, esperti di diritto internazionale sottolineano che la giurisdizione penale non autorizza l’uso della forza in un altro Stato e può servire solo se l’imputato viene catturato legalmente.
Washington ha inoltre evocato la lotta internazionale al narcoterrorismo come motivo di sicurezza nazionale, ma questa definizione non costituisce, secondo il diritto internazionale, una base giuridica per un intervento militare diretto in un Paese sovrano che non rappresenta una minaccia armata.
Un altro argomento avanzato dalle autorità statunitensi riguarda la delegittimazione politica di Maduro, indicato come leader illegittimo a causa di elezioni contestate. Tuttavia, la maggior parte dei giuristi internazionalisti osserva che anche governi non riconosciuti mantengono la protezione territoriale e l’immunità personale del capo di Stato in carica, che resta protetto dal diritto internazionale consuetudinario.
L’argomento della legittima difesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite appare ulteriormente debole. La legittima difesa richiede un attacco armato in corso o imminente, e il Venezuela non ha né minacciato né attaccato gli Stati Uniti. L’azione non è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e l’articolo 2 della Carta vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato. Un altro cardine del diritto internazionale riguarda l’immunità dei capi di Stato: secondo la Corte Internazionale di Giustizia, un capo di Stato in carica non può essere arrestato da uno Stato straniero, salvo mandato di una corte internazionale, come la Corte Penale Internazionale, che non esiste nel caso di Maduro.
Le reazioni internazionali sono state immediate e in larga parte critiche. Il governo venezuelano ha denunciato l’azione come aggressione militare unilaterale e violazione della sovranità nazionale, mentre la Corte Suprema venezuelana ha indicato la vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim, una decisione contestata sia internamente che all’estero. La comunità internazionale si è divisa. Molti governi latinoamericani, tra cui il presidente del BrasileLuiz Inácio Lula da Silva, il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador, il presidente della Colombia Gustavo Petro, il presidente del CileGabriel Boric e il presidente dell’ Uruguay Luis Lacalle Pou, insieme al presidente del governo spagnolo Pedro Sánchez, hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui condannano l’operazione e respingono qualsiasi tentativo di controllo esterno del Venezuela, evidenziando che azioni militari unilaterali violano i principi fondamentali del diritto internazionale e la sovranità degli Stati.
L’Unione Europea, attraverso la sua alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza Kaja Kallas, ha ribadito che i Paesi membri hanno riconosciuto la mancanza di legittimità delle ultime elezioni venezuelane e difendono l’idea di una transizione pacifica, sottolineando l’importanza del rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, invitando alla moderazione e al dialogo. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha espresso solidarietà al popolo venezuelano e ha sostenuto che qualsiasi soluzione debba rispettare le norme internazionali, auspicando un coinvolgimento dell’opposizione venezuelana per una transizione democratica.
L’Italia, sotto la guida della premier Giorgia Meloni, attraverso una posizione sfaccettata, ha espresso preoccupazione per l’intervento militare esterno, ribadendo l’attenzione per la comunità italiana in Venezuela e per la situazione sul terreno, garantendo il pieno supporto diplomatico attraverso l’ambasciata a Caracas. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha confermato il monitoraggio della situazione e la necessità di prudenza in un contesto di tensioni crescenti. Allo stesso tempo, esponenti politici italiani di opposizione hanno chiesto una posizione più netta dell’UE sul rispetto della Carta delle Nazioni Unite e un’aperta condanna dell’uso unilaterale della forza.
Le
potenze globali si sono divise. Il governorusso, attraverso il Ministero degli Esteri, ha condannato l’azione come un “atto di aggressione armata” e violazione della sovranità venezuelana, invitando a prevenire ulteriori escalation e a rispettare il diritto internazionale, senza che vi siano dichiarazioni testuali di Vladimir Putin che utilizzino termini come “egemonico”. La Repubblica Popolare Cinese, invece, ha definito l’azione degli Stati Uniti come un vero e proprio “atto egemonico” che viola il diritto internazionale e la sovranità del Venezuela. Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha espresso preoccupazione per la crisi, definendo l’azione un precedente pericoloso e richiamando all’osservanza delle norme multilaterali.
Per comprendere appieno questa crisi è utile collocarla nel
contesto storico della politica venezuelana recente. La crisi ha avuto origine con Hugo Chávez, eletto presidente nel 1999 con un progetto di “rivoluzione bolivariana” basato sulla redistribuzione delle risorse petrolifere e sulla giustizia sociale. Chávez nazionalizzò settori chiave dell’economia e ampliò programmi sociali, ma concentrò progressivamente il potere nelle istituzioni controllate dall’esecutivo, indebolendo l’indipendenza dei tribunali, del Parlamento e dei media. Il modello economico fortemente dipendente dalle esportazioni petrolifere si rivelò vulnerabile alla caduta dei prezzi internazionali, e le politiche di controllo economico contribuirono a una crisi economica profonda.
Dopo la morte di Chávez nel 2013, Nicolás Maduro — suo fedele collaboratore e successore — è diventato presidente, ma con un consenso più debole e in un clima di crescente polarizzazione. Sotto Maduro il Venezuela ha affrontato una profonda crisi economica caratterizzata da iperinflazione, scarsità di beni essenziali e fuga di milioni di cittadini. Maduro ha rafforzato il controllo politico e istituzionale, limitando la libertà di stampa, reprimendo l’opposizione e gestendo un parlamento spesso considerato non libero o equo da osservatori internazionali.
La combinazione di crisi economica, isolamento internazionale e tensioni politiche ha reso il Venezuela uno dei casi più complessi dell’America Latina, con profonde implicazioni per la sicurezza regionale e l’ordine internazionale.
La controversa operazione del 2‑3 gennaio 2026 ha messo in evidenza questi nodi, generando un acceso confronto tra sostenitori di azioni forti contro regimi considerati autoritari e difensori della sovranità nazionale e del diritto internazionale multilaterale. La crisi in corso resta un banco di prova per le istituzioni internazionali e per il modo in cui si conciliano democrazia, legalità e relazioni tra Stati nel XXI secolo.
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