Home Attualità Se mi vedi, esisto: quando il bisogno di riconoscimento ci fa accettare l’inaccettabile

Se mi vedi, esisto: quando il bisogno di riconoscimento ci fa accettare l’inaccettabile

Francesco Mazzarella

Dalla fame di appartenenza alle dinamiche di gruppo che normalizzano l’abuso: riumanizzare i rapporti, oggi, significa imparare a distinguere l’accoglienza dal controllo, la comunione dalla dipendenza.

C’è un bisogno che ci accompagna da quando impariamo a pronunciare il nostro nome, e spesso anche prima: essere visti. Non “guardati” distrattamente, non “notati” per caso, ma riconosciuti. Essere accolti. Sentire che qualcuno ci fa posto, che la nostra presenza non è un disturbo, che la nostra voce non è un incidente, che la nostra storia non è un peso da sopportare. È un bisogno innato, radicale, umano fino al midollo. E proprio perché è così umano, può diventare anche il punto più vulnerabile: il luogo dove la sete si trasforma in ricatto.

Succede più spesso di quanto vogliamo ammettere, e non riguarda solo contesti “problematici”. Accade nei gruppi di amici, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, perfino dentro percorsi spirituali dove, paradossalmente, la parola “amore” viene pronunciata spesso. Il bisogno di essere visto e accolto può portarci a fare cose insieme al gruppo che da soli non faremmo mai. Può spingerci a tradire la nostra intuizione, a mettere a tacere il buon senso, a rinnegare una parte di noi pur di non perdere il posto. E, in alcune situazioni, può condurci ad accettare abusi — psicologici, morali, relazionali, talvolta anche fisici — con una frase interiore che suona come una giustificazione e invece è una resa: “Almeno qui mi vedono”.

Questa è la trappola più triste: scambiare la visibilità con la dignità. Eppure non nasce da cattiveria. Nasce dalla fame. La fame, quando è lunga, non è più raffinata: non chiede il meglio, chiede il minimo. E il minimo, a volte, diventa: un cenno, un posto a tavola, una chat dove qualcuno risponde, un ruolo, un compito, un micro-potere. Un “bravo” ogni tanto. Un invito, anche se accompagnato da umiliazioni. Un riconoscimento, anche se condito di controllo.

Il punto non è demonizzare i gruppi. Il gruppo è uno dei luoghi più potenti dell’umano: può guarire, può far fiorire, può sostenere nei passaggi difficili. Ma proprio perché il gruppo ha potere, va compreso. E dove c’è potere, c’è sempre una responsabilità. La domanda non è “mi piace stare qui?”, ma: “che cosa sto diventando qui dentro?”. Perché il gruppo, quando è sano, ti aiuta a diventare più te stesso; quando è malato, ti addestra a diventare ciò che serve al gruppo.

L’abuso, quasi mai, entra con la porta principale. Entra con parole dolci, con promesse, con un senso di appartenenza che sembra finalmente casa. Entra con la logica del “noi” e, poco a poco, trasforma quel “noi” in un perimetro. Prima ti accoglie, poi ti misura. Prima ti consola, poi ti giudica. Prima ti dice “sei importante”, poi ti fa capire che sei importante solo se ti adegui. Ed è qui che la persona, per non perdere quella luce appena trovata, inizia a pagare un prezzo: la propria libertà interiore.

La dinamica è sottile. Non sempre appare come violenza esplicita. Spesso si presenta come stile, come carattere, come “modo diretto”, come “correzione fraterna”, come “esigenza”, come “disciplina”, come “per il bene del cammino”. In certi contesti, l’abuso si spiritualizza: si veste di parole alte per non essere riconosciuto. E quando la sofferenza viene spiritualizzata, diventa doppia: perché oltre a ferirti, ti confonde. Ti porta a dubitare di te stesso. Ti fa pensare che il problema sei tu, che sei “troppo sensibile”, che “non capisci”, che “hai bisogno di lavorare su di te”. Il risultato è che la persona, invece di chiedere aiuto, chiede scusa. Invece di mettere un confine, si vergogna. Invece di dire “questo non va”, dice “forse sbaglio io”.

È un meccanismo potente, perché sfrutta ciò che di più umano abbiamo: il desiderio di essere amati. Ma qui serve chiarezza, senza moralismi: essere amati non è essere tenuti buoni con briciole di attenzione. Essere accolti non è essere controllati. Essere visti non è essere usati.

Quando il bisogno di riconoscimento è forte, la persona può arrivare a normalizzare l’anomalo. A chiamare “normale” un clima dove si cammina sulle uova. A definire “passione” ciò che è aggressività. A interpretare “sincerità” ciò che è umiliazione. A giustificare come “gelosia buona” ciò che è possesso. E, cosa ancora più delicata, a difendere il sistema che la ferisce, perché quel sistema è anche l’unico posto dove, per un po’, si è sentita esistere.

Qui va detto con rispetto: non è facile uscire da dinamiche così. Non basta una frase motivazionale. Perché il legame, anche quando è tossico, non è solo tossico: contiene momenti di calore, di appartenenza, di identità. E proprio questa alternanza — un giorno ti esalto, il giorno dopo ti svaluto — crea dipendenza. È la stessa logica delle relazioni che confondono amore e potere. Ti agganciano con il bene, ti tengono con la paura. E la paura principale è sempre la stessa: tornare invisibile.

In un tempo come il nostro, questa vulnerabilità è ancora più esposta. Perché viviamo un’epoca di connessioni continue e relazioni fragili. Siamo sempre “in contatto”, ma spesso poco “in relazione”. Il digitale amplifica tutto: amplifica la bellezza e amplifica le ferite. Amplifica la possibilità di farsi comunità e amplifica la possibilità di manipolare. Ti fa sentire incluso con un’emoji e ti espelle con un silenzio. Ti dà un palco e ti toglie la dignità in due righe. E così, anche la fame di essere visti corre più veloce: corre nelle chat, nei gruppi, nei canali, nei “sei dei nostri?”. E quando sei dentro, può diventare difficile dire: “questa cosa mi fa male”.

Per questo riumanizzare i rapporti, oggi, non è una frase poetica. È un’urgenza. Significa recuperare l’umano come misura. Significa ricordare che la relazione vera non schiaccia, non ridicolizza, non ricatta. La relazione vera non ti chiede di spegnerti per essere accettato. E soprattutto: la comunione non si costruisce sul sacrificio dell’identità. Una comunità che per esistere ha bisogno che qualcuno si annulli, non è comunità: è un sistema.

E qui entra una parola che può diventare bussola: discernimento. Discernere non è sospettare di tutti. Discernere è distinguere. Distinguere l’accoglienza dal consenso forzato. Distinguere la guida dal dominio. Distinguere l’unità dall’uniformità. Distinguere un “noi” che libera da un “noi” che ingloba.

Nel cammino sinodale — se lo intendiamo nella sua verità più profonda — la questione non è fare più riunioni o scrivere documenti migliori. La questione è imparare a camminare insieme senza calpestarci. E per non calpestarci serve un’etica relazionale concreta, non solo intenzioni buone. Serve una cultura del limite: il limite come rispetto, non come barriera. Serve una cultura dell’ascolto: ascolto come spazio, non come tecnica. Serve una cultura della parola: parola che non umilia, che non etichetta, che non “inchioda” l’altro.

Perché l’abuso, spesso, non è un singolo episodio eclatante. È un clima. È un abito quotidiano. È un modo di parlare, di ironizzare, di correggere, di escludere. È la normalità che diventa disumana senza che ce ne accorgiamo. E il segnale più chiaro che qualcosa non va è quando la persona inizia a vivere la relazione come prova permanente: devo dimostrare, devo meritare, devo stare attento, devo essere utile, devo non disturbare. Lì non c’è pace. E se non c’è pace, non c’è casa.

Ci sono domande semplici che possono salvare. Non perché risolvono tutto, ma perché riportano la persona alla realtà. Posso dire “no” senza perdere dignità e relazione? Posso esprimere un dubbio senza essere etichettato come problema? Posso portare una fatica senza essere ridicolizzato o “spiritualizzato”? Posso sbagliare senza essere umiliato? Posso crescere senza essere controllato? Se la risposta è sistematicamente no, non siamo di fronte a un cammino, ma a un meccanismo.

E qui arriva un punto delicato: la responsabilità di chi guida, coordina, anima, conduce. In ogni gruppo c’è un potere. Anche quando non lo chiamiamo così. Potere di includere o escludere, di valorizzare o svalutare, di dare parola o zittire, di definire chi è “dentro” e chi è “fuori”. Chi ha quel potere deve chiedersi con sincerità: sto generando libertà o dipendenza? Sto formando persone o sto costruendo consenso? Sto custodendo la dignità o sto difendendo un’immagine?

Riumanizzare i rapporti significa accettare che la qualità di un gruppo si vede da come tratta chi è fragile, chi è in difficoltà, chi non è allineato. Si vede da come gestisce il dissenso. Si vede da come parla degli assenti. Si vede da quanto è possibile dire la verità senza paura. Perché la verità detta con amore è liberante; la “verità” usata come clava è violenza.

E allora, se è vero che il bisogno di essere visto può portarci ad accettare l’inaccettabile, è altrettanto vero che c’è un cammino possibile per guarire quel bisogno, senza negarlo. Guarire non significa smettere di desiderare riconoscimento. Significa non mendicarlo. Significa non barattare l’anima per un posto. Significa imparare a dire: “Io valgo anche se oggi non mi vedi”. E questo non è orgoglio. È radicamento.

Qui la dimensione spirituale, se vissuta bene, può essere forza decisiva. Perché se la mia identità dipende solo dallo sguardo del gruppo, sarò sempre ricattabile. Ma se la mia identità si fonda su uno sguardo più profondo — uno sguardo che non mi usa, che non mi misura, che non mi scarta — allora posso stare nel gruppo con libertà. Posso amare senza annullarmi. Posso servire senza perdere me stesso. Posso camminare con gli altri senza diventare proprietà di nessuno.

E questo è, in fondo, un passaggio di maturità relazionale: smettere di chiedere al gruppo ciò che il gruppo non può darmi. Il gruppo può offrire appartenenza, sostegno, amicizia, missione condivisa. Ma non può diventare il mio “salvatore”. Se lo diventa, si corrompe. E io mi perdo. È una legge silenziosa: quando cerco nel gruppo il permesso di esistere, cedo al gruppo il potere di negarmi.

Allora la riumanizzazione passa anche da qui: riprendersi la responsabilità di sé. Mettere confini. Dare nome alle cose. Chiedere aiuto quando serve. Cercare spazi sicuri, anche esterni, dove poter raccontare senza paura. E, soprattutto, costruire comunità capaci di cura reale, non di controllo mascherato.

Cura reale significa: “ti ascolto anche quando non sei brillante”. Significa: “ti rispetto anche quando non sei utile”. Significa: “non uso la tua fragilità come leva”. Significa: “possiamo parlare del conflitto senza trasformarlo in guerra”. Significa: “la tua dignità viene prima della nostra immagine”.

E qui, permettetemi una parola sulla comunicazione: non esiste riumanizzazione senza un cambio di linguaggio. Le parole sono strumenti, sì, ma sono anche luoghi. In una parola puoi far abitare l’altro o puoi sfrattarlo. E spesso l’abuso comincia proprio dal linguaggio: l’ironia che sminuisce, il soprannome che etichetta, la correzione pubblica che umilia, il “non fare la vittima” che zittisce il dolore. Riumanizzare significa imparare un linguaggio che non ferisce. Un linguaggio che può essere anche deciso, anche vero, ma non disumano.

Non si tratta di diventare “morbidi”. Si tratta di diventare maturi. Perché la maturità relazionale non è assenza di conflitto: è capacità di attraversarlo senza perdere l’umanità. È capacità di dire: “questa cosa non va” senza distruggere la persona. È capacità di chiedere scusa senza perdere autorevolezza. È capacità di proteggere il più fragile senza chiamarlo “problema”.

E allora sì: il bisogno di essere visto e accolto ci porta a fare cose insieme al gruppo che non faremmo mai. Ci porta a accettare abusi con l’idea che almeno “mi vedono”. Ma la risposta non è isolarsi. La risposta è imparare a distinguere lo sguardo che riconosce dallo sguardo che consuma. È scegliere comunità dove la relazione non è premio, ma diritto umano. È costruire ambienti in cui nessuno debba pagare con la propria dignità per sentirsi parte.

C’è una speranza concreta, però, e non è ingenua. La speranza è che possiamo educarci — e rieducarci — alla qualità della relazione. Possiamo imparare una comunicazione relazionale che metta al centro la persona, non il ruolo. Possiamo creare spazi dove la fragilità non diventa vergogna, ma occasione di fraternità. Possiamo fare del cammino sinodale non una formula, ma un laboratorio di umanità.

Perché la vera unità non ha bisogno di persone spezzate. Ha bisogno di persone libere. Non ha bisogno di consenso ottenuto con la paura. Ha bisogno di verità condivisa e di cura reciproca. E quando questo accade, succede il miracolo più semplice: nessuno deve più accontentarsi di essere “visto a metà”. Nessuno deve più scegliere tra appartenenza e dignità. Nessuno deve più sopportare l’inaccettabile per non tornare invisibile.

È questo, forse, il segno più limpido di una comunità umana: che quando entri, non ti chiedono di sparire un po’ per far funzionare il sistema. Ti chiedono di esserci. Intero. E ti aiutano a diventarlo.

@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

You may also like

Lascia un commento