E’ andata in scena a Roma la prima edizione del Festival internazionale di cortometraggi ideato da Paolo Wilfinger, Gabriele Ceccarini e Indra Petino: con opere da 18 Paesi e uno sguardo aperto su viaggi, identità e dialogo interculturale
Una grande idea, forte motivazione e voglia di mettersi in gioco con le proprie competenze. Questi gli ingredienti alla base del VisioNova Film Festival conclusosi in questi giorni a Roma e che hanno reso possibile il successo dell’iniziativa. Una scommessa vinta a piene mani quella del VisioNova, la cui prima edizione si è appena conclusa in questi giorni a Roma a Palazzo Mattei di Giove presso il Centro Studi Americani. Sì, perché l’idea di partenza di Paolo Wilfinger, Gabriele Ceccarini e Indra Petino, tre giovani diplomati alla scuola di cinema Laboratorio d’Arte Cinematografica di Alessandro Colizzi a Roma, era sicuramente ambiziosa e visionaria: creare cioè uno spazio di riferimento a Roma nel panorama internazionale dei cortometraggi dando voce a quella fetta di cinema indipendente e di alta qualità che, per motivi di produzione o distribuzione, spesso non ha la possibilità di farsi conoscere ed emergere.

A conti fatti e a giudicare dai risultati, questa prima edizione del VisioNova è partita molto bene e rende gli organizzatori ottimisti nel pensarne gli sviluppi futuri. I numeri parlano da soli: sessanta i cortometraggi presentati per questa prima edizione; diciotto i paesi di provenienza (Italia, Indonesia, Iran, Tajikistan, Cuba, Guatemala, India, Israele, Polonia Russia, Turchia, Francia, Usa, Brasile, Palestina, Serbia, Germania, Russia).
Un risultato meritato dovuto probabilmente a una pluralità di fattori: un tema di vasto respiro quello proposto per questa prima edizione, ovvero “Journeys viaggi”; una comunicazione in rete mirata che ha scelto di rivolgersi a degli interlocutori internazionali, utilizzando la lingua inglese oltre a quella italiana; un linguaggio pensato dai giovani per i giovani; una notevole cura della parte grafica e visiva in cui il cinema fa da protagonista e attraverso la quale traspaiono le competenze nel settore dei tre organizzatori.
“Siamo molto felici dei risultati di questa prima edizione – spiega Paolo Wilfinger – soprattutto per la qualità dei film selezionati e per l’ampiezza davvero internazionale delle loro origini e delle location di ripresa. Essendo la nostra prima edizione, abbiamo dovuto convivere costantemente con tante paure tra cui quella che non si presentasse nessuno, ma era comunque più forte la volontà ostinata di creare uno spazio in più in cui i giovani e i creativi di Roma potessero entrare in dialogo con il resto del mondo, conoscere culture ed esperienze diverse in modo accessibile, soprattutto per quei giovani che non dispongono di contatti con figure già inserite nell’industria del cinema”.
Al centro di tutto, la forte idea che il cinema possa avere un ruolo sociale fondamentale, di inclusione e di spazi interculturali da condividere: “Per me il cinema è ciò che più si avvicina a una macchina del tempo/ teletrasporto – continua Paolo – ti permette di guardare con gli occhi di qualcun altro e di attraversare epoche, paesi e percorsi culturali, politici e psicologici. Si viaggia da soli, eppure insieme, in una sala condivisa. Ci auguriamo che il festival e le sue future edizioni possano offrire un ambiente nuovo in cui questo tipo di relazione possa nascere e crescere”.
Già si lavora alla seconda edizione prevista per Aprile. Tema: le radici e la nostalgia. “Vogliamo esplorare le nostre origini, le comunità a cui apparteniamo, e i ricordi di un mondo che forse non esiste più, in un’epoca in cui tutto cambia così rapidamente ed è facile sentirsi esclusi. Di fronte a questo cambiamento continuo, implacabile, chiediamo a registi e pubblico di fermarsi a riflettere su ciò che è stato e da dove veniamo, prima che tutto vada perduto per sempre.”
Il festival e i vincitori.
Il Festival si è svolto in due fasi: il 21 gennaio al CSA Brancaleone di Roma sono stati proiettati i primi dieci migliori corti; il 27 gennaio a Palazzo Mattei di Giove, presso il Centro Studi Americani, si è poi svolta la serata conclusiva di premiazione dei quattro vincitori a cui sono stati assegnati i quattro premi: Miglior Film, Miglior Interpretazione, Miglior Realizzazione Tecnico-Artistica e Miglior Documentario.
Il premio come Miglior Film è andato a Recife Tem Um Coração, scritto e diretto dal brasiliano Rodrigo Sena, regista pluripremiato. I suoi cortometraggi O Menino do Dente de Ouro(vincitore alla Mostra de Gostoso), Cuscuz Peitinho (premiato al Festival de Cinema de Vitória) e A Tradicional Família Brasileira Katu (premiato al Festival de Cinema de Brasília) hanno ricevuto importanti riconoscimenti nei principali festival brasiliani. Sena ha scritto, diretto e curato la fotografia di tre episodi ella serie televisiva Encantarias ed è attualmente impegnato nello sviluppo del suo primo lungometraggio.
Trama. Nel film, il regista segue le vicende del cantante Silvo Silva, vero fenomeno a Recife, che si ritrova con la propria cassa (speaker) rotta. Senza lasciarsi abbattere dall’incidente, decide di raccogliere dei soldi esibendosi in una diretta live con la propria musica. Un racconto ironico che dimostra come l’arte, in ogni sua forma, riesca sempre a persistere.
Il premio come Miglior Interpretazione è andato al film The Scapegoat, scritto e diretto dall’iraniano Ali Fard (noto come Ali Khamehparast). Dopo aver studiato scenografia e costume conseguendo una laurea triennale, Fard ha ottenuto un master in letteratura teatrale.
Trama. La storia si apre su una scena del crimine: una madre di famiglia, che ha ucciso il fratello, viene interrogata dall’investigatore e dal suo team per ricostruire le dinamiche dell’omicidio. Alla scena assiste anche il figlio, che in un secondo momento verrà a sua volta interrogato, offrendo una versione diversa dei fatti. È proprio nella struttura narrativa che The Scapegoat trova la sua forza: il racconto si frammenta attraverso i punti di vista dei diversi personaggi, costruendo una narrazione soggettiva e inaffidabile in cui la verità rimane costantemente sfuggente. Il film si distingue per una prova attoriale di grande intensità.
Il premio per la Miglior Realizzazione Tecnico-Artistica. È andato a Morning Vigil(Francia/USA), scritto e diretto da David M. Night Maire. I suoi film, incentrati sui personaggi e sulle atmosfere, hanno ricevuto premi e riconoscimenti in diversi festival. Diplomato alla Tisch School of the Arts di New York, ha completato master in sceneggiatura e regia tra Londra e New York ed è stato invitato più volte come docente ospite. Ha realizzato videoclip e contenuti per realtà come MTV, Louis Vuitton e Red Bull, e ha fatto parte di giurie in numerosi festival cinematografici negli Stati Uniti.
Trama. Ispirato a una novella di fine Ottocento di Guy de Maupassant, il film costruisce un’atmosfera cupa e sospesa. Al centro della storia, una donna sul punto di morire, assistita dai due figli, in una notte che sembra non finire mai. Nel silenzio e nell’attesa emergono tensioni familiari irrisolte, mai del tutto esplicitate, che attraversano i personaggi e danno forma a un racconto intimo e inquieto.

Il premio come Miglior Documentario è stato infine assegnato al film Los Peces No Se Ahogan, scritto e diretto da Lea Vidotto Labastie (nella foto sopra), regista e documentarista italo-francese. Il suo cinema esplora storie intime e autobiografiche, attraverso le quali emergono e vengono interrogate dinamiche sociali più ampie.
Trama. Il film affronta una storia di sopravvivenza, condivisione e amore per il prossimo. Malelo è un uomo anziano che vive in una casa coloniale all’Avana, ricevuta in eredità da una signora senza eredi dopo essersene preso cura.

Oltre ai quattro premi, sono state assegnate anche due menzioni d’onore a due opere che si sono distinte per la capacità di incarnare il tema di questa edizione del festival: Diary of an Hypotethical Traveller del Collettivo Chuormo, casa di produzione e distribuzione con sede a Roma e Only Daughters di Noemi Forti.
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