Home Attualità Melilli e il suo Carnevale: nel labirinto barocco dove sfilano i giganti

Melilli e il suo Carnevale: nel labirinto barocco dove sfilano i giganti

Massimo Reina

Melilli (SR) e il Carnevale più ingegnoso d’Italia: da compatto a monumentale in pochi secondi.

Diciamolo senza girarci troppo attorno: il Carnevale di Melilli non ha più bisogno di essere scoperto. Nel 2026, alla sua 66ª edizione, è finalmente ciò che è sempre stato nei fatti: il Carnevale più stretto d’Italia, e probabilmente presto anche d’Europa, riconosciuto come tale. E attenzione, perché “stretto” qui non è un limite. È una dichiarazione di stile.

Chi arriva a Melilli durante il Carnevale lo capisce subito: questo non è un evento da guardare a distanza di sicurezza. Qui ti trovi dentro, incastrato tra i vicoli, con il collo all’insù e lo stupore addosso. Pochi metri prima il carro sembra quasi trattenuto, contenuto, disciplinato. Poi arriva in piazza. E succede qualcosa.

Succede che si apre. Si espande. Cresce. E quello che era passato rasente ai balconi ora si staglia contro il cielo come una cattedrale barocca, arrogante e bellissima. La magia del Carnevale di Melilli è tutta qui: nel contrasto feroce tra lo spazio che manca e l’immaginazione che avanza. Un colpo di teatro che si ripete ogni anno, ma non perde mai forza.

Melilli non ha cercato la strada facile. Non ha inseguito i viali larghi, i gigantismi esibiti, le sfilate infinite. Ha fatto una cosa più difficile: ha preso i suoi vicoli antichi, stretti, testardi, e li ha trasformati in palcoscenico. Qui i carri non sfilano: sfidano la geometria. Devono chiudersi, piegarsi, comprimersi. E poi, al momento giusto, esplodere.

Dove nasce davvero il Carnevale

Ma fermarsi allo spettacolo sarebbe raccontare solo metà della storia. Perché il Carnevale di Melilli vive soprattutto dove il pubblico non entra. Nei capannoni. Nei mesi di lavoro silenzioso. Nelle mani sporche di vernice e di grasso.

Artisti, meccanici, elettricisti, scenografi, pittori, saldatori, costumisti: mondi diversi che qui diventano una cosa sola. Si progetta, si monta, si smonta. Si calcolano millimetri, angoli di apertura, pesi e contrappesi con una precisione che ha poco da invidiare all’ingegneria industriale. Perché a Melilli un carro non può permettersi di essere solo bello: deve funzionare. Ogni volta. Senza scuse. Ogni centimetro conta. Ogni movimento è una promessa da mantenere.

E in mezzo a tutto questo, succede la cosa più importante: si sta insieme. Si ride, si discute, si mangia allo stesso tavolo. Perché qui il Carnevale non è una somma di individualità, è una famiglia allargata. Non si lavora in compagnia: si lavora in amicizia. Da quasi settant’anni.

L’ossessione che fa la differenza

C’è poi un dettaglio che dice tutto. Le parti che nessuno vedrà. Gli angoli nascosti. Le superfici che resteranno dietro le quinte. Anche lì la pittura è curata, le sfumature sono precise, la mano non si risparmia.

Perché il vero artista si riconosce da questo: non lavora per l’applauso, lavora per rispetto. Del proprio mestiere, della tradizione, di chi verrà dopo. Ogni carro è un’opera completa, anche dove lo sguardo non arriva. Il Carnevale di Melilli non vuole solo stupire. Vuole essere all’altezza di sé stesso.

Un Carnevale da difendere

E allora sì, diciamolo con orgoglio: è il Carnevale più stretto d’Europa. Ma è anche uno dei più grandi che esistano. Non per metri, ma per intelligenza. Non per volume, ma per visione. Per la capacità rara di unire una comunità e trasformare ogni vicolo in una scena, ogni piazza in una rivelazione.

Chi viene a Melilli una volta, difficilmente resta indifferente.
Chi ci lavora, lo fa con il cuore e con la schiena piegata, come si fa per le cose importanti. Questo non è un Carnevale da consumare. È un Carnevale da vivere. Da costruire insieme. Da difendere.

E se qualcuno pensa che sia poco, probabilmente non ci è mai stato.

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